Archivio di Febbraio, 2010

Robert Spaemann

Domenica, 28 Febbraio, 2010

 

Robert Spaemann ha proposto una possibilità di dimostrare Dio “alle condizioni della vita moderna”, cioè a partire da un pensiero inteso come dominio, come autoaffermazione e non più come il mostrarsi di ciò che è. Le prove tradizionali potevano essere efficaci solo in determinati contesti culturali, altrimenti potevano divenire anche controproducenti (come accade nel caso del teleologismo, che cela in sè un equivoco: il mirare a qualcosa non in sè e per sè ma in forza di un motore esterno). A partire da Cartesio, comunque, l’intellegibilità dell’essere non è più garante dell’esserci di Dio e la prova di Dio, perciò, non parte più dal presupposto della verità della conoscenza; al contrario, è la stessa realtà di Dio a garantire ora l’intellegibilità dell’essere e della verità, sicché solo colui che già crede in Dio sarà disposto ad accettare quella nozione di conoscenza disposta all’eccesso che si possa appunto accordare con la conoscibilità di Dio. Ma proprio per questo, chi più di altri ha contribuito a preparare il terreno per una nuova via a Dio è secondo Spaemann Friedrich Nietzsche; Nietzsche avrebbe infatti mostrato nel modo più radicale l’intimo nesso che collega l’idea di Dio con quella di verità: la negazione di Dio comporta la negazione della verità, comporta che l’uomo si limiti a conoscere i propri stati d’animo soggettivi, senza poter più disporre di alcun criterio per sceverare la verità dall’illusione e senza provare più alcuna spinta all’autotrascendimento. A questo punto, l’argomento più convincente per dimostrare l’esistenza di Dio non è più quello che guadagna Dio come causa prima, bensì quello che giunge a Dio come al garante dello spazio della verità, spazio entro il quale il soggetto può recuperare la propria identità oltre la propria autocoscienza istantanea. La mia realtà vissuta presente, in altri termini, potrà esser pensata al modo del futuro anteriore (potrò dire: sarò stato) solo se garantita dall’esistenza di un Dio trascendente; altrimenti potrebbe aver senso affermare che il mio senso presente di oggi non sia mai stato e scomparirebbe dal cosmo ogni forma di vita cosciente. Dio viene così guadagnato come garante della “realtà della soggettività”, di una realtà che apre quell’”animale abile” che è divenuto oggi l’uomo (illusosi di poter manipolare a piacere tutti i propri affetti e di poter così conquistare la felicità) anche a un rapporto conoscitivo con la realtà a sé esterna, a contemplare qualcosa che non sia la nevrotica successione dei suoi cangianti stati d’animo.
 

Scuola, la rivoluzione che non c’è

Venerdì, 26 Febbraio, 2010

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di Davide Giacalone

Siamo sicuri che la scuola superiore s’appresti alla rivoluzione dei corsi? Il nostro sistema dell’istruzione è talmente mal messo, i suoi risultati sono così miseri, che qualsiasi novità è venduta e scambiata come palingenesi, il che serve solo ad alimentare la successiva delusione. Inoltre, come se non bastasse, ha preso piede anche l’ideologia dell’antideologia, per cui, dopo i cascami incolti dell’egualitarismo sessantottino, va di moda la meritocrazia a chiacchiere. Credo, invece, che senza estirpare un paio di malepiante, non si vada da nessuna parte.

In questi giorni si è fatto un gran parlare della “riforma Gelmini”. Si tratta, in realtà, di regolamenti approvati dal Consiglio dei ministri, in attuazione di leggi esistenti. Importanti, certo, ma non epocali. Si mette ordine nella ripartizione delle materie, nella definizione e specificità degli istituti tecnici e professionali, nell’orario scolastico. Cose buone e giuste, ma non esattamente la nascita di un nuovo sistema. Per il resto, invece, le cose restano come stanno, a cominciare dalla dequalificazione degli studi.

