Archivio di Aprile, 2010

Le sorprese di un Papa che sa rischiare

Venerdì, 30 Aprile, 2010

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di Federico Eichberg*
 
Quattro scrutini dopo l’extra omnes. Alle 17.56 di 5 anni fa la fumata bianca annunciava l’ascesa al soglio pontificio di un campione di sobrietà di cui si faticava a riconoscere altre caratteristiche oltre la solidità della dottrina. C’è chi diceva fine musicista, chi ricercato esteta, chi profondo teologo e grande intellettuale. A molte delle ipotesi e domande (e cliché) di 5 anni fa proviamo a rispondere con una breve carrellata.

Un Papa rassicurante? 113 su 115 Cardinali elettori nel Conclave del 2005 si trovavano per la prima volta dinanzi ad un compito così alto. Fatto quasi unico nella storia recente. Soltanto due Cardinali, infatti, avevano già partecipato da porporati all’elezione di Karol Wojtyla, ovvero William Wakefield Baum e lo stesso Joseph Ratzinger. Gli altri erano all’esordio. Durante le settimane di incontri precedenti il Conclave (le riunione della Congregazione generale dei Cardinali su Le sfide universali della Chiesa) il Cardinale Ratzinger seppe conquistarsi (o confermare) presso i neoelettori la fiducia indiscussa di personalità “solida” e rassicurante. Una fiducia che, con ogni probabilità, molto ha contribuito all’elezione. Ora, l’aspetto più affascinante di questo quinquennio è stata proprio la rottura di questo schema da parte di Benedetto XVI, impegnato ad esplorare il mondo contemporaneo ed a “rischiare”. A rischiare in un confronto a tutto campo con lo Zeitgeist, inaugurando addirittura un vero e proprio “Cortile dei Gentili” presso il pontificio Consiglio della Cultura.

Lui, profondo conoscitore ed interessato esploratore del pensiero contemporaneo, desideroso di incontrare ospiti a sorpresa da Henri Kissinger a Hans Küng, da Oriana Fallaci, ai teologi valdesi. Un Papa che, in procinto di andare in Portogallo, chiede di poter incontrare il regista lusitano Manoel de Oliveira, o chiede di potersi confrontare con l’architetto Santiago Calatrava sulle tendenze del design contemporaneo.
Quel desiderio di confrontare ed arricchire la sua katholische Weltanschauung, la prospettiva cattolica sul mondo e sulla Storia, negatagli a “La Sapienza” in un giorno di grande tristezza per un accademico intenzionato non «a imporre la Fede ma a sollecitare il coraggio della verità» come ricordato nel discorso pronunciato in absentia. Rischiare quando, per un gesto di aperture, si revoca la scomunica ai Lefevriani (che non vuol dire riammissione nella Chiesa, anche agli Ortodossi la scomunica è stata tolta più di 40 anni fa) e poi, scoperto che uno dei destinatari di tale gesto di distensione si fa portatore di tesi negazionistiche, si ha l’umiltà di riconoscere che si tratta di «una disavventura per me imprevedibile».

Rischiare con l’onestà di riconoscere i propri errori o gli errori della Chiesa. È il caso del dramma della pedofilia nella cui denuncia fu antesignano (è della via Crucis del 2005 la durissima espressione sulla “sporcizia” dentro la Chiesa). Benedetto XVI, pur completamente estraneo (come dimostrato dai documenti relative ai fatti di Monaco e di Milwaukee, su cui lo stesso New York Times si è recentemente ricreduto con un articolo di Ross Douthat), si pone da “penitente” sia con la lettera del 19 marzo ai fedeli irlandesi sia, più di recente, nell’incontro a Malta.

Un Papa “occidentale”? Vi era una malcelata aspettativa (o timore) che questo Papa potesse trasformare la Chiesa in una sorta di “fortezza dell’Occidente”, sulla scia delle riflessioni sulle radici cristiane d’Europa e delle sue riflessioni sulla civiltà occidentale. Al contrario questo papato ha collezionato una serie di imprevedibili successi “orientali”. È del novembre 2007 uno storico documento elaborato a Ravenna da teologi cattolici ed ortodossi con cui questi ultimi riconoscono il ruolo di primus inter pares del Papa, è dello stesso anno la lettera di 138 fra Imam e intellettuali islamici, sunniti e sciiti di oltre 43 Paesi, per aprire un dialogo costante con Benedetto XVI finalizzato alla ricerca delle radici comuni fra Islam e Cristianesimo, è di quei mesi la storica lettera ai cattolici cinesi con cui si apre un dialogo in merito alla “Chiesa patriottica” ed al reciproco riconoscimento; è conquista recente il dialogo con i “padri della Fede” del Mondo ebraico, culminato con la visita nella Sinagoga di Roma.

Un Papa oscurantista? Con la ragione Benedetto XVI ha da tempo aperto una partita audace. Vuole che la ragione aiuti l’uomo del XXI secolo a riscoprire i fondamenti universali ed a superare il rischio di “dittatura del relativismo”. Non teme di mettere sotto severa critica le religioni, a cominciare da quella cristiana, proprio in nome della ragione. Tra ragione e religione vuole che si stabilisca un mutuo rapporto di controllo e purificazione. I momenti salienti delle sue lezioni a Monaco e a Ratisbona sono stati proprio la critica alle fasi in cui il Cristianesimo s’è distaccato dai suoi fondamenti razionali. Occidente ed Oriente devono guardare alla grandezza della ragione umana ed alla sua capacità di conoscere la Verità e l’oggettività, ed in ultima analisi Dio, per non offenderlo con nichilismo (da un lato) ed uso strumentale e violento della Fede (dall’altro).

