Archivio di Maggio, 2009

Un partito politico non deve mai essere una religione secolare.

Sabato, 30 Maggio, 2009

flavio.jpg 

L’economica angelica di Böckenförde 

di Flavio Felice

L’articolo di Ernst-Wolfang Böckenförde intitolato L’uomo funzionale. Capitalismo, proprietà, ruolo degli stati, apparso sul numero 10 de “Il Regno” e ripreso lo scorso 27 maggio da “Il Foglio”, è senz’altro profondo, lucido e ricco di notevoli spunti per lo svolgimento del dibattito economico, teologico e costituzionale. La tesi sostenuta dal nostro Autore è la seguente: “L’attuale evidente crollo del capitalismo a causa della sua espansione illimitata e quasi sregolata può, e dovrebbe, permettere una sua radicale contestazione”. La contestazione sistemica dovrebbe consentire il superamento del capitalismo e l’approdo ad una ipotetica epoca contrassegnata dalle cifre della “solidarietà” e del “bene comune”. A dire il vero, i concetti chiave utilizzati da Böckenförde non sono originalissimi: “crollo del capitalismo”, “carattere funzionale del capitalismo”, “individualismo come cifra del capitalismo”, “capitalismo come cifra della modernità”. Tuttavia, il modo in cui tali concetti interagiscono e l’attribuzione dell’Autore alla dottrina sociale della Chiesa del ruolo di attrezzo culturale per lo scardinamento delle presunte premesse utilitaristiche dello spirito del capitalismo fanno dell’articolo un prezioso strumento di analisi.

L’analisi del capitalismo sviluppata da Böckenförde appare fortemente debitrice dell’opera di Max Weber oltre che del citato Hans Freyer. Weber in L’etica protestante e lo spirito del capitalismo offre una prima e non soddisfacente definizione di tale sistema, identificandolo con la ricerca del guadagno, il tutto in una logica puramente funzionale, in forza della quale i processi economici capitalistici contemplano l’uomo non nella sua integralità, bensì nella sua pura funzionalità economica. Böckenförde  fa propria tale ipotesi, la quale sembrerebbe non tener conto di tutta una serie di studi che hanno mostrato il superamento della tesi weberiana, ovvero quanto meno della sua vulgata. Böckenförde sembrerebbe postulare una sorta di economia angelica verso la quale dovremmo tendere e dalla quale ci saremmo allontanati con il progressivo passaggio dal medioevo alla modernità.  Un’epoca, quella precapitalistica, idealizzata e popolata da angeli, un Eldorado dal quale ci saremmo allontanati per approdare nell’epoca dell’“individualismo egoistico”, popolata da uomini prepotenti e predatori. L’attuale crisi economica è presentata – ma non motivata – dal nostro come il definitivo “crollo del capitalismo” e rappresenterebbe, dunque, l’opportunità per tornare ad una fantomatica economia angelica. Temo che una simile tesi non regga né da un punto di vista storico (basterebbe considerare la moderna e pluralistica storiografia sul pensiero economico medioevale: O. Nuccio, L. Pellicani, O. Bazzichi, A. Chafuen…), né da un punto di vista logico (economico e teologico, si pensi all’opera di W. Röpke, M. Novak, D. Antiseri e tanti altri): nessun indicatore mostrerebbe il “crollo del capitalismo” e l’ipotesi di un’economia affrancata dall’egoismo appare a dir poco azzardata dal punto di vista epistemologico, oltre che morale: il “fantoccio” dell’homo donator che prenderebbe il posto del “fantoccio” dell’homo oeconomicus! Quanto al ruolo che Böckenförde attribuisce alla dottrina sociale della Chiesa, è appena il caso di accennare che Giovanni Paolo II ha sempre criticato il materialismo e tutte le forme di organizzazione della vita sociale che ad esso si adeguano. Il problema è che Böckenförde, al pari del giovane Fanfani, sostiene che le premesse del capitalismo siano il materialismo, l’utilitarismo e la riduzione funzionalistica della persona, come se l’egoismo fosse monopolio del capitalismo! Ciò non corrisponde minimamente a quanto sostenuto da Wojtyla, il quale in Centesimus annus, n. 25 afferma: “l’uomo tende verso il bene, ma è pure capace di male”, ecco la ridice delle cosiddette “strutture di peccato”, e conclude: “Quando gli uomini ritengono di possedere il segreto di un’organizzazione sociale perfetta che rende impossibile il male [sic!], ritengono anche di potenziare tutti i mezzi, anche la violenza o la menzogna, per realizzarla. La politica diventa allora una ‘religione secolare’, che si illude di costruire il paradiso in questo mondo”. A tal proposito, con riferimento all’interpretazione che la moderna dottrina sociale della Chiesa ha offerto del capitalismo, ovvero dell’“economia d’impresa”, dell’“economia di mercato” o più semplicemente dell’“economia libera”, si rinvia al paragrafo 42 della Centesimus annus, nel quale il Pontefice sostiene che se per capitalismo intendiamo un sistema fondato sul ruolo positivo svolto dalle imprese, dal mercato, dalla proprietà privata e dal libero, responsabile e creativo agire della persona, ancorato ad un saldo sistema giuridico e ad un chiaro orizzonte ideale, al centro del quale è posta l’opera del più affascinante, raffinato e prezioso fattore di produzione: il capitale umano, esso appare il più raccomandabile per la soluzione di umanissimi e contingenti problemi economici. Con una fondamentale premessa, non si tratterà mai del Regno celeste, bensì della più umile delle costituzioni umane, parafrasando J. Madison: una città di uomini, fatta da uomini, per altri uomini.