Ci siamo arrivati, a questo punto, partendo dall’idea che la scuola sarebbe stata più bella e democratica se avesse dato a tutti la stessa cosa, salvo accorgersi che il punto di caduta era l’ignoranza equidistribuita. Si sono demoliti gli istituti professionali, in omaggio alla cultura da aprirsi a tutti, riuscendo così a privare molti della sapienza del fare (e, oltre tutto, non sta scritto da nessuna parte che sia inconciliabile con la cultura letteraria, artistica o musicale). Abbiamo tolto ai professori il loro ruolo sociale, costringendoli ad amministrare un gregge da portare compatto al compimento degli studi, non più coincidente con l’acquisizione di conoscenze, abbiamo, così, creato un ambiente adatto per quanti salgono in cattedra per prendere uno stipendio, in attesa di percepire la pensione, e inadatto a chi abbia passione e vocazione per l’insegnamento. La società tutta s’è prestata a questa degradazione, facendosi rappresentare da genitori che un tempo erano il potenziamento della severità dei docenti, mentre ora sono, per la gran parte, i sindacalisti dei propri figli, sempre più viziati e familisticamente protetti. Contro tutto questo dovrebbero ribellarsi i giovani, la cui testa sarà il trofeo polveroso di tanta dissipazione culturale ed economica, mentre, invece, le pantere e le onde si levano solo allorquando taluno pretende mettere mano alla realtà per cambiarla. Sono colpevoli, questi ragazzi, perché complici dei loro peggiori professori.

Ho letto le reazioni ai nuovi regolamenti, sempre le solite: sono solo tagli, diminuiscono le ore d’insegnamento, è un attacco all’istruzione pubblica. Magari, ci fosse bisogno d’attaccarla! La realtà è fotografata in pochi numeri, aprite gli occhi: nella scuola primaria le ore annue d’insegnamento, in Italia, sono 990, la media Ocse è 796; nella secondaria inferiore i due numeri sono 1.089 e 933; in quella superiore 1.089 e 971. Veniamo al numero di docenti ogni 100 studenti: nella primaria italiana sono 9,4, la media Ocse è 6,2; nella secondaria inferiore 9,7 e 7,5; in quella superiore 9,1 e 8. Quindi, abbiamo più ore d’insegnamento e più docenti della media Ocse, ma risultati largamente inferiori, accertati dai test Pisa, che ogni hanno ci umiliano. Secondo voi, come si fa ad ottenere un risultato simile se non mettendo nel conto ore inutili e docenti incapaci? Ecco, le proteste, invece, sono tutte indirizzate a conservarci entrambe, quali beni preziosi.

E’ vero, invece, che per l’istruzione spendiamo meno della media Ocse: il 3,3% del prodotto interno lordo, contro il 3,8. Spendiamo meno, ma abbiamo più personale che lavora, e ciò significa che usiamo i soldi quasi esclusivamente per la spesa corrente, con tanti saluti all’innovazione e alla ricerca. Ma basta toccare questa situazione che subito salta il sindacato, e appresso a quello si muovono i cortei degli studenti, che manifestano contro se stessi. E siccome non lo capiscono, ciò non depone a favore della loro lucidità.

I conti relativi all’università li faremo un’altra volta, per adesso bastino due numeri, a illustrare il fallimento del mito egualitario: nel 2003 si iscriveva all’università il 56,5% dei diciannovenni e il 74,4 dei diplomati; nel 2009 i primi affluiscono per il 47,4 e i secondi per il 59,1. Il titolo di questo film dovrebbe essere: 2010, fuga dall’università. Ma non perché difficile e selettiva, bensì perché inutile. Non si torna all’università classista, si galleggia in quella declassata.

Dubito che i regolamenti possano porre argine a questo straripare di fallimenti. Il salto di qualità lo si farà imboccando tre strade: a. l’abolizione del valore legale del titolo di studio; b. la trasparenza statistica sui risultati formativi, seguendo gli studenti nella loro vita lavorativa e professionale; c. fine del finanziamento uguale per tutti. Ciascuno di noi può studiare, per tutta la vita, al fine di coltivare l’animo. Ma gli studi istituzionalmente organizzati devono servire a conquistare una vita migliore e un livello di reddito superiore, devono essere meritocratici e selettivi, a cominciare dalle persone che stanno in cattedra. Questa sì, che è una rivoluzione. Che non vedo, però, all’orizzonte.

fonte: davidegiacalone.it

“Affari Italiani”: E’ ufficiale l’asse Fini-Casini-Pisanu

Venerdì, 26 Febbraio, 2010

pisanu-casini-fini.jpgUna notizia che non può passare inosservata. Si è tenuto un pranzo di lavoro a Montecitorio tra il numero uno della Camera, il leader dell’Udc e il presidente della commissione Antimafia. A questo punto l’ex leader di An ha deciso di giocare a carte scoperte. Sembra quasi l’atto ufficiale della nascita di quel polo sul quale aggregare il governo di “emergenza nazionale”.