In un’epoca in cui alla ragione sono rimasti ben pochi difensori non è azzardato dire che Ratzinger è un “Papa illuminista”. Illuminista ma al contempo attento alla traslazione “universale” della limitazione metodologica a ciò che è sperimentabile e calcolabile. Le domande decisive della nostra vita non vanno né affidate solo ai sentimenti (distaccati dalla ragione) né ritenute inconcepibili (e quindi in balia di visioni deterministiche) in quanto inafferrabili dalla ragione. Benedetto XVI richiama la ragione matematica, capace di cogliere frutti puri ed “astratti” della nostra razionalità, una ragione “oggettivata” nella natura, ossia intrinseca alla natura stessa.

Un Papa passatista? Vi è stato chi ha voluto leggere forzatamente nel motu proprio sulla liturgia una opzione pro-messa tridentina; a dire il vero diversi elementi ci dicono altro: innanzitutto si è trattato esclusivamente di una “liberalizzazione” del culto e di un richiamo a superare una certa «privatizzazione» dell’esperienza di fede, che pone il celebrante quale “punto di riferimento” di tutta la celebrazione. In questo ponendosi in una positiva continuità con la visione liturgica dei Prosper Guéranger, dei Lambert Beauduin, dei Romano Guardini.

Benedetto XVI ha inoltre risposto a chi lo ha accusato di “tradizionalismo ideologico” mostrando una nuova e solida “ermeneutica della riforma” in merito al Concilio Vaticano II, ricordandone la novità nella continuità dell’unica tradizione cattolica e rifiutando l’ “ermeneutica della rottura”, di chi considerava il Concilio “da liquidare”.

«Mi auguro l’avvento di una laicità positiva che, pur vegliando sulla libertà di pensare, non consideri le religioni un pericolo ma un punto a favore». Queste affermazioni, rivolte da Benedetto XVI al presidente francese, sono in realtà indirizzate all’età contemporanea. Lo auspichiamo anche noi. In attesa di nuove sorprese da un Papa che sa rischiare.

*Direttore Relazioni Internazionali della Fondazione Farefuturo

fonte: ffwebmagazine.it

Ricetta Obama per le PMI abruzzesi

Giovedì, 29 Aprile, 2010

copertina_ilcentro_pescara_w510.jpgPer rilanciare l’economia del suo paese, il presidente Obama ha individuato una strategia di quattro azioni. L’innovazione è al primo posto. Quella vera, in grado cioè di produrre novità, non copiature. Il settore in cui prevalentemente si vedranno novità è quello della “green economy”. La seconda azione è rivolta alla promozione dell’export. Non generica, ma agganciata ad un obiettivo concreto e molto accattivante: raddoppiare l’export entro cinque anni per creare due milioni di nuovi posti di lavoro. La terza azione sarebbe vitale anche per l’Abruzzo, che è alla canna del gas in quanto a rapporto tra popolazione giovane e anziana: si tratta di maggiori investimenti nell’educazione. Il dolce alla fine: la quarta azione per la strategia di rilancio dell’economia degli Stati Uniti è la riforma finanziaria. Un punto centrale che dovrebbe essere siringato nelle vene del ceto politico abruzzese, che passa per la riduzione delle tasse a favore delle piccole e medie imprese. E’ più facile spezzare l’atomo che un pregiudizio, affermava Einstein: quando si pensa agli Stati Uniti li si fa coincidere con le multinazionali e la finanza, invece, Obama ha capito che il vero fondamento dell’economia americana sono le piccole e medie imprese, che sono state massacrate dalla crisi economica ma hanno consentito alla più grande democrazia del mondo di andare avanti. Il piano di risanamento maturato dall’intelligenza del presidente Obama e del suo staff, chiamato “recovery act”, ha come cardine lo sviluppo delle Pmi proprio con l’obiettivo di incrementare i posti di lavoro attraverso una deduzione immediata delle spese per investimenti fino a 250mila dollari e significativa riduzione del capital gain. In America anche le Pmi che sono in attivo fanno fatica ad accedere al credito perché le grandi banche preferiscono avere come clienti i colossi. Per questo, il presidente Obama ha pubblicamente elogiato il coraggio e la determinazione delle piccole imprese che hanno resistito alla recessione economica e sono pronte a rigenerarsi per ripartire nella crescita. Con il cosiddetto “Small Business Lending Found”, il Fondo per i prestiti alle Pmi che Obama ha proposto al Congresso degli Stati Uniti verranno trasferiti oltre trenta miliardi di dollari (che provengono dal programma originariamente destinato a salvare le banche dalla crisi dei mutui subprime) alle banche locali e regionali proprio per incoraggiare il credito alle Pmi. Le banche piccole e medie – come, ad esempio, il nostro sistema di credito cooperativo – in America riceveranno incentivi per erogare prestiti alle Pmi. Le banche che – rispetto al 2009 - aumenteranno il volume dei prestiti avranno ancora più denaro dal Fondo. Si riattiverà quel virtuoso rapporto tra banca e impresa che è il vero carburante dell’economia reale. Ricordo quando mi dissero della foto che ritraeva i due presidenti, Chiodi e Obama, e la speranza suscitata solo a vederla pubblicata sulla prima pagina di questo giornale. Nell’Economico di Senofonte Iscomaco ricorda che suo padre non gli permetteva di acquistare un campo che fosse già stato lavorato, preferiva quelli improduttivi e senza coltivazioni, per abbandono o per incapacità dei proprietari. Il padre di Iscomaco, a proposito dei campi, affermava «che quelli che non hanno margine di aumento non offrono neppure uguali soddisfazioni, ma pensava che ogni possesso o creatura che migliora rallegra moltissimo. Nulla ha un margine d’aumento maggiore di un campo diventato molto fertile da improduttivo che era». L’Abruzzo è sfinito: urge il coraggio di accelerare la fine dell’economicamente improduttivo fatto di individualismi che perseguono vantaggi personali alla faccia del bene comune. Solo dopo, si potrà veramente ricominciare.

