Archivio di Febbraio, 2010

Robert Spaemann

Domenica, 28 Febbraio, 2010

 

Robert Spaemann ha proposto una possibilità di dimostrare Dio “alle condizioni della vita moderna”, cioè a partire da un pensiero inteso come dominio, come autoaffermazione e non più come il mostrarsi di ciò che è. Le prove tradizionali potevano essere efficaci solo in determinati contesti culturali, altrimenti potevano divenire anche controproducenti (come accade nel caso del teleologismo, che cela in sè un equivoco: il mirare a qualcosa non in sè e per sè ma in forza di un motore esterno). A partire da Cartesio, comunque, l’intellegibilità dell’essere non è più garante dell’esserci di Dio e la prova di Dio, perciò, non parte più dal presupposto della verità della conoscenza; al contrario, è la stessa realtà di Dio a garantire ora l’intellegibilità dell’essere e della verità, sicché solo colui che già crede in Dio sarà disposto ad accettare quella nozione di conoscenza disposta all’eccesso che si possa appunto accordare con la conoscibilità di Dio. Ma proprio per questo, chi più di altri ha contribuito a preparare il terreno per una nuova via a Dio è secondo Spaemann Friedrich Nietzsche; Nietzsche avrebbe infatti mostrato nel modo più radicale l’intimo nesso che collega l’idea di Dio con quella di verità: la negazione di Dio comporta la negazione della verità, comporta che l’uomo si limiti a conoscere i propri stati d’animo soggettivi, senza poter più disporre di alcun criterio per sceverare la verità dall’illusione e senza provare più alcuna spinta all’autotrascendimento. A questo punto, l’argomento più convincente per dimostrare l’esistenza di Dio non è più quello che guadagna Dio come causa prima, bensì quello che giunge a Dio come al garante dello spazio della verità, spazio entro il quale il soggetto può recuperare la propria identità oltre la propria autocoscienza istantanea. La mia realtà vissuta presente, in altri termini, potrà esser pensata al modo del futuro anteriore (potrò dire: sarò stato) solo se garantita dall’esistenza di un Dio trascendente; altrimenti potrebbe aver senso affermare che il mio senso presente di oggi non sia mai stato e scomparirebbe dal cosmo ogni forma di vita cosciente. Dio viene così guadagnato come garante della “realtà della soggettività”, di una realtà che apre quell’”animale abile” che è divenuto oggi l’uomo (illusosi di poter manipolare a piacere tutti i propri affetti e di poter così conquistare la felicità) anche a un rapporto conoscitivo con la realtà a sé esterna, a contemplare qualcosa che non sia la nevrotica successione dei suoi cangianti stati d’animo.
 

