Archivio di Gennaio, 2010

Social Energy Meter

Sabato, 30 Gennaio, 2010

Computer Mediated Life

Venerdì, 29 Gennaio, 2010

Il valore dell’informazione

Giovedì, 28 Gennaio, 2010

debortoli.jpg

di Ferruccio de Bortoli 

(…) qual è il valore dell’informazione e, in particolare, dell’informazione economica? Il valore di un brand editoriale? Alcune risposte le possiamo rintracciare in avvenimenti recenti. Due operazioni finanziarie, una conclusa (l’acquisto da parte di Murdoch del Wall Street Journal), una ancora no (l’offerta di questi giorni di Arnault per Les Echos) dimostrano che si possono pagare multipli dell’ebitda assolutamente improponibili per un’azienda normale. Perché il valore intangibile del brand, ma meglio della reputazione e della credibilità di grandi gruppi dell’informazione economica, è difficile da stimare e non compare in bilancio. Questo attivo non è fatto soltanto dalla sommatoria delle competenze individuali, ma anche dalla storia, dal prestigio e soprattutto dal grado di indipendenza reale e percepita di un grande organo d’informazione. Ognuno di noi vi contribuisce. Nessuno escluso. Dunque, quel valore sta in tutti noi e noi abbiamo il dovere, quantomeno morale se non contrattuale, di difenderlo in ogni occasione. Senza dimenticare che il brand del giornale e del gruppo è sempre superiore a quello individuale. I giornali in cui sono stato hanno dato a me più di quanto io, in piccola parte, abbia dato a loro. Ora, che Murdoch e Arnault paghino tanto conferma il valore dell’informazione economica autorevole, ma anche, in negativo la sua esposizione a dubbie operazioni extra editoriali. L’informazione è uno strumento di libertà, ma anche un’arma del potere, in particolare economico. La crisi dei mercati di questa estate ha fatto emergere quanto ampie siano le asimmetrie informative fra operatori e quanto ancora profonda l’ignoranza degli strumenti finanziari. La globalizzazione ha moltiplicato l’esigenza di un’informazione in tempo reale, corretta e attendibile, ma anche la necessità che la nebbia dei rischi invisibili si diradi in fretta, senza costi eccessivi. Questo è anche il compito dei media autorevoli e indipendenti. Non a caso il Nobel dell’economia di quest’anno è andato a tre economisti americani (Hurwicz, Myerson e Maskin) che studiano le asimmetrie informative. E non è la prima volta. La qualità e il livello di concorrenza dei mercati sono condizionati dalla libertà di accesso alle informazioni necessarie e utili. Se sono poche limitano il grado di decisione di un operatore. Se sono troppe lo confondono. Si parla molto, e non senza qualche ragione, degli eccessi dei media e dei loro errori, ma il costo della non informazione non viene affatto valutato. Eppure è altissimo, in particolare in una economia globalizzata. C’è più market abuse nei silenzi e nelle incompletezze. C’è molta più perdita di libertà e reddito, per operatori e consumatori, là dove c’è opacità e arbitrio. Il costo della non informazione è elevato per i risparmiatori che danno fiducia a prodotti finanziari senza conoscerne appieno i rischi, come è accaduto per molti corporate bond, o più recentemente per i contratti derivati e le obbligazioni strutturate. E’ elevato per gli azionisti che sottoscrivono azioni di una società senza conoscerne le reali condizioni. E’ elevato per le aziende migliori che non vedono riconosciuti i loro meriti in mercati dove non c’è trasparenza ed onestà. E’ elevato per un’economia nel suo complesso, che cresce meno o cresce male. Ma l’informazione economica non né un fastidio né un male necessario, come purtroppo, ritengono molti membri della business community, in particolare quella italiana. Il valore di una informazione autorevole, libera ma responsabile, è largamente sottostimato. Tutti l’apprezzano e la invocano quando i giornalisti si occupano degli altri, dei concorrenti e degli avversari; tutti la detestano e la sospettano quando i cronisti mettono il naso negli affari personali o societari. Ma una classe dirigente, politica ed economica, moderna e avvertita, dovrebbe richiedere e apprezzare un’informazione indipendente, anziché sospettarla o adoperarsi per tenerla distante o tentare di piegarla ai propri interessi. La leadership vera si forma nel rispetto dei media seri e responsabili, così come nella cultura delle funzioni di garanzia e delle autorità indipendenti. Solo così si tutelano i soggetti più deboli, e si valorizzano quelli più meritevoli. Una società informata male è poco efficiente, ha poteri opachi. Poteri, anche quelli cosiddetti forti, che alla fine non rendono conto a nessuno. Ma, soprattutto, senza un’opinione pubblica consapevole e informata bene, un Paese non è in grado di scegliere al meglio le persone destinate a governarlo, né di indicare le priorità del futuro, né di riscoprire i legami di una cittadinanza che noi sentiamo debole e strappata. Un Paese così non è solo meno libero, ma anche più povero. E non soltanto di spirito. Ma per fortuna c’è qualche barlume, qualche raggio… Grazie a tutti.

fonte: Convention Il Sole-24 Ore, Milano 20 ottobre 2007

Ebrei e cattolici sono più vicini di come li dipingono

Martedì, 26 Gennaio, 2010

sina22.jpg 

di Bruno Mastroianni

Qualcuno dovrà pur ammetterlo. La quantità spropositata di rumori, analisi e valutazioni che hanno anticipato e seguito la visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma ha avuto l’effetto di lasciarci un po’ storditi.

Quasi esanimi, e anche un po’ stufi, ci siamo lasciati trasportare dalle onde dei giudizi – positivi e negativi – snocciolati in successione, tra uno spettro di Pio XII, un raffronto col passato e carrellate assortite di imprecisioni su preghiere del Venerdì Santo e altri presunti (e infondati) imbarazzi di Ratzinger nei confronti del popolo d’Israele.

