Archivio di Ottobre, 2009

Parco Tecnologico Padano

Lunedì, 19 Ottobre, 2009

Guardate i collaboratori e capirete se è un leader

Lunedì, 19 Ottobre, 2009

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di Francesco Alberoni

Per capire come è il capo, guardate le persone che si è scelto come collaboratori. Questi infatti sono altrettanti aspetti della sua personalità, sono i volti con cui fronteggia i diversi ambienti ed i diversi problemi. Il grande leader sa scegliere le persone che valgono e di cui si può fidare. Osservatelo attentamente e vedrete che ha attorno a sé solo un nucleo ristrettissimo di amici assolutamente leali, con cui discute tutto, a cui chiede sempre il parere anche se poi è lui a decidere. Poi dispone di una serie di altri personaggi con competenze specializzate a cui dà compiti precisi. Ma a questi non dà mai il potere di decidere su problemi essenziali. E la sua organizzazione, anche quando vi risponde l’ultima segretaria, vi trasmette sempre una immagine positiva. Vi sono però purtroppo anche diversi tipi di cattivi leader. C’ è quello che tende ad accentrare tutto nelle sue mani e mette al primo posto, nella scelta dei collaboratori più stretti, solo l’ onestà, la fedeltà, l’ ubbidienza pronta e assoluta, mai la personalità e la capacità di risolvere problemi. Con loro non discute, non li fa partecipare, non chiede il loro parere e spesso non li informa neppure. Il risultato è che non hanno poteri, non hanno idee, parlano come pappagalli e fanno solo perdere tempo. Anche le segretarie di questo tipo di leader sembrano sempre semiaddormentate. Il secondo tipo di cattivo leader invece sceglie i suoi collaboratori solo fra coloro che gli hanno fatto e gli fanno favori. Talvolta lui personalmente è una persona onestissima ma, a differenza del primo, non si occupa molto della loro onestà e della loro correttezza. L’ importante è che facciano ciò che gli serve. Per il resto li lascia liberi di fare quello che vogliono. Naturalmente costoro spesso ne approfittano e non sempre nel modo migliore. Qui è addirittura inutile cercare una segretaria, meglio rivolgersi direttamente al tirapiedi. La prima cosa perciò che dovete fare quando vi viene dato un posto di responsabilità è scegliere bene i collaboratori. E anche a squadra fatta se vi accorgete, a un certo punto, che uno è incapace o fannullone o disonesto o mentitore o invidioso, isolatelo, sbarazzatevene. Non perdete tempo nel tentativo di recuperarlo, non trovategli scuse o attenuanti. Invece dedicatevi ai bravi, a coloro che si sono comportati bene, elogiateli, premiateli. Spesso noi dedichiamo più tempo ai seccatori e agli incapaci che a coloro che meritano.

tratto da: Corriere della Sera - 30 luglio 2007

Fondazione FareFuturo: intervista a Giacomo Marramao

Giovedì, 15 Ottobre, 2009

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(…) 
Come ovviare a questa situazione contingente di perenne emergenza, a tutti i livelli, politico, sociale, di rapporti umani, che sovente produce riflessioni e pensieri dal fiato corto?

Penso sia giunto il tempo di ripensare profondamente i criteri di selezione delle elites che, come nell’ambito del sapere e della scienza, devono essere improntate più alle capacità che non alle fedeltà. Produrre idee e creare dimensioni nuove del vivere: cultura e filosofia sono un modo di porre i problemi, la politica un modo di risolverli. Qui abbiamo anche la chiave di una nuova alleanza tra i saperi e la politica, ma deve essere il ritorno alla “grande” politica il nodo da sciogliere. Parlo di un re incantamento, una politica che sia in grado di parlare anche simbolicamente ai singoli ed alle collettività, in grado di suscitare passione, di spingere i cittadini a reperire nuove forme di relazione. Capace di stimolare le generazioni ad instaurare un nuovo rapporto, perché uno dei drammi del nostro paese, che è causa della perenne emergenza, è che si è interrotto il rapporto tra le fasce sociali. Da un lato vedo la nostra generazione, formatasi nella seconda metà degli anni ’60, con il fatidico 1968. Esso non è stato una rottura del filo tra generazioni, ma la conferma che un rapporto intergenerazionale, polemico, esisteva. La polemica e il conflitto sono un modo di avere rapporti e di arricchirsi. Oggi invece vige un sistema dell’indifferenza, un’incomunicabilità tra le generazioni che pone problemi molto seri.