Fasi nuove/ Pisanu suona la carica, palla al Centro
Una notizia che non può certamente passare inosservata. All’indomani dell’ennesimo scontro sull’immigrazione tra il premier e il presidente della Camera, si è tenuto un pranzo di lavoro a Montecitorio tra Gianfranco Fini, il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, e il presidente della commissione Antimafia, Giuseppe Pisanu. A questo punto l’ex leader di Alleanza Nazionale ha deciso di giocare a carte scoperte. Sembra quasi l’atto ufficiale della nascita di quel polo sul quale aggregare il governo di “emergenza nazionale” di cui Affaritaliani.it ha parlato. Proprio la presenza dell’ex ministro dell’Interno fa nascere più di qualche sospetto.

La sua intervista al Corriere della Sera, come aveva sottolineato Affaritaliani.it, non era affatto un modo giornalistico per riempire la pagina del quotidiano di Via Solferino. Pisanu, che con Casini ha in comune la stessa matrice democristiana, è il più fiero oppositore dell’asse tra il Cavaliere e Umberto Bossi. E il numero uno dell’Udc ha basato tutta la sua campagna elettorale accreditandosi proprio come l’argine della Lega al Nord. Una saldatura necessaria per il presidente della Camera quella con Pisanu. Infatti, nel caso di crisi dell’esecutivo i circa 50 parlamentari finiani non sono sufficienti.

Serve, per costruire una Grande Coalizione, anche la fetta di ex Dc di Forza Italia (e in parte di An). Una pattuglia in grado, insieme ai centristi e al Partito Democratico, di dar vita a un governo di transizione. Probabile premier Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia. Ma non finisce qui. C’è chi nel Palazzo ipotizza che qualcuno punti all’interno del Pdl punti a perdere le elezioni regionali, lasciando pure alla Lega il pieno di voti, proprio per evitare che si rafforzi Berlusconi.

Basta non vincere nelle quattro Regioni in bilico (Piemonte, Liguria, Lazio e Puglia) e il gioco e fatto. Il Cavaliere, che ha parlato di test nazionale, uscirebbe con le ossa rotte dalle urne. E ricordiamoci che fino al 2013 non ci saranno nuovi test elettorali. Quindi se si vuole agire, questa è l’ultima chance. Grande manovre nel Palazzo…

fonte: affaritaliani.it - 25/02/10 ore 17,10

Gianni Letta e Luciano Violante. Un “distillato” d’intelligenza per l’Italia

Mercoledì, 24 Febbraio, 2010

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Avremmo dovuto mettere mano non solo all’inasprimento delle sanzioni ma alla riforma dei procedimenti amministrativi che, essendo molto confusi, favoriscono la corruzione. Questo non è stato fatto e adesso ne stiamo pagando il conto. Le proposte che noi facciamo intendono supplire proprio a questa omissione: finché non si riformano le procedure per le grandi opere pubbliche sarà sempre possibile che si introduca un tasso elevato di corruzione. Le procedure vanno semplificate e non raggirate: questo è il nostro principio”. Così Luciano Violante ha presentato in una conferenza stampa a Montecitorio le cinque proposte di Italiadecide sul tema “Opere pubbliche: semplificare le procedure, uscire dall’emergenza, garantire la trasparenza”. Cinque proposte su cui, assicura l’ex presidente della Camera, ci sarà un consenso bipartisan: “Gianni Letta ha detto di condividere tutti i punti”, spiega Violante . Un riferimento non casuale, perché il sottosegretario alla presidenza del Consiglio fa parte del comitato di presidenza di Italiadecide (insieme allo stesso Violante, al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, all’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e a Giuliano Amato) ma anche perché “è la persona più legittimata ad esprimere un parere su questa materia”.