autore: Gabriele Rossi

fonte: ilcentro.it

Lobbying, fattore chiave di sviluppo delle imprese abruzzesi nel capitalismo di relazione

Giovedì, 29 Aprile, 2010

robert_dilenschneider.bmpL’imprenditore è un accumulatore. Una persona in grado di accumulare tre tipi di risorse: tecnologiche, organizzative e finanziarie. In un territorio, un’imprenditorialità che funziona è costituita da persone che incarnano e diffondono una mentalità orientata ad accumulare esclusivamente e contemporaneamente queste tre risorse. Tutto il resto – soprattutto la volontà di potenza economica allo stato grezzo - è inutile e dannoso.
Due imprese che operano nello stesso business, a parità di risorse tecnologiche e finanziarie, possono avere una, risultati positivi e l’altra, negativi. Perché? Il punto di forza della prima impresa sono le conoscenze organizzative, le competenze per governare le relazioni interne ed esterne, la sua capacità di fare lobbying (nella foto, il lobbista Robert Dilenschneider), di lavorare con le teste delle persone dentro e fuori l’azienda.
Da oltre dieci anni, nella mia attività, riscontro che l’impresa che ha risultati negativi, nonostante la disponibilità di risorse finanziarie e tecnologiche, li ha per un deficit di conoscenze e capacità organizzative e di relazioni. Sono imprese dalla mentalità chiusa: faticano a lavorare con le persone interne (dipendenti, collaboratori) ed esterne (clienti, fornitori, consulenti, pubblica amministrazione, sindacati, associazioni di difesa dei consumatori e dell’ambiente, poteri politici, finanziari, elité influenti, fondazioni, mezzi di comunicazione).
In Italia, il Governo ha recentemente approvato un disegno di legge (DDL Santagata) che riconosce il diritto ad esercitare la lobbying. Il provvedimento disciplina il rapporto, improntato alla massima trasparenza, tra i gruppi di pressione e i decisori pubblici. Presso il CNEL è istituito un apposito Registro pubblico dei rappresentanti di interessi particolari.
L’Abruzzo si caratterizza per essere costituito da comunità separate (la Costituzione Italiana lo vuole plurale, gli Abruzzi) le quali ancora non sono in grado di elaborare un discorso comune che scaturisce da una piena autocoscienza dei limiti intrinseci alla regione che non favoriscono lo sviluppo delle imprese: l’incapacità a cooperare, la cultura della mezzadria (il mezzadro produce ricchezza lavorando come un solista che non sa “suonare” in un’orchestra; l’imprenditore che assorbe questa cultura dal DNA della generazione che lo precede, si comporta come “solista” e non riesce a capire che il suo vero punto di forza è crearsi gruppi equilibrati di collaboratori capaci di stimolarsi e compensarsi a vicenda), l’alto tasso di invecchiamento della popolazione residente (una delle sfide è quella di attirare giovani competenti da altre regioni con pratiche di selezione efficaci come il colloquio di gruppo, dove si chiede a cinque o sei persone di parlare di un argomento qualsiasi per notare subito quali di loro hanno il carattere giusto, perché se non si riesce a parlare con una persona come ci si può lavorare insieme?) e il forte grado di dipendenza erariale: in confronto alla Lombardia (1,4 per cento), in Abruzzo contributi e trasferimenti statali sono il 24,9 per cento dell’entrata corrente! (Cfr. “L’economia della Provincia”, Censis-UPI, 2007).
Proprio in un contesto del genere, può fare la differenza per un’impresa possedere risorse organizzative e consulenza di lobbying ed essere in grado di gestire questo tipo di risorse con la tecnologia informatica. Anche aziende di piccole dimensioni ma di mentalità aperta, hanno risolto problemi molto grandi con la capacità di gestire e non subire il cambiamento.
Gli imprenditori in gamba possiedono sempre due requisiti: intelligenza, intesa come capacità di adattamento, di capire con umiltà cosa fare per prendere in tempo buone direzioni-decisioni (e capire, anche, quando è necessario arrivare a separare la proprietà dalla gestione), e carattere inteso come coraggio, forza, will, dicono gli inglesi. Questo genere di persone di solito intuisce con immediatezza l’utilità delle pratiche di lobbying, sia dentro che fuori l’impresa.
Ma che cosa ottiene il lobbista con il suo lavoro? Dentro l’azienda è un facilitatore del coordinamento e dell’organizzazione interna: lavora sulle teste delle persone e sulle loro relazioni di comunicazione-condivisione. Nell’ambiente esterno alle imprese, lavora per ottenere decisioni del potere pubblico locale, nazionale o sovranazionale (Bruxelles), o di altri poteri, consone agli interessi leciti delle aziende che ricorrono alla sua consulenza.
Il simbolo migliore di questo lavoro è – secondo me - il jazz, i cui artisti, poiché godono di intuito speculativo, sanno rendere unica ed irripetibile ogni performance.