Far tornare a comunicare le generazioni per…

Per poter uscire dall’epoca delle passioni tristi, del futuro chiuso, imparando a teorizzare una grande politica che si traduca in progetti ariosi. In Italia abbiamo avuto un deficit di progettualità innegabile. La mia generazione, a partire dalla fine degli anni ’70, ha teorizzato la critica del progetto. Ricordo battaglie che ho condotto personalmente con Massimo Cacciari ed altri amici. Tal critica era sacrosanta in quanto il progetto in questione era ideologico. La critica del progetto ideologico non significa appiattimento della politica, disincanto cinico, piuttosto rilanciare un’idea di segno nuovo. E quando riusciremo a farlo potremo dire alla politica europea, benvenuta nel ventunesimo secolo. Fino  questo momento la politica europea, e non solo quella italiana, non ci è riuscita. Mi auguro di riuscire a superare questo stallo, questa miseria del nostro presente, per poter indicare all’Europa e al mondo le linee di una certa politica. D’altronde lo abbiamo fatto con successo all’epoca di Machiavelli, nell’800 con grandi pensatori, nel 1960 con la capacità di costituire un grande laboratorio politico seppur conflittuale. Dobbiamo ricominciare a fare innovazione e sperimentazione politica, e lo dobbiamo fare per il futuro. Di tutti.