La sinistra europea oltre la crisi - Le sfide cruciali del prossimo decennio

Sabato, 27 Febbraio, 2010

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di Massimo D’Alema 

THE EUROPEAN LEFT BEYOND THE CRISIS : CHALLENGES OF THE NEW DECADE

Public lecture – London School of Economics and Political Science - 23 Febbraio 2010
Cari amici,
ringrazio gli studenti italiani e la London School per l’invito che mi è stato rivolto a parlare di un tema così impegnativo. Non si tratta certamente di una riflessione semplice in un momento nel quale la sinistra europea appare investita da una profonda crisi e impegnata nella ricerca di nuovi obiettivi e nuovi fondamenti culturali in grado di aprire un orizzonte di rinnovamento e di rilancio. Nelle recenti elezioni europee i partiti socialisti, laburisti e socialdemocratici sono stati pesantemente sconfitti e all’interno dei diversi paesi dell’Unione, in particolare di quelli più grandi, le prospettive politiche della sinistra ci appaiono assai problematiche. Sembra essersi consumata una grande stagione che ha visto la socialdemocrazia europea protagonista della trasformazione e del governo delle nostre società; eppure questo fenomeno si presenta oggi a noi non come l’esito ragionevole di una vittoria della cultura liberista sulla tradizione socialista, ma al contrario come un sorprendente paradosso. La sinistra arretra infatti proprio nel momento in cui la grande crisi finanziaria, economica e sociale chiude il ciclo di una globalizzazione senza regole dominata dall’ideologia ultraliberale.
Tramonta l’illusione dogmatica dell’infallibilità del mercato. Al centro del dibattito pubblico tornano idee fondamentali che sono proprie della tradizione socialista. Anzitutto la necessità che siano la politica e le istituzioni democratiche a orientare e regolare lo sviluppo economico perché solo a questa condizione lo sviluppo capitalistico si concilia con i principi della democrazia, della giustizia sociale e della tutela delle libertà individuali. Si riscopre che non è il denaro che produce denaro così come ha voluto far credere l’oligarchia finanziaria dominante, ma è il lavoro che produce la ricchezza e il valore come scrivevano i nostri classici. Il mondo uscirà dalla crisi profondamente trasformato e certamente siamo all’inizio di una fase nuova della globalizzazione economica nella quale avranno un peso maggiore le esigenze dell’eguaglianza e della promozione umana.
Anche su piano politico è in corso un grande cambiamento. Anzitutto il cambiamento in atto negli Stati Uniti d’America. Si è conclusa la stagione neoconservatrice, quella delle decisioni unilaterali e delle politiche aggressive. La nuova Amministrazione annuncia una svolta: la ricerca di un dialogo con il mondo islamico; un rinnovato impegno per la pace in Medio Oriente. Si mette l’accento sulla necessità del dialogo, sulla prevalenza dell’uso del soft power occidentale o, per lo meno, di uno smart power che non si affidi soltanto all’uso brutale della forza. Si annunciano la chiusura di Guantanamo e la fine di una stagione nella quale, nel nome della lotta al terrorismo, è stata giustificata la tortura e la violazione dei diritti umani. Si afferma, finalmente, una visione multilaterale dell’ordine internazionale e, in questo quadro, la necessità di una partnership più equilibrata fra USA e UE. Certo sono evidenti anche le difficoltà della nuova politica americana: la durezza dello scontro in Afghanistan; la escalation della tensione con l’Iran e soprattutto lo stallo del processo di pace in Medioriente per la fragilità e le divisioni del campo palestinese e per l’intransigenza nazionalista della leadership israeliana. Ma proprio di fronte a queste difficoltà appare evidente la debolezza dell’iniziativa europea; l’incapacità della UE di proporsi come un partner attivo ed efficace. Siamo quasi di fronte ad una sorta di dichiarazione unilaterale di multilateralismo da parte della nuova amministrazione americana mentre sempre di più l’unico grande partner globale degli Stati Uniti sembra essere la Repubblica Popolare Cinese. Questa situazione nasce anche dalla sconfitta e dalla debolezza della sinistra in Europa mentre – ecco il paradosso di cui ho parlato - tornano ad essere necessarie le nostre idee, persino quelle che noi stessi avevamo dimenticato o che sostenevamo con molta timidezza considerandole ormai passate di moda.
Di fronte a questa grande svolta sembra proprio il socialismo in Europa a essere più in difficoltà. Gran parte del nostro continente è oggi governata da una leadership conservatrice e il declino della destra neoliberista sembra andare non a vantaggio dei progressisti ma, in molti paesi europei, a vantaggio di un’altra destra nazionalista, populista, talora apertamente reazionaria e razzista. Eppure, mentre in Europa accade questo, nel resto del mondo sono le grandi forze progressiste che guidano l’impegno per aprire una nuova prospettiva oltre la crisi e gettare le basi di una nuova stagione economica e politica. Sono i Democratici negli Stati Uniti d’America e in Giappone, così come sono progressisti di diversa natura i leader e i partiti alla guida dei grandi paesi emergenti dall’India al Brasile all’Africa del Sud.
Una riflessione particolare merita la realtà della Cina. La Cina ha rappresentato in questi anni uno dei fenomeni più travolgenti della globalizzazione e della crescita mondiale. Il mix di autoritarismo e di liberismo già sperimentato in altri paesi asiatici ha sostenuto lo sviluppo impetuoso dell’economia cinese. Rispetto alla utopia di Gorbaciov che pensava di potere tenere insieme il socialismo in economia e la democrazia politica i cinesi hanno rappresentato una soluzione esattamente opposta unendo la dittatura del Partito comunista alle ragioni del mercato e dello sviluppo capitalistico. Ma anche il modello cinese appare messo in discussione dalla crisi attuale perché sono venuti in evidenza gli squilibri e le contraddizioni di una crescita basata sull’esportazione e sulla compressione del mercato interno. Appaiono oramai insostenibili gli squilibri crescenti fra città e campagna e il livello infimo delle retribuzioni. La risposta cinese alla crisi si orienta verso un recupero di politiche che hanno caratterizzato l’esperienza socialdemocratica in Europa. Può sembrare strano che i comunisti virino a sinistra diventando socialdemocratici, ma ciò che si sta muovendo in Cina sembra andare proprio in questa direzione. La crescita di quest’anno è stata pari all’8,9%. Una crescita che, malgrado la brusca caduta delle esportazioni, è stata sostenuta dagli investimenti e dai consumi interni; perché stanno crescendo i salari e si stanno investendo risorse importanti nel campo dell’assistenza sanitaria e nel campo della previdenza. Insomma certe conquiste che nella vecchia Europa si vorrebbero oramai passate di moda cominciano invece a contagiare mondi lontani.
