Archivio di Maggio, 2010

Giuseppe De Rita, presidente del Censis

Lunedì, 31 Maggio, 2010

de_rita.jpg“Il problema vero è che anche la classe imprenditoriale si guarda intorno e non si affida più alla politica per chiedere supporto, perché i politici non hanno idee e non hanno denaro. A questo punto non resta che fare da soli; sarà una disperazione, però è l’unica strada. Se si sta prendendo coscienza di questo, forse significa che qualcosa sta cambiando”.

fonte: Corriere di Vicenza - 31 maggio 2010

L’iniziativa privata è il vero valore dell’economia.
 

L’Abruzzo visto dalla Banca d’Italia

Lunedì, 31 Maggio, 2010

banca-ditalia.jpgNella notte del 6 aprile 2009 la città di L’Aquila e la zona circostante sono state colpite da un forte terremoto, che ha causato devastazioni e circa 300 vittime. In presenza di un tale evento, è doveroso guardare oltre alla semplice congiuntura economica, di cui comunque si dà conto, per analizzare gli effetti del sisma e le prospettive future per la popolazione e i luoghi coinvolti. Un capitolo del presente rapporto è dedicato a quantificare i danni a persone, immobili e attività produttive.

Partendo dalla congiuntura, dal quarto trimestre dello scorso anno, con l’aggravarsi della crisi, l’economia internazionale ha sperimentato la più profonda recessione degli ultimi decenni. L’economia italiana è stata l’unica tra le maggiori economie dell’area dell’euro a registrare una riduzione del PIL già nella media del 2008. L’attività economica ha continuato a contrarsi a ritmi molto elevati nella prima parte del 2009. La brusca caduta del commercio estero e degli ordinativi dall’autunno del 2008 ha dapprima colpito l’industria, che ha reagito contraendo la domanda di lavoro e rinviando i piani di investimento. La catena di fornitura e subfornitura, assieme alla cautela dei consumatori, ha esteso gli effetti della crisi anche ai servizi e ai settori maggiormente rivolti al mercato interno.

L’economia dell’Abruzzo ha seguito le tendenze generali. I segnali di rallentamento, già emersi in regione all’inizio dello scorso anno, si sono intensificati. Il prodotto interno lordo ha registrato un calo nel 2008, verosimilmente più contenuto della media nazionale e del Mezzogiorno, ma in rapido peggioramento nella seconda metà dell’anno.

Tutti i principali settori produttivi della regione hanno risentito della crisi. La flessione della produzione industriale è divenuta progressivamente più intensa. Al ristagno nella prima metà del 2008 è seguita una brusca caduta dell’attività a partire da ottobre-novembre; parallelamente si è fortemente ridotto il fatturato e il grado di utilizzo degli impianti. Il settore delle costruzioni, dopo un lungo ciclo espansivo, ha sperimentato una stagnazione nel comparto abitativo, un calo delle compravendite di immobili e una flessione degli appalti pubblici. Anche i servizi privati sono stati interessati dalla crisi, ma in minor misura, e con notevoli differenziazioni. Il settore del commercio ha risentito del ristagno dei consumi delle famiglie; molto velocemente rispetto a precedenti recessioni si sono ridotti anche i consumi di alcuni prodotti non durevoli e non alimentari, nonostante il calo dell’inflazione. È diminuito il volume del traffico legato al trasporto di merci; hanno invece mostrato nel 2008 una espansione il turismo e l’agricoltura.

Le esportazioni hanno progressivamente decelerato, segnando dalla parte finale del 2008 un calo, soprattutto verso i paesi dell’Unione Europea. Dati provvisori relativi al primo trimestre del 2009 indicherebbero una più marcata contrazione.

A partire dall’ultimo trimestre del 2008 si è bruscamente arrestata la crescita dell’occupazione, dopo un lungo ciclo espansivo. In linea col progredire della crisi, l’occupazione è calata nell’industria e nel commercio, mostrando una tenuta negli altri settori. Nella seconda metà dello scorso anno si è ridotto l’impiego di lavoratori assunti con contratti temporanei e di somministrazione. Sono balzate su livelli storicamente molto elevati le ore di Cassa integrazione guadagni nell’industria, che nei primi tre mesi del 2009 equivalgono a quasi l’8 per cento dell’occupazione del settore, incidenza doppia rispetto al Mezzogiorno e superiore anche a diverse regioni del Nord.