tratto da: ffwebmagazine.it 30 settembre 2009

I ministeri della Sanità on line in Europa

Mercoledì, 14 Ottobre, 2009

Global trends by Future Concept Lab

Martedì, 13 Ottobre, 2009

La leadership di Obama alla prova dei fatti

Lunedì, 12 Ottobre, 2009

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di Joaquín Navarro-Valls 

Entrando nella fase centrale del suo primo anno di presidenza, Barack Obama si trova a dover far fronte alle sue vere responsabilità politiche. La campagna elettorale durissima che si è lasciato alle spalle è ormai questione del passato. Non così le tante promesse e aspirazioni che la sua figura ha generato e ha alimentato in America e, forse, anche nel resto del mondo. Le prossime elezioni sono ancora lontane dall’orizzonte. Si può ben augurare che i suoi intenti riformisti siano messi in pratica nei prossimi mesi, altrimenti si perderanno nel dimenticatoio, non venendo più alla luce per niente. Le parole di Obama, anche nel recente discorso all’Onu, sono apparse molto efficaci e pienamente espressive della sua famosa brillantezza. I commenti della stampa internazionale sono stati, tuttavia, assai tiepidi e controversi. Tutti senza entusiasmo. E il riferimento non va all’ovvia impossibilità di ricevere un’accoglienza unanime di consensi da ogni parte quando si parla d’argomenti dalle molte sfaccettature. Si tratta piuttosto di una difficoltà di giudizio che rispecchia la tortuosa e articolata situazione che vive il mondo, stretto oggi tra la crisi economica da un lato e le nuove pericolose incognite di pace dall’altro. In ciò è possibile valutare adeguatamente il giudizio di “debolezza” dell’ultimo sondaggio relativo ad Obama: un consistente 56% di consenso negli Stati Uniti, che rappresenta però cinque punti in meno rispetto all’ accordo ottenuto la primavera scorsa. Una stanchezza che forse maliziosamente riguarda non tanto la persona quanto piuttosto la scarsa efficacia di applicare alla realtà dei fatti le prospettive presentate in campagna elettorale e nei primi mesi del suo quadriennio. Al presidente democratico sta accadendo più o meno quello che avvenne 2001 al repubblicano George W. Bush durante il suo primo mandato. Le prospettive offerte durante le elezioni non trovavano più riscontro con quanto era necessario fare dopo l’11 settembre. Le decisioni allora divennero praticamente soltanto quelle del momento, quelle della persona. Le responsabilità indipendenti dai piani di partito prestabiliti. La risolutezza di Bush non gli creò buona stampa, ma fece andare avanti in qualche maniera il suo Paese, pur creando dei problemi che ancora persistono. Oggi la situazione di Obama è in parte simile e in parte diversa. La condizione di partenza sembra però essere perfino identica. Lo scenario dei problemi in agenda è altamente complesso: dalla difficile situazione di guerra, al dilemma se inviare o meno più soldati in Afghanistan contro la volontà del suo popolo; dalla pesante attuazione delle riforme sociali relative alla sanità e dalla promessa di chiudere la prigione militare di Guantanamo, all’annunciato impegno di portare avanti l’indagine federale sulle presunte torture della Cia; dall’attuazione di un qualche piano di pace per il Medio Oriente, fino alla crisi mastodontica che ha investito il continente americano e il resto del pianeta. Con l’eccezione di questo ultimo tema economico e finanziario, una risposta vera a questi problemi Obama non l’ha data ancora. Quando la offrirà e se lo farà, sarà una risposta inevitabilmente sua, altra da quelle del passato, perché diverso è l’uomo, diverse sono le attese, e soprattutto diversi sono gli interessi economici e politici che hanno scommesso e sperano in lui. Il modo di risolvere le cose sarà nuovamente affidato soltanto a lui, alla sua abilità o alla sua incapacità, a seconda dei casi. Quello che si sta verificando negli Stati Uniti non è, d’ altronde, un fenomeno esclusivamente americano. Basti guardare la situazione tedesca per comprenderlo. Le promesse di occupazione dello Spd sono mancate soprattutto di realismo. E sempre la penuria d’idee appare nella loro moltiplicazione utopistica, nell’affastellata ricerca di sogni e progetti inesistenti, nell’investimento unico che è fatto nel regalare alla gente speranze lontane da ogni verificabile attuabilità. Se questa tendenza nefasta è stata da sempre il tallone d’Achille dei miraggi europei, adesso Obama non si trova messo molto meglio. Il suo europeismo onirico appare colorato di retorica americana, ma mancante di quel pragmatismo positivo che servirebbe a tutti per far fronte ai problemi internazionali che soffocano l’apertura di speranza di tutta l’umanità. Per capire quanto conti veramente tutto questo, è sufficiente fermarsi a considerare il tipo di reazione che Obama ha assunto davanti al copioso impegno militare in Afghanistan. In una delle moltissime - forse troppe - interviste televisive concesse la scorsa settimana, egli ha dichiarato «di non credere all’occupazione a tempo indeterminato d’altri Paesi e di voler attendere a mandare rinforzi». Risposta troppo ovvia, e, nella formulazione finale, per nulla risolutiva. Sarà capace, infatti, veramente di non cedere alle pressioni dell’apparato e di restare coerente fino in fondo con quanto dice di voler fare? A volte è indispensabile non cadere nella tentazione di pensare che tutto possa andare avanti con l’illusione che la volontà sia sufficiente a realizzare le cose. Nel costante conflitto tra la difficoltà dell’agenda e l’incertezza personale, per Obama è divenuto adesso impellente far fruttare l’enorme chance che la sua elezione gli ha dato, perlomeno per realizzare uno solo dei tanti progetti agognati con passione. Quando non è possibile essere coerenti in tutto, meglio esserlo almeno in qualcosa. In fondo, l’elemento che realmente definisce chi riesce a realizzare un’idea è il possesso di una vera leadership personale. E se Obama è un leader, allora il suo carisma personale uscirà allo scoperto e dimostrerà chiaramente in tante piccole realizzazioni magari poco appariscenti ma risolute la sua forza politica. L’importante è che egli non perseveri nell’ostinato tentativo di attualizzare un sogno che, come sempre accade, svanisce inevitabilmente, quando la cruda realtà si palesa di nuovo nella sua concretezza alle prime ore del mattino.

fonte: la Repubblica 7 ottobre 2009

Luigi Sturzo uomo dello spirito

Martedì, 6 Ottobre, 2009

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di Flavio Felice*

Dal 2 al 4 ottobre si è svolto a Catania il Convegno Internazionale Sturziano dal titolo “Don Luigi Sturzo uomo dello Spirito”. Il convegno è stato organizzato dal Rinnovamento nello Spirito, dal Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo e dall’Istituto Luigi Sturzo. Strutturato in sei aree tematiche:  sviluppo, economia, cultura, politica, società e giustizia, il convegno ha offerto una tale vastità di argomenti da non consentire a chi scrive un’esposizione analitica, benché imponga di individuare un possibile filo rosso. A tal proposito, ci poniamo la seguente domanda: quanto è attuale il pensiero di Luigi Sturzo nell’Italia berlusconiana, a cinquant’anni dalla morte del prete siciliano e a novanta dal suo “Appello ai liberi e forti”?

