Archivio di Novembre, 2009

Giornalismo o propaganda? “Due cose completamente diverse.”

Domenica, 29 Novembre, 2009

navarro-valls.jpg

intervista a Joaquín Navarro-Valls 

Che significato ha per Lei, oggi, la parola “Giornalismo”?

Giornalismo è un raccontare agli altri un’esperienza personale che io considero vera. Se questa esperienza, del giornalista con la realtà che racconta, non esiste allora non c’è possibilità di giornalismo: si sta facendo favola, si sta facendo un altro genere letterario. Se quello che racconto, io non lo considero vero, allora non faccio giornalismo, sto facendo propaganda. Sono due cose completamente diverse. Però il giornalista deve su quell’argomento non entrare nel campo della autoreferenzialità: << Che dice un altro giornale, che penserebbe il mio capo, che penserebbe la mia impresa giornalistica?>>. Deve cercare un contatto con quella realtà, personale, se si può, altrimenti attraverso lo studio. Una volta che lui è convinto di conoscere quella realtà, la può trasmettere.
Il tema della verità oggettiva oggi manca.
Viviamo in un’epoca di grande razionalismo e allo stesso modo di una grande sfiducia nella capacità dell’essere umano di conoscere le cose come vere: tutto è opinione, discussione tra opinioni. <<Le sue opinioni sono interessanti, ma questo è vero o non è vero?>>. Questa è la grande domanda.”

Con l’avvento di Internet e del libero scambio di informazione, pensa che la figura del giornalista sia destinata a scomparire?

A me personalmente piace molto questa apertura creata da Internet. Parliamo del mondo dei blog. Per esempio, l’altro giorno, due settimane fa, parlando con il presidente del board di Google, mi diceva: “Guardi che ogni giorno abbiamo contabilizzato…oggi, ogni giorno, nascono 100.000 nuovi blog nel mondo. Ogni giorno. Ogni 24 ore. Questo di per sé mi sembra positivo: è rompere l’autoreferenzialità del sistema mediatico costituito. Questo non vuol dire che la vita dei giornali è in pericolo. No, è un’apertura in più. Voglio dire: io posso trasmettere delle verità straordinarie attraverso un sms, attraverso un giornale, attraverso un blog, attraverso delle immagini televisive. Ognuno di questi mezzi ha una semantica propria. Per trasmettere io felicemente quel messaggio, devo conoscere non soltanto quello che voglio dire, ma anche la semantica propria di quel mezzo e adattarmi a quel mezzo.

tratto da: avoicomunicare.it/blogpost/videointervista-joaqu%C3%ADn-navarro-valls

molto interessante anche l’articolo di Luca De Biase http://blog.debiase.com/paper/giornalisti-innovatori.html

Stefano Quintarelli: Quale rete a fibra ottica?

Venerdì, 27 Novembre, 2009

Did You Know 4.0 ?

Giovedì, 26 Novembre, 2009

Luciano Violante, MAGISTRATI

Mercoledì, 25 Novembre, 2009

lucianoviolante.jpg

«I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono», scriveva Francis Bacon quattro secoli fa. Il rapporto fra politica e giustizia resta difficile ancora oggi. Il trono ambisce a schiacciare i leoni. I leoni manifestano una certa propensione a sedersi sul trono. Solo una solida, laica coscienza istituzionale può garantire il raggiungimento di un equilibrio democratico.