La Banca d’Italia ha dedicato all’approfondimento degli effetti della crisi economica la tradizionale indagine, condotta in marzo-aprile, sulle imprese industriali e dei servizi privati non finanziari con oltre 20 addetti. L’indagine non dovrebbe risentire degli effetti del sisma, sia perché le imprese del campione localizzate nelle aree colpite dal sisma sono state intervistate prima del 6 aprile, sia perché alle imprese del resto della regione sono state rivolte domande relative al periodo precedente. In Abruzzo, oltre il 60 per cento delle imprese intervistate ha registrato forti effetti negativi a seguito della crisi economico-finanziaria, giudicata più intensa delle precedenti recessioni. A partire dall’ultimo scorcio del 2008, il fatturato si è contratto del 14 per cento circa; le imprese industriali sono risultate maggiormente colpite di quelle dei servizi, in particolare nella meccanica e nella filiera dei mezzi di trasporto, principale comparto di specializzazione dell’industria abruzzese. Le imprese prevedono che la crisi si protrarrà sino alla fine dell’anno in corso. In presenza di scarsa domanda e di ampi margini di capacità produttiva non utilizzata, la spesa per investimenti programmata per il 2009 ha registrato una forte contrazione.

I finanziamenti bancari a residenti in Abruzzo, in decelerazione dal 2007, hanno ulteriormente rallentato, soprattutto quelli destinati al settore delle famiglie e alle imprese di minori dimensioni. Le nuove erogazioni di mutui alle famiglie per l’acquisto di abitazioni hanno registrato una lieve flessione. È tornata a crescere la quota dei contratti a tasso indicizzato.

Il rallentamento del credito alle imprese sembra dipendere sia da condizioni di domanda, legate al calo degli investimenti, in particolare per le aziende esportatrici e nelle costruzioni, sia da un irrigidimento delle condizioni di concessione del credito da parte delle banche, che sembrano divenute più caute nei confronti delle imprese maggiormente rischiose. Una quota rilevante di imprese ha peraltro segnalato delle accresciute necessità di liquidità, soprattutto per finanziare il capitale circolante. Queste difficoltà sono frequentemente aggravate dai ritardati pagamenti sia da parte della clientela privata, sia dalla Pubblica amministrazione. Nel corso del 2008 è stata ancora sostenuta la crescita del credito concesso dalle banche di più piccola dimensione.

Negli ultimi anni sono emersi segnali di razionalizzazione delle relazioni tra il sistema produttivo abruzzese e quello bancario; il fenomeno del multiaffidamento si è attenuato, evidenziando l’instaurarsi di rapporti di credito più stretti, in particolare per le piccole e medie imprese. Un ruolo significativo nell’allocazione del credito alle piccole imprese viene svolto dal sistema abruzzese dei confidi, che però si caratterizza per un elevato grado di frammentazione e per la contenuta dimensione media degli operatori. Sono state recentemente avviate iniziative volte al consolidamento e all’accorpamento dei consorzi.

Nel corso del 2008 la qualità del credito bancario verso residenti in Abruzzo ha mostrato segnali di peggioramento. L’incidenza delle nuove sofferenze sui prestiti è rimasta sostanzialmente stabile mentre sono cresciuti in misura sostenuta gli incagli e le altre posizioni anomale.
Sul versante della raccolta, le condizioni di incertezza dei mercati finanziari hanno determinato uno spostamento delle risorse finanziarie delle famiglie verso le forme di investimento a minor rischio.

fonte: bancaditalia.it

Totalitarismo dell’informazione e reato di aggiotaggio

Lunedì, 31 Maggio, 2010

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Tratto dal CODICE DI PROCEDURA PENALE 

Art. 501

Rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio.

Chiunque, al fine di turbare il mercato interno dei valori o delle merci, pubblica o altrimenti divulga notizie false, esagerate o tendenziose o adopera altri artifici atti a cagionare un aumento o una diminuzione del prezzo delle merci, ovvero dei valori ammessi nelle liste di borsa o negoziabili nel pubblico mercato, è punito con la reclusione fino a tre
anni e con la multa da uno a cinquanta milioni di lire. Se l’aumento o la diminuzione del prezzo delle merci o dei valori si verifica, le pene sono aumentate.

Le pene sono raddoppiate:
1) se il fatto è commesso dal cittadino per favorire interessi stranieri; 2) se dal fatto deriva un deprezzamento della valuta nazionale o dei titoli dello Stato, ovvero il rincaro di merci di comune o largo consumo. Le pene stabilite nelle disposizioni precedenti si applicano anche se il fatto è commesso all’estero, in danno della valuta nazionale o di titoli pubblici italiani. La condanna importa l’interdizione dai pubblici uffici (1).

(1) Articolo così sostituito dalla L. 27 novembre 1976, n. 787.