Così, dispersi tra le solite due o tre questioni conflittuali che fanno la gioia dei titolisti, ci siamo distratti su ciò che accadeva dentro: due capi religiosi, uno ebreo e l’altro cristiano, che risalivano alla radice di ciò che, realmente, può risolvere le incomprensioni e costruire il cammino futuro. Una faccenda ben più radicale di quelle diplomatiche, storiche o conciliari che ci sono tra le due comunità religiose. Il rabbino Di Segni e papa Ratzinger, nei loro discorsi, hanno ribadito l’unica cosa che può rendere gli uomini fratelli e capaci di impegnarsi per il bene: riconoscersi creature. Eccola la reale portata dell’evento: nella Sinagoga della città eterna, un papa tedesco e un rabbino romano univano gli sforzi per ricordare al mondo che senza Dio non si va da nessuna parte.

L’insistenza mediatica su pruriti e ferite aperte, più che completezza dell’informazione, pare quasi una manovra evasiva per difendersi dalla questione posta in modo irresistibile dai due interlocutori.

fonte: tempi.it

Come essere credibili per convincere impreditori come Zappacosta a tornare ad investire in Abruzzo?

Giovedì, 21 Gennaio, 2010

zappacosta.jpg«Mi dispiace, ma torno in America»


L’ingegner Pierluigi Zappacosta, nato a Chieti nel 1950, vive nella Silicon Valley da 30 anni; qualche settimana fa era tornato in Italia per controllare gli investimenti fatti attraverso il suo fondo Faro. Quasi per caso lunedì scorso ha partecipato a una tavola rotonda al Meeting di Rimini, tema: l’impresa che cresce. In realtà, secondo il fondatore di Logitech, l’impresa in Italia non cresce affatto, perché manca una cultura che favorisca l’imprenditorià e il libero mercato. E perché la classe politica «non capisce nulla di economia». La platea è rimasta colpita e ha molto applaudito. Salvatore Carrubba ha invitato l’inegnere a restare in Italia e proseguire le sue «lezioni di capitalismo applicato» (si veda «II Sole-24 Ore» del 23 agosto). Ma lui era già volato ad Amsterdam per una conferenza sul multiculturalismo, e da lì volerà in Calitornia. Non prima di ribadire le sue tesi.

Si aspettava tante reazioni al suo intervento di Rimini?

Assolutamente no. Non ho mai fatto politica nella mia vita e non mi piace stare al centro dell’attenzione. Il mio intervento al Meeting, “Un anno in Italia”, era il racconto della mia esperienza: nel 2005, ho creato Faro, un piccolo fondo di investimenti, e ho scelto di lavorare con tre aziende della mia regione, l’Abruzzo. Però vivo e lavoro negli Stati Uniti da molto tempo e volevo evitare che mi si accusasse di “giudicare senza sapere”. Il tono dell’intervento era informale, non cattedratico. Se ha avuto tanta eco forse è perché, come diceva Victor Hugo, c’è una cosa più forte di tutti gli eserciti del mondo: un’idea il cui tempo sia giunto.

Allora è ottimista.

In realtà no. Resto convinto che fare impresa in Italia sia molto più difficile che altrove e che ci vorrà molto impegno condiviso per cambiare il sistema. E poi sono d’accordo con l’analisi fatta di recente dall’Economist: gli italiani devono toccare il fondo prima di darsi una mossa. E il fondo non l’abbiamo ancora toccato.

Salvatore Carrubba l’ha invitata a restare in Italia. Non è un po’ tentato di dire di sì?

La mia vita è ad Atherton, in California. In Italia ci sono i miei genitori, le mie radici e, da circa un anno, i miei investimenti in tre aziende abruzzesi in cui credo: Innova, Tecnomatic e Del Verde. Tornerò regolarmente per questi due motivi, ma non per fare l’imprenditore. Ormai sono abituato agli Stati Uniti e alla loro cultura d’impresa: qui potrei impazzire davanti alle difficoltà burocratiche e legislative. La vicenda dei call center si commenta da sola.

La commenti anche lei.

La decisione di imporre alle aziende di assumere persone a tempo indeterminato dimostra che la maggior parte dei politici non capisce nulla di economia. Forse anche perché nella loro vita, a parte occuparsi di politica, non hanno mai fatto alcunché di produttivo. La libertà di assumere è indissolubilmente legata a quella di licenziare. Un mercato del lavoro flessibile è un mercato del lavoro dinamico e quando si perde un lavoro si entra subito nell’ottica di trovarne un altro. La logica a cui si ispirano le leggi italiane è vecchia, legata a quando il lavoro da tutelare era quello delle fabbriche. L’economia e la società sono cambiate, oggi la maggior parte dei lavori sono nel comparto dei servizi. Ma qui la classe politica, e in certa misura la classe dirigente nel suo complesso, fa finta di non accorgersi dei cambiamenti.

Eppure lei ha deciso di investire in Italia.

Poco più di un anno fa mi ha scritto un commercialista di Pescara, spiegandomi che a Chieti Scalo, la periferia della periferia dell’economia italiana, c’erano tre ragazzi che lavoravano a un progetto per trasformare energia solare in energia elettrica. Avevano chiesto un finanziamento a una banca locale, ma le banche italiane non finanziano le idee. Gli avrebbero dato soldi solo se avessero mostrato di possedere un capannone. Se raccontassi una cosa del genere ai venture capitalist che hanno fatto la fortuna della Silicon Valley, non saprebbero se ridere o piangere. Quando ho conosciuto questi ragazzi di Chieti Scalo ho capito che il loro progetto era valido e che sarebbe stato un delitto non offrirgli una possibilità. Se è vero che il sistema Paese non funziona, è altrettanto vero che in Italia esistono talenti e forze creative. Per questo mi è tanto doloroso constatare che non possono esprimersi.

fonte: Il Sole 24 Ore, 26 agosto 2006

Google: libertà o dittatura culturale?