È stata la vicenda della Protezione civile - “al di là degli aspetti giudiziari e politici che interessano altre sedi” – a spingere Italiadecide a riproporre queste “cinque semplici misure per superare il ricorso sistematico alle procedure d’emergenza e sciogliere il groviglio normativo e amministrativo che le causa”. Proposte già contenute nel Rapporto 2009 di Italiadecide “Infrastrutture e territorio”, pubblicato dal Mulino nel dicembre scorso. “Non c’è un problema di centrodestra e centrosinistra - spiega Violante - noi intendiamo fornire un servizio alla Repubblica. Tutti - ha aggiunto - chiedono una semplificazione delle procedure, anche in ambito governativo. Non credo che le proposte che avanziamo e che saranno presentate a tutti i soggetti interessati, ai presidenti delle Camere, ai ministri ed ai gruppi parlamentari, possano far registrare punti di dissenso”. Anche perché le proposte possono essere messe in opera senza fare una legge: “L’obiettivo da conseguire è di far funzionare in modo più razionale l’esistente” spiega Violante. Diverso il discorso per gli appalti, dove forse occorrerà un intervento legislativo, perché l’Italia si è data procedure più “pesanti” di quelle imposte dall’Ue. Per questo è opportuno “tornare all’Europa” riportando la disciplina degli appalti, “senza ulteriori complicazioni”, a due direttive Ue, la 17 e la 18 del 2004.

Necessità prioritaria, secondo Italiadecide, “è quella di non accrescere la selva di norme, procedure, organi e più in generale la dimensione della sfera giuridica e ordinamentale che avvolge il campo dei lavori pubblici”. Per questo bisogna esercitare le deleghe per la semplificazione intervenendo su specifici settori normativi (ad esempio impianti energie rinnovabili), in modo da produrre un immediato vantaggio operativo per le imprese. Quindi va garantita una “stabilità normativa” nell’intera materia dei lavori pubblici, in modo che non si possano cambiare le norme per le opere in corso di esecuzione dell’opera. Viene poi introdotta l’Unità di missione, un organo collegiale in cui confluiscano, sotto un’unica direzione, tutte le amministrazioni interessate. Parte integrante dell’Unità di missione deve essere un “soggetto facilitatore” responsabile dell’informazione e del corretto svolgimento delle procedure amministrative nel corso di tutta la fase attuativa dell’opera. Questo soggetto può rendere più trasparente il rapporto tra Pubblica amministrazione e imprese superando meccanismi opachi, inefficienti e ipergiuridificati che operano a svantaggio delle imprese più produttive e favoriscono comportamenti opportunistici che dilatano i tempi di realizzazione delle opere e ne aumentano i costi”. Infine è importante - sempre secondo Italiadecide - prevenire e ridurre il contenzioso amministrativo potenziando le procedure partecipative e migliorando l’istruttoria tecnica e la qualità della progettazione e unificare la programmazione territoriale e finanziaria in modo che le opere di interesse nazionale possano acquisire flussi stabili di finanziamenti concordati tra livelli nazionali.