Panasonic e Università Campus Bio-Medico di Roma hanno presentato nuovo software per tracciabilità farmaci in reparto

Venerdì, 28 Maggio, 2010

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Un software di facile utilizzo che dimezza i tempi di richiesta e attribuzione contabile di farmaci e altri prodotti utilizzati in reparto e ne rende tracciabile il percorso, dai depositi della Farmacia al letto del paziente: sviluppato dagli informatici dell’Università Campus Bio-Medico di Roma con Panasonic Toughbook, che lo ha integrato nel proprio dispositivo tablet CF-H1 Mobile Clinical Assistant (MCA).

Oggi, nell’ambito del Workshop “Wireless, mobilità e RFID”, organizzato da Panasonic Thoughbook insieme alla School of Management del Politecnico di Milano, interverrà l’Ingegner Andrea Biasiol, Responsabile dei Sistemi Informativi dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, che hanno realizzato l’applicazione software, operativa già da alcuni mesi nei reparti del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico.

Grazie all’utilizzo del nostro software e alle caratteristiche di mobilità del Toughbook CF-H1 – ha spiegato l’Ingegner Biasiol – la gestione dei processi clinici all’interno dei nostri reparti è notevolmente migliorata. Questo dispositivo ha consentito di gestire l’attribuzione contabile di farmaci e prodotti in reparto mediante una semplice lettura di codici a barre, effettuata direttamente al letto del paziente”.

Il dispositivo è connesso alla rete wireless del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico e consente l’invio istantaneo delle informazioni sullo ‘scarico’ dei singoli farmaci e presidi utilizzati dalle infermiere in reparto. I dati sono immediatamente consultabili dalla Direzione Sanitaria e dai responsabili del Servizio di Farmacia. Gli stessi infermieri sono in grado, in ogni momento, di controllare lo stato di avanzamento delle richieste di reintegro dei prodotti necessari al reparto e diventa notevolmente più semplice seguire il percorso compiuto da ciascun prodotto adoperato dagli operatori sanitari, con risvolti positivi anche nella gestione economica dell’assistenza sanitaria.

I dati di una recente ricerca condotta dall’Osservatorio ICT in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano indicano che entro il 2010 oltre il 90% delle strutture ospedaliere interessate dallo studio utilizzerà tecnologie senza fili a supporto della Cartella Clinica Elettronica: l’avvento generalizzato del wireless, tecnologia che consente il funzionamento del supporto sviluppato da Università Campus Bio-Medico di Roma e Panasonic Toughbook, potrebbe dunque mettere a disposizione di infermiere e operatori sanitari un utile strumento per la gestione dell’assistenza negli ospedali del futuro.

fonte: Ufficio stampa Campus Bio-Medico

Coltivare/cultura

Venerdì, 28 Maggio, 2010

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di Susanna Tamaro 

Viviamo in tempi di assolute certezze e di pochi dubbi. Tempi  in cui non sembra esserci spazio per le inquietudini,  le malinconie, i sentimenti più sottilmente umani che sono alla base di tanta letteratura che ci ha formato e fatto crescere. Alla cultura si è sostituita l’informazione, la denuncia, il consumo, la polemicaNiente sedimenta, tutto scorre. E così mi sono trovata a riflettere sul significato e l’origine della parola ‘cultura’. Etimologicamente, alla base della parola, c’è la radice indoeuropea kwel, il cui  significato è quello di produrre un movimento circolare. Nel passaggio al latino è diventato ‘colere’, coltivare. Coltivare, appunto.