Mercoledì, 20 Gennaio, 2010

google.jpg

di Michele Crudele

Secondo alcune stime (1) l’86% degli italiani usa Google come motore di ricerca primario. Dall’analisi delle ricerche effettuate risulta che molta gente scrive nella casella di Google il nome completo del sito dove vuole andare (per esempio www.ares.mi.it) invece di scriverlo sulla barra degli indirizzi del browser.

Questo comportamento indica che Google è il punto di partenza universale per la navigazione Internet. Considerato che il 74% degli italiani accede una volta al giorno a Internet (2), siamo in presenza di un monopolio dell’accesso all’informazione. Microsoft non è riuscita in Italia con Live.com a contrastare questo predominio, e ha perso terreno persino negli Usa. Pochi mesi fa ha lanciato una nuova sfida, finora con poco successo (3), trasformandolo in Bing.com annunciato come motore «decisionale» e non di semplice «ricerca», ma in realtà persino simile graficamente a Google. Forse hanno preso spunto dalla frase di uno dei fondatori di Google, Larry Page, pronunciata tre anni fa: «Il motore di ricerca definitivo capirà tutto nel mondo. Capirà tutto ciò che chiederete e vi darà istantaneamente proprio la cosa giusta» (4). Se non fosse che Brin e Page hanno creato dal nulla una macchina potentissima quanto a impatto sulla società e ricchissima quanto a risultati economici con quasi 500 milioni di dollari al mese di utile netto, non prenderemmo sul serio una tale affermazione. Ma chi avrebbe potuto prevedere, durante il predominio del motore di ricerca Altavista a metà degli anni Novanta, che sarebbe nato subito un sistema più veloce e più accurato tale da far quasi scomparire in poco tempo la concorrenza? E chi avrebbe immaginato che l’annuncio del proposito «impossibile» di digitalizzare tutti i libri del mondo avrebbe visto in pochi mesi seguire la disponibilità reale di dieci milioni di volumi (5) su cui poter fare ricerche testuali gratis? Insomma, sembra proprio che Google ci abbia dato una libertà culturale senza precedenti, rendendo accessibile una mole di informazioni prima irraggiungibile o costosa. Pensate ai libri rari, conservati in poche biblioteche nel mondo, messi a disposizione di tutti: una meraviglia culturale.

Lo stesso risultato per tutti

Qual è il motivo di tale successo? La pertinenza dei risultati di fronte a qualsiasi richiesta scritta con parole chiave o in linguaggio naturale, mostrando testi, foto, filmati e mappe stradali connessi al tema cercato. Normalmente la lista risultante è di migliaia o milioni di siti ma è noto che pochi sfogliano le altre pagine (normalmente oltre la decima posizione) e una buona parte si ferma ai primi cinque risultati, accompagnati spesso da qualche collegamento a siti che hanno pagato, ma che si distinguono per la posizione in cui appaiono.
Dobbiamo osannare Google, quindi, per averci aperto nuove frontiere della cultura, mettendo sullo stesso piano il ricercatore specializzato e il bambino della scuola primaria: entrambi avranno lo stesso risultato alla stessa ricerca. È proprio questo il punto preoccupante: lo stesso risultato. Immaginate un professore che assegna un compito su Galileo ai propri alunni, dato che siamo nel 400° anniversario delle sue prime osservazioni astronomiche. A parte qualche caso raro dovuto alla Google dance, cioè al tempo di sincronizzazione tra i vari server nel mondo, gli studenti che usano Google (praticamente tutti) scriveranno «Galileo Galilei» o semplicemente «Galileo», ottenendo al primo posto la Wikipedia con una voce enciclopedica abbastanza esaustiva, per cui tutti quanti attingeranno a piene mani con il «copia e incolla». Il docente si troverà tra le mani ricerche tutte uguali, magari anche contenenti lo stesso errore o refuso presente nella Wikipedia. Avremo ottenuto un’omologazione completa dei lavori degli studenti, ancor più simili tra loro di quando avevano a disposizione solamente enciclopedie stampate: in quel caso, per lo meno, non tutti avevano la stessa. La Wikipedia (6), gratuita, è diventata invece ora l’unica utilizzata da tutti. Si sa che è scritta da «gente qualsiasi» per cui è intrinsecamente inaffidabile, pur essendo spesso di alta qualità e precisione: proprio la voce su Galileo risulta curiosamente abbastanza equilibrata, pur trattandosi di un personaggio molto discusso. Solo gli studenti più capaci e con spirito critico sapranno andare oltre la banalità e cercheranno qualcosa di più specifico del semplice nome dell’illustre pisano. Qualche «esperto» proverà a usare un metamotore come Ixquick o uno che raggruppa i risultati come Clusty. Avrà anche lui problemi di affidabilità, perché difficilmente riuscirà a capire se ciò che trova è vero o falso, completo o incompleto, neutrale o ideologico, ma almeno avrà arricchito di nuove prospettive la propria ricerca.