fonte:  Velino - 23/02/10

Cina - Intervista al Cardinale Zen Ze-kiun

Mercoledì, 24 Febbraio, 2010

Alessandro D’Avenia legge Dostoevskij

Martedì, 23 Febbraio, 2010

RU486: Fisichella, no ad anarchia Regioni, intervenga il Governo

Lunedì, 22 Febbraio, 2010

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Il governo deve intervenire contro “la situazione diversificata, anarchica e a macchia di leopardo” delle Regioni sulle modalita’ di utilizzo della pillola abortiva Ru486. E’ l’appello che lancia in una intervista alla Stampa monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia accademia per la vita, rettore dell’Universita’ Lateranense e cappellano di Montecitorio. “L’attuale condizione di incertezza - sottolinea Fisichella - e’ senz’altro dannosa: e poi cosi’ si rinuncia ad educare“. Il governo deve quindi fare “un intervento chiarificatore” attraverso linee guida nazionali, perche’ la “discrezionalita’ delle amministrazioni locali” crea una situazione “triste e allarmante”. Chi ha responsabilita’ politiche, aggiunge, “non puo’ non tener conto dei pericoli del farmaco e la decisione sul ricovero ordinario o meno in ospedale non puo’ differire radicalmente da un posto all’altro”. In ogni caso, la Chiesa rimane ferma nei confronti dell’aborto, considerato “un male intrinseco perche’ comporta sempre la distruzione di una vita umana, la soppressione di un innocente, E’ inevitabile, quindi - sottolinea Fisichella - che l’assunzione della Ru486 sia considerata a tutti gli effetti come un’azione abortiva con le conseguenze che da cio’ derivano. In questo modo, inoltre, “si illude la donna”, facendo credere che con l’assunzione di due pillole “il dramma dell’aborto sia meno dirompente”.

fonte: AGI

Cina dei primati

Lunedì, 22 Febbraio, 2010

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di Enrico Sassoon  

Mentre il mondo arranca alla disperata ricerca della ripresa, che continua a giocare a nascondino anche dopo i reiterati annunci che la volevano già avviata in almeno una parte dei paesi avanzati, la Cina cammina, corre e salta. Nell’ultimo trimestre del 2009 l’economia cinese è cresciuta del 10,7%, il che la riporta ai ritmi perduti del 2007. E si prevede un nuovo balzo nel primo trimestre del 2010. A quel punto la Cina sarà diventata la seconda economia mondiale perché avrà superato il Giappone, finora in seconda posizione immediatamente dietro gli Stati Uniti.
La cosa ha dell’incredibile, non solo perché ormai la Cina macina crescita e sviluppo a tassi elevatissimi da parecchi anni, ma anche perché la crescita del 2009 è avvenuta in un periodo di forte contrazione delle esportazioni, che ne erano state il motore di espansione fino al 2008.
Questo vuol dire che il modello di sviluppo cinese - basato, come è noto, su una progressiva adozione di un’economia capitalistica di mercato da parte di un’oligarchia politica ancora legata agli schemi del comunismo - sta cambiando. I risultati che vengono ottenuti non si basano più solo sulla formidabile capacità di produrre a costi bassi e con qualità accettabile. Oggi la concorrenza cinese si evolve su nuove basi tecnologiche. E da un modello essenzialmente basato sull’export, sta diventando un modello in cui si sta affermando l’importanza crescente del mercato interno. Infatti, nei prossimi dieci anni la Cina avrà come minimo altri 300 milioni di consumatori con reddito almeno di medio livello.
L’evoluzione tecnologica è, infine, confermata da una recente ricerca del Financial Times, secondo cui la Cina è ormai il secondo produttore mondiale di ricerca scientifica, misurata con l’indicatore delle pubblicazioni di articoli scientifici. Queste pubblicazioni sono aumentate di ben 64 volte dal 1980 a oggi e, se continua così, nel 2020 la Cina balzerà al primo posto, detronizzando l’America che detiene lo scettro da decine d’anni.

fonte: casaleggio.it
 

LA PESTE - di Luis Puenzo dal libro di Albert Camus

Sabato, 20 Febbraio, 2010

Cantiere Italia. Quando lo sviluppo è una corsa a ostacoli

Giovedì, 18 Febbraio, 2010

giulio_napolitano.gifPresentati a Roma le evidenze del V Nimby Forum che descrivono un Paese bloccato, in preda alle opposizioni dei cittadini, alle lungaggini burocratiche, allo scollamento della politica insieme a un farraginoso sistema giuridico. (nella foto Giulio Napolitano, uno dei curatori del volume “E’ possibile costruire infrastrutture in Italia?” edito da Il Mulino)
 
Nucleare, infrastrutture, competenze decisionali: questi i temi al centro del dibattito del Convegno nazionale Nimby Forum che si è tenuto a Roma il 16 febbraio. Giunto ormai alla sua V edizione, il Nimby Forum dal 2004 si occupa dell’analisi del fenomeno delle contestazioni territoriali alle grandi opere, noto sotto il termine Nimby (not in my back yard – non nel mio giardino), e che gestisce oggi l’unico database completo delle opere di pubblica utilità che subiscono opposizioni in Italia.