autore: Gabriele Rossi

fonte: quotidiano IL CENTRO del 10/12/07

Giuliano Amato approda in Deutsche Bank

Mercoledì, 28 Aprile, 2010

amato.jpgGiuliano Amato è uno dei più illustri public servant europei e sono lieto di dargli il benvenuto in Deutsche Bank”, ha dichiarato Josef Ackermann, presidente del management board di Deutsche Bank. “La sua decisione di unirsi a noi dimostra la forza della nostra presenza in Italia e il nostro costante impegno a partecipare attivamente allo sviluppo del Paese”. Amato è stato presidente del Consiglio italiano dal 1992 al 1993 e dal 2000 al 2001. Nel corso della sua carriera politica ha ricoperto numerosi ulteriori incarichi di alto profilo, inclusi due mandati come ministro del Tesoro e più di recente, dal 2006 al 2008, come ministro degli Interni. Ha presieduto, dal 1994 al 1997, l’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato ed è stato Vice Presidente della Convenzione Europea dal 2002 al 2003. Attualmente è professore emerito presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze e Presidente dell’Istituto Treccani. “Deutsche Bank è una banca leader a livello globale e vanta una lunga e molto significativa presenza in Italia - ha dichiarato Giuliano Amato - Sono quindi particolarmente lieto di poter contribuire attivamente al suo continuo successo e alla sua crescita”. Flavio Valeri, chief country officer di Deutsche Bank per l’Italia, ha dichiarato: “E’ un grande onore per tutti noi in Italia avere l’opportunità di collaborare con il presidente Amato. La sua nomina sottolinea il nostro ruolo di primo piano in questo importante mercato e rappresenta il frutto dei continui investimenti nella nostra organizzazione in Italia“. Deutsche Bank è una delle principali banche internazionali in Italia leader nel mercato del corporate e investment banking. La Banca in Italia impiega oltre 4.000 persone in più di 500 punti vendita (sportelli bancari, agenzie Prestitempo e uffici Finanza & Futuro). Recentemente sono entrati nel consiglio di sorveglianza della spa italiana Diana Bracco e l’Avvocato Michele Carpinelli dello Studio Chiomenti.

fonte: radiocor
 

Premio “Cavalierato Giovanile”

Martedì, 27 Aprile, 2010

La società ha bisogno di tempo per digerire la rivoluzione del web. De Biase: «Diritto all’oblio? Attenti a come usate la Rete»

Lunedì, 26 Aprile, 2010

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di Fabio Chiusi
 
Al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia Luca De Biase, direttore di Nòva24, offre nel suo keynote speech uno sguardo originale e, soprattutto, carico di fondata speranza sul futuro del giornalismo: che invece di dettare univocamente legge dovrà «fare di tutto per farsi adottare del pubblico»; che vedrà sostituirsi un modello quasi “fordista” della produzione dei contenuti (il quotidiano decide che cosa far dire a chi e lo vende ai lettori) con un vero e proprio “ecosistema dell’informazione”, in cui redazioni e cittadini finiranno per far parte di una gigantesca “intelligenza collettiva” chiamata Rete. I primi – notevoli – risultati si stanno già vedendo, ad esempio in forme di “inchiesta on demand” come quella che è valsa il Pulitzer a ProPublica. Di questo e altro parliamo con lo stesso De Biase, raggiunto subito dopo il suo discorso al teatro Pavone.

Durante il suo intervento lei ha detto che il Pulitzer a ProPublica non è stato un premio a un sito web ma a «un’inchiesta finanziata da comuni cittadini in cui il denaro è del tutto strumentale a ciò che la società vuole sapere». Secondo lei è possibile che una iniziativa analoga abbia successo in Italia o c’è una differenza culturale tra noi e gli Stati Uniti nella percezione che i cittadini hanno del giornalismo e del suo ruolo che lo impedisce?
Tecnicamente le donazioni negli Stati Uniti sono detassate e questo rende molto più ampio il mondo del no profit sotto il punto di vista giornalistico. Ma aldilà del fatto tecnico la sua domanda è sulla disponibilità culturale. Teniamo presente che l’Italia è il paese in Europa con il massimo impegno nel volontariato, è un paese che quando c’è bisogno è generoso – e lo dimostra in tutte le occasioni di emergenza. Quello che non ha mai avuto l’occasione di fare è organizzarsi per donare a progetti di ricerca che servano la società, anche perché non c’è mai stata una vera discussione sul ruolo di ricerca giornalistica. E dunque da questo punto di vista non abbiamo la controprova. Abbiamo soltanto l’idea che c’è un buon potenziale.

