Archivio di Aprile, 2009

Pfizer al Tavolo di lavoro sulla sostenibilità del sistema sanitario

Lunedì, 27 Aprile, 2009

Marina Panfilo, direttrice di Pfizer Italia, spiega i motivi della partecipazione al Tavolo di lavoro sulla sostenibilità del sistema sanitario, organizzato da FORUM PA in collaborazione con FederSanità ANCI e FIASO.

Se la burocrazia non è a “norma”.

Domenica, 26 Aprile, 2009

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di Piero Ostellino 

In Abruzzo, la magistratura si è messa a caccia di chi ha costruito edifici «non a norma». I giornali riferiscono, compiaciuti. E tutti ci sentiamo mi­gliori. Dei politici inefficienti; degli amministra­tori corrotti; persino dei proprietari delle case «non a norma», che adesso vivono sotto una tenda. È l’Italia demagogica e anche un po’ cialtrona di sempre; che spazza sotto un tappeto di retorica populista la sporcizia accumulatasi nel tempo.
Perseguire i geometri e le imprese del luogo, che hanno costruito case per gente che molti soldi da spen­dere non aveva, significa cercare un capro espiatorio per tacitare la cattiva coscienza nazionale. Che non con­siste nell’aver permesso la costruzione di abitazioni crollate alla prima scossa di terremoto, ma nel conti­nuare a nascondersi che l’Italia, in certe regioni, è un Paese più prossimo al Terzo Mondo che a quello indu­strializzato. L’abusivismo e le costruzioni «non a nor­ma » sono, in alcune regioni d’Italia, l’equivalente delle favelas in certi Paesi dell’America latina.

Fingiamo di essere uno Stato di diritto, legalmente avanzato, quando le cose vanno bene; poi, gridiamo al­lo scandalo non appena vanno male. Le illegalità van­no perseguite. Ma il rispetto della legalità andrebbe conseguito semplificando le normative e i regolamenti che impongono percorsi burocratici lunghi, incom­prensibili, inutili, invece che produrre certezze giu­ridiche. Si eliminino le au­torizzazioni preventive, fonte di corruzione; si chieda un’autocertificazio­ne, al professionista che firma il progetto e all’im­presa che lo esegue, che attesti l’impegno a rispet­tare poche e chiare norma­tive. E chi sbaglia paghi.

Tutti — compresi i ma­gistrati che indagano — sanno bene che la proprietà della casa è, da noi, il traguardo di una vita di sacrifi­cio. Case spesso costruite con materiali di cattiva quali­tà e progettate da professionisti approssimativi, vuoi perché senza scrupoli, vuoi perché compassionevoli di fronte all’ignoranza e all’indigenza. Parlare di case «non a norma» è un’ipocrisia che nasconde una amara verità: «a norma», quelle case, non sarebbero mai nate per mancanza di soldi.

Il rischio, allora, è di mettere nello stesso calderone giudiziario i responsabili delle case di abitazione — fra i quali ci sono anche gli stessi proprietari — e degli edifici pubblici crollati. Ma, così, non si persegue un principio di legalità, bensì ci si limita a fare del morali­smo, additando alla pubblica indignazione qualche po­veraccio, più vittima che colpevole dell’andazzo genera­le. Per gli edifici pubblici, ogni progetto deve essere ac­compagnato da un capitolato di spesa e di esecuzione, a tutela, con la sicurezza degli utenti, dei soldi del con­tribuente. Ma, poi, l’eccesso di normative generali e di regolamenti locali alimenta il clientelismo politico e la corruzione amministrativa. Che, ora, si fa mostra di vo­ler combattere con qualche inchiesta giudiziaria da vendere ai giornali. I quali, per parte loro, ne parleran­no con rilievo, fra l’entusiasmo dei moralisti d’accatto.

tratto da: corriere.it

La Scuola Superiore Reiss Romoli dell’Aquila sede G8 (?)