Qual è oggi il ruolo dei giudici nella società e nello Stato? La perdita di credibilità della politica e l’indebolimento dei valori morali hanno portato la sfera di influenza del diritto a espandersi a dismisura. La politica guarda con sospetto l’intraprendenza della magistratura, mentre i cittadini incoraggiano i giudici che colpiscono i politici, almeno finché non vedono toccati i propri interessi. Come evitare il conflitto permanente e garantire invece un ragionevole equilibrio tra politica e giustizia?
Contestare il fondamento stesso di indagini che possano delegittimare gli eletti dal popolo è sbagliato, ma alla magistratura si richiede una nuova responsabilità. Ai valori di uguaglianza e promozione sociale, che hanno portato nel tempo dall’età della legge all’età dell’interpretazione della legge, è opportuno affiancare i valori di unità e responsabilità, privilegiando nel quotidiano esercizio della propria funzione la certezza del diritto e della sua interpretazione. Non c’è altro modo per evitare il conflitto permanente con la politica e il rischio di delegittimazione della stessa magistratura.

fonte: LUCIANO VIOLANTE, Magistrati, 2009, Vele, pp. VI - 192

Intervista a Massimo Canevacci: il successo di Facebook

Mercoledì, 25 Novembre, 2009

Ecco i principi su cui si basa il sistema sanitario lombardo

Martedì, 24 Novembre, 2009

formigoni.jpg

Valutazione e controllo sono alla base di qualsiasi sistema professionale. Il cambiamento del sistema lombardo in questi anni è stato formidabile. Ecco alcuni dati, in sintesi, degli ultimi 10 anni:

- riduzione dei ricoveri ordinari (da 1,7 milioni a 1,5 milioni), che significa maggiore appropriatezza di erogazione dei servizi;

- mantenimento del numero di casi e del numero delle giornate di day hospital (tra 450 e 500mila casi all’anno per un milione di accessi circa);

- riduzione delle degenze medie (da 8,7 a 7,6 giornate), che significa maggiore capacità di risposta ai bisogni;

- passaggio della chirurgia poco complessa dal ricovero alla day surgey, con beneficio dei pazienti che possono essere assistiti a casa;

- riduzione dei ricoveri ordinari inappropriati, secondo quanto definito a livello nazionale (riduzione da oltre 2 milioni di giornate di degenza ospedaliera inappropriate a meno di 400 mila);

- creazione dello spazio per i bisogni nuovi di assistenza di una società che diventa più anziana, con cure palliative (oggi il 25% dei decessi di tumore è in reparti di cure palliative con oltre 300 letti attivi e programmi di estensione del servizio a livello domiciliare) e riabilitazione: in 10 anni si è passati da 1,5 a 2,2 milioni di giornate, pari al 60% in più.

Tutto questo peraltro non ha generato deficit, ma un effettivo equilibrio di bilancio. Questo cambiamento è stato sicuramente costruito su due capisaldi: il primo è la libertà di scelta, che significa di fatto promuovere una “gara” tra le strutture, soprattutto dove esistono molteplici strutture erogatrici di prestazioni; il secondo è la sussidiarietà, intesa come spazio alle iniziative del privato profit e non profit.

Questo cambiamento così forte si è basato sulla capacità dei soggetti privati, ma anche dei soggetti pubblici: questi ultimi, in questi anni, hanno profondamente modificato la loro capacità di offerta, le modalità di erogazione delle cure, la loro qualità, e anche i costi di produzione (forse questi non ancora a sufficienza).

In questo contesto così ricco e pieno di opportunità il ruolo di valutazione e controllo è fondante.

Ma cosa significa valutare? Innanzi tutto occorre sempre ricordare che i sistemi sanitari e le strutture che erogano prestazioni sanitarie sono per loro natura organizzazioni complesse. Il tema della valutazione in sanità è di conseguenza un’attività complessa. A livello internazionale si sono sviluppate metodologie e standard di riferimento basandosi sui quali sono possibili confronti. Peraltro occorre superare questa difficoltà perché è estremamente importante la valutazione delle strutture sanitarie al fine di mantenere una pressione positiva sull’organizzazione e uscire dall’autoreferenzialità.