Pochissimi disservizi

Il fatto di essere inaffidabile non vuol dire che non ne possiamo fare un uso ragionevole: viviamo in un mondo imperfetto e basiamo molte nostre scelte su conoscenze incerte. Ma abbiamo imparato a vivere in questo mondo e limitiamo i danni anche dalle situazioni impreviste. Un esempio di risultato molto affidabile dalla somma di tante inaffidabilità è proprio l’infrastruttura tecnologica di Google che sin dall’inizio ha impiegato dischi a basso costo per memorizzare l’enorme mole di dati sui quali fare le ricerche. A differenza di altre grandi aziende che usano sistemi «robusti» che garantiscono pochissime rotture, Google ha preferito spendere meno comprando hardware poco affidabili, ma rafforzando l’intero sistema con la ridondanza: se si rompe un disco, siccome le sue informazioni sono duplicate su altri, non c’è nessuna conseguenza negativa. Google ha avuto pochissimi disservizi in questi anni, molto inferiori a quelli di qualsiasi grande azienda. Un esempio in àmbito sociologico è il comportamento degli acquirenti: molti si fidano di più dei commenti di persone qualsiasi (conosciuti o sconosciuti, della cui affidabilità non si sa nulla) sui prodotti da acquistare, che delle specifiche tecniche o delle dichiarazioni dei venditori, anche quando questi hanno fama di serietà. Questo comportamento è stato trasmesso anche agli acquisti su Internet, caratterizzati da un grande uso dei commenti degli utenti.
Che cosa possiamo dire riguardo alla cultura derivata dalla navigazione Internet? Possiamo sperare che generi affidabilità partendo da contenuti inaffidabili? Dipende dalla capacità dell’utente di discriminare i contenuti. Non c’è ancora una tradizione formativa in questo campo e siamo in presenza di una dittatura culturale: apparentemente abbiamo libertà di attingere a un numero di fonti così elevato che non ci basta una vita per esaurirle, e in realtà ci riduciamo tutti a usare il primo o il secondo risultato di Google. Gli esperti obietteranno che Google fornisce strumenti di personalizzazione: infatti, soprattutto se attivo la cronologia delle ricerche, tenendo sempre attiva la mia identità (7) Google, avrò risultati configurati sulla base della storia dei miei interessi, delle parole chiave che ho usato, del mio profilo personale. Google capirà quindi che sono di Bari e cercando «Gazzetta» mi offrirà, dopo la popolarissima Gazzetta dello sport, quella del Mezzogiorno, piuttosto che quella Ufficiale come capita agli altri. Bello, ma pericoloso, dicono altri esperti, preoccupati per la violazione della privacy, visto che Google sa proprio tutto di me e dei miei gusti: persino la pubblicità contestuale – sempre pertinente alla pagina che sto visitando – risulta una risposta alle mie esigenze mai espresse esplicitamente.

Google mi sta aiutando o mi sta spiando? Non credo alla teoria del complotto che identifica l’azienda americana con il Grande Fratello (quello di Orwell, non quello della Tv), ma riconosco un certo rischio nell’affidare a loro tante informazioni su di me. Supponendo che facciano sempre onore alla loro «sesta verità» (8) – «è possibile guadagnare senza fare del male a nessuno» –, che cosa succederebbe se uno dei centri di calcolo fosse requisito da terroristi? Questi potrebbero accedere ai dati di milioni di persone, visto che sono moltiplicati e distribuiti in diverse parti del mondo proprio per garantire quell’affidabilità di cui abbiamo parlato.

«Nativi» & «immigrati»

Torniamo al problema della dittatura culturale. È facile accusare Google. Molti lo fanno, tacciandolo di furto di notizie di agenzie perché le raccoglie e mette in ordine per argomenti senza retribuire chi le scrive. C’è anche chi protesta per abuso di posizione dominante quando Google arbitrariamente abbassa i guadagni dei siti che ospitano le inserzioni (9) senza ridurre i costi per gli inserzionisti, e così supera la crisi economica, dato che la quasi totalità delle sue entrate dipende dalla pubblicità. L’accusa sui risultati delle ricerche invece non regge: la responsabilità è dell’utente pigro che si accontenta del primo risultato. O meglio, è colpa della mancanza di formazione alla cultura di Internet che faccia comprendere che cosa si trova in rete e perché. Poche persone conoscono i meccanismi di pubblicazione dei siti web e ancor meno quelli di selezione e ordinamento dei motori di ricerca. Mi ha sorpreso il tema di maturità di quest’anno su Social Network, Internet e New Media: quanti docenti saranno stati in grado di valutare la correttezza dei contenuti proposti dagli studenti? La mia esperienza di lezioni tenute in scuole di tutt’Italia dimostra che i professori sono ampiamente impreparati su questi argomenti. Hanno seguito corsi di informatica per imparare a usare il computer, ma non hanno avuto una formazione specifica di carattere epistemologico e sociologico all’uso della rete. D’altronde i formatori in questo campo sono veramente pochi in Italia.

La categoria sulla quale concentrarsi maggiormente è, a mio parere, quella dei maestri. I bambini sono «nativi digitali», cioè sono cresciuti con la tecnologia delle telecomunicazioni come parte della propria esperienza di vita. I maestri sono, nel caso migliore, «immigrati digitali», cioè persone che faticosamente cercano di imparare la lingua del Paese in cui si sono trasferiti loro malgrado: il villaggio globale Internet. Spesso sono invece «trogloditi digitali», non capaci o, peggio ancora, senza nessuna voglia di apprendere proprietà e metodi della rete mondiale, convinti che i metodi tradizionali della didattica sono insuperabili. E intanto i bambini a casa, e spesso anche a scuola (10), navigano senza protezioni alla mercé non solo dei pedofili (più frequentemente di quanto si pensi) ma anche dei corruttori della cultura. Per non parlare del problema della legalità informatica, del tutto assente nei programmi scolastici di educazione civica. La facilità con cui giovani e adulti violano i diritti d’autore, scaricando film e musica «pirata», o abboccano alle truffe via posta elettronica perdendo la propria identità elettronica oppure, ignari, trasformano con un virus il proprio computer in strumento di crimini organizzati, porta a pensare che la sopravvivenza nella rete informatica mondiale sia impossibile (11). Invece, da una parte si stende un velo sui comportamenti illeciti (12) e dall’altra ci si rassegna a perdere un po’ di soldi dalla carta di credito e si sopportano pazientemente malfunzionamenti. Nessuno ha insegnato loro come attraversare la strada evitando di essere investiti (mia madre mi insegnò a guardare a destra e a sinistra anche nelle strade a senso unico) e dovranno fare esperienza sulla propria pelle: qualcuno ci rimetterà le penne e altri diventeranno scaltri. Dovremo attendere una generazione perché ci sia una trasmissione educativa di comportamenti su Internet, ma corriamo il rischio che il modus operandi comune non sia eticamente corretto perché non c’è nessuno che insegna. Una frontiera attuale ancora poco esplorata è la navigazione da dispositivi mobili: in Giappone un terzo delle ricerche su Google sono fatte da telefonini e c’è molta gente che legge libri disponibili in rete usando lo schermo del proprio cellulare.
Intanto guardiamo al prossimo futuro di Google che, bene o male, ci coinvolgerà. Sarà Google Voice, con il numero telefonico universale, oppure Google Wave con un nuovo sistema di comunicazione integrato tra mail, blog, instant messaging e altre forme di dialogo o discussione anche con persone di altre lingue perché traduce tutto al volo, oppure ancora Google Health, affidandogli tutte le informazioni sulla nostra salute. Nel frattempo ci godiamo Google Maps e annessi per trovare i migliori percorsi stradali e vedere la fotografia di casa propria con il balcone immortalato nel suo disordine, magari facendo un giro sulla superficie di Marte o della Luna, per ammirare le foto degli astronauti delle missioni Apollo, passando per il fondo dell’oceano Atlantico e tornando a guardare il cielo stellato fotografato con grande dettaglio.