Venerdì, 24 Aprile, 2009

reiss-romoli-aq.jpgNata nel 1972 come scuola di formazione per le aziende del gruppo STET, la Scuola Superiore Guglielmo Reiss Romoli è oggi un centro di ricerca e didattica tra i più avanzati e sofisticati esistenti in Europa. Porta il nome del direttore generale della STET (dal 1946 al 1961), nel corso del tempo si è andata progressivamente aprendo anche a molte aziende esterne al gruppo, operanti nel settore della Information and Communication Technology diventando centro di eccellenza conosciuto in Italia e all’estero. Ha istituito corsi per neolaureati per il conseguimento dei Master TILS, eroga corsi sulla gestione delle risorse umane e gestione aziendale, avvalendosi anche di docenti esterni. Personalmente ci sono stato abbastanza spesso per formazione su tematiche tecniche e gestionali, tra queste ultime ho un ricordo particolare di un corso sulla creatività aziendale, docente il prof. Domenico De Masi.

La REISS ROMOLI sorge su un area di 24 ettari, il complesso è dotato di ristorante, bar, palestra, piscina coperta, campi da tennis pallavolo e calcetto, e di 200 stanze molto spaziose con salottino, bagno privato, TV e frigo-bar.

(…) 

Le telecomunicazioni sono sempre più caratterizzate dal rapido progredire delle tecnologie e dei servizi, fondamentale quindi poter disporre di un campus attrezzato al quale le top companies possono affidarsi. Ovviamente le partecipazioni hanno un costo non irrilevante, compensato però dalla qualità dei corsi che determina forti ritorni del know-how in ambito aziendale.

Tutto questo però sta per finire, ci spiegano meglio come sia potuto accadere tutto questo gli stessi dipendenti che hanno aperto un blog sulla vicenda. Consiglio di leggere il post sulle ragioni della chiusura e quello sul lavoro svolto negli ultimi anni per rendersi conto come talvolta l’eccellenza non sia sufficiente affinché la ricerca e la formazione continuino ad esistere nel nostro paese.

autore: Sergio Fornasini

fonte: gabrielemastellarini.com

“Il nuovo ospedale” - Convegno di Business International

Giovedì, 23 Aprile, 2009

Tra Stato e persona. La via sussidiaria per uscire dalla crisi.

Lunedì, 20 Aprile, 2009

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di Ettore Gotti Tedeschi

La crisi economica in corso è anche esempio di mancanza di una vera vocazione alla sussidiarietà da parte di chi l’ha originata. Infatti, le responsabilità dirette dello Stato nella promozione di una crescita economica fittizia, la tolleranza dell’uso di strumenti inopportuni e incontrollabili, e infine la forzatura di un consumismo a debito delle famiglie per compensare la bassa crescita hanno messo in difficoltà le famiglie stesse, che loro malgrado sono divenute funzionali al processo che ha generato la crisi.

Le famiglie si trovano ora indebitate per aver creduto a queste illusioni, necessarie solo a far crescere il pil nazionale. Si trovano così ad avere perso gran parte dei propri risparmi, vedono pesantemente ridotti i propri fondi pensione e sono rimaste senza chiare prospettive di lavoro. Il modello di sussidiarietà americano avrebbe dovuto essere liberista, cioè fondato sul mercato e su regole di libertà, che a loro volta avrebbero dovuto garantire la fiducia indispensabile nei fondamenti democratici delle scelte economiche.

Ma questo modello si è invece rivelato molto più keynesiano che liberista, perché ha sì accettato il mercato, ma al tempo stesso ha permesso allo Stato di intervenire, seppure indirettamente. Con il risultato di confondere il mercato stesso. Negli Stati Uniti questo è avvenuto non tanto nell’ambito del welfare, lasciato al mercato e alle scelte individuali, quanto in quello dello sviluppo economico, permettendo che fosse falsato e creando illusori riferimenti alle famiglie, che hanno visto così compromesse le loro scelte e la loro autonomia.

Ma anche in Europa non esiste una vera e sana politica di sussidiarietà, ma un welfare di Stato, che in alcuni Paesi ha prodotto un debito pubblico insostenibile, l’abitudine all’assistenzialismo, tasse altissime, crescita abnorme della burocrazia, debolezze nei sistemi scolastico e sanitario, e arretratezza nei trasporti. Tutti pesi da rimuovere se si vuole imboccare la strada della ripresa.

La crisi economica e gli interventi sempre più massicci dei Governi fanno ora sorgere nuovi dubbi circa la possibilità di applicare vere politiche di sussidiarietà. Soprattutto se si consolida l’opinione già diffusa in base alla quale sarebbero stati il libero mercato e il modello capitalistico a permettere lo sfruttamento di intere popolazioni, la distruzione dei risparmi e delle pensioni. In queste condizioni non sarebbe nemmeno difficile prevedere atteggiamenti antimercato che propongano modelli di pianificazione, cioè l’esatto contrario della sussidiarietà e dei suoi valori.