fonte:  “Il Foglio”  del 30 maggio 2009

L’identità culturale come progetto di ricerca

Mercoledì, 27 Maggio, 2009

de-mattei.jpgL’unica arma che può permettere all’Europa di divenire una «superpotenza» sulla scena mondiale è quella culturale. La cultura è a sua volta la principale risorsa che può permettere all’Italia di essere competitiva in Europa. Perché ciò avvenga è necessario dare un impulso alle scienze umane, troppo spesso considerate anche a livello Ue, la cenerentola nel campo della ricerca. È quanto sostiene in questo saggio Roberto de Mattei che dimostra come lo sviluppo della ricerca nel campo delle scienze umane può permettere all’Europa di passare dalla dimensione economica a quella culturale. L’identità culturale italiana è in questa prospettiva il tassello di un’identità europea che potrà costruirsi solo nella diversità delle identità nazionali.

Roberto de Mattei docente di Storia moderna all’Università di Cassino, ha seguito per oltre un anno i lavori della Convenzione europea come consigliere del vicepresidente del Consiglio dei ministri (2003-2004) e ha assunto dal giugno 2002 la carica di sub-commissario del Consiglio nazionale delle ricerche con delega per le Scienze umane. Intellettuale impegnato, è autore di numerosi studi nel campo della storia delle idee tradotti in varie lingue.
 

Mercoledì, 27 Maggio, 2009


Visit innovatori

Verso la “green economy”

Mercoledì, 20 Maggio, 2009

enrico_cisnetto.jpg 

di Enrico Cisnetto

Se Keynes fosse vivo, oggi sarebbe sicuramente ecologista. Non nel senso di “verde” all’italiana, o di “no global” alla Naomi Klein, ma secondo il modo in cui si è mossa, prima fra tutti, l’amministrazione Obama. Cioè decidendo che uno dei modi per uscire dalla crisi più forti di prima è quello di predisporre una vera e propria rivoluzione del modello di sviluppo economico in senso ambientale. Il Nobel per l’economia Joseph Stiglitz ha stimato che solo rendendo ecocompatibile il riscaldamento di case e uffici americani, con una spesa di 1 miliardo di dollari si avrà un ritorno in termini di giro d’affari compreso tra 1,4 e 3,1 miliardi di dollari tra il 2012 e il 2020, e una ricaduta occupazionale da 1 milione di posti di lavoro tra oggi e il 2011. Il nuovo moltiplicatore, insomma, è “verde”, e gli americani, con il pragmatismo con cui hanno affrontato questa crisi, l’hanno capito concependo la “green economy”.