In questa direzione la Regione Lombardia ha iniziato a sviluppare, in questi ultimi anni, un sistema di valutazione delle strutture sanitarie. Dapprima ha definito i requisiti per l’accreditamento regionale, poi ha introdotto gli standard della norma ISO. Infine, nell’ultima fase, ha iniziato ad utilizzare gli standard Joint Commission International, l’ente accreditante più grande al mondo, per valutare le strutture ospedaliere e le ASL. Il processo è agli inizi e gli standard introdotti sono solamente alcuni (accesso, diritti dei pazienti, continuità delle cure, gestione delle risorse umane, gestione delle informazioni, gestione e miglioramento della qualità e sicurezza dei pazienti). Sicuramente la specificità degli standard e il metodo di verifica degli stessi sul campo sono punti di forza che dovrebbero consentire un miglioramento del sistema stesso.

Occorre percorrere questa strada della valutazione fino in fondo. Di seguito tre proposte per valorizzare la ricchezza del cambiamento in questo momento.

1.     Il tema del controllo non può essere solo esterno (fatto da funzionari) ma deve vedere i medici in primo piano. I professionisti devono svolgere effettivamente un’opera di valutazione delle performance qualitative. Occorre una responsabilità professionale diffusa nelle strutture, atte a generare un clima positivo sotto il profilo professionale. La pura autoreferenzialità non paga: statistiche sulle attività svolte, valutazioni comparative a livello nazionale e internazionale sulle performance, accettazione di un sistema di qualificazione professionale come avviene in altri Paesi, sono la base fondamentale di una professione matura e qualitativa.

2.     Il ruolo del paziente, l’informazione messa a disposizione del paziente, un effettivo “consenso informato” possono giocare un ruolo positivo rendendo maggiormente consapevole il paziente. Nell’ambito di questi ruoli già oggi presenti all’interno dell’ospedale, l’ufficio per le relazioni con il pubblico è anche organizzazione di difesa del cittadino e del paziente e può giocare un ruolo di controllo sociale e di segnalazione di comportamenti potenzialmente problematici.

3.     Infine la valutazione nel merito è effettuata da un terzo soggetto che, in modo sistematico, con standard di riferimento specifico e con grande professionalità, possa verificare i comportamenti effettivamente riscontrati. Questo assume una grande utilità non solo per i pazienti, ma anche per i professionisti, che possono confrontarsi con colleghi che portano criteri di riferimento intenzionalmente riconosciuti.

La sussidiarietà è innanzitutto una responsabilità per tutti i soggetti (chi programma, chi gestisce e chi valuta): questa è la sfida di maturità che il sistema sanitario lombardo ora deve vincere.

fonte: ilsussidiario.net

autore: Antonello Zangrandi

Le Finanziarie regionali. Strumenti di finanza pubblica per l’intervento sul territorio

Lunedì, 23 Novembre, 2009

finanziarie_regionali.jpg

Il complesso scenario di sviluppo socio-economico, finanziario, nazionale e internazionale, impone un adeguamento delle strategie e degli strumenti a disposizione delle Finanziarie regionali che siano, però, sempre strettamente funzionali e compatibili con le scelte e le politiche delle autorità regionali, vista la natura delle società, elementi di raccordo tra le esigenze del sistema produttivo e gli interessi economici e territoriali tutelabili dalle Regioni.
Da qui la necessità di comprendere cosa si nasconde dietro il fenomeno delle finanziarie regionali italiane. Lo scopo dell’Osservatorio è quello di analizzarne gli attuali modelli, valutarne gli impatti sul territorio e verificarne l’adeguatezza dei modelli operativi in risposta alle esigenze dello stesso, ricercando dei modelli di sviluppo, puramente teorici o già implementati con successo in altre realtà, che siano consoni alla mission caratteristica di questi istituti.
Nell’ottica di interpretare e anticipare le possibili linee di tendenza dei modelli di business delle finanziarie regionali, lo studio, sulla base di una impostazione metodologica operativa, contiene una identificazione e selezione di tutte le informazioni rilevanti ai fini della mappatura delle realtà indagate.
L’Osservatorio ha inteso verificare le luci e le ombre che si attribuiscono a queste realtà, cercando di fornire risposte a molti dei quesiti che in questi anni hanno animato il dibattito e soprattutto sfatando pregiudizi che non siano argomentati da rilevazioni oggettive.
Il volume rientra nella collana “Capire il Presente”.
Tale collana contiene analisi e rapporti su aspetti rilevanti della realtà socioeconomica italiana ed internazionale.
Essi sono caratterizzati dalla completezza dei dati empirici riportati e dall’originalità delle interpretazioni e soluzioni proposte.