Quest’anno, per la prima volta, non ho coltivato i campi davanti a casa perché, ormai, anche per chi è coltivatore diretto, lavorare la terra è diventata un’impresa totalmente fallimentare. Il periodo natalizio è stato contrassegnato prima da neve e ghiaccio, poi da piogge torrenziali che hanno dilavato la terra, tracciando solchi grandi quasi come trincee sui terreni in pendenza. Se avessi seminato, ho pensato con sollievo, i fragili steli sarebbero stati trascinati a valle, lasciando, al tempo della crescita, il desolato spettacolo di grandi zone spoglie senza vegetazione. Ma questo sollievo è stato di breve durata, perché, in realtà, vedere i campi incolti suscita in me un dolore e una tristezza difficilmente cancellabili. E’ un fenomeno in sempre maggior espansione, purtroppo, basta avere lo sguardo un po’ attento per rendersi conto della modificazione del paesaggio: soprattutto nelle zone collinari e montane, dove una volta si stendevano vasti campi di orzo e di grano, ora  non ci sono che le sagome scure di rovi o brulli pascoli disseminati di pecore. Una sofferenza ancora più grande provoca in me la frutta lasciata a marcire sugli alberi. La natura ci offre i suoi doni e noi voltiamo la testa dall’altra parte. No grazie, siete troppi, non sappiamo che farcene. Succede sempre più spesso. Dalle mie parti con gli ulivi, i ciliegi, al sud con gli aranci, i mandarini, perché ormai per un coltivatore - in balia di  folli leggi di mercato europee e senza più l’aiuto di una grande famiglia in grado di collaborare alla raccolta -  il prezzo del prodotto finale è troppo basso per  riuscire a rientrare nelle spese. Ne sono testimonianza indiretta anche i tristi fatti di Rosarno, dove nonostante la grande offerta di manodopera in nero, come ha testimoniato il vicepresidente di Confagricoltura della provincia di Reggio Calabria, quest’anno verranno lasciati marcire sugli alberi ottocentomila quintali di agrumi.
C’è qualcosa di terribilmente inquietante in questo rifiutare i frutti, nel non poter più coltivare i campi. In un mondo in cui il cibo è un problema per milioni di persone, fa male al cuore vedere un tale inconcepibile spreco, ma il turbamento più profondo viene dalla consapevolezza che si sia incrinato il rapporto primario dell’uomo con la sua natura e con la natura che lo circonda. La civiltà, così come noi la conosciamo, è nata con l’agricoltura. Le tribù dei cacciatori nomadi non avevano un’idea precisa del tempo. Cacciavano, consumavano -  dato che non si poteva conservare – e tornavano a cacciare. L’irrompere dell’agricoltura ha portato la concezione della circolarità del tempo, kwel,  e la consapevolezza  che il  lavoro è la via per renderlo produttivo. Per coltivare la terra,  bisogna conoscere il passato, vedere il presente e immaginare il futuro, sapendo che ogni nostro gesto potrà produrre nuova vita, nuova fertilità. Per rendere fecondo il terreno, è necessario sapere osservare con molta attenzione, saper ascoltare, sapere leggere i legami chiari tra le cose  e intuire quelli meno chiari, bisogna essere curiosi,  provare, sperimentare, sforzarsi,  consapevoli che l’impegno non sempre sarà ripagato dal successo. Si  deve soprattutto amare e credere nella vita, perché non si coltiva solo nutrimento, ma qualcosa di molto più grande, che è l’idea di un futuro in cui le generazioni si susseguono.
Col tempo, poi, questa capacità si è espansa in altri campi del vivere umano. Dall’idea di coltivare la terra si è passati all’idea di coltivare la propria interiorità, i propri talenti, i rapporti. La ‘cultura’ della mente - la cultura che nasce dai libri, dall’arte,  dalla spiritualità e che ha creato la straordinaria ricchezza della nostra civiltà -

non richiede attitudini molto diverse dalla ‘coltura’ del campi: senso del passato, del presente e  del futuro, saper creare legami, essere spinti a crearne sempre di nuovi  sulla base di un’insaziabile curiosità e coltivare il dubbio come costante fattore di crescita.
Guardandomi intorno, mi domando: siamo ancora una società che conserva al suo interno il senso profondo del coltivare o  stiamo in qualche modo progredendo/regredendo verso una nuova forma di nomadismo tribale, dove l’idea del tempo e della costruzione del tempo è totalmente assente? Si catturano immagini, opinioni, polemiche, indignazioni, le si consumano, e subito, con un’ansia bulimica, si riparte alla ricerca di altre immagini, altre opinioni, altre polemiche, altre indignazioni da consumare. In una tale frenetica frantumazione del pensiero, il sapere non potrà che essere superficiale e privo di radici; e se è privo di radici, è incapace di assorbire il nutrimento, che, nell’ambito della cultura,  significa riuscire a cogliere connessioni profonde, conoscere il passato ed essere aperti e vigili nel presente senza avere pregiudizi, vuol dire vivere la curiosità e il desiderio della scoperta come forze fondanti dell’essere umano. Una persona che coltiva -  e che si coltiva -  non è mai manipolabile ed è sempre lontana dalle ottuse tempeste dei fanatismi.
La nuova tribalità verso cui ci spinge il mondo contemporaneo rischia, alla fine, di essere vittima delle stesse rigidità delle tribalità primitive. Al posto del dubbio,  si professano unicamente certezze, destinate a scontrarsi di continuo con altre certezze di segno opposto, senza possibilità di vero dialogo. E l’assenza di dialogo è spesso presagio di tempi oscuri.  Anche se può sembrare arcaico e lontano, il mondo naturale che ci circonda è lo specchio della società degli uomini e una società come la nostra che, per le sue leggi economiche, costringe ad abbandonare i campi in balia dei rovi e la frutta a marcire sugli alberi, è una società che ha smesso da tempo di coltivare il senso della vita e culla dentro di sé il germe dell’autodistruzione.

fonte: Corriere della sera, 27 gennaio 2010

Lo scambio tra Cielo e Terra nel libro di Gaetano (Quagliariello)

Giovedì, 27 Maggio, 2010

libro_quagliariello.jpgOgni tanto, una lettura, un articolo, una discussione ma anche un film o un programma televisivo, agiscono su di noi come un catalizzatore e fanno precipitare idee e riflessioni rimaste sospese e magari confuse in un composto più solido e coerente.