In particolare, hanno capito che il paradigma dello “sviluppo sostenibile” – nato per trovare un compromesso tra crescita e ambiente – è ormai da mettere in soffitta. E non solo perché trovate economicamente disastrose come quella del Protocollo di Kyoto hanno diviso inutilmente il mondo senza produrre alcun beneficio reale. Ma anche e soprattutto perché questo trade-off svanisce di fronte alla crisi più difficile che l’economia globale si sia trovata ad affrontare.

“Gli Stati Uniti non sono chiamati a decidere se salvare l’ambiente o salvare l’economia, ma piuttosto a scegliere fra prosperità e declino”, ha detto Obama alla Giornata mondiale della Terra. Proponendo così un vero e proprio salto di paradigma, come ha spiegato un “guru” del calibro di Amartya Sen, il premio Nobel che al convegno “Green Spirit” organizzato a Pordenone da Electrolux, ha introdotto la nuova equazione “attenzione all’ambiente = motore di sviluppo”. Insomma, lungi dall’essere un freno, l’impatto zero è volano di crescita. Come?

Semplice: superando la cultura ecologista imperante finora, che punta tutta l’attenzione ai processi produttivi, i quali devono essere sì il più possibile rispettosi dell’ambienti e risparmiosi di energia in sé, ma ciò che maggiormente conta è che siano finalizzati a mettere sul mercato prodotti ecocompatibili. Che si tratti di auto, di elettrodomestici, di sistemi di riscaldamento o altro, oggi il prodotto finale, grazie a investimenti mirati in ricerca e sviluppo, deve avere bassi standard di emissioni, consumare poca energia, essere riciclabile, costare il meno possibile (sia in termini economici che ecologici) di trasporto. Certo, questo spostamento concettuale presuppone consumatori sensibilizzati e “demanding”, disposti magari a pagare qualcosa di più per acquistare beni concepiti secondo la “green spirit”. Esistono? Secondo una ricerca commissionata alla Astra di Enrico Finzi da Rex-Electrolux, una delle realtà che più hanno investito su questa “rivoluzione verde”, oltre otto italiani su 10 sono pronti a pagare tra il 5% e il 10% di più per scegliere una marca o un prodotto davvero ecosostenibile, purché certificato. Adesso, dunque, tocca alle aziende impegnarsi a dare un’adeguata offerta a questa domanda. E tocca allo Stato favorire questo formidabile moltiplicatore di ricchezza e occupazione. Senza aspettare, con inutile ottimismo e senza far niente, la fine della recessione.

tratto da: “Il Messaggero, La Sicilia, Il Gazzettino” domenica 17 maggio 2009

L’Italia alleato critico della Turchia in Europa

Martedì, 19 Maggio, 2009

dalema.jpg 

di Massimo D’Alema

Caro direttore,
ho portato, nei miei colloqui istituzionali e politici ad Ankara, un messaggio di forte sostegno dell’Italia, in un momento molto delicato per il Paese. La Turchia vive in questi mesi una congiuntura molto delicata sia sul piano interno che su quello internazionale. La forza di attrazione che l’Europa ha esercitato, sin dall’avvio dei negoziati di adesione nell’ottobre 2005, ha indubbiamente prodotto effetti molto positivi sul quadro politico del Paese.

Le difficoltà che si percepiscono ora diffuse a Bruxelles rischiano di far riemergere, nella società turca, linee di frattura su complesse questioni di cultura politica e di identità nazionale e di indebolire fortemente il consenso che le forze politiche, sociali ed economiche del Paese hanno sin qui condiviso sul progetto europeo.

Anche per questo l’Italia continua a sostenere, al di là delle situazioni congiunturali, il tragitto di adesione della Turchia all’Unione Europea. Lo suggeriscono, tra l’altro, ragioni geo-strategiche, legate alla comune appartenenza mediterranea, che meglio riequilibri le componenti interne dell’Unione. La Turchia rappresenta inoltre uno snodo tra i Balcani, il Medio Oriente, il Caucaso, l’Asia Centrale e rappresenta un “hub” per i transiti energetici dal Mar Nero e dal Caspio. Ma sono soprattutto convinto che l’adesione di un Paese impegnato a conciliare Islam e secolarismo, sviluppo e stabilità, modernità e tradizione, rappresenti al contempo un incoraggiamento alle forze riformiste di altri Paesi dell’area e la prova di un’Europa che non si chiude in se stessa.