L’esperienza del popolarismo sturziano rappresentò il tentativo di concepire un ordine sociale coerente con la prospettiva della Dottrina sociale della Chiesa. Un ordine politico ed economico che si distinguesse per le risposte che era in grado di dare ai concreti problemi degli uomini. Il tratto caratteristico dell’Appello di Sturzo è caratterizzato dalla convinzione che, al processo dirigista, centralista, monopolista dello Stato, sia preferibile un corretto sistema competitivo, che tenga conto della contingenza e della limitatezza che contraddistinguono la costituzione fisica e morale della persona. È questo il messaggio che il pensiero sturziano trasmette alle forze politiche di oggi. Un messaggio la cui cifra liberale è data, tra le altre, dalle quote di sussidiarietà e di solidarietà presenti nelle politiche pubbliche. Ed allora Sturzo chiederebbe: a che punto è la proposta del buono scuola che ci liberi dal monopolio pubblico dell’istruzione? Ovvero quella del quoziente familiare o di provvedimenti simili che liberino il capitale umano e sociale oggi imprigionato nella famiglia? Oppure quella che prometteva l’abolizione delle province? È probabile che Sturzo direbbe a Berlusconi che le “tre male bestie” da lui denunciate negli anni Cinquanta: “statalismo, partitocrazia, sperpero di denaro pubblico”, insidiano ancora a morte la nostra democrazia.

Ad ogni modo, accanto alla cifra programmatica, possiamo individuarne una morale. La cifra morale di quell’Appello è rivelata dallo stesso Sturzo quando ricorda: “Era mezzanotte quando ci separammo e spontaneamente…passando davanti la Chiesa dei santi Apostoli picchiammo alla porta: c’era l’adorazione notturna…Durante quest’ora di adorazione rievocai tutta la tragedia della mia vita. Non avevo mai chiesto nulla, non cercavo nulla…Accettavo la nuova carica di capo del partito popolare con la amarezza nel cuore, ma come un apostolato, come un sacrificio”. Non credo sia necessario il ricorso a pistolotti moralistici per sottolineare la sobrietà e la drammaticità con le quali Sturzo iniziava il difficile esperimento politico che avrebbe traghettato i cattolici italiani dal non expedit alla piena partecipazione democratica, un esperimento che lo avrebbe portato a vivere ben ventidue anni in esilio. Quanta siderale distanza tra la genealogia di quel partito e le tristi vicende che ne seguirono ed un certo cinismo ludico, sincretismo ideologico e scomposto esibizionismo che hanno contraddistinto la vicenda pseudo-politica di questi ultimi mesi in entrambi i principali schieramenti! Forse una parte crescente di cattolici italiani avverte l’esigenza di ripensare le ragioni della diaspora per riconsiderare quelle dell’unità in un partito? Non saprei dare una risposta suffragata da dati, certo è che alcuni relatori ne hanno parlato ed il prof. Dario Antiseri ha fortemente caldeggiato questa ipotesi.

Un secondo elemento che può aiutarci a tracciare un possibile filo rosso del convegno riguarda le nozioni di sviluppo e di economia tipicamente sturziani. A tal proposito, Sturzo non sarebbe del tutto soddisfatto dell’equiparazione tra globalizzazione e “mercatismo” operata dal ministro Tremonti.

Per Sturzo un’economia libera è compatibile solo con certi interventi, quelli che mirano a rafforzare il mercato: era questa la visione degli ordoliberali tedeschi fautori della cosiddetta economia sociale di mercato. La cifra della congruità di un intervento è data dalla sua attitudine non tanto di alzare muri che non reggeranno l’onda d’urto del terremoto che si starebbe per abbattere su una realtà economico-produttiva o di lasciare che il sisma abbatta tutto ciò che si oppone alla sua forza distruttrice, quanto di guidare e di mitigare la forza del sisma, limitandone il più possibile i danni. A tal proposito, in un saggio del 1928 Sturzo afferma: “Alcuni hanno timore della potenza enorme che ha acquistato e acquista sempre più il capitalismo internazionale…Tale timore è simile a quello per le acque di un fiume…Il grande fiume è una grande ricchezza e può essere un grave danno: dipende dagli uomini, in gran parte, evitare questo danno. Quello che non dipende dagli uomini è che il fiume non esista. Così è del grande fiume dell’economia internazionale”.