Capita, specie ai giornalisti, di passare fasi concitate in cui l’incalzare della cronaca non fa a tempo a sedimentare, non si trova il bandolo della matassa dei giorni che passano ognuno con il suo “titolo” o con la sua polemica; la riflessione non trova spazio e i fatti restano appesi in attesa di essere classificati e compresi. Ma c’è sempre un momento – se si resta vigili – in cui scatta qualcosa e un’ipotesi di senso si fa strada.

A me è capitato leggendo l’ultimo libro di Gaetano Quagliariello, “La Persona, il Popolo, la Libertà – Cantagalli). Debbo ammettere dunque che ciò che si annunciava come un dovere d’amicizia si è rivelato un fenomeno un po’ più complesso. Ovviamente in questi casi non tutto il merito va all’ “agente catalizzatore”, occorre che i componenti siano quelli giusti, la temperatura, la densità, i pesi specifici devono corrispondere alla bisogna. Ma ciò non di meno, senza quella scossa o quella piccola aggiunta la miscela è destinata a rimanere inerte.

Provo in primo luogo ad elencare un po’ degli elementi che nelle settimane e mesi passati avevano attratto la mia attenzione ma che erano rimasti sospesi e scollegati sebbene intuissi che una lettura coerente fosse a portata di mano.

La politica è davvero solo casta, cricca o greppia? E’ possibile che tutto si riduca a rassegnarsi solo al meno peggio, specie quando il peggio è veramente molto molto brutto? Davvero l’unico rimedio a quello che il piatto della politica ci offre in questa temperie è solo l’inquisizione, la punizione, l’intercettazione, la carcerazione. Davvero una volta deciso che il legno storto dell’umanità non si raddrizza l’unica alternativa è un colpo d’ascia? E in mano a chi?

Inutile in questo contesto fare ricorso alla retorica della “buona politica” perché essa si riduce alle evanescenti prediche buoniste di un Walter Veltroni o alle filippiche sanguinarie e vendicatrici di Travaglio, Di Pietro e compagnia. E non ci si salva dalla casta con i buoni sentimenti, le belle canzoni e i pellegrinaggi in Africa, così come non si rimedia alle cricche con le i decreti anti-corruzione e con il maresciallo che tutto ascolta e tutto sbobina.

In questo perverso continuum che va dalla bbona politica veltroniana alla politica poliziesca di Travaglio c’è un punto per la politica e basta?

Pochi giorni prima di prendere in mano il libro di Quagliariello mi era caduto l’occhio su un passaggio del messaggio di Benedetto XVI al Pontifico Consiglio per i Laici lo scorso 21 maggio. Diceva così: “Bisogna recuperare e rinvigorire un’autentica sapienza politica; essere esigenti in ciò che riguarda la propria competenza; servirsi criticamente delle indagini delle scienze umane; affrontare la realtà in tutti i suoi aspetti, andando oltre ogni riduzionismo ideologico o pretesa utopica; mostrarsi aperti ad ogni vero dialogo e collaborazione, tenendo presente che la politica è anche una complessa arte di equilibrio tra ideali e interessi, ma senza mai dimenticare che il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà, chiave di giudizio e di trasformazione”. Riduzionismo ideologico, pretese utopiche, equilibrio, ideali, interessi: c’era dentro più o meno tutto quello che dicevamo appena più sopra. Ma lo dice il Papa, troppo facile.

Poi ho cominciato il libro di Quagliariello che rimescola e indossa questi temi fin dall’introduzione: “Chi immagina il proprio impegno come contributo al bene comune e non come esercizio narcisistico fine a se stesso, deve essere disponibile a sporcarsi le mani; non può tirarsi in dietro di fronte alla sgradevolezza di certe situazioni o alla rude essenzialità di taluni impegni. Ogni tanto però è bene fermarsi; guardarsi indietro e chiedersi se ciò che si è seminato ha dato frutti, se con la propria azione si è tracciata una linea che porta verso qualche destinazione (…)”.

Certo parlare di bene comune suona molto démodé però il termine si riscatta quando si riconosce che la politica non può essere sempre “buona” ma è anche sgradevole e ruvida e la conquista dell’equilibrio è dinamica, è la ricerca di una destinazione.