Sulle prospettive europee della Turchia si gioca per l’Europa una delle partite più complesse e per molti aspetti cruciali: se cioè l’Unione debba definirsi in termini di un’identità “esclusiva” oppure debba caratterizzarsi come un progetto politico aperto — ancorché esigente e coerente — basato sulla condivisione dei valori. Il processo di avvicinamento della Turchia all’Unione Europea è avviato su binari saldi, ma la marcia del convoglio, la sua velocità e il suo procedere con regolarità dipendono molto da chi lo guida oggi e lo condurrà nei prossimi anni. In Turchia si è consapevoli che l’appartenenza all’Unione non costituisce l’adesione a un’alleanza dai contorni vaghi, ma comporta un vero e proprio potere “trasformante”. L’Europa non “esporta” democrazia, con tutti i rischi e le incognite connessi, ma piuttosto tende a generare o, se si preferisce, a consolidare la componente democratica endogena dei Paesi che aderiscono o aspirano ad aderire all’Unione.

Il processo di adesione della Turchia andrà valutato in base alle questioni specifiche ancora aperte o irrisolte (la piena libertà di espressione e quella religiosa, le soluzioni ancora attese nei rapporti con Cipro, la “questione curda”, le relazioni con l’Armenia), non deciso o condizionato da valutazioni di carattere astrattamente identitarie o genericamente “culturali”. Un’idea e un progetto comuni lega oggi saldamente Paesi assai diversi come ad esempio la Grecia e la Svezia, il Portogallo e la Danimarca, senza che nessuno invochi l’eterogeneità culturale. Conta ciò che vogliamo fare e divenire assieme. E contano anche istituzioni efficienti, che consentano di discutere, di valutare assieme, ma poi di decidere. L’Europa ha bisogno di una “democrazia deliberativa”. Per questo la riforma istituzionale è essenziale per la stessa credibilità dell’Europa. Appoggiare con convinzione la prospettiva europea della Turchia non significa tuttavia sottovalutare la complessità del negoziato di adesione. Al di là degli aspetti politici, la stessa dimensione demografica ed economica del Paese richiederà la ricerca di nuovi delicati equilibri nelle politiche comunitarie, dalla politica agricola comune alle politiche di coesione. D’altra parte, è anche nella capacità di risolvere questi difficili nodi che l’Unione Europea gioca il suo futuro.

Da parte nostra, abbiamo rafforzato una “strategia dell’attenzione” nei confronti della Turchia, varando un “tavolo Turchia” che riunisce il mondo delle istituzioni e i rappresentanti dell’imprenditoria e della finanza. L’Italia è il terzo partner commerciale, con un interscambio in continua crescita (oltre 15 miliardi per il 2006) e una presenza di oltre 500 aziende nel Paese. Puntiamo a consolidare la nostra presenza, oltre che nei grandi comparti industriali e di eccellenza, come trasporti, energia, elicotteristica, costruzioni, anche nel settore bancario e delle piccole e medie imprese. Innovazione tecnologica, finanza e commercio hanno un solido ancoraggio in un Paese che conosce tassi di sviluppo molto elevati, dell’ordine di 6-7% e che ha grandi potenzialità di espansione.

In tale complesso percorso, multilaterale e bilaterale, abbiamo l’ambizione di porci come un interlocutore attento e consapevole per la Turchia, ma anche come un partner che, forte della credibilità acquisita, sappia mantenere un dialogo assiduo, vigile e se necessario anche critico, per sostenere il Paese nel suo tragitto di compiuta integrazione europea.

tratto da:  Il Sole 24 ORE del  12 Giugno 2007

Chi può rompere il guscio dell’Io?