Questi sono solo alcuni dei problemi che dai primi anni del Novecento alla fine degli anni Cinquanta lo straordinario prete di Caltagirone affrontò a partire da una limpida teoria dell’ordine politico ed economico, non volendosi arrendere al populismo autarchico, al totalitarismo aggressivo e al protezionismo liberticida. Per questa ragione Sturzo guarderebbe con sospetto le facili demonizzazioni della globalizzazione e le avventurose fughe in avanti di costruttivisti e pianificatori di ogni tipo ed ideale. Ingeneri sociali che sognano in una nuova Bretton Woods di disegnare le linee di una ipotetica “terza generazione del capitalismo”. Sturzo è consapevole che nessun ordinamento tecnocratico possa evitare e negligere la realtà che esiste sempre qualcosa che va “oltre l’offerta e la domanda”. Questo qualcosa per Sturzo era la trascendente dignità della persona; un ordine etico, quello della dignità umana, che chiede ancor oggi, e a maggior ragione oggi, di essere affrontato  e compreso con la massima urgenza e profondità  se non si voglia correre il rischio di sacrificare il dinamismo economico al ristagno degli accordi collettivi ovvero all’anarchismo degli interessi individuali, rispettivamente, figli di una logica neocorporativa ovvero di un ottimistico disinteresse per le ragioni dell’ordine sociale e della civitas humana, e finire, comunque, per sacrificare le libere scelte individuali sull’altare della “presunzione fatale” del Grande Pianificatore.

 (Una versione ridotta è stata pubblicata dal quotidiano “Il Foglio”  del 6 ottobre 2009)

*Presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton ed Adjunct Fellow American Enterprise Institute

Abruzzo, non meno soldi ai politici ma più trasparenza (e contrappesi) onde evitare possibili “tentazioni”

Sabato, 3 Ottobre, 2009

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di Vittorio Gervasi - Direttore FORMEDIL Pescara

Si torna a discutere nella Regione Abruzzo sul taglio delle indennità percepite dai nostri rappresentanti a Palazzo dell’Emiciclo insediatisi con le ultime elezioni amministrative del dicembre scorso. Il provvedimento è allo studio di una commissione che dovrebbe trovare l’imprescindibile quadra politica. Contemporaneamente c’ è un altro Abruzzo, che ha avuto come silente ed efficace protagonista il direttore generale di una nota multinazionale presente sul nostro territorio, che dopo aver attivato la cassa integrazione guadagni per il suo personale ha deciso di guadagnare quanto un operatore di produzione in cassa a zero ore. Il taglio delle indennità, per il politico come per il manager, non risolve evidentemente alcun problema economico, ma ha il grande valore simbolico di condividere con un gesto concreto le sorti di chi, parte della stessa famiglia,  vive dolorosamente la crisi economica in atto.

Nel caso del manager c’è stata direttamente la decisione senza neanche passare per una dichiarazione d’intenti. Tornando alla nostra politica regionale, dico però, che non sono affatto favorevole ad una riduzione delle indennità. Un consigliere regionale, se lavora con impegno e totale dedizione alla causa, per ben operare, ha necessità di incassare una indennità esattamente dell’importo che oggi percepisce. Chi conosce la politica, sa perfettamente che ha dei costi, per altro pienamente legittimi,  e questi vanno soddisfatti nella maniera più trasparente possibile onde evitare possibili “tentazioni”. Pensiamo per un attimo alla giornata di un politico appassionato al suo mandato elettorale. Quanti sacrifici personali gli son richiesti dovendo dedicare gran parte del suo tempo all’incarico istituzionale. Questo richiede studio, approfondimento dei problemi, ascolto degli elettori, presa in carico delle istanze del suo territorio dando a tutto ciò un legittimo diritto di cittadinanza all’interno delle aule dove si decide gran parte del nostro futuro. Il tutto, se ben fatto e con una buona organizzazione di supporto, ha un costo anche economico non certo irrilevante. Ma riconosciuta la giusta ricompensa economica al politico è altrettanto doveroso richiedere un impegno instancabile e di alto profilo. Ciò che più intristisce è invece riscontrare, che  nella vita di alcuni politici, di tutta questa passione e compassione (nel senso di patire con) per i loro elettori non vi è traccia. Dov’è quella sensibilità per cogliere immediatamente il cuore dei problemi e cercare risposte adeguate? Dov’è quello studio e quella preparazione nell’affrontare temi difficili e decisivi per il futuro di un territorio? Dov’è quella dinamicità e vitalità intellettuale per animare il dibattito politico che spesso risulta asfittico? Potrei proseguire ma adesso pongo a voi cari cittadini elettori una domanda. Conoscete con esattezza su cosa stanno lavorando i vostri eletti in consiglio regionale, provinciale e comunale? Conoscete su quale progetto concreto si stanno totalmente dedicando?
Allora, tornando alla riduzione delle indennità dei consiglieri regionali dell’Abruzzo,  concludo con un invito rivolto proprio a loro: non riducete l’indennità ma piuttosto ampliate la dedizione, sono certo che gli abruzzesi apprezzeranno lo stesso.

tratto da: abruzzoliberale.it 

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