Perché invece proprio qui nella vecchia Europa sembra essere così difficile la sfida per i progressisti? Proprio qui in questa parte del mondo che ha visto nei secoli scorsi l’affermazione più alta dei valori democratici, dei principi della giustizia sociale e delle libertà individuali? Sembra ripetersi la divisione degli anni Trenta del secolo scorso quando di fronte alla grande crisi e alla grande depressione, in America si affermò il new deal mentre nel cuore dell’Europa prevalsero il nazionalismo, il fascismo e l’antisemitismo. Naturalmente non penso che oggi possa ripetersi la tragedia di allora e tuttavia il rischio è che il nostro continente si avvii verso un declino non solo economico ma anche politico, civile e culturale. Il rischio è che l’Europa, nel nuovo mondo che uscirà dalla crisi, conti di meno e che si appanni anche il ruolo della nostra cultura e della nostra civiltà.
Un acuto sociologo francese Dominique Moïsi ci ha descritto un mondo di oggi diviso tra 3 sentimenti: la speranza, che anima i grandi paesi che si affermano come nuovi protagonisti sulla scena mondiale, il rancore degli esclusi e dei perdenti, e la paura dei più ricchi che temono di perdere i loro privilegi. L’Europa è per eccellenza il continente della paura. Il timore dell’aggressiva competitività delle economie asiatiche; la paura degli immigrati che sconvolgono la nostra organizzazione sociale e che, soprattutto oggi con la crisi e la disoccupazione, appaiono ai più poveri come un nemico e una minaccia; la paura del terrorismo e dell’Islam che hanno accresciuto la sensazione di vivere in una fortezza assediata e il bisogno di ricollegarsi a un’identità civile e religiosa forte e radicata.
La destra ha fatto di queste paure la sua forza e si è presentata, in molti paesi, proprio alle classi sociali più deboli, come la forza in grado di proteggere le persone e di garantire gli interessi e i valori costituiti.
Nella seconda metà degli anni Novanta, la grande maggioranza degli europei si rivolse a noi, ai socialisti e al centrosinistra per cercare una risposta e una difesa di fronte alle sfide della globalizzazione. Ma noi non siamo stati complessivamente in grado di dare una risposta positiva alla domanda di questa larga opinione pubblica. I socialisti europei si sono sostanzialmente divisi di fronte a questa sfida. In alcuni paesi e in alcuni partiti ha prevalso l’illusione che gli effetti della globalizzazione potessero essere contenuti e che si potesse difendere l’assetto sociale frutto del secolo socialdemocratico e del welfare state. Dall’altra parte vi sono stati partiti e leader che hanno invece cavalcato con entusiasmo il capitalismo globale; che hanno innovato il nostro lessico: non hanno più parlato di employment preferendo l’espressione employability, hanno sostituito la parola tutela con la parola opportunità, hanno lasciato da parte la parola welfare parlando di education. Tutti noi abbiamo – chi più chi meno – avvertito l’influenza di questa innovazione che ha avuto la sua origine soprattutto nel New Labour. Certamente questo ci ha aiutato ad assicurare ai socialisti ancora una stagione di governo. In più credo che ciò abbia rappresentato una reale e necessaria modernizzazione della nostra cultura. Tuttavia non siamo riusciti a porre rimedio alle diseguaglianze sociali crescenti generate dallo sviluppo senza regole del capitalismo globale e siamo apparsi sostanzialmente nel solco di una cultura neoliberale e quindi coinvolti anche noi tra le forze responsabili della crisi di oggi.
Il problema è che il socialismo europeo, sia nelle sue componenti più tradizionali, sia nei settori più innovativi, non è riuscito, di fronte alla globalizzazione, ad andare oltre all’orizzonte del riformismo nazionale. In particolare – questa è la mia opinione – la grande opportunità legata al processo d’integrazione politica dell’Europa è stata colta solo in piccola parte. Dopo l’avvento della moneta unica sarebbe stato il momento per un salto di qualità. Era necessario coordinare le politiche in materia di sviluppo, ricerca e innovazione e armonizzare le politiche fiscali e di bilancio. Era necessario costruire una vera Europa sociale e governare insieme ed in modo solidale la sfida dell’immigrazione. Era necessario quindi rafforzare il bilancio e i poteri dell’Unione europea aprendo la strada a un “riformismo europeo” capace di superare i limiti dell’esperienza degli stati nazionali. Questa era la prospettiva che era stata indicata da Jacques Délors.
Non dimentichiamo che in quel momento 11 paesi su 15 dell’Unione erano guidati da leader socialisti. Cercammo di indicare una nuova via con il Consiglio europeo di Lisbona. Ma quel programma riformista che pure era coraggioso non era sostenuto da istituzioni forti, risorse adeguate, una chiara volontà politica.
La sfida del mondo globale sta proprio nella capacità di governare i processi a livello sovranazionale. Noi europei abbiamo la forma democratica più avanzata per il governo della globalizzazione. Sarebbe interesse innanzitutto dei socialisti e dei progressisti valorizzare e rafforzare le istituzioni dell’Unione. In fondo la destra crede nelle virtù taumaturgiche del mercato. Ma anche noi abbiamo fatto un uso timido e insufficiente delle potenzialità dell’Unione europea e non è un caso che il declino dell’europeismo nella coscienza dei cittadini europei, sottolineato dell’esito dei referendum in Francia, Olanda e Irlanda, coincida con la caduta dell’influenza socialdemocratica in molti grandi paesi del nostro continente. Per la destra le cose sono in definitiva più semplici. La destra che abbiamo di fronte ha una visone strumentale e riduttiva dell’Europa legata agli interessi ed alle convenienze dei singoli stati. Le istituzioni europee si presentano per loro fondamentalmente come il luogo in cui ricercare un confronto e una mediazione tra i governi. C’è un forte ritorno nazionalista. Allo smarrimento degli individui nella “società liquida”, alla sfida difficile della convivenza con persone di altre razze e di altre civiltà, la destra risponde offrendo soluzioni semplici anche se regressive: la riscoperta delle radici identitarie, del rapporto con il territorio; l’uso politico della religione (la tradizione giudaico-cristiana europea) spogliata della sua carica universalistica e ridotta a religione dell’Occidente nel conflitto con le altre civiltà. Al malessere dei lavoratori e dei ceti produttivi, la destra reagisce alimentando illusioni protezionistiche o sollecitando l’ostilità verso gli immigrati o la rivolta verso forme di solidarietà sociale (come in Italia quella tra il Nord ricco e il Mezzogiorno meno sviluppato).