Domenica, 17 Maggio, 2009

 y1p76-upng_bsg2rgpxgadud-tvcpmwkfuclzxhsxavxexbyqtx2a3qy9oszrbpjhookuxbmqvil6k.jpg

È in corso a Torino la ventiduesima edizione della Fiera Internazionale del libro, la principale manifestazione editoriale del nostro paese. Si intitola «Io, gli altri» e si presenta con una frase di Italo Calvino (nella foto): «La conoscenza del prossimo ha questo di speciale: passa necessariamente attraverso la conoscenza di se stesso». Gli organizzatori giustificano il titolo con queste parole: «La scelta dell’Io come motivo conduttore della Fiera 2009 nasce dalla constatazione di quanto oggi l’Io sia malato. Esibizionista, egoista, autoreferenziale, indifferente al destino e alle necessità degli altri, ha perso il senso della comunità ed è incapace di elaborare progetti condivisibili, di riconoscersi in una causa di utilità comune». Un Io chiuso in sé che fatica ad aprirsi all’esterno. Come un uovo; e infatti proprio un uovo col guscio appena appena screpolato campeggia nel manifesto al posto della O di Io.

È un tema coraggioso, che coglie quel drammatico fenomeno di «trascuratezza dell’io» da più parti denunciato come una della malattie più gravi della nostra civiltà. Ma è sulla pars construens che sorge qualche interrogativo. Continua, infatti, la presentazione della mostra: «Un Io che non sa guardarsi dentro, e invece di affrontare una coraggiosa autoanalisi preferisce creare un alter ego virtuale da far circolare in rete, offrendo di sé un’immagine edulcorata che non corrisponde al vero: non il ritratto di quello che si è, ma di quello che si vorrebbe essere. Un inganno romanzesco, una proiezione immaginaria». Lasciamo stare la questione dell’immagine virtuale e della proiezione immaginaria, che ci porterebbe troppo lontano. Soffermiamoci su quello che viene denunciato come mancante e, per contrasto, indicato come soluzione: «guardarsi dentro», «affrontare una coraggiosa autoanalisi». È proprio così che l’Io si ritrova?

Proviamo a considerare la dinamica originale attraverso la quale l’essere umano nel suo primo svilupparsi prende coscienza del proprio Io. Il bambino non si scopre Io perché si guarda dentro o si fa un’autoanalisi, ma perché si trova di fronte ed accoglie un Tu. Guardandolo, immedesimandosi con esso, seguendolo, imparando l’Io emerge. Un grande studioso di linguistica mi raccontava che in nessuna grammatica di nessuna lingua del mondo esiste solo il pronome di prima persona: Io; c’è sempre anche il Tu. Senza un Tu, l’Io non si costituisce, non fiorisce. E tutto il «guardarsi dentro» che realizza, tutta la sottile «autoanalisi» in cui imbarca non può che lasciarlo ancora più dubbioso, complicato e insicuro su di sé. Pauroso come un bambino che non ha il coraggio di entrare in una stanza buia.

Guardandosi dentro, infatti, l’Io scopre un’infinita sete, un bisogno struggente. E analizzandosi si addentra in una complessità sempre più inestricabile, il «guazzabuglio del cuore umano» di cui parlava Manzoni. Bisogno e complessità di fronte ai quali non è semplice stare. Ed è proprio per questa paura di guardare sé fino in fondo che l’Io fugge in immagini virtuali e fittizie. Non ce la fa proprio a tenere fisso lo sguardo sul proprio intimo. A meno che non si senta guardato con ammirazione, speranza, incoraggiamento. Proprio come un padre guarda soddisfatto il figlio che cresce. Insieme al padre (Padre) il bambino ha il coraggio di entrare anche nella stanza del suo Io.

autore: Pigi Colognesi

fonte: sussidiario.net

Michele Vianello, il vice di Massimo Cacciari

Venerdì, 15 Maggio, 2009

di Luca De Biase

Una mattinata a pensare alle prospettive per Venezia. A partire dai risultati del lavoro di Michele Vianello, vicesindaco della città, e della sua squadra.

La città si spopola. I fili che la legano all’imprenditorialità della Terraferma si sono spezzati. L’industria del Novecento è in via di estinzione.

Ma il centro di Venezia è un luogo meraviglioso dove sviluppare idee. Con imprese immateriali. E sogni da realizzare.

Quello che va fatto è un’agenda pratica di azioni che servono a trasformare la città in un luogo accogliente per persone che vogliano venire a viverci. Con una serie di fatti che servano a riempire l’utopia di realtà. Perché il futuro di Venezia è stato devastato da una quantità di progetti fantastici che non sono stati realizzati. E questo va drasticamente corretto.