Sempre oggi ha sottolineato che più che una crisi irreversibile dell’editoria questo periodo stia testimoniando una “esplosione di speranza”. Dall’altro lato lei stesso sottolinea come il bene scarso, e dunque il valore, oggi risieda nel tempo e nell’attenzione del pubblico, sempre più sommerso dal flusso costante dell’informazione. È dunque di un modello di business che tenga insieme queste due istanze – molteplicità degli stimoli e disponibilità limitata di tempo e attenzione – che il giornalismo ha bisogno per sopravvivere nell’era digitale?
Combattere per l’attenzione e il tempo del pubblico lo si può fare in due modi: o urlando di più, invadendo di più il tempo del pubblico, oppure servendolo e dimostrando di essere “adottabile” nella conversazione che il tempo svolge. È questa la sfida. È chiaro che chi punterà a urlare di più contribuirà alla scarsità di attenzione e a una difficoltà di dibattito ragionevole, pacifico. Ci saranno tutte e due le strategie, il problema è noi a quale vogliamo dare il nostro contributo.

Lei ha anche parlato di “intelligenza collettiva”. Un termine che a certi “guru convertiti” della Rete non piace. Che ne pensa di chi come Lanier e Carr sostiene che questa “esplosione di speranze” rischi concretamente di rendere gli utenti della Rete più superficiali, meno creativi e in definitiva meno “persone”?
È un pericolo vero, assolutamente importante. Il fondamentalismo digitale è stato l’oggetto della critica di un libro che ho scritto: è chiaro che non si può dare alla tecnologia e alle opportunità che offre il compito di salvare il mondo. Non è così. È chiaro anche che se ci sono delle opportunità che la tecnologia offre e se qualcuno le coglie con lo spirito di generare qualità, la qualità può venire fuori. Questo è il problema: prendere questa situazione e fare qualcosa per migliorare lo scambio di informazione. Il portato culturale della Rete è sempre questo: hai trovato un problema? Fai qualcosa per risolverlo, lo puoi fare. È molto più facile poterlo fare. Detto questo è chiaro che la superficialità è sostenuta non solo dalla Rete ma, per esempio, da una certa televisione – non si vede perché negarlo.

Dunque non è qualcosa di intrinseco al mezzo, come si legge tra le righe del pensiero di questi autori…
Non è assolutamente intrinseco al mezzo. Se si guarda la differenza tra il modello di Wikipedia e il modello di Facebook si vede che il modello di Facebook è di più immediata azione-reazione delle singole persone che si connettono e si esprimono cercando essenzialmente di sviluppare la loro figura digitale, mentre su Wikipedia c’è un progetto collettivo ma le persone non appaiono, e ogni persona contribuisce al progetto collettivo. Tutte e due hanno avuto enorme successo e molta energia. L’una va nella direzione di generare un mondo di comunicazioni veloci che in parte hanno qualità in parte non ce l’hanno, l’altra va nella direzione di costruire un sapere strutturato, che dura, che in alcune parti ha qualità in altre non ce l’ha. Quale è la conclusione di tutto questo? Non è la tecnologia che risolve i problemi, ma il progetto, la metafora costruttiva di qualunque soluzione all’informazione ci proponiamo. Dunque per tutte quelle situazioni in cui individuiamo che manca qualcosa, che c’è qualcosa che si potrebbe fare meglio, la reazione è: facciamola.

Da ultimo passiamo al tema del diritto all’oblio. Lei ha più paura di una Rete che non dimentica – secondo il monito di Viktor Mayer Schönberger – o di una Rete che ricorda soltanto ciò che i suoi utenti desiderano sia ricordato?
Bisogna guardare quello che succede effettivamente: la Rete è capace di ricordare tutto, ma non necessariamente di conservare bene tutto. Ero di recente a un convegno che si intitolava “Su quali documenti studieranno la nostra società gli storici nel 2060”. Questo ha un valore, un senso, una importanza di conservazione e dà perlomeno una strategia a mondi di conoscenza come le biblioteche, i musei, gli archivi che sembrano in questa società un pochino messe di lato. Questa cultura della conservazione è una cultura da sviluppare nel nuovo ambito tecnologico. All’interno dei social media nei quali ciascuno sviluppa la sua presenza digitale ciascuno vuole poter sviluppare anche la sua assenza digitale. Io credo che, per come sono messe le cose adesso, sia difficile ottenerla cercando una tecnologia che risolva questo problema di per sé. Credo sia molto importante che le persone sappiano che la privacy o il diritto all’oblio dipendono dalla consapevolezza con cui usano questi strumenti.

Non c’è il rischio, ipotizzato da Schönberger in Delete, di finire in una società che si autocensura?

L’autocensura c’è sempre stata: io ho sempre raccontato i fatti miei solo ai miei veri amici, e agli altri no. C’è una dimensione pubblica e c’è una dimensione privata. Il problema è che queste tecnologie sembrano dimensione privata mentre sono dimensione pubblica. E quindi dobbiamo semplicemente imparare. Sono appena nate. Una società non è capace di interpretare e digerire in fretta cose così importanti; si pensi ai sedici milioni di persone che in Italia sono su Facebook, e in soli tre anni. Dobbiamo raccontare questa cosa il più possibile in modo che la digestione sia veloce e la gente sia consapevole di cosa sta facendo quando è su Facebook.

fonte: ffwebmagazine.it

Lo stato della Rete

Venerdì, 23 Aprile, 2010

OCSE: Pericoli da una ripresa jobless

Giovedì, 22 Aprile, 2010

La politica “italiana” in India: Rahul Gandhi

Mercoledì, 21 Aprile, 2010

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di James Fontanella-Khan e Alessandro Fusacchia 

Finalmente è successo: alle ultime elezioni il ricambio generazionale è stato uno dei fattori decisivi per la vittoria elettorale; una nuova generazione di trentenni non solo ha contribuito a definire con idee e proposte il futuro programma di governo, grazie ad una prossimità speciale con il leader del partito, ma ha fatto in massa il proprio ingresso nel nuovo Parlamento. Unica nota dolente (almeno per noi): tutto questo non è successo in Italia, e nemmeno in una di quelle democrazie del nord Europa – come Svezia o Danimarca – con cui chi tiene a freno il cambiamento in Italia continua a ripetere che è improprio fare paragoni.