Per potere applicare una vera sussidiarietà si deve invece credere nella persona prima che nello Stato. Inoltre, oggi, per risolvere la crisi è indispensabile un accordo globale. Ma non tutti hanno la stessa visione e la stessa fiducia nella persona umana. Chi confidava nella sua natura buona è stato deluso dalla crisi, che al contrario ha rafforzato la convinzione di chi non credeva nella sua capacità di fare del bene. Posizioni, entrambe, che paiono più disponibili a sostenere lo Stato che non la persona.

Si potrebbe così concludere che l’uomo godrà di minore fiducia grazie agli errori commessi da Stati, che hanno preteso di entrare fin troppo nella vita delle persone. Ma se la sussidiarietà fosse stata applicata non sarebbe stato necessario inventare una crescita economica falsata. E in realtà criteri di sussidiarietà domestica e internazionale potrebbero, meglio di altre soluzioni, indicare la via per uscire dalla crisi.
(© L’Osservatore Romano - 16 aprile 2009)

Terremoto: Pisanu, le mafie sono già in Abruzzo e puntano su ricostruzione

Giovedì, 16 Aprile, 2009

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Roma, 16 apr. (Adnkronos) - “Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra sono già arrivate in Abruzzo e certamente puntano sulla ricostruzione. Bisogna proteggere gli investimenti pubblici con una ferrea task-force antimafia“. Il presidente della commissione antimafia, Giuseppe Pisanu lancia l’allarme per il dopo terremoto in un’intervista pubblicata da ‘Panorama’ nel numero in edicola da domani.

“Le mafie incombono su tutto il territorio nazionale e minacciano gravemente l’economia, la società e le istituzioni. Anche il federalismo deve temerle e prevenirle, dal Sud, al Centro e al Nord”, dice Pisanu, aggiungendo che “purtroppo le mafie sono entrate nella pubblica amministrazione e nel mondo politico e riescono a influenzarne le decisioni, specialmente a livello di enti locali e regioni. Per di piu dispongono di vere e proprie organizzazioni aziendali con manager, dirigenti, impiegati e consulenti esterni. La rottura del rapporto mafia-politica è condizione indispensabile per la vittorie, definitiva dello Stato”.

“Proviamoci a vedere i buoni esempi da imitare” per il dopo terremoto

Giovedì, 16 Aprile, 2009

a) studiare, analizzare, inventariare ogni pietra, accertare insomma lo stato reale delle varie situazioni;

b) tenere unite le comunità locali, coinvolgendole a fondo, ascoltandole, responsabilizzandole, dicendo loro le cose come stanno;

c) ricostruire i centri storici com’erano e dov’erano mettendoli in sicurezza sul modello di Venzone, di Tuscania, o anche di certi centri umbro-marchigiani;

d) ristrutturare e migliorare a fondo le periferie urbane, senza straparlare di “new town”;

e) passare dagli attendamenti alle “instant house” di legno, ai prefabbricati in forma di villaggio usati con successo, per esempio, sull’Appennino umbro-marchigiano;

f) andare ad appalti veri, garantiti da un Authority, non col solo criterio del massimo ribasso (dove si infila il racket), ma sulla base di una serie di parametri qualitativi.

Cerchiamo insomma di praticare le virtù, oltre della generosità nei soccorsi, della serietà, della partecipazione, della competenza specifica, della cultura urbanistica e architettonica, della trasparenza nei sussidi e negli appalti. Si può, si deve.

Avendo memoria e onestà, morale e intellettuale.

autore: Vittorio Emiliani

tratto da: unita.it

“…una grande operazione verità sullo stato generale del paese è il punto dal quale dobbiamo partire”

Mercoledì, 15 Aprile, 2009

luca.bmp (…) Apriamo una stagione di nuovo patriottismo abbandonando egoismi, furbizie e particolarismi. Una stagione coraggiosa che deve partire dalla constatazione da parte di tutti di un’inconfutabile verità: siamo una società bloccata.

Tutti quanti: imprenditori, notai, intellettuali, professori, sindacalisti, magistrati, siamo chiamati in causa da questa situazione.