Contro la dittatura, l’educazione

Tutto ciò è consumo passivo di risorse. Sarebbe bello passare all’attacco: fare in modo che giovani e meno giovani (penso a tanti pensionati docenti) contribuiscano positivamente alla crescita di Internet scrivendo sulla Wikipedia, pubblicando filmati educativi su YouTube, migliorando le traduzioni automatiche di Google Traduttore (che si basa su un’analisi statistica di testi bilingue e chiede se vogliamo proporre alternative), correggendo le mappe stradali (13).
Due interventi di quest’anno di personaggi pubblici mi hanno colpito. Alberoni scrive sul Corriere della Sera (14) affermando che la «nuova generazione non ha radici, non ha fondamenti etici, non ha cultura né classica, né politica […]. A volte mi domando se a questi adolescenti non farebbe bene un periodo di moratoria, in cui si chiudano loro YouTube, le chat, le discoteche, si limiti l’uso di Internet e dei cellulari per consentire loro di ricominciare a parlare, di riprendere contatto con le altre generazioni, con i giornali e i libri». Giorgio Israel scrive sul suo blog (15) commentando la proposta di riforma elementare inglese: i bambini «riscriveranno Shakespeare in versione Bill Gates, individuando col correttore Microsoft i troppi errori grammaticali di quell’autore. Ricaveranno notizie attendibilissime da Wikipedia, per esempio che Benedetto XVI ha nuovamente condannato Galileo. Inflazioneranno il mestiere di dattilografo. Saranno maestri di podcast, Facebook e costruzione di blog, e navigheranno in Internet da mane a sera (cosa difficilissima, come ben si sa). Se andrà in porto un simile folle progetto la Gran Bretagna sarà popolata da legioni di piccoli mentecatti».
Entrambi hanno un fondo di verità, espressa in forma iperbolica ma senza una proposta di soluzione in linea con la tendenza inarrestabile del comportamento giovanile. La mia proposta è invece quella di sempre contro i rischi di dittatura: l’educazione. Un popolo ignorante si fa dominare dal tiranno. Una generazione passiva può essere dominata da Internet (o da Google). Perché non ci muoviamo noi educatori? La missione ufficiale di Google è «organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e fruibili». È un intento nobile: cerchiamo di contribuire a mantenerlo tale facendo capire ai giovani come e perché funziona. Ci richiederà un po’ di sforzo perché dovremo prima capirlo noi, ma ne vale la pena.
Note
1 Sems - Search marketing strategies, indagine del maggio 2008.
2 Survey Shack 2009 per conto di Microsoft: http://www.microsoft.com/italy/stampa/ comunicati_stampa/mag09/survey.mspx.
3 Le statistiche di utilizzo mostrano un leggero aumento della fetta di mercato, ma molti utenti si lamentano della scarsa rilevanza dei primi risultati: per esempio, cercando Galileo nelle prime settimane di lancio di Bing al primo posto risultava una ditta di ottica e al 21 luglio 2009 risulta un giornale di scienza.
4 «The ultimate search engine would understand everything in the world. It would understand everything that you asked it and give you back the exact right thing instantly», Larry Page, citato da «The Guardian», 23 maggio 2006.
5 http://googleblog.blogspot.com/2009/ 05/2008-founders-letter.html.
6 Si veda il mio articolo su «Studi cattolici» del gennaio 2006.
7 Si può creare da www.google.com/accounts.
8 http://www.google.it/intl/it/corporate/ tenthings.html.
9 Nel mio sito www.crudele.it da tempo faccio esperimenti da inserzionista e ho notato in quest’anno, rispetto al precedente, una riduzione dei guadagni a fronte di un aumento dei visitatori. Anche calcolando che è diminuito il tasso di clic sulle pubblicità perché gli utenti le ignorano, risulta che il mio incasso per clic si è ridotto di circa il 30%. Ovviamente incidono anche altri fattori per cui il valore non va preso come riferimento universale.
10 Si vedano i rapporti dei progetti di formazione nel portale www.ilFiltro.it.
11 Su www.crudele.it/prudenza ho raccolto alcuni brevi consigli di autodifesa.
12 Mi ha fatto sorridere tempo fa quel cattolico praticante che mi ha proposto di vedere il film ad alto contenuto morale The Passion in versione pirata. Dopo averne osannato il produttore, lo ha privato del giusto compenso: tutto per risparmiare pochi euro di affitto del Dvd. Non ho accettato la sua proposta.
13 Gli utenti pakistani hanno tracciato in due mesi 25.000 km di strade: http://googleblog.blogspot.com/2009/05/2008-founders-letter.html.
14 Il 23 febbraio 2009, citato in http://www.cogitoetvolo.it/index.php?option=com_content&task=view&id=490&Itemid=84.
15 Il 9 aprile 2009 in http://gisrael.blogspot.com/2009_04_01_archive.html. Si veda anche la sua intervista su «Scienza e umanesimo» in http://www.youtube. com/scienzaefede.