Quagliariello - ma d’ora in poi lo chiamerò Gaetano – in questo suo libro immagina possibile uno scambio. Come ci si salva dalla perdita di senso, dal farsi travolgere dalla quotidianità ruvida e sgradevole della politique politicienne e magari dal vortice del suo lato oscuro? Dove può trovarsi un deposito di senso, saldo nella tradizione ma reso vivo dalla testimonianza, se non nella bimillenaria saggezza della Chiesa e nella sua esperienza di tutto ciò che è umano. Sarebbe folle e suicida per la politica, per i politici, rinunciare ad affondare le mani in quella disponibile ricchezza per uno scrupolo laicista, per una prurigine illuminista. E non c’è nemmeno bisogno di credere per attingere a quel deposito. Si può – come suggeriva Pascal e come spesso chiede Papa Ratzinger – accettare di comportarsi come se Dio esistesse. Si può come Benedetto VXI immagina, accettare di entrare nel “cortile dei gentili”, quell’ambulacro del Tempio dove si fermano coloro che non hanno il dono della fede ma non temono la nostalgia di Dio e dove si celebra in libertà quel dialogo interiore tra credente e non credente che è inscritto nelle nostre coscienze, persino nelle più nere.

E il Tempio, la Chiesa, che vantaggio trae da questo ansioso rumoreggiare alla sua soglia, col rischio poi che si tratti dei soli e soliti mercanti?

Qualche giorno fa sono stato sorpreso da una notizia, o meglio dalla reazione a una notizia. Tutti i giornali riportavano con gran rilievo la scoperta di Craig Venter il quale era riuscito a creare una cellula vivente in laboratorio. Il tono dei commenti sulla stampa era molto cauto, quasi impaurito. Persino le testate più laiche e “scientiste” maneggiavano la notizia con evidente confusione: non sapevano cosa pensare. Tutti si aspettavano un grido di scandalo dalla Chiesa: avrebbe quello si aiutato a dire il contrario e a celebrare coraggiosamente la scoperta di Venter, come quando di cerca di lanciare un film sul mercato sostenendo che godrebbe della censura del Vaticano.

Invece il cardinale Angelo Bagnasco si è limitato a dire una sola cosa sommessa e questa sì coraggiosa: “Siamo di fronte a un ulteriore segno dell’intelligenza dell’uomo, dono di Dio per meglio comprendere e ordinare il creato”.

Ecco un segno dello scambio di cui parla Gaetano nel suo libro: la Chiesa ascolta. La Chiesta ascolta quel rumoreggiare alla sua soglia, lo interpreta, lo assimila e se ne nutre per tenere viva e attuale la sua parola. La Chiesa si fida dell’uomo e ha bisogno della vicinanza della cose umane e delle cose politiche per non diventare essa stessa troppo umana e troppo politica.

E infatti di scambio si parlava già nella Gaudium et Spes, richiamata da Benedetto all’inizio sua lettera al consiglio per i Laici: ”Allo scopo di accrescere tale scambio, oggi soprattutto, che i cambiamenti sono così rapidi e tanto vari i modi di pensare, la Chiesa ha bisogno particolare dell’apporto di coloro che, vivendo nel mondo, ne conoscono le diverse istituzioni e discipline e ne capiscono la mentalità, si tratti di credenti o di non credenti” (Gaudium et Spes 44).

Lo scambio tra cielo e terra è una chiave di lettura potente che Gaetano applica con efficacia a molti aspetti apparentemente insolubili della vita politica e di quella personale. E’ l’idea che possa esistere una Verità esterna al circuito umano che consente alla politica e ai politici di avere un fondamento elusivo ma suscettibile di continua ricerca. Senza di questo, ricorda l’autore, si rischia di accontentarsi del vacuo moraleggiare dei censori che spesso nasconde peccati peggiori di quelli che vuole estirpare. E magari di tralignare verso il furore giacobino o verso l’assoluto relativismo dei desideri e dei capricci. E senza il riferimento di una vita civile ricca e disposta alla verità e alla sua ricerca, la Chiesa stessa rischia farsi trascinare nel vuoto che ne deriva e di ridursi ad una agenzia morale tra le tante. Esito che non sono pochi a volere. Basterebbe ricordare con quanta foga si pretendeva una censura morale da parte della Chiesa contro Berlusconi e il cosidetto “velinismo” mentre con la stessa foga si pretende di impedire al magistero ecclesiastico di pronunciarsi sui temi della vita, della morte e in definitiva dell’anima.

Il libro di Gaetano porta però l’idea di scambio ad estendersi fino a quella di corrispondenza tra le sfere umane e celesti e semina una proposta che anche si inserisce molto bene nello spirito del tempo e ne aiuta la comprensione.  Come la Chiesa anima e coltiva l’idea di un “cortile dei gentili” altrettanto dovrebbe fare la Politica che è il “tempio” della Cosa Pubblica. Alle soglie di quel luogo ove si celebra la supremazia del “bene pubblico”, i politici di diversa ispirazione, ma animati dalla stessa “nostalgia”, dovrebbero acconciarsi a costruire, tra le tentazioni dei mercanti e la luce di quella lontana ma viva ed esigente santità, le fondamenta di una nuova religione civile.

