Archivio di Luglio, 2010

Proposta: affidare la massima libertà di imposizione fiscale ai municipi

Giovedì, 8 Luglio, 2010

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di Carlo Lottieri

Può anche darsi, come sostiene Gianfranco Fini, che la Padania non esista e che pure essa rientri in quel gruppo di entità che il principe di Metternich definiva semplici «espressioni geografiche». Ma se il dibattito sul federalismo si fermasse a tale livello e pretendesse di basare le proprie linee-guida unicamente sulla storia, sarebbe molto alto il rischio di perdere tempo. La questione cruciale è infatti un’altra e ci chiede di comprendere quale possa essere il migliore assetto istituzionale per aiutare il Paese nel suo insieme a reggere di fronte alla crisi e ad offrire un futuro alle giovani generazioni.
Mentre il federalismo “in costruzione”- vero o falso che sia - è basato solo per ragioni di Realpolitik sulle attuali venti regioni (e perfino sulla difesa delle province), può essere interessante confrontare questo schema con quello di un’Italia macroregionale. Tanto più che proprio dalla Germania giungono ipotesi di accorpamenti dei Länder.
In Italia l’ipotesi di dar vita a tre macroregioni (Nord, Centro e Sud) non è nuova, dato che era al centro della proposta di Gianfranco Miglio, quando fu senatore della Lega e anche in seguito. Tale progetto può trovare varie giustificazioni: a partire dallo squilibrato rapporto che esiste tra mícro-regioni come il Molise o la Valle d’