fonte: Studi cattolici n. 586, dicembre 2009

Craxi, ou la mémoire courte des Italiens

Martedì, 19 Gennaio, 2010

craxi_1.jpg 

par Philippe Ridet

A 420 euros, transport et nuits d’hôtel compris, les trois avions qui sont partis, vendredi 15 janvier, de Milan, Rome et Palerme à destination d’ Hammamet (Tunisie) ont vite été remplis. A bord, des fidèles, des nostalgiques de Benedetto Craxi, dit “Bettino”. Pour rien au monde, ils n’auraient manqué une visite au cimetière chrétien au pied des murailles de la médina. Ici repose l’ancien président du conseil (1983 à 1987), condamné à plusieurs années de prison pour financement illicite du Parti socialiste italien. Pour échapper à la prison, il a choisi l’exil en Tunisie, où il est mort, il y a dix ans, le 19 janvier 2000.
Mais aux compagnons qui n’ont jamais douté des vertus de celui qui a incarné la corruption de la classe politique à la fin des années 1980 et au début des années 1990 se sont ajoutés cette année trois ministres. Ayant fait leurs premières armes aux côtés de Bettino Craxi, Franco Frattini (affaires étrangères), Renato Brunetta (fonction publique) et Maurizio Sacconi (santé) ont choisi cette fois d’afficher leur fidélité au grand jour.

Dix ans, c’est court pour faire le bilan du craxisme, mais c’est assez long pour oublier ses errances. Les commissions encaissées sur les travaux publics pour financer le parti? Bettino Craxi passe aujourd’hui pour le seul à avoir payé pour un système de corruption pratiqué par tous. “Le regard des Italiens sur l’oeuvre de Craxi a changé, explique la fille de l’ancien proscrit, Stefania, sous-secrétaire d’Etat aux affaires étrangères et présidente de l’association qui gère les archives de son père. Les réflexions de mon père sur la réorganisation du pouvoir, sur la présidentialisation du régime, sur la réforme du travail, ou encore sur le dialogue Nord-Sud ont pris le pas sur ses problèmes judiciaires. On s’aperçoit que ses exigences d’alors sont encore celles d’aujourd’hui.”

Peu à peu émerge l’homme d’Etat. Le jeune politique qui prend les rênes du Parti socialiste à moins de 40 ans, et lui taille une place entre les deux colosses que sont alors le Parti communiste et la Démocratie chrétienne, qui totalisent 70 % des suffrages à eux deux. Le quinquagénaire appelé à la présidence du conseil. Le chef du gouvernement qui réduisit l’inflation et affirma la puissance de l’Italie.

A la Fondation Craxi, dans l’élégant quartier de Parioli, à Rome, Andrea Spiri, le jeune historien qui gère le patrimoine des archives, tient les comptes. 75 thèses de doctorat ont été écrites en 2008 sur Bettino Craxi, et sans doute davantage en 2009. Les demandes des chercheurs pour accéder aux 500 000 documents sont également en hausse. “Plus qu’un intérêt historique, il s’agit aussi d’un intérêt politique, assure-t-il. Toutes les problématiques d’aujourd’hui sont déjà présentes, notamment celle du rapport entre la politique et la justice.”

Silvio Berlusconi, que Craxi aida grandement à construire son empire médiatique grâce à des lois sur mesure, ne s’y est pas trompé qui ne veut voir dans la figure de Bettino Craxi qu’un “persécuté”. “On voit bien l’intérêt de Berlusconi, lui-même poursuivi par la justice, d’instrumentaliser la figure de Craxi, estime l’historien Andrea Gervasoni, auteur de plusieurs ouvrages sur le leader socialiste. Mais, pour la droite, récupérer la figure de Craxi, c’est aussi se doter de tout un fond idéologique, libéral et social, que le berlusconisme n’a pas su créer.”

Les ennemis d’hier, les anciens communistes surtout, dont Craxi a menacé l’hégémonie sans pouvoir la réduire, se disent prêts eux aussi à lui faire une place dans le panthéon de la gauche.

Même la décision de la maire de Milan, Letizia Moratti, d’intituler une place ou une rue de sa ville du nom de l’ancien président du conseil n’a pas provoqué la polémique attendue. Bien sûr, La Ligue du Nord et le Parti des valeurs de l’ancien juge Antonio di Pietro, qui ont construit leur succès sur la dénonciation de la corruption, ont protesté. Ils continuent de fustiger le “démon Craxi”, “le voleur”, “le fuyard”. Mais la manifestation organisée le 9 janvier à Milan contre “une réhabilitation qui est une violence faite à l’Histoire” n’a rassemblé que 300 personnes.

Pour Antimo Farro, sociologue à l’université La Sapienza à Rome, “une partie de l’opinion publique italienne voit désormais Craxi comme un point de repère”. “Il y a une nostalgie de la période où Craxi était au pouvoir, soutient Andrea Gervasoni. Nostalgie de la croissance, des débuts de la télévision privée, de la consommation facile.” “Mais surtout, insiste l’historien, d’une période où la politique était considérée comme plus sereine.” Car l’opération réhabilitation se double d’une remise en cause des enquêtes du pool de magistrats anticorruption qui mit fin à la carrière politique de Craxi, conduisit à la disparition au début des années 1990 de cinq partis politiques, ouvrant une ère de doute dans laquelle l’Italie vit encore.