Queste risposte hanno indubbiamente la forza della brutale semplificazione della realtà. Esse sono sostanzialmente illusorie e portano con sé anche un rischio di mistificazione e di violenza; ma fanno breccia in particolare nei settori popolari più deboli che si sentono più impauriti e meno protetti nella difesa delle loro tradizionali acquisizioni. Non basta certamente denunciare questo inganno se la socialdemocrazia e il centrosinistra non vogliono ridursi a rappresentare una minoranza più illuminata e più protetta (insegnanti, lavoratori pubblici, pensionati o quella borghesia intellettuale che ha cultura e buoni sentimenti e per di più vive nei quartieri dove non ci sono né immigrati né rom).
Vorrei dire allora – senza che sembri che io sia troppo arcaico – che il primo grande problema per i progressisti è di rimettere con forza le radici nel popolo: a cominciare dalla capacità di riscoprire il conflitto sociale nelle sue forme moderne e di dare rappresentanza al mondo del lavoro e ai suoi interessi. Mai come in questo momento è apparso chiaro quanto il lavoro – non soltanto il lavoro dell’operaio ma anche quello dell’artigiano e del piccolo imprenditore – sia stato penalizzato dallo sviluppo distorto degli ultimi 15 anni che ha avvantaggiato la rendita finanziaria e la speculazione. Se è vero che il protezionismo sarebbe una risposta egoista e insostenibile alle difficoltà dei sistemi produttivi europei e al disagio sociale dei nostri operai, è anche vero che alla necessaria apertura dei mercati non può che corrispondere un’espansione dei diritto sociali e del lavoro. Abbiamo vissuto lo scorso anno la grande lezione del disastro derivante dalla deregulation finanziaria. Cerchiamo di prevenire i prevedibili disastri che stanno per capitare per effetto della deregulation sociale o ambientale.
La crisi non è stata un incidente di percorso dovuto agli errori di calcolo o all’ingordigia senza scrupolo di qualche banchiere; essa ha messo in evidenza un vuoto di regole e di controlli che è in definitiva l’espressione di un deficit di democrazia dovuta alla asimmetria tra la crescita di un’economia mondiale e la debolezza delle istituzioni internazionali o l’inadeguatezza dei vecchi stati. Il tema della democrazia torna ad essere centrale nella visione dei progressisti ed anche fondamentale per ristabilire un rapporto forte con le opinioni pubbliche dei nostri paesi. A tutti i livelli: democrazie dei lavoratori nelle aziende, democrazia dei consumatori, dei risparmiatori e degli utenti, come diritto alla partecipazione, al controllo e alla trasparenza.
La crescita senza regole del capitalismo globale non ha avuto soltanto effetti economici e sociali, ha cambiato la realtà politica. Si sono affermate concentrazioni di potere finanziario, industriale e mediatico sottratte ad ogni controllo. il declino dei soggetti politici tradizionali (stati, partiti) ha favorito un grande spostamento del potere reale. In Italia, ad esempio, uno dei grandi protagonisti dell’economia ha fondato un partito. In altri casi il potere economico ha esercitato un enorme condizionamento sulla politica. In sostanza è la democrazia stessa a essere messa in discussione; si riduce cioè la possibilità di una partecipazione consapevole e non manipolata dei cittadini alle scelte. È una sfida davvero cruciale per l’avvenire della sinistra perché si tratta di rimettere in discussione le forme stesse della politica creando nuovi canali di comunicazione nella società (come è stato, ad esempio, nella esperienza italiana delle elezioni primarie o nella sperimentazione fatta in Grecia di forme di partecipazione deliberativa). Ma dall’altra parte la sfida rischia di essere perduta per l’impotenza della politica e delle istituzioni nazionali di fronte ai grandi fenomeni economici globali. Ecco perché diventa essenziale il potenziamento di grandi organismi sovranazionali.
Il secondo grande tema per fare avanzare una risposta progressista alla crisi è quello dell’uguaglianza. In questi anni abbiamo avuto un certo pudore, forse anche perché condizionati dal ricordo dell’egualitarismo livellatore del socialismo burocratico. Abbiamo preferito parlare di eguaglianza delle opportunità. Questo rimane certamente giusto ma nello stesso tempo, bisogna riprendere con forza un impegno per una distribuzione più equa della ricchezza. In un indimenticabile saggio di quasi venti anni fa Norberto Bobbio reagendo a quanti sostenevano che la distinzione tra destra e sinistra non avesse più ragione d’essere dopo la caduta del Muro di Berlino scrisse che l’aspirazione all’eguaglianza restava il tratto distintivo della sinistra nelle nostre società. Io credo che avesse ragione. D’altro canto il prevalere della destra e della sua ideologia ha favorito la crescita di diseguaglianze intollerabili non solo tra paesi ricchi e paesi poveri, ma all’interno delle nostre società. In Italia, per esempio, nel corso degli ultimi 15 anni, mentre i redditi da lavoro sono rimasti sostanzialmente fermi, i redditi da capitale sono cresciuti del 44%. Il recente rapporto dell’OCSE (dicembre 2008), intitolato Growing unequal. Income distribution and poverty in OECD countries, mostra come negli ultimi anni, malgrado la crescita significativa della ricchezza globale, sia cresciuta anche povertà e diseguaglianza sociale nella larga maggioranza dei paesi sviluppati. Tutto ciò produce non soltanto società ingiuste ma è divenuto ormai una delle ragioni della crisi economica perché la distribuzione ineguale della ricchezza non sostiene la crescita dei consumi e del mercato interno e la valorizzazione del lavoro, anche dal punto di vista retributivo, riduce le motivazioni dei lavoratori e produce in definitiva una ridotta produttività del lavoro. Tornare a valorizzare la fatica e lo sforzo intelligente delle donne e degli uomini; valorizzare il lavoro e la produzione contro gli eccessi della speculazione e della rendita finanziaria ecco le ragioni di un moderno conflitto sociale di cui il centrosinistra europeo deve farsi protagonista per rimettere radici nella società. Un recente saggio, assai stimolante, di due ricercatori inglesi (Richard Wilkinson e Kate Pickett, “The spirit level”) si sostiene, come dice anche il sottotitolo, che more equal societies almost always do better. Ciò che è interessante nel volume è la dimostrazione – sulla base di ricerche empiriche – che oltre una certa soglia di reddito non c’è proporzione tra crescita della ricchezza e miglioramento della qualità media della vita delle persone. In realtà si vive mediamente meglio – per esempio più a lungo e più sani – in società dove grazie a sistemi evoluti di protezione sociale e di garanzia pubblica le diseguaglianze di reddito, di cultura e di opportunità sono più ridotte.
Infine dalla crisi si esce con la prospettiva di un nuovo ciclo di sviluppo più equilibrato e sostenibile solo se si punta sull’innovazione, sulla ricerca scientifica e sulla cultura. Si tratta di recuperare il nucleo del programma europeo del Consiglio di Lisbona: cioè l’idea di una crescita basata sulla conoscenza. Per troppo tempo lo sviluppo si è retto sui bassi salari dei paesi emergenti e il dominio della finanza occidentale nel mondo ha fatto affluire ricchezze nei nostri paesi non legate alla capacità produttiva e innovativa. Non solo innovazione dei processi produttivi per guadagnare competitività ma innovazione dei prodotti orientando lo sviluppo verso tecnologie ambientali, forti di energia alternative al petrolio e al carbone, ricerca biomedica così come è indicato nelle scelte che la nuova Amministrazione democratica degli Stati Uniti ha compiuto. È questa la via per una nuova qualità dello sviluppo che raccolga in una chiave che non sia antiscientifica e regressiva la nuova sensibilità ambientalista e i vincoli non eludibili per la salvaguardia del pianeta. La cultura non è solo condizione per lo sviluppo economico ma più in generale per migliorare la qualità della vita, per promuovere un cambiamento della struttura dei consumi che ci porti oltre ogni logica dello spreco e della esasperazione individualistica.
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Democrazia, uguaglianza, innovazione non sono solo i titoli di un programma progressista per uscire dalla crisi che viviamo. Sono anche le idee forti per un progetto di società e per una globalizzazione che metta al centro l’essere umano e i suoi diritti.
Ci vuole una forza progressista europea che abbia il coraggio di rimettersi in gioco, che apra le vele per cogliere il vento del cambiamento internazionale lasciandosi alle spalle le timidezze e il basso profilo degli ultimi anni. Si capisce che proprio in Europa il crollo del comunismo e il progressivo logoramento dell’esperienza socialdemocratica hanno pesato su una sinistra rimasta prigioniera del suo disincanto e incapace di andare oltre un pragmatismo ispirato al buon senso, alla razionalità economica e alla solidarietà sociale. Ma una sinistra così debole nella sua identità è apparsa disarmata di fronte al populismo sanguigno della destra che ha proposto a una opinione pubblica europea smarrita e impaurita l’ancoraggio ai valori tradizionali: Dio patria famiglia. Ma questa destra che governa gran parte dell’Europa non appare in grado con le sue politiche di aprire davvero una nuova prospettiva. L’UE prigioniera degli egoismi nazionali stenta sulla via della ripresa, mentre crescono la disoccupazione e il disagio sociale. E soprattutto l’Unione si presenta politicamente debole in un mondo investito da rapidi e sconvolgenti cambiamenti.
L’unica istituzione europea che appare vitale e capace di affermare il proprio ruolo al di fuori della logica della mediazione intergovernativa è il Parlamento. E ciò malgrado un risultato elettorale che non ha certo visto prevalere le sinistre e che ha portato ad una frammentazione politica. Qualche giorno fa il Parlamento europeo ha respinto l’accordo euroamericano per la lotta al terrorismo perché prevede pratiche lesive delle libertà e dei diritti individuali. Un segnale forte di coerenza con i valori costitutivi dell’Unione ed anche un richiamo importante alla nuova amministrazione americana perché tenga fede all’impegno di una svolta rispetto agli orrori di Guantanamo e delle extraordinary renditions. Ma complessivamente l’Europa delle destre non sembra essere in grado di assumere quel ruolo di fondamentale protagonista politico che oggi sarebbe essenziale.
Il ministro italiano Giulio Tremonti ha recentemente detto, parlando alla scuola del Partito Comunista cinese che la crisi ha segnato la fine dell’età coloniale. Forse egli intendeva anche compiacere i suoi ascoltatori e probabilmente la fine dell’età coloniale era già cominciata da almeno un secolo. Tuttavia non c’è dubbio che la crisi segna la conclusione di una lunga epoca di dominio del Nord del mondo sul resto del pianeta. Si tratta di un cambiamento straordinario che sta procedendo con una fortissima celerità. Il gruppo dei paesi occidentali più ricchi non detiene più la grande parte della ricchezza del mondo così come era avvenuto per sessant’anni dopo la Seconda guerra mondiale. Nel breve volgere di un decennio probabilmente solo la Germania resterà nell’elenco dei paesi aventi diritto – per dimensione del PIL – a partecipare al G7. Poi al posto della Francia, della Gran Bretagna e dell’Italia arrivano la Cina (in sorpasso sugli Stati Uniti), l’India e il Brasile. D’altro canto il declino del G8 (un vertice del mondo sostanzialmente euroamericano) in favore del G20 è il segnale politico più evidente di questo mutamento della realtà e dei rapporti di forza.
La più grande sfida dell’Europa nel prossimo decennio è proprio quella di affrontare questo grande cambiamento. Una sfida che richiede innanzitutto unità politica se il nostro continente vuole continuare a contare qualcosa nel mondo.
A destra prevale un senso di ostilità e di paura; la convinzione, che è in realtà una velleità, che si possa frenare il mutamento in atto. Su questa strada l’Europa anziché offrire al mondo il suo patrimonio civile di libertà, democrazia politica, giustizia sociale e diritti individuali, rischia di rinnegare sé stessa. Il mondo globale ha bisogno della civiltà europea. A condizione che noi europei non concepiamo l’Unione come una fortezza dell’Occidente cristiano. L’UE è un progetto politico aperto, un modello di società inclusiva, una visione del mondo fondata sulla pace e sulla collaborazione fra i popoli. Questa Unione Europea deve aprirsi ad un grande paese islamico come la Turchia. Questa Europa deve integrare gli immigrati – senza i quali siamo destinati a invecchiare e declinare – riconoscendo loro cittadinanza e diritti e pari dignità in cambio di lealtà e rispetto delle nostre leggi.
Questa è la sfida difficile di un centrosinistra moderno che faccia del progetto politico dell’Europa il cuore della sua proposta, oltre le esperienze dei socialismi nazionali del ‘900. Qualche passo in questa direzione è stato compiuto. Ma molto resta da fare ed è sostanzialmente il compito di una nuova generazione.
Disse JFK nel luglio del 1960 “Oggi il nostro impegno deve essere rivolto al futuro perché il mondo sta cambiando. La vecchia epoca è finita. Le vecchie strade non ci sono più”. E’ tempo di una nuova generazione al potere. “Giovani che non sono prigionieri delle vecchie paure e dei vecchi odi, che si possono lasciare alle spalle i vecchi slogan, le vecchie delusioni, i vecchi sospetti”. Anche oggi viviamo un tempo di cambiamento. Anche oggi vale il messaggio di speranza che allora fu lanciato da un indimenticabile Presidente degli Stati Uniti d’America.
Grazie

fonte: massimodalema.it

Scuola, la rivoluzione che non c’è

Venerdì, 26 Febbraio, 2010

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di Davide Giacalone

Siamo sicuri che la scuola superiore s’appresti alla rivoluzione dei corsi? Il nostro sistema dell’istruzione è talmente mal messo, i suoi risultati sono così miseri, che qualsiasi novità è venduta e scambiata come palingenesi, il che serve solo ad alimentare la successiva delusione. Inoltre, come se non bastasse, ha preso piede anche l’ideologia dell’antideologia, per cui, dopo i cascami incolti dell’egualitarismo sessantottino, va di moda la meritocrazia a chiacchiere. Credo, invece, che senza estirpare un paio di malepiante, non si vada da nessuna parte.

In questi giorni si è fatto un gran parlare della “riforma Gelmini”. Si tratta, in realtà, di regolamenti approvati dal Consiglio dei ministri, in attuazione di leggi esistenti. Importanti, certo, ma non epocali. Si mette ordine nella ripartizione delle materie, nella definizione e specificità degli istituti tecnici e professionali, nell’orario scolastico. Cose buone e giuste, ma non esattamente la nascita di un nuovo sistema. Per il resto, invece, le cose restano come stanno, a cominciare dalla dequalificazione degli studi.

Ci siamo arrivati, a questo punto, partendo dall’idea che la scuola sarebbe stata più bella e democratica se avesse dato a tutti la stessa cosa, salvo accorgersi che il punto di caduta era l’ignoranza equidistribuita. Si sono demoliti gli istituti professionali, in omaggio alla cultura da aprirsi a tutti, riuscendo così a privare molti della sapienza del fare (e, oltre tutto, non sta scritto da nessuna parte che sia inconciliabile con la cultura letteraria, artistica o musicale). Abbiamo tolto ai professori il loro ruolo sociale, costringendoli ad amministrare un gregge da portare compatto al compimento degli studi, non più coincidente con l’acquisizione di conoscenze, abbiamo, così, creato un ambiente adatto per quanti salgono in cattedra per prendere uno stipendio, in attesa di percepire la pensione, e inadatto a chi abbia passione e vocazione per l’insegnamento. La società tutta s’è prestata a questa degradazione, facendosi rappresentare da genitori che un tempo erano il potenziamento della severità dei docenti, mentre ora sono, per la gran parte, i sindacalisti dei propri figli, sempre più viziati e familisticamente protetti. Contro tutto questo dovrebbero ribellarsi i giovani, la cui testa sarà il trofeo polveroso di tanta dissipazione culturale ed economica, mentre, invece, le pantere e le onde si levano solo allorquando taluno pretende mettere mano alla realtà per cambiarla. Sono colpevoli, questi ragazzi, perché complici dei loro peggiori professori.

Ho letto le reazioni ai nuovi regolamenti, sempre le solite: sono solo tagli, diminuiscono le ore d’insegnamento, è un attacco all’istruzione pubblica. Magari, ci fosse bisogno d’attaccarla! La realtà è fotografata in pochi numeri, aprite gli occhi: nella scuola primaria le ore annue d’insegnamento, in Italia, sono 990, la media Ocse è 796; nella secondaria inferiore i due numeri sono 1.089 e 933; in quella superiore 1.089 e 971. Veniamo al numero di docenti ogni 100 studenti: nella primaria italiana sono 9,4, la media Ocse è 6,2; nella secondaria inferiore 9,7 e 7,5; in quella superiore 9,1 e 8. Quindi, abbiamo più ore d’insegnamento e più docenti della media Ocse, ma risultati largamente inferiori, accertati dai test Pisa, che ogni hanno ci umiliano. Secondo voi, come si fa ad ottenere un risultato simile se non mettendo nel conto ore inutili e docenti incapaci? Ecco, le proteste, invece, sono tutte indirizzate a conservarci entrambe, quali beni preziosi.

E’ vero, invece, che per l’istruzione spendiamo meno della media Ocse: il 3,3% del prodotto interno lordo, contro il 3,8. Spendiamo meno, ma abbiamo più personale che lavora, e ciò significa che usiamo i soldi quasi esclusivamente per la spesa corrente, con tanti saluti all’innovazione e alla ricerca. Ma basta toccare questa situazione che subito salta il sindacato, e appresso a quello si muovono i cortei degli studenti, che manifestano contro se stessi. E siccome non lo capiscono, ciò non depone a favore della loro lucidità.

I conti relativi all’università li faremo un’altra volta, per adesso bastino due numeri, a illustrare il fallimento del mito egualitario: nel 2003 si iscriveva all’università il 56,5% dei diciannovenni e il 74,4 dei diplomati; nel 2009 i primi affluiscono per il 47,4 e i secondi per il 59,1. Il titolo di questo film dovrebbe essere: 2010, fuga dall’università. Ma non perché difficile e selettiva, bensì perché inutile. Non si torna all’università classista, si galleggia in quella declassata.

Dubito che i regolamenti possano porre argine a questo straripare di fallimenti. Il salto di qualità lo si farà imboccando tre strade: a. l’abolizione del valore legale del titolo di studio; b. la trasparenza statistica sui risultati formativi, seguendo gli studenti nella loro vita lavorativa e professionale; c. fine del finanziamento uguale per tutti. Ciascuno di noi può studiare, per tutta la vita, al fine di coltivare l’animo. Ma gli studi istituzionalmente organizzati devono servire a conquistare una vita migliore e un livello di reddito superiore, devono essere meritocratici e selettivi, a cominciare dalle persone che stanno in cattedra. Questa sì, che è una rivoluzione. Che non vedo, però, all’orizzonte.

fonte: davidegiacalone.it

“Affari Italiani”: E’ ufficiale l’asse Fini-Casini-Pisanu

Venerdì, 26 Febbraio, 2010

pisanu-casini-fini.jpgUna notizia che non può passare inosservata. Si è tenuto un pranzo di lavoro a Montecitorio tra il numero uno della Camera, il leader dell’Udc e il presidente della commissione Antimafia. A questo punto l’ex leader di An ha deciso di giocare a carte scoperte. Sembra quasi l’atto ufficiale della nascita di quel polo sul quale aggregare il governo di “emergenza nazionale”.

Fasi nuove/ Pisanu suona la carica, palla al Centro
Una notizia che non può certamente passare inosservata. All’indomani dell’ennesimo scontro sull’immigrazione tra il premier e il presidente della Camera, si è tenuto un pranzo di lavoro a Montecitorio tra Gianfranco Fini, il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, e il presidente della commissione Antimafia, Giuseppe Pisanu. A questo punto l’ex leader di Alleanza Nazionale ha deciso di giocare a carte scoperte. Sembra quasi l’atto ufficiale della nascita di quel polo sul quale aggregare il governo di “emergenza nazionale” di cui Affaritaliani.it ha parlato. Proprio la presenza dell’ex ministro dell’Interno fa nascere più di qualche sospetto.

La sua intervista al Corriere della Sera, come aveva sottolineato Affaritaliani.it, non era affatto un modo giornalistico per riempire la pagina del quotidiano di Via Solferino. Pisanu, che con Casini ha in comune la stessa matrice democristiana, è il più fiero oppositore dell’asse tra il Cavaliere e Umberto Bossi. E il numero uno dell’Udc ha basato tutta la sua campagna elettorale accreditandosi proprio come l’argine della Lega al Nord. Una saldatura necessaria per il presidente della Camera quella con Pisanu. Infatti, nel caso di crisi dell’esecutivo i circa 50 parlamentari finiani non sono sufficienti.

Serve, per costruire una Grande Coalizione, anche la fetta di ex Dc di Forza Italia (e in parte di An). Una pattuglia in grado, insieme ai centristi e al Partito Democratico, di dar vita a un governo di transizione. Probabile premier Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia. Ma non finisce qui. C’è chi nel Palazzo ipotizza che qualcuno punti all’interno del Pdl punti a perdere le elezioni regionali, lasciando pure alla Lega il pieno di voti, proprio per evitare che si rafforzi Berlusconi.

Basta non vincere nelle quattro Regioni in bilico (Piemonte, Liguria, Lazio e Puglia) e il gioco e fatto. Il Cavaliere, che ha parlato di test nazionale, uscirebbe con le ossa rotte dalle urne. E ricordiamoci che fino al 2013 non ci saranno nuovi test elettorali. Quindi se si vuole agire, questa è l’ultima chance. Grande manovre nel Palazzo…

fonte: affaritaliani.it - 25/02/10 ore 17,10

Gianni Letta e Luciano Violante. Un “distillato” d’intelligenza per l’Italia

Mercoledì, 24 Febbraio, 2010

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Avremmo dovuto mettere mano non solo all’inasprimento delle sanzioni ma alla riforma dei procedimenti amministrativi che, essendo molto confusi, favoriscono la corruzione. Questo non è stato fatto e adesso ne stiamo pagando il conto. Le proposte che noi facciamo intendono supplire proprio a questa omissione: finché non si riformano le procedure per le grandi opere pubbliche sarà sempre possibile che si introduca un tasso elevato di corruzione. Le procedure vanno semplificate e non raggirate: questo è il nostro principio”. Così Luciano Violante ha presentato in una conferenza stampa a Montecitorio le cinque proposte di Italiadecide sul tema “Opere pubbliche: semplificare le procedure, uscire dall’emergenza, garantire la trasparenza”. Cinque proposte su cui, assicura l’ex presidente della Camera, ci sarà un consenso bipartisan: “Gianni Letta ha detto di condividere tutti i punti”, spiega Violante . Un riferimento non casuale, perché il sottosegretario alla presidenza del Consiglio fa parte del comitato di presidenza di Italiadecide (insieme allo stesso Violante, al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, all’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e a Giuliano Amato) ma anche perché “è la persona più legittimata ad esprimere un parere su questa materia”.

È stata la vicenda della Protezione civile - “al di là degli aspetti giudiziari e politici che interessano altre sedi” – a spingere Italiadecide a riproporre queste “cinque semplici misure per superare il ricorso sistematico alle procedure d’emergenza e sciogliere il groviglio normativo e amministrativo che le causa”. Proposte già contenute nel Rapporto 2009 di Italiadecide “Infrastrutture e territorio”, pubblicato dal Mulino nel dicembre scorso. “Non c’è un problema di centrodestra e centrosinistra - spiega Violante - noi intendiamo fornire un servizio alla Repubblica. Tutti - ha aggiunto - chiedono una semplificazione delle procedure, anche in ambito governativo. Non credo che le proposte che avanziamo e che saranno presentate a tutti i soggetti interessati, ai presidenti delle Camere, ai ministri ed ai gruppi parlamentari, possano far registrare punti di dissenso”. Anche perché le proposte possono essere messe in opera senza fare una legge: “L’obiettivo da conseguire è di far funzionare in modo più razionale l’esistente” spiega Violante. Diverso il discorso per gli appalti, dove forse occorrerà un intervento legislativo, perché l’Italia si è data procedure più “pesanti” di quelle imposte dall’Ue. Per questo è opportuno “tornare all’Europa” riportando la disciplina degli appalti, “senza ulteriori complicazioni”, a due direttive Ue, la 17 e la 18 del 2004.

Necessità prioritaria, secondo Italiadecide, “è quella di non accrescere la selva di norme, procedure, organi e più in generale la dimensione della sfera giuridica e ordinamentale che avvolge il campo dei lavori pubblici”. Per questo bisogna esercitare le deleghe per la semplificazione intervenendo su specifici settori normativi (ad esempio impianti energie rinnovabili), in modo da produrre un immediato vantaggio operativo per le imprese. Quindi va garantita una “stabilità normativa” nell’intera materia dei lavori pubblici, in modo che non si possano cambiare le norme per le opere in corso di esecuzione dell’opera. Viene poi introdotta l’Unità di missione, un organo collegiale in cui confluiscano, sotto un’unica direzione, tutte le amministrazioni interessate. Parte integrante dell’Unità di missione deve essere un “soggetto facilitatore” responsabile dell’informazione e del corretto svolgimento delle procedure amministrative nel corso di tutta la fase attuativa dell’opera. Questo soggetto può rendere più trasparente il rapporto tra Pubblica amministrazione e imprese superando meccanismi opachi, inefficienti e ipergiuridificati che operano a svantaggio delle imprese più produttive e favoriscono comportamenti opportunistici che dilatano i tempi di realizzazione delle opere e ne aumentano i costi”. Infine è importante - sempre secondo Italiadecide - prevenire e ridurre il contenzioso amministrativo potenziando le procedure partecipative e migliorando l’istruttoria tecnica e la qualità della progettazione e unificare la programmazione territoriale e finanziaria in modo che le opere di interesse nazionale possano acquisire flussi stabili di finanziamenti concordati tra livelli nazionali.

fonte:  Velino - 23/02/10

Cina - Intervista al Cardinale Zen Ze-kiun

Mercoledì, 24 Febbraio, 2010

Alessandro D’Avenia legge Dostoevskij

Martedì, 23 Febbraio, 2010

RU486: Fisichella, no ad anarchia Regioni, intervenga il Governo

Lunedì, 22 Febbraio, 2010

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Il governo deve intervenire contro “la situazione diversificata, anarchica e a macchia di leopardo” delle Regioni sulle modalita’ di utilizzo della pillola abortiva Ru486. E’ l’appello che lancia in una intervista alla Stampa monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia accademia per la vita, rettore dell’Universita’ Lateranense e cappellano di Montecitorio. “L’attuale condizione di incertezza - sottolinea Fisichella - e’ senz’altro dannosa: e poi cosi’ si rinuncia ad educare“. Il governo deve quindi fare “un intervento chiarificatore” attraverso linee guida nazionali, perche’ la “discrezionalita’ delle amministrazioni locali” crea una situazione “triste e allarmante”. Chi ha responsabilita’ politiche, aggiunge, “non puo’ non tener conto dei pericoli del farmaco e la decisione sul ricovero ordinario o meno in ospedale non puo’ differire radicalmente da un posto all’altro”. In ogni caso, la Chiesa rimane ferma nei confronti dell’aborto, considerato “un male intrinseco perche’ comporta sempre la distruzione di una vita umana, la soppressione di un innocente, E’ inevitabile, quindi - sottolinea Fisichella - che l’assunzione della Ru486 sia considerata a tutti gli effetti come un’azione abortiva con le conseguenze che da cio’ derivano. In questo modo, inoltre, “si illude la donna”, facendo credere che con l’assunzione di due pillole “il dramma dell’aborto sia meno dirompente”.

fonte: AGI

Cina dei primati

Lunedì, 22 Febbraio, 2010

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di Enrico Sassoon  

Mentre il mondo arranca alla disperata ricerca della ripresa, che continua a giocare a nascondino anche dopo i reiterati annunci che la volevano già avviata in almeno una parte dei paesi avanzati, la Cina cammina, corre e salta. Nell’ultimo trimestre del 2009 l’economia cinese è cresciuta del 10,7%, il che la riporta ai ritmi perduti del 2007. E si prevede un nuovo balzo nel primo trimestre del 2010. A quel punto la Cina sarà diventata la seconda economia mondiale perché avrà superato il Giappone, finora in seconda posizione immediatamente dietro gli Stati Uniti.
La cosa ha dell’incredibile, non solo perché ormai la Cina macina crescita e sviluppo a tassi elevatissimi da parecchi anni, ma anche perché la crescita del 2009 è avvenuta in un periodo di forte contrazione delle esportazioni, che ne erano state il motore di espansione fino al 2008.
Questo vuol dire che il modello di sviluppo cinese - basato, come è noto, su una progressiva adozione di un’economia capitalistica di mercato da parte di un’oligarchia politica ancora legata agli schemi del comunismo - sta cambiando. I risultati che vengono ottenuti non si basano più solo sulla formidabile capacità di produrre a costi bassi e con qualità accettabile. Oggi la concorrenza cinese si evolve su nuove basi tecnologiche. E da un modello essenzialmente basato sull’export, sta diventando un modello in cui si sta affermando l’importanza crescente del mercato interno. Infatti, nei prossimi dieci anni la Cina avrà come minimo altri 300 milioni di consumatori con reddito almeno di medio livello.
L’evoluzione tecnologica è, infine, confermata da una recente ricerca del Financial Times, secondo cui la Cina è ormai il secondo produttore mondiale di ricerca scientifica, misurata con l’indicatore delle pubblicazioni di articoli scientifici. Queste pubblicazioni sono aumentate di ben 64 volte dal 1980 a oggi e, se continua così, nel 2020 la Cina balzerà al primo posto, detronizzando l’America che detiene lo scettro da decine d’anni.

fonte: casaleggio.it
 

LA PESTE - di Luis Puenzo dal libro di Albert Camus

Sabato, 20 Febbraio, 2010

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