È successo (quasi) dall’altra parte del mondo, in India, in uno dei paesi più dinamici e innovativi, e grazie anche ad una radice italiana. Secondo gli analisti politici locali, la vittoria netta e inaspettata del Partito del Congresso indiano è stata in gran parte merito del trentenne Rahul Gandhi, figlio dell’italiana Sonia Gandhi, che avrebbe saputo portare linfa nuova in un partito «vecchio» e nel nuovo Parlamento, dove conterebbe oggi sulla maggior parte dei 79 deputati sotto i 40 anni.

Rahul Gandhi ha saputo attrarre attorno a sé un gruppo di giovani, tra cui molti appena rientrati in India dopo aver maturato esperienze professionali ed universitarie all’estero, e capaci di portare in campo quelle politiche di sviluppo e democratizzazione necessarie per rilanciare il partito.
Come ha fatto? Prima di tutto, Rahul ha messo in piedi un gruppo ristretto di collaboratori fidati, composto da Kanishka Singh, che aveva già lavorato alla Banca Mondiale e presso una banca d’investimenti; Sachin Rao, rientrato dalla Michigan Business School; Meenakshi Natarajan, una dei leader dei giovani del partito; Jitendra Singh, imprenditore; Pankaj Shankar, ex giornalista; e Milind Deora, parlamentare che aveva studiato alla Boston University. Insomma: un buon mix di giovani politici e giovani professionisti di altri settori, tutti accomunati dalla visione di un’India globale, aperta sul mondo, e pronti a traghettare il paese verso il futuro. Età media del gruppo: 36 anni.

In un secondo momento, Rahul e la sua prima cerchia hanno costituito dei gruppi di lavoro, stile think-tank, composti da giovani appena usciti dalle migliori università indiane e straniere, per progettare un piano di azione con politiche che rispecchiassero le ambizioni delle nuove generazioni. Vale a dire: pieni di voglia di futuro, e con la capacità di indicare che cosa l’India dovrebbe diventare nel corso dei prossimi dieci, o quindici anni.

Certo, si può sempre dire che, come altri della sua cerchia ristretta, lo stesso Rahul è un figlio di papà, anzi di mamma in questo caso. Ma non è questo il punto.

La questione è piuttosto se ha avuto lungimiranza o meno. Se si è ancorato alla sua nascita per continuare nella scia e con i metodi di chi lo aveva preceduto, imitando e prendendo spunto dal passato; o se ha saputo e voluto innovare, inventare, rischiare, provando a sviluppare una logica nuova, un modo diverso di fare politica e di costruire il futuro del proprio paese. La domanda che quindi conta non è tanto «da dove viene Rahul?», ma «dove vuole andare Rahul?». E soprattutto, «con chi?».

Il processo di apertura alle nuove generazioni portato avanti dal giovane Gandhi ha permesso di suscitare l’attenzione e attrarre le energie di molti di quei 750 milioni di indiani che hanno meno di 35 anni, e che pur avendo vissuto e partecipato attivamente al miracolo economico indiano non avevano ancora mai potuto giocare un ruolo di responsabilità nella politica del paese.

Certo, il cammino verso il compimento di questa «rivoluzione» generazionale rimane ancora lungo in India. Benché il numero di giovani sia aumentato in questo Parlamento, l’età media della camera indiana – stando alle stime della Times of India - rimane di 53 anni, la terza più vecchia nella storia democratica del paese. I «vecchi» mantengono ancora il controllo della maggior parte degli apparati governativi, a partire dalla leadership del primo ministro Manmohan Singh, settantaseienne.

Ma ciò che è chiaro e palpabile a chi sta in India e vive quotidianamente gli umori e i sentimenti del paese è la sensazione che sia l’inizio di una nuova stagione politica. In questo caso, chi ha il potere non pensa neccessariamente a passarlo ad un suo parente o amico, ma fa della sua posizione di privilegio – vedi Gandhi – lo strumento per aprire le porte a nuovi interlocutori e attori politici.

Da noi, invece, la situazione è nota, anche perché resta immutata col passare del tempo e pare che non succeda mai niente: siamo sempre stati indietro rispetto alla Svezia e alla Danimarca. Ma adesso pare che restiamo indietro anche rispetto all’India. Alla Camera, i deputati sotto i 40 anni sono di gran lunga meno dei deputati con più di 60 anni (77 contro 118), l’età in cui normalmente in Italia ci si ritira dalla vita attiva. Le leadership politiche, intese come classi dirigenti che controllano i partiti, sono sostanzialmente immutate dagli anni ’90; la disaffezione dei giovani e degli adolescenti per la politica e le istituzioni è forte (fonte: 9° Rapporto Nazionale sulla condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Eurispes e Telefono Azzurro); i giovani professionisti cercano di sopravvivere ad un paese che non offre grandi prospettive o opportunità (professionali, per non parlare di quelle partitiche o politiche), continuando così ad alimentare una letteratura accademica sulla fuga dei cervelli che non si è ancora accorta che viviamo in realtà in un’Italia da cui hanno preso ormai a fuggire tutti, non solo i più bravi. Un’Italia dove chi può scappa, e chi non può arranca.