E sono d’accordo con Galli della Loggia quando scrive che una grande operazione verità sullo stato generale del paese è il punto dal quale dobbiamo partire. Il conformismo pubblico è diventato una cappa insopportabile, le reticenze e le bugie che il paese ha steso sulla sua effettiva situazione rischiano di essere smascherate in tempi molto brevi.

Essere classe dirigente significa dare più che prendere. E’ venuto per tutti il momento di ricordarlo.

Dobbiamo tutti noi contribuire a ricostruire una casa comune che per troppo tempo è stata trascurata partendo dai valori che ne rappresentano le fondamenta: merito, onestà, responsabilità, lavoro, autorità, spirito di sacrificio, giustizia.

Solo se riscopriremo il valore del bene comune sarà possibile ritrovare una sintonia tra il legittimo pluralismo degli interessi e un senso dello stato che per troppo tempo è stato dimenticato.

tratto da: INTERVENTO di Luca Cordero di Montezemolo SU RAPPORTO LUISS “GENERARE CLASSE DIRIGENTE” - 19 Marzo 2008

“In Abruzzo le persone e le comunità vanno aiutate a “tenere”, a non perdersi”

Martedì, 14 Aprile, 2009

La vita dell’uomo è responsabilità, ci ricorda Antoine de Saint-Exupéry in Terre des Hommes. Responsabilità, parola più volte evocata in questi giorni di fronte alla tragedia abruzzese, che nel suo significato comune sta per dare conto di quello che si fa secondo un chiaro principio di imputabilità. Come nella disastrosa e omicida non tenuta delle case appena costruite all’Aquila. La casa dello studente e il nuovo ospedale, due simboli ben impressi in tutti noi: il primo crollato come sabbia portando con sé la vita di tanti giovani, il secondo irreversibilmente danneggiato. Sarà bene evitare parole altisonanti, sarà bene comprendere cosa è accaduto e accertare le responsabilità che sono anzitutto personali, in varia misura a seconda dei ruoli che si ricoprono. Staremo a vedere nei prossimi mesi.

Ma l’etimo di responsabilità, dal verbo respondere, allude ad un significato più profondo: responsabilità è dare risposta alle domande e prendere sul serio le richieste altrui. Soprattutto di coloro che sono più deboli, e che chiedono di essere compresi e  ascoltati nelle proprie richieste e nelle proprie difficoltà. Risposta credibile, autorevole, efficace, capace di trasformare la preoccupazione, l’angoscia e il dolore in una possibile prospettiva di rinascita interiore e comunitaria. E dunque, anche alla necessaria tempestività dei soccorsi, alle ingenti risorse economiche da mettere in campo, si aiutino le persone e le comunità a “tenere”, a non perdersi e a continuare a riconoscersi in una storia.
Questo compito spetta anzitutto alla società civile organizzata, alla comunità cristiana perché aiutino le persone e le famiglie a ritessere la tela di relazioni devastata dal dolore.
Un’azione che va sostenuta rimettendo in piedi i servizi di comunità: le scuole e gli asili, i presidi sanitari, le reti di comunicazione. E poi un aiuto ai commercianti, agli imprenditori piccoli e grandi che siano, agli artigiani cui spetta il compito immane di ridare fiato all’economia locale. E per la ricostruzione affidiamoci ai Comuni, ai sindaci cui spetta il dovere e l’obbligo della responsabilità (risposta): le cifre assegnate a ciascun Comune siano rese pubbliche, come pubbliche devono essere regole e criteri, certo senza troppa burocrazia.
Affidiamoci al desiderio di rinascita che le genti di Abruzzo hanno espresso in queste tristi giornate, con dignità e compostezza. E’ un desiderio che metterà in moto energie insperate, determinazione e quella cocciutaggine di cui vanno orgogliosi gli abruzzesi: sì cocciuti come il loro Gran Sasso.

autore: Edoardo Patriarca

tratto da: piuvoce.net

“Che errore il fatalistico aspettarsi di tutto dalla macchina enorme dello Stato mettendo la burocrazia al posto del cuore”.