“A l’époque de Craxi, juge Alessandro Campi, directeur scientifique de la fondation Farefuturo, proche du président de l’Assemblée nationale Gianfranco Fini, il y a une classe politique certes corrompue, mais de valeur. Quinze après, que reste-t-il? Des élus et des responsables médiocres. A côté d’eux, Craxi reste un géant.”

fonte: lemond.fr
 

Le trappole dell’identità - L’Abruzzo, le catastrofi, l’Italia di oggi

Lunedì, 18 Gennaio, 2010

trappole_identita.jpg «Come si suol dire della disgrazia per un individuo, così della catastrofe per una comunità: è nella sciagura, singola o collettiva, che si disvela la vera tempra dell’uomo. Questo adagio – nel caso specifico, relativo a una presunta identità caratteriale degli abruzzesi – trova un ampio riscontro nella realtà con lo spaventoso terremoto che colpisce la provincia dell’Aquila il 6 aprile 2009. È quanto di solito accade di fronte a ogni analoga sventura. Ma è difficile assistere a un’esplosione di stereotipi identitari altrettanto enfatica e insistita come in tale circostanza».
Mai prima del 6 aprile 2009 l’Abruzzo aveva conosciuto tanta notorietà internazionale: potenza non solo distruttiva di un terremoto. Ma qual è l’immagine dell’Abruzzo rimbalzata da un capo all’altro della terra, nei giorni e nelle settimane seguiti al sisma? Quali le trame narrative – il discorso pubblico – che vi hanno intessuto sopra il potere e l’informazione? Raramente, secondo lo storico abruzzese Costantino Felice, si è assistito a un’esplosione di stereotipi identitari così enfatica e insistita. Lo slogan di un «Abruzzo forte e gentile» è stato quello più supinamente reiterato e condiviso, ma anche l’immagine del pastore dannunziano e del cafone siloniano hanno fatto la loro parte. Nel corso dei secoli, infatti, la presenza di una natura particolarmente aspra e ostile ha indotto a declinare la storia dell’Abruzzo, e del Sud Italia in genere, in base ai difficili processi d’interazione tra uomo e ambiente. Ma in che misura l’imponente geografia dei luoghi e le dinamiche economico-sociali che ne sono derivate hanno forgiato il carattere degli abitanti, condizionandone scelte e comportamenti? Se ne può desumere una peculiare identità regionale? Con l’occasione del terremoto, Felice ripercorre criticamente, con sintesi d’impianto storico rapide ma meditate, le principali tappe del lungo e tormentato dibattito intorno a un nodo cruciale: i presunti tratti identitari di una comunità quale retaggio dei quadri ambientali e delle sedimentazioni culturali. E lo fa con un approccio interdisciplinare che, evidenziando la complessità e le insidie di proiezioni idealtipiche maturate per lo più sui terreni dell’arte e del folklore, mette a nudo banalizzazioni e luoghi comuni.

Costantino Felice
Le trappole dell’ identità
L’Abruzzo, le catastrofi, l’Italia di oggi
Donzelli, 2010, pp. XII-196, € 16,50

Costantino Felice insegna Storia economica all’Università di Chieti e Pescara. Studioso di storia del Mezzogiorno, ha curato il volume L’Abruzzo della collana Storia d’Italia (Einaudi, 2000); è autore, fra l’altro, di Dal borgo al mondo (Laterza, 2001) e, per i tipi della Donzelli, di Verde a Mezzogiorno. L’agricoltura abruzzese dall’Unità a oggi (2007) e Il Mezzogiorno operoso. Storia dell’industria in Abruzzo (2008).

tratto da: donzelli.it

Rosmini, l’antitotalitario

Venerdì, 15 Gennaio, 2010

rosmini.jpg

di Dario Antiseri

La preoccupazione prima e fondamentale di Antonio Rosmini, in ambito politico, è stata quella di stabilire le condizioni in grado di garantire la dignità e la libertà della persona umana. Ed è in tale prospettiva che, a suo avviso, risulta cruciale la questione della proprietà.

Contrario all’economicismo socialista, Rosmini ebbe chiarissimo il nesso che unisce la proprietà alla libertà della persona.

“La proprietà – egli scrive nella “Filosofia del diritto” – esprime veramente quella stretta unione di una cosa con una persona. […] La proprietà è il principio di derivazione dei diritti e dei doveri giuridici. La proprietà costituisce una sfera intorno alla persona, di cui la persona è il centro: nella quale sfera niun altro può entrare”.

Il rispetto dell’altrui proprietà è il rispetto della persona altrui. La proprietà privata è uno strumento di difesa della persona dall’invadenza dello stato.

Persona e stato: fallibile la prima, mai perfetto il secondo. Ed ecco un famoso passo tratto dalla “Filosofia della politica”:

Il perfettismo – cioè quel sistema che crede possibile il perfetto nelle cose umane, e che sacrifica i beni presenti alla immaginata futura perfezione – è effetto dell’ignoranza. Egli consiste in un baldanzoso pregiudizio, per quale si giudica dell’umana natura troppo favorevolmente, se ne giudica sopra una pura ipotesi, sopra un postulato che non si può concedere, e con mancanza assoluta di riflessione ai limiti naturali delle cose”.

Il perfettismo ignora il gran principio della limitazione delle cose; non si rende conto che la società non è composta da “angeli confermati in grazia”, quanto piuttosto da “uomini fallibili”; e dimentica che ogni governo “è composto da persone che, essendo uomini, sono tutte fallibili”.

Il perfettista non fa uso della ragione, ne abusa. E intossicati dalla nefasta idea perfettista sono, innanzi tutto, gli utopisti. “Profeti di smisurata felicità” i quali, con la promessa del paradiso in terra, si adoperano alacremente a costruire per i propri simili molto rispettabili inferni.

L’utopia – afferma Rosmini – è “il sepolcro di ogni vero liberalismo” e “lungi dal felicitare gli uomini, scava l’abisso della miseria; lungi dal nobilitarli, gli ignobilita al par de’ bruti; lungi dal pacificarli, introduce la guerra universale, sostituendo il fatto al diritto; lungi d’eguagliar le ricchezze, le accumula; lungi da temperare il potere de’ governi lo rende assolatissimo; lungi da aprire la concorrenza di tutti a tutti i beni, distrugge ogni concorrenza; lungi da animare l’industria, l’agricoltura, le arti, i commerci, ne toglie via tutti gli stimoli, togliendo la privata volontà o lo spontaneo lavoro; lungi da eccitare gl’ingegni alle grandi invenzioni e gli animi alle grandi virtù, comprime e schiaccia ogni slancio dell’anima, rende impossibile ogni nobile tentativo, ogni magnaminità, ogni eroismo ed anzi la virtù stessa è sbandita, la stessa fede alla virtù è annullata”.