Che cosa allora si potrebbe fare in Italia, ispirandosi alle recenti elezioni indiane? Per cominciare, avanziamo tre proposte specifiche, semplici e concrete, che non sono una rivoluzione, ma potrebbero essere un primo passo in una nuova direzione:

1. Valorizzare l’esperienza e le conoscenze dei giovani professionisti sui territori. Le amministrazioni locali potrebbero costituire dei gruppi di giovani professionisti presenti (o comunque provenienti) dal territorio di riferimento, con la caratteristica comune di aver frequentato altri territori, nazionali o esteri, e di aver maturato conoscenze relative a buone prassi di policy territoriale (cfr. proposta di creare un assessore di Lisbona). Questi gruppi dovrebbero godere di una vicinanza con i vertici politici delle amministrazioni comunali e provinciali, ed essere consultati regolarmente, dal momento che nessuno vuole nuove scatole vuote, autoreferenziali o non utilizzate. Tali gruppi potrebbero contribuire anche ad animare i territori, portando a livello locale dibattiti su temi e modelli nuovi e su prassi innovative sperimentate altrove. Dovrebbero inoltre favorire l’osmosi con i giovani professionisti radicati sui territori, così da rafforzare la vocazione all’apertura delle nuove classi dirigenti locali. Le nuove amministrazioni provinciali che si verranno a formare a seguito delle prossime elezioni di giugno potrebbero dimostrarsi all’avanguardia, costituendo per prime tali gruppi.

2. Rafforzare la capacità dei nuovi deputati europei di lavorare nell’interesse del Paese. Gli italiani eletti al Parlamento di Strasburgo potrebbero creare – in maniera trasversale ai diversi partiti italiani – un meccanismo di consultazione regolare con giovani professionisti esperti di politiche di innovazione – intesa non solo come R&S o come innovazione tecnologica, ma anche come innovazione ambientale e sociale. Questa consultazione aiuterebbe a realizzare il migliore incontro tra l’interesse nazionale, inteso come «domanda di modernizzazione del paese», e l’opportunità europea, intesa come «offerta di know-how, finanziamenti, direzioni di policy e legislazione comunitaria», ottimizzando così i benefici che l’Italia può trarre dalla sua presenza nell’Unione europea. Questo gruppo consultivo dovrebbe essere poroso, capace di attingere alle migliori competenze italiane in circolazione, e potrebbe anche fungere come vettore di sensibilizzazione in Italia sui temi dell’innovazione.

3. In generale, rendere i partiti politici italiani permeabili ai giovani professionisti. Si potrebbe partire anche solo creando dei canali di comunicazione e confronto regolare tra giovani politici (o aspiranti tali) e giovani professionisti che non necessariamente aspirano ad entrare in politica, ma che hanno interesse a mettere le proprie competenze a servizio della politica intesa come ricerca del bene comune. Questo confronto contribuirebbe ad aumentare non solo la «massa critica di idee e progetti» a disposizione delle nuove leve politiche – i giovani di partito – ma anche la capacità di ibridazione dei partiti con una delle parti più dinamiche della società italiana.
Si tratta di tre proposte per cominciare a mandare dei segnali nuovi, a livello locale ed europeo così come dentro i partiti, per iniziare seriamente quel processo di ammodernamento del paese che non può che passare dalle politiche pubbliche, e quindi dall’ammodernamento dei meccanismi con cui gli eletti prendono decisioni nell’interesse collettivo.

L’Italia deve scoprire il significato profondo della cittadinanza attiva, e può farlo partendo da questa nuova «classe sociale» costituita dai giovani professionisti italiani, figlia della globalizzazione, della fine delle frontiere, della creatività e dell’innovazione come base dello sviluppo economico.

L’India è considerata un’economia emergente, ma c’è da chiedersi se non sia già più che emersa. Adesso però bisogna fare in modo che l’Italia, che da sempre è considerata invece un paese sviluppato, non diventi al contrario una società sommersa.

fonte: Progetto RENA

titolo originale: La politica e il ricambio generazionale (degli altri)