«Abbiamo bisogno di un bagno di umiltà» dice Michele Vianello. Che ha fatto la rete wireless aperta per Venezia. E un sacco di altre cose. Compreso dare un senso all’isola del Lazzaretto, scommessa per rigenerare molte altre aree della città. Lo scetticismo, riflesso automatico in questi casi, è inutile. Qui si tratta di creare accoglienza vera per imprese, intelletti, persone. Come si dice, talenti. L’umiltà è il primo passo.

Creare le condizioni dell’abitare.

La rete in città è il simbolo dell’abitare. E del ricongiungere i fili tra le attività importantissime che si svolgono in Terraferma e Venezia, moltiplicatore del valore immateriale…

tratto da: blog.debiase.com

Guido Guerzoni, ……are il futuro

Martedì, 12 Maggio, 2009

Un Parco del Sole in Abruzzo per l’energia e la ricerca

Lunedì, 11 Maggio, 2009

energierinnovabili.jpg Dopo la tragedia del terremoto, l’Abruzzo, per la ripresa, punta anche sulle fonti energetiche rinnovabili. Parte, infatti, nella regione il progetto per la realizzazione di un Parco del Sole per le fonti rinnovabili, che sarà realizzato nel Comune di Collarmele (L’Aquila). Il Parco avrà un campo fotovoltaico di 2 Mw, un laboratorio, aule didattiche, un centro di ricerca, un impianto di fotovoltaico a girasole e un impianto dimostrativo di minieolico. Ma non solo. Nel Parco ci sarà anche «un impianto dimostrativo di produzione di energia dalle acque e sistemi di fitodepurazione grazie alla presenza nella zona di un piccolo laghetto», come spiega Ciro Cozzolino, presidente del Consorzio Fabric Energy, di cui fa parte anche la Enam, che, con la società Alpalux Energy, realizzerà il Parco.

«Gli impianti saranno realizzati completamente in autofinanziamento – spiega ancora Cozzolino – seguendo l’approccio del project financing». I lavori – anticipa Cozzolino – inizieranno entro la fine del 2009 e daranno vita ad un importante progetto nato grazie ad una sinergia tra il Comune di Collarmele dove sorgerà il Parco, la Regione Abruzzo e l’Università dell’Aquila per creare ricerca sul luogo con ambizioni nazionali, per fare formazione attingendo ai finanziamenti europei, formando figure operanti nel settore delle fonti rinnovabili ma anche per attivarsi nel campo dell’educazione ambientale».

Ma il Parco guarda ancora più in alto. «L’intento è che il Parco del Sole – afferma il presidente del Consorzio Fabric Energy – sia un attrattore per far ritornare forze giovani che possano crescere ed investire su questo territorio abruzzese». «Al suo interno – prosegue – faremo principalmente ricerca e su questo stiamo sviluppando una sinergia proprio con l’Università, ed in particolare con il Dipartimento di Ingegneria guidato da Roberto Cipollone, per la realizzazione anche di master universitari». «Avremo insomma – sottolinea Cozzolino – un Parco di fonti rinnovabili i cui impianti produrranno energia ma allo stesso tempo serviranno anche per promuovere la formazione di figure professionali operanti in questo settore».

Ricerca e formazione ma non solo. Nel Parco del Sole «si produrrà energia da fonti rinnovabili che – sottolinea ancora Cozzolino – in parte verrà venduta al gestore nazionale, ed in parte utilizzata per le attività interne del Parco». «Dunque – aggiunge Cozzolino – il Parco del Sole, dal punto di vista energetico, verrà alimentato dall’energia prodotta al suo interno a costo zero per la collettività». «L’iter autorizzativo del progetto è partito nel gennaio scorso. Oggi, dopo quanto è accaduto il 6 aprile, crediamo con maggiore forza alla validità di questo progetto nell’ottica di rilancio del territorio», afferma con convinzione Luigi d’Onofrio, energy manager di Fabric Energy.

tratto da: culturaitalia.it

Guido Reni, Susanna e i vecchioni (1620-25)

Domenica, 10 Maggio, 2009

susannaeivecchioni_reni.bmp

powered by wordpress - progettazione pop minds