A cura di: Marco Giorgino
Coordinamento Operativo: Elena Bazzanini
Gruppo di Ricerca: Fabrizio Colarossi, Francesca Leone, Elisa Ughetto
Con il contributo di: Filas, FILSE, Finlombarda, FinPiemonte, Friulia, SFIRS
Editori: ETAS

Sviluppo e giustizia cominciano con l’istruzione

Venerdì, 20 Novembre, 2009

piero_gheddo.jpg

di Piero Gheddo 

L’allarme continua a risuonare, sempre uguale eppure sempre più forte: nel 1996 c’erano 830 milioni di affamati nel mondo; oggi a soffrire sono un miliardo e venti milioni di persone. Un popolo sterminato davanti al quale è impossibile chiudere gli occhi. Il segretario generale della Fao, il senegalese Jacques Diouf, afferma che questa è «la peggiore crisi di fame nel mondo degli ultimi quarant’anni» e spiega che «servono circa 44 miliardi di dollari» per ingaggiare e vincere la battaglia. Richiesta sacrosanta, che rimbalza nei mass media internazionali, ma a quanto pare – oggi come ieri – senza la minima possibilità di ottenere più di un’eco. Il mondo è ancora in crisi economica, e a tutti sembra che la fame di così tanti esseri umani sia soprattutto il risultato di una mancanza di soldi.

Da cinquant’anni visito l’Africa. Il ritornello che più spesso ho sentito ripetere da missionari e volontari italiani tra i contadini più poveri e meno istruiti è questo: «Qui si produce troppo poco per mantenere un Paese come questo, la cui popolazione aumenta rapidamente». La Fao stessa, sin dal principio di questo terzo millennio, segnala che l’Africa profonda importa circa il 30% del cibo di base che consuma (riso, grano, mais). E io cito spesso questa esperienza esemplare e significativa: a Vercelli produciamo 80 quintali di riso all’ettaro, nell’agricoltura tradizionale dell’Africa a sud del Sahara 5 quintali. La differenza tra 80 e 5 è l’abisso che c’è tra ricchi e poveri del mondo. E si noti, la minor produzione non è data dalla mancanza di macchine, ma dalla poca istruzione del contadino africano. Le campagne africane sono un cimitero di trattori che non funzionano, di pozzi da cui non si sa più tirar su l’acqua.

In altre parole, i soldi per lo sviluppo ci vogliono e tutti ci auguriamo che il mondo sviluppato tiri fuori i 44 miliardi richiesti dalla Fao. Ma assieme ai finanziamenti e alle tecnologie sono indispensabili uomini e donne che consacrino la vita (o qualche anno della loro vita) per compiere con le popolazioni locali un cammino di crescita comune, anche in campo agricolo. Giovanni Paolo II scriveva nella Redemptoris Missio (n. 58): «I missionari sono riconosciuti anche come promotori di sviluppo da governi ed esperti internazionali, i quali restano ammirati del fatto che si ottengano notevoli risultati con scarsi mezzi». Visitando l’Africa rurale, si incontrano fiorenti poli di sviluppo tra popolazioni poverissime, originati da missionari e da volontari che hanno puntato sulla sviluppo umano della gente del posto.

Bisogna rendersi conto del fatto che i governanti africani, per mille motivi fra i quali anzitutto la corruzione e anche per la vastità del territori loro affidati, trascurano le campagne (e magari le cedono a società o, direttamente, a potenze straniere). In molti villaggi africani si ignora la ruota, la carriola e il carro agricolo (le donne portano tutto sulla testa), l’aratro, i fertilizzanti, il piccolo mulino ad acqua, l’irrigazione artificiale, la piscicoltura nei laghetti artificiali… Ma chi va a insegnare la via verso queste piccole e decisive rivoluzioni non violente?