Il Papa e lo scandalo della pedofilia

Martedì, 20 Aprile, 2010

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di Joaquìn Navarro-Valls

Nelle ultime due settimane i media hanno riempito lo spazio pubblico con la struggente realtà dei casi criminali di pedofilia. L’accusa si è alzata progressivamente a seguito di una serie di rivelazioni provenienti via via da diversi paesi europei e riguardanti casi di abusi sessuali perpetrati a danno di minori da parte di sacerdoti. A leggere le cronache sembra addirittura che si tratti di uno scoop gigantesco, e che adesso grazie a queste geniali rivelazioni stia emergendo un sottobosco marcio in seno alla Chiesa cattolica. Certamente, in Austria, in Germania e in Irlanda, non meno però di quasi tutti i Paesi in cui vi è una consistente presenza di scuole e organizzazioni educative ecclesiastiche, vi sono stati fenomeni criminali gravi di violazione della dignità dell’infanzia. La cosa è nota. Non a caso, durante la Via crucis del 2005, l’allora cardinale Joseph Ratzinger non usava mezzi termini, quando rilevava con disappunto: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza!». Forse ce lo siamo dimenticato. Quindi, si può senza tema di smentita rilevare che il problema esiste nella Chiesa, è conosciuto dalla Chiesa, e che è stato affrontato e verrà ancor più affrontato con decisione dalla Chiesa stessa nel futuro. Proviamo, però, a riflettere un momento sulla manifestazione della pedofilia in sé. Dalla mia esperienza di medico posso evidenziare alcuni dati importanti, utili per capire la gravità e la diffusione del problema. Le statistiche più accreditate sono eloquenti. E’ certificato che 1 ragazza su 3 ha subito abusi sessuali, e che 1 ragazzo su 5 è stato oggetto di atti di violenza. Il fatto veramente inquietante, divulgato non soltanto nelle publicazioni scientifiche ma addiritura dalla Cnn, riporta che la percentuale di coloro che in un campione rappresentativo della popolazione hanno molestato sessualmente un bambino si muove dall’1 al 5%. Un numero, cioè, impressionante. Gli atti di pedofilia sono effettuati dai genitori o da parenti stretti. Fratelli, sorelle, madri, babysitter o zii sono i più comuni abusatori di bambini. Secondo il dipartimento di Giustizia americano quasi tutti i pedofili accusati dalla polizia erano maschi, il 90 per cento. Secondo Diana Russell, il 90% degli abusi sessuali viene compiuto da persone che hanno una conoscenza diretta delle piccole vittime, e restano chiusi nell’omertà familiare. Un aspetto notevole, purtroppo, è che nel 60% dei casi di violenza i colpiti hanno un’età inferiore a 12 anni, e che nella stragrande maggioranza dei casi ad abusare sono persone di sesso maschile e con un legame di sangue. Queste statistiche mostrano, dunque, un quadro chiaro e piuttosto ampio di pratica della violenza sessuale sull’infanzia. Tenendo conto che questi dati si riferiscono unicamente a quanto è stato denunciato, è noto o comunque conosciuto, possiamo facilmente immaginare quale sia il grado drammatico della perversione che si nasconde dietro questa realtà, più diffusa ancora nei Paesi che per cultura non reputano nitidamente questa violenza un’oscenità aberrante. Ora, puntare l’attenzione esclusivamente su coloro che evidentemente sono iscrivibili nel novero generale degli abusatori sessuali, essendo però dei sacerdoti, può essere veramente fuorviante. In questo caso, infatti, la percentuale scende fino a diventare un fenomeno statisticamente minimo. Certamente, nulla potrà distogliere l’emozione e la vergogna che si prova davanti a queste rivelazioni recenti rilevate dalla Chiesa, anche quando si riferiscono a fatti compiuti decenni fa e magari coperti da gravissime forme di omertà. Possiamo essere certi, partendo dalla Lettera pastorale all’Irlanda della settimana scorsa, che Benedetto XVI prenderà tutti i provvedimenti che saranno necessari per espellere i colpevoli e giudicarli in base ai crimini reali commessi dalle persone coinvolte. Perché non dovrebbe farlo? Quale utilità ne ricaverebbe? Evitiamo, però, di cadere nel tranello dell’ipocrisia, specialmente nella forma inscenata recentemente dal New York Times nel riferire il caso del reverendo Murphy. Lì, l’autrice dell’articolo, non valuta né trae delle conclusioni né segnala con adeguato risalto, il fatto che la polizia, che aveva ricevuto denunce in merito, lo aveva rilasciato come innocente. Quale Stato ha fatto un’indagine in profondità sul tremendo fenomeno prendendo, anche preventivamente, provvedimenti chiari ed espliciti contro gli abusi di pedofilia presenti tra i propri cittadini, nelle famiglie o in istituzioni scolastiche pubbliche? Quale altra confessione religiosa si è mossa per scovare, denunciare e assumere pubblicamente il problema, portandolo alla luce e perseguendolo esplicitamente? Evitiamo, innanzi tutto, l’insincerità: ossia di concentrarci sul limitato numero di casi di pedofilia accertati nella Chiesa cattolica, non aprendo invece gli occhi davanti al dramma di un’infanzia violata e abusata molto spesso e dappertutto, ma senza scandalo. Se vogliamo combattere i reati sessuali sui minori, almeno nelle nostre società democratiche, allora dobbiamo evitare di sporcarci la coscienza, guardando esclusivamente a dove il fenomeno si produce con gravità morale magari anche maggiore, ma in misura certamente minore. Prima di poter giudicare chi fa qualcosa, si dovrebbe avere il fegato e l’onestà di riconoscere che non si sta facendo abbastanza. E cercare di fare qualcosa di analogo a quanto sta facendo il Papa. Altrimenti, è meglio smettere di parlare di pedofilia e cominciare a discutere della furibonda fobia scatenata contro la Chiesa cattolica. Quest’ultima azione, infatti, sembra essere fatta veramente ad arte e con meticoloso scrupolo d’indagine: purtroppo, però, in evidente malafede.

fonte: repubblica.it

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