Gaetano Quagliariello, La Persona Il Popolo La Libertà - Per una nuova generazione di politici cristiani, Cantagalli  (198 ppgg. 12 euro)

autore: Giancarlo Loquenzi

fonte: loccidentale.it

Il Presidente Napolitano a Washington

Mercoledì, 26 Maggio, 2010

fonte: Oscar Bartoli

Sacrifici e futuro

Martedì, 25 Maggio, 2010

gianni-letta10.jpgAlla fine è toccato a Gianni Letta, il miglior interprete dell’equilibrio, il più saggio gestore del governo quotidiano e concreto, utilizzare il linguaggio della realtà: si sta varando una manovra economica che sarà dura e dolorosa, nella speranza che sia efficace e temporanea. I cittadini lo avevano capito, e la mano tremolante e riottosa di qualche governante non ha lenito il fastidio, lo ha acuito. Delle misure concrete non mette conto parlare, per ora, si potrà farlo domani, quando saranno note. Partecipare alla giostra delle anticipazioni e delle supposizioni non ha alcun senso. Certo, se si escludono nuove tasse (e vorremmo vedere!), così come i condoni (che servono ad aumentare il gettito fiscale senza toccare aliquote e imposizioni), se si esclude d’intervenire sulle pensioni, resta il taglio della spesa pubblica. E qui si tratta di capirsi.

Il guaio italiano è che tagli di questo genere si fanno solo quando si è costretti, quando si ha la pistola puntata alla nuca, quando l’Europa non intende accordarci altre deroghe. Si fanno per forza e non per amore, quindi si fanno male. La spesa pubblica andrebbe tagliata perché genera ingiustizia e sprechi, perché non solo toglie ricchezza al sistema produttivo, ma moltiplica vincoli e adempimenti, che sembrano concepiti apposta per rendere più difficile la vita di quanti si danno da fare. Ma il concetto di “spesa pubblica” è troppo generico, finisce con l’essere un dato contabile, mentre, invece, si dovrebbe essere capaci di distinguere: la spesa per ricerca ed investimenti è benedetta, serve proprio ad uscire dalla stagnazione, quando non dalla recessione, mentre nella spesa corrente si nascondono mali antichi, che c’impoveriscono tutti. Quando si taglia per rispettare vincoli di bilancio, quando si procede in fretta e usando più l’ascia che il bisturi, si finisce con il tagliare la spesa buona e lasciare intatta quella cattiva. Questo è il guaio, questo il fallimento politico.

In un sistema sano il bilancio è funzione delle riforme, ma non nel senso che si spende a piacimento, senza badare alle compatibilità (come, purtroppo, si è fatto in passato), bensì per mettere la spesa al servizio di un’idea nuova di Paese, di un diverso e più promettente patto sociale, che rispetti le giovani generazioni e dia loro la spinta per aspirare ad un futuro migliore. In un sistema malato, al contrario, sono le riforme ad essere funzione del bilancio, nel senso che in tempi di ristrettezze si rimanda tutto, nell’errato presupposto che il futuro costi troppo. Con il risultato di deprimerlo.

Gli italiani hanno ben compreso che ci attende una stagione di sacrifici, ma nessuno ha spiegato loro per arrivare dove, per ottenere cosa. E se si spera che tutto possa essere giustificato solo perché l’Europa a questo ci costringe si otterrà il risultato di far rigettare l’Europa, come oggi avviene in Grecia. Si dice, appunto, che non dobbiamo fare la loro fine, ma i greci sono arrivati dove si trovano non per un complotto dei mercati, ma perché amministrati da una classe politica che ha moltiplicato il clientelismo e l’assistenzialismo, tollerando l’evasione fiscale e diffondendo l’impressione che si possa vivere senza far di conto. Il crollo greco è prima di tutto politico e morale, per divenire solo successivamente contabile.

Per non fare quella fine, allora, non basta stringere i cordoni della borsa, come pure è stato necessario e opportuno, si deve essere capaci di presentare idee forti, che liberino le forze produttive e sane, che premino chi studia, chi lavora, chi eccelle, e puniscano le rendite di posizione, i profittatori, i somari e i fannulloni. Servono riforme profonde e strutturali, perché i tagli siano una potatura promettente e non un’amputazione invalidante.

autore: Davide Giacalone

fonte: davidegiacalone.it

Social Semantic Web

Lunedì, 24 Maggio, 2010

Lobbying is Intelligence?