E ancora: il 50% degli africani è analfabeta e molti di quelli già “alfabetizzati” non sanno più leggere né scrivere. Come può svilupparsi un popolo semi-analfabeta in un mondo come il nostro? Dell’emergenza educativa in Africa, però, non si parla mai. Si parla – quasi sempre senza seguito – di aumentare gli aiuti economici, dei prezzi delle derrate alimentari e di altre situazioni che opprimono i popoli più poveri e meno istruiti, che non hanno la forza e, spesso, nemmeno la coscienza di dover protestare. Eppure lo sviluppo di un popolo parte dall’interno del popolo stesso e passa inevitabilmente per l’istruzione. Primo investimento strutturale contro il sottosviluppo, la sottomissione e la corruzione.

fonte: avvenire 16 nov. 2009

La montagna dalle sette balze

Mercoledì, 18 Novembre, 2009

merton.jpg

di Alfredo Mendiz*

(…) Merton è nato a Prades, nella “Catalogna Nord” (in Francia, ma a ridosso dei Pirenei catalani), nel 1915. Ha pubblicato La montagna dalle sette balze, libro autobiografico dal titolo significativamente dantesco, nel 1948, sette anni dopo il suo ingresso in un monastero trappista del Kentucky. Perciò nelle vecchie edizioni c’era in copertina un trappista. Nell’ultima invece (Garzanti, 2006) è raffigurata una distesa infinita di montagne.

Il racconto è quello di uno spirito assetato di senso che si dibatte tra l’Europa e l’America, tra la miseria e il benessere, tra l’idealismo e i cedimenti. Nel 1938, Merton approderà alla fede cattolica nel New York dell’Università di Columbia, delle riviste letterarie e delle attrici di Broadway. Pochi mesi dopo, un amico ebreo (soltanto alcuni anni più tardi diventerà cattolico) lo spinge involontariamente alla trappa, quando un giorno gli spiega che non gli piacciono i cattolici come lui, che vogliono essere “buoni cattolici” ma non sanno cosa sia un buon cattolico. “Avresti dovuto dire che vuoi essere un santo”, gli fa lapidariamente l’amico, a conclusione del suo discorso.

Questa la storia, ridotta al succo. Ma Merton è uno dei grandi poeti americani del Novecento, e La montagna dalle sette balze, come altri suoi libri meno conosciuti (di poesia e di spiritualità, soprattutto), è avvincente forse più per il suo valore letterario che per i suoi contenuti religiosi, pur essendo questi, almeno per me, davvero seducenti.

Un banale incidente domestico troncherà la vita di Merton nel 1968 a Bangkok, dove partecipava a un congresso sul monachesimo. Pochi anni prima, una infermiera conosciuta durante un ricovero in ospedale aveva travolto il suo cuore come ai tempi dell’adolescenza. Il rapporto con lei, non intimo ma comunque incompatibile con la sua scelta di vita, ha avuto un lieto fine, per così dire: il lieto fine che il suo abate ha forzato quando, dopo vari tentativi vani di dissuasione, gli ha detto determinatamente di non sentire più quella donna. Con questa aggiunta: “Non è un consiglio, è un ordine”. E Merton, che naturalmente era stato cresimato e quindi era “soldato” di Cristo, ha obbedito.

Questo, comunque, La montagna dalle sette balze, che è anteriore, non lo racconta.