Il fenomeno, in continua crescita, come testimoniato dai 283 casi di impianti contestati rilevati nel 2009, ha nel corso degli anni mutato e ampliato le sue caratteristiche: dalle opposizioni dei cittadini preoccupati per il proprio territorio e la propria salute, il fenomeno si è allargato fino a diventare un terreno di scontro tra diversi schieramenti politici e persino tra istituzioni centrali e locali.

Obiettivo dell’evento, quindi, era riflettere per superare l’impasse in cui versa il “cantiere Italia”. L’assenza di regole certe, la mancanza di processi partecipativi contribuiscono sicuramente ad alimentare l’incomunicabilità tra i diversi stakeholder. Qualunque analisi legata alla realizzazione di un’infrastruttura abbandona il campo di una valutazione di merito per entrare nel quadro del dibattito ideologico, basato su giudizi di valore, trasformando le contestazioni, sane espressioni di partecipazione democratica, in oggetto di strumentalizzazione ai fini della creazione di consenso politico. Il fenomeno si va così trasformando da Not in my back yard a Not in my term of office (Non durante il mio mandato).

Ricco il parterre degli ospiti intervenuti. Ai saluti iniziali del Presidente dell’Associazione Aris – Nimby Forum, Alessandro Beulcke – che ha presentato la pubblicazione completa dei dati della V edizione dell’Osservatorio – hanno fatto seguito gli interventi di:

Giulio Napolitano, docente di Diritto pubblico, Università Roma Tre che ha sottolineato la necessità di introdurre procedure di dibattito pubblico sulla scorta del modello francese in cui alla istruttoria tecnica segue la consultazione popolare;
Marco Ponti, docente di Economia dei trasporti – Politecnico di Milano che ha evidenziato il ruolo determinante della valutazione politica che sta alla base di ogni decisione finale
Marianella Sclavi, sociologa, che ha spiegato come un meccanismo trasparente, inclusivo e partecipativo agevoli il buon funzionamento della democrazia attraverso un percorso di costruzione e facilitazione del consenso.

Ricca e stimolante la tavola rotonda a cui hanno preso parte: Andrea Fluttero, Segretario Commissione Territorio, ambiente, beni ambientali al Senato; Franco Bassanini, Presidente Cassa Depositi e Prestiti e Presidente Astrid; Luciano Violante, Presidente italiadecide; Mauro Moretti, Amministratore Delegato Ferrovie dello Stato; Vittorio Cogliati Dezza, Presidente Legambiente; Massimo Averardi, Direttore generale progettazione Anas.

(…) Riportiamo però alcune riflessioni, particolarmente stimolanti per la nostra professione.

“L’Italia è un paese che si presenta come un insieme di istituzioni frantumate – dice Mauro Moretti – la maggior parte delle proteste nasce prima a livello politico locale e solo dopo dalle contestazioni cittadine”.

“E’ necessario avere procedure di partecipazione del consenso regolate in modo da avere la ragionevole certezza di aver dato il giusto spazio a tutte le parti”, spiega Franco Bassanini, che ha poi sottolineato la necessità di istituire un’autorità indipendente, garante di una corretta formazione delle decisioni.

Per superare lo stato di crisi, Luciano Violante, ha suggerito l’istituzione di un osservatorio territoriale supportato nella sua attività da un centro analisi strategica e di ricerca istituito presso il Cipe e da una struttura di missione organizzata per la costruzione di ogni opera.

“Affinché la sindrome Nimby non diventi sindrome Masaniello è necessario che gli amministratori siano affiancati da esperti di comunicazione” questo il commento conclusivo di Andrea Fluttero cui ha risposto la Sclavi affermando che “la comunicazione efficace è soprattutto ascolto e coinvolgimento”.

Nei prossimi giorni il nostro sito ospiterà commenti e riflessioni (si sono già candidati il Gruppo di lavoro sul Nimby, appunto, e il CentroStudi Ferpi) per continuare nel dibattito aperto con grande qualità dall’esperienza del Nimby Forum e della discussione intervenuta in occasione della presentazione della sua V edizione.

autore: Patrizia Sterpetti

fonte: ferpi.it

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