Martedì, 14 Aprile, 2009

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L’idea è di quelle semplici. Lasciar lavorare la gente, defiscalizzando ogni donazione, consentendo di detrarre dal reddito imponibile ciò che va per situazioni dov’è dichiarato lo stato di emergenza nazionale. Si tratta di applicare il principio di sussidiarietà anche nelle catastrofi immani, non perché sia un pallino di qualcuno o sia scritto sui libri della dottrina sociale cristiana. Ma perché è la cosa più umana che esiste, l’unica chiave che può aprire la porta di piombo della solitudine e della disperazione. Se la sussidiarietà serve solo per la cosiddetta normalità, cioè quando non ci sono troppi guai, buttiamola. Vuol dire che non serve nei momenti seri della vita. Che è un lusso, un accessorio del dì di festa. Quasi che il monopolio delle questioni gravi e gravissime debba essere consegnato allo Stato.

Invece no.

Non ce l’ho con lo Stato. Anzi. La sussidiarietà suppone lo Stato, perché è una catena che va verso l’alto, e se non c’è lo Stato c’è anarchia, dunque impossibile organizzarla questa sussidiarietà. Sia chiaro. Non è che il principio di sussidiarietà è la salvezza, non è la formula della società perfetta dove non serve essere buoni. Nessun aiuto, nessuna organizzazione può rispondere al bisogno decisivo di un uomo o di una donna, ma questo palpito di simpatia per l’altro che grida aiuto, il soccorrerlo, il mettersi insieme gratuitamente ci dice di che cosa siamo fatti: senso religioso, mendicanza al Mistero che si riveli. Consentire che questa tensione si esprima in pienezza, e prima sia sollecitata, promossa, garantita, accompagnata è compito dello Stato anche in situazioni di gravità immani.

Ho detto “senso religioso”. Non sto facendo un discorso di contaminazione illecita tra la sfera religiosa e quella civile e politica. Infatti la vera pasta di ogni tensione umana, anche politica, o è religiosa o è contro l’essenza dell’uomo. Religioso non è affibbiare una religione a qualcuno, ma riconoscere che gli uomini hanno il desiderio della felicità, ed esso c’è anche e forse di più quando si è in condizioni estreme, di lutto e precarietà. Dunque, lo Stato oggi muove immense risorse in proprio. Deve farlo. Piace Berlusconi che come leader di un popolo vada dove la sua presenza significa partecipazione della comunità alla vita di una sua parte ferita. Ma questo non può spingere al fatalistico aspettarsi di tutto da parte dalla macchina enorme dello Stato, non è vero che l’autorganizzazione debba farsi da parte per lasciar spazio all’unica Entità che ritiene di potersi paragonare, se non altro per massa, all’immensità della tragedia abruzzese. Vero: i guasti sono spaventosi, e lo Stato ha una potenza di mezzi che devono essere volti a beneficio delle realtà colpite. Ma se si ferma il cuore di un popolo per sostituirlo con la burocrazia è il disastro.

Ecco allora l’idea. Versi soldi alla Protezione civile? Togli dal reddito su cui paghi le tasse il dono. È un premio e un invito. Ma questo deve poter valere anche al di fuori del recinto delle organizzazioni ministeriali o regionali o comunali. Ad esempio. Se tu versi offri al Banco Alimentare per l’impegno in Abruzzo. Se consegni risorse a realtà di abruzzesi che vogliono rimettere in piedi una scuola libera. Oppure a una parrocchia, a una associazione culturale, che scegli tu: devi poterlo fare senza un eccesso di timbri. Ovviamente questa detrazione comporta che il beneficiario accetti controlli sull’uso di questi finanziamenti.

In sostanza. Si tratta di consentire che quanto sgorga dal cuore e viene ad alleviare le pene non sia sottoposto a pedaggi e taglietti con la scusa che “le tasse sono belle”. E che la risposta alle tragedie immense come un terremoto devastante sia accolto come sussidiaria a quanto fa lo stato, con piena e pari dignità. Questo il segno della defiscalizzazione.

Così è nata alla Camera, tra cinque deputati amici, tra cui sono felice di essere l’ultimo arrivato, la proposta. Assistevamo a questo disastro ed insieme alla meraviglia della generosità fraterna. Desideriamo uno Stato che sia amico e sostenitore di chi vuole contribuire al bene. Il quale a sua volta non si consegni alla confusione ma accetti di lasciarsi controllare e coordinare da uno Stato amico.

autore: Renato Farina

tratto da: sussidiario.net

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