E qui va precisato che, connessa al suo antiperfettismo, c’è la decisa critica di Rosmini all’arroganza di quel pensiero che celebra i suoi fasti negli scritti degli Illuministi e che poi scatena gli orrori della Rivoluzione francese.

La dea Ragione sta a simboleggiare un uomo che presume di sostituirsi a Dio e di poter creare una società perfetta. Il giudizio che Rosmini dà sulla presunzione fatale dell’Illuminismo richiama alla mente analoghe considerazioni, prima di Edmund Burke e successivamente di Friedrich A. von Hayek.

Antiperfettista, a motivo della naturale “infermità degli uomini”, Rosmini si affretta, sempre nella “Filosofia politica”, a far presente che gli strali critici da lui puntati contro il perfettismo “non sono volti a negare la perfettibilità dell’uomo e della società. Che l’uomo sia continuamente perfettibile fin che dimora nella presente vita, egli è un vero prezioso, è un dogma del cristianesimo”.

L’antiperfettismo di Rosmini implica, dunque, un impegno maggiore. Da qui viene, tra l’altro, la sua attenzione a quella che egli chiama “lunga, pubblica, libera discussione”, poiché è da siffatta amichevole ostilità che gli uomini possono tirare fuori il meglio di sé ed eliminare gli errori dei propri progetti e idee.

Leggiamo ancora nella “Filosofia del diritto”:

“Gli individui di cui un popolo è composto non si possono intendere, se non parlano molto tra loro; se non contrastano insieme con calore; se gli errori non escono dalle menti e, manifestati appieno, sotto tutte le forme combattuti”.

Antistatalista e dunque difensore dei “corpi intermedi”, alfiere dei diritti di libertà, Rosmini è stato attentissimo alle sofferenze e ai problemi dei bisognosi, dei più svantaggiati.

Ma la doverosa solidarietà cristiana non gli fa chiudere gli occhi sui danni dell’assistenzialismo statale.

La beneficenza governativa – egli afferma – ha un ufficio pieno in vista delle più gravi difficoltà, e può riuscire, anziché di vantaggio, di gran danno, non solo alla nazione, ma alla stessa classe indigente che si pretende di beneficiare; nel qual caso, invece di beneficenza, è crudeltà. Ben sovente è crudeltà anche perché dissecca le fonti della beneficenza privata, ricusando i cittadini di sovvenir gl’indigenti che già sa o crede provveduti dal governo, mentre nol sono, nol possono essere a pieno”.

Sin qui, dunque, alcune posizioni di Antonio Rosmini teorico della politica. Di esse non è difficile comprendere l’estrema rilevanza e l’impressionante attualità.

E insieme l’incalcolabile danno – non solo per la cultura cattolica – provocato dalla lunga emarginazione di questo sacerdote filosofo.
 

Luigi Sturzo, Appello agli uomini liberi e forti

Mercoledì, 13 Gennaio, 2010

etica-g.gifA tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà. E mentre i rappresentanti delle Nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle Nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali, del lavoro, a sviluppare le energie spirituali e materiali di tutti i paesi uniti nel vincolo solenne della “Società delle Nazioni”.

E come non è giusto compromettere i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, così è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società.

Perciò sosteniamo il programma politico-morale patrimonio delle genti cristiane, ricordato prima da parola angusta e oggi propugnato da Wilson come elemento fondamentale del futuro assetto mondiale, e rigettiamo gli imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse: perciò domandiamo che la Società delle Nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali, affretti l’avvento del disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione di setta, abbia la forza della sanzione e i mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffatrici dei forti.

Al migliore avvenire della nostra Italia - sicura nei suoi confini e nei mari che la circondano - che per virtù dei suoi figli, nei sacrifici della guerra ha con la vittoria compiuta la sua unità e rinsaldta la coscienza nazionale, dedichiamo ogni nostra attività con fervore d’entusiasmi e con fermezza di illuminati propositi.

Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell’Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l’autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali.

Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non solo agl’individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche.

Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall’anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all’autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale.

Le necessarie e urgenti riforme nel campo della previdenza e della assistenza sociale, nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà devono tendere alla elevazione delle classi lavoratrici, mentre l’incremento delle forze economiche del Paese, l’aumento della produzione, la salda ed equa sistemazione dei regimi doganali, la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile, la soluzione del problema del Mezzogiorno, la colonizzazione interna del latifondo, la riorganizzazione scolastica e la lotta contro l’analfabetismo varranno a far superare la crisi del dopo-guerra e a tesoreggiare i frutti legittimi e auspicati della vittoria.

Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci ai saldi principii del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell’Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi di fronte a sconvolgimenti anarchici di grandi Imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni identità, di fronte a vecchi liberalismi settari, che nella forza dell’organismo statale centralizzato resistono alle nuove correnti affrancatrici.

A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell’amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl’interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo l’adesione al nostro Programma.

Roma, lì 18 gennaio 1919

LA COMMISSIONE PROVVISORIA

On. Avv. Giovanni Bertini - Avv. Giovanni Bertone - Stefano Gavazzoni - Rag. Achille Grandi - Conte Giovanni Grosoli - On. Dr. Giovanni Longinotti - On. Avv. Prof. Angelo Mauri - Avv. Umberto Merlin - On. Avv. Giulio Rodinò - Conte Avv. Carlo Santucci - Prof. D. Luigi Sturzo, Segretario Politico.

powered by wordpress - progettazione pop minds