Venerdì, 21 Maggio, 2010

intelligence_cycle.jpgPrecisato che il lobbying, in senso stretto considerato, è essenzialmente azione informativa e che quindi prende le mosse da dati e conoscenze acquisite ed oggetto di possibile trasmissione; precisato anche che il termine intelligence non si riferisce tanto e soltanto ad operazioni di carattere spionistico, possiamo verificare che i due campi di attività posseggono rilevanti analogie se non possibili sovrapposizioni.

R. Steele definisce in questo modo l’attività che si descrive con il termine intelligence: “ .. il sistema delle informazioni che sono state deliberatamente scoperte, selezionate, sintetizzate e portate a conoscenza (trasmesse) ad un particolare decisore o ad un organismo decisionale (pubblico o privato) al fine di facilitare una decisione che possa comportare conseguenze rilevanti di natura politica, economica o sociale”.

Ancor meglio rispetto alla finalità che ci si propone in questa sede risulta un’ulteriore definizione di intelligence: “.. una compilazione ed analisi di dati ed informazioni fornite da una fonte umana e tecnologica che (comunque) possieda la capacità di prevedere e rendere chiara una visione di intenzioni, capacità, attività; così come di queste le possibili implicazioni e conseguenze” (Shaker – Gembicki)

Come si può notare il punto focale dell’attività di intelligence è quello di fornire supporto previsionale e decisionale tempestivo (at the right time) a coloro che avendone la responsabilità debbono assumere delle decisioni rilevanti sotto diversi profili.

C’è di più: ciò che qualifica meglio l’operatore di intelligence non è tanto la capacità di fornire l’informazione, quanto la capacità preventiva di trattamento e di analisi del quadro d’insieme in cui l’informazione si deve collocare ed assumere significato, cui si aggiunge la capacità espositiva sempre più spesso one-shot.

Il semplice dato è una parte o porzione sparsa di conoscenza.
L’informazione è “semplicemente” una raccolta di dati o di parti di conoscenze.
L’analisi è già qualcosa di più, perché mette in relazione e comparazione le informazioni.
L’intelligence infine è tutto questo
con, assommata, la capacità di fornire interpretazione e previsione.

Ora, non c’è alcun dubbio che l’azione di lobbying (diretto), svolta nel modo più professionale ed alla luce dei rigorosi quadri etici che la debbono contraddistinguere, a questo fine sia orientata: fornire al decisore pubblico non solo una “nuda” informazione sugli ambiti di intervento e sul gioco degli interessi che in essi si sviluppa, bensì offrire anche chiavi interpretative, ed infine previsionali, sull’impatto della decisione.

Come si può notare le analogie sono significative.

A questo punto tuttavia non è irrilevante sottolineare che le basi informative tanto del lobbying quanto di ciò che abbiamo inteso come intelligence non possano che essere di carattere legale, ed ancor prima di fonte ed utilizzo eticamente compatibili.

Da qui l’importanza essenziale di autodisciplina degli operatori sia di intelligence che di lobbying di definizione di puntuali regole di condotta per evitare pratiche che, a prescindere dalla formale ed astratta liceità dei comportamenti, possano alla fine tradursi in fatti contrari ad interessi particolari o generali della comunità.

Da qui anche l’importanza per la committenza di assicurarsi che chi riceve mandati di questo tipo, sia che si tratti di endo-lobbying che eso-lobbying, abbia uno statuto professionale e deontologico di massima garanzia.

Pratiche da press agentry, relazioni pubbliche di basso profilo o, peggio, l’utilizzo di informazioni provenienti da fonti illecite o negoziazioni basate su interessi personali, in breve porterebbero a squalificare il soggetto o l’organizzazione che assume l’iniziativa di partecipazione informata, e così pure l’interlocutore pubblico o privato posto nella posizione ricevente e decisionale.

In sede esecutiva risulterebbe alla fine molto difficile mascherare presso l’opinione pubblica e la comunità politica ed economica l’artificio posto in essere, a prescindere da eventuali risvolti giudiziari.

Per quanto concerne gli aspetti teorici e rispetto all’autonoma disciplina scientifica che oggi (timidamente) anche nel nostro Paese cerca di definire che cosa sia il lobbying (detto anche: relazioni istituzionali), e che colloca in apposito spazio di trattazione quella che viene denominata lobbying-intelligence - intendendo questa in modo più o meno approssimato come “analisi di pre-mercato”, o meglio ancora analisi complessiva in ambiente pubblico e privato delle minacce ed opportunità per l’organizzazione - parrebbe possibile affermare che in realtà tutto il ciclo dei comportamenti, delle indagini, delle relazioni, delle azioni che contraddistinguono il lobbying è quindi, alla fine, un’attività di intelligence.

autore: Maurizio Benassuti R.

fonte: comunitazione
 

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