*http://buenoslibrosnosdedios.blogspot.com/

Senza etica la finanza fallisce

Lunedì, 16 Novembre, 2009

gottitedeschi_ettore.jpg 

di Ettore Gotti Tedeschi

Si dice che non fosse possibile prevedere i rischi della finanza globale e le sue conseguenze. Non è vero. È vero invece che le previsioni di questi rischi hanno spiegazioni di carattere morale. Per questo sono state trascurate e delegittimate. La finanza ha in qualche modo voluto imporre una sua autonomia morale, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Già trent’anni fa era stata prevista l’impossibilità di assicurare lo sviluppo economico sostenibile con una crescita demografica pari a zero. Ci si domandava se fosse logico ed etico proporre l’illusione di uno sviluppo fondato solo sulla crescita individuale dei consumi. Se fosse logico ed etico far assorbire dalla crescita dei consumi la crescita dei costi sociali (pensioni e sanità) provocando l’aumento delle tasse. Se fosse logico ed etico trasformare un popolo di risparmiatori in un popolo di consumatori indebitati. Se fosse logico ed etico imporre all’uomo globalizzato di andare a cercare lavoro lontano da casa.

Si accettava poi come molto etico (anche se non molto logico) permettere a tutti di avere una casa, anche a chi non poteva permetterselo. Furono così inventati i mutui subprime, con le conseguenze che conosciamo. Questo modello è un classico esempio di fine buono - la casa per tutti - perseguito con mezzi cattivi, cioè con una struttura finanziaria insostenibile. Ci si domandava quindi se fosse etico finanziare questo modello con i risparmi dei cittadini, investiti spesso in prodotti finanziari incomprensibili. E ci si domandava anche se fosse logico ed etico accettare che le banche adottassero modelli concorrenziali centrati sulla crescita di valore per gli azionisti, costringendole così a produrre rischi eccessivi e poca trasparenza pur di dimostrare la crescita degli utili.

Le domande, dunque, erano moltissime. Ma a esse si è risposto con altre domande: cosa c’entra l’etica? E quale etica, poi? Ora però s’impone un altro quesito: quale sarà il costo di questo deficit etico? Dopo l’illusione di ricchezza di questi anni la prima conseguenza è che per un po’, finché non sarà assorbito il disavanzo prodotto, le banche finanzieranno meno il sistema economico, che, a sua volta, produrrà meno e pagherà meno. Noi consumeremo meno e risparmieremo meno. In pratica vivremo più poveramente. E saremo inoltre costretti ad accettare una qualche forma di statalismo a sorpresa, secondo gli strumenti che verranno adottati: maggiori tasse e inflazione, minori tassi e remunerazione dei risparmi - probabilmente sotto il tasso di inflazione - che rappresenteranno così un’imposta occulta di trasferimento della ricchezza.

L’invito di Benedetto XVI è quindi opportuno. Il Papa ci ricorda innanzitutto che il denaro è solo uno strumento e, in quanto tale, non deve distrarci dai fini. È vero che se non si crea ricchezza non la si può distribuire, ma se si crea male - come è successo in questi anni - si distrugge un doppio valore: quello della ricchezza e quello dell’uomo. Il modello di capitalismo inconsistente degli ultimi anni ha dato vita a un’utopia economica che a sua volta ha causato gravi degenerazioni.

Il valore dell’individuo è stato infatti valutato su quanto egli potesse guadagnare, spendere, consumare. Ma anche a questo, ormai, non crede più nessuno e regna la sfiducia. Nella società la fiducia è un valore economico fondamentale, ma lo si capisce quando viene a mancare. La fiducia si fonda sulla condotta etica degli operatori e produce miglioramento della concorrenza, credibilità, motivazione e cooperazione; consente stabilità, garantendo valore finanziario all’impresa e permette sviluppo, stimolando creatività ed efficienza. Il mercato oggi chiede soprattutto certezze e rispetto delle regole: la scorrettezza nella finanza produce infatti un costo inaccettabile per la collettività. Ma per risanare l’economia e generare nuova fiducia è necessario prima di tutto superare il deficit di logica e di etica che ha segnato questi anni. Altrimenti le soluzioni saranno solo temporanee.

fonte: L’Osservatore Romano - 9 novembre 2008
 

powered by wordpress - progettazione pop minds