Robert Spaemann

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Robert Spaemann ha proposto una possibilità di dimostrare Dio “alle condizioni della vita moderna”, cioè a partire da un pensiero inteso come dominio, come autoaffermazione e non più come il mostrarsi di ciò che è. Le prove tradizionali potevano essere efficaci solo in determinati contesti culturali, altrimenti potevano divenire anche controproducenti (come accade nel caso del teleologismo, che cela in sè un equivoco: il mirare a qualcosa non in sè e per sè ma in forza di un motore esterno). A partire da Cartesio, comunque, l’intellegibilità dell’essere non è più garante dell’esserci di Dio e la prova di Dio, perciò, non parte più dal presupposto della verità della conoscenza; al contrario, è la stessa realtà di Dio a garantire ora l’intellegibilità dell’essere e della verità, sicché solo colui che già crede in Dio sarà disposto ad accettare quella nozione di conoscenza disposta all’eccesso che si possa appunto accordare con la conoscibilità di Dio. Ma proprio per questo, chi più di altri ha contribuito a preparare il terreno per una nuova via a Dio è secondo Spaemann Friedrich Nietzsche; Nietzsche avrebbe infatti mostrato nel modo più radicale l’intimo nesso che collega l’idea di Dio con quella di verità: la negazione di Dio comporta la negazione della verità, comporta che l’uomo si limiti a conoscere i propri stati d’animo soggettivi, senza poter più disporre di alcun criterio per sceverare la verità dall’illusione e senza provare più alcuna spinta all’autotrascendimento. A questo punto, l’argomento più convincente per dimostrare l’esistenza di Dio non è più quello che guadagna Dio come causa prima, bensì quello che giunge a Dio come al garante dello spazio della verità, spazio entro il quale il soggetto può recuperare la propria identità oltre la propria autocoscienza istantanea. La mia realtà vissuta presente, in altri termini, potrà esser pensata al modo del futuro anteriore (potrò dire: sarò stato) solo se garantita dall’esistenza di un Dio trascendente; altrimenti potrebbe aver senso affermare che il mio senso presente di oggi non sia mai stato e scomparirebbe dal cosmo ogni forma di vita cosciente. Dio viene così guadagnato come garante della “realtà della soggettività”, di una realtà che apre quell'”animale abile” che è divenuto oggi l’uomo (illusosi di poter manipolare a piacere tutti i propri affetti e di poter così conquistare la felicità) anche a un rapporto conoscitivo con la realtà a sé esterna, a contemplare qualcosa che non sia la nevrotica successione dei suoi cangianti stati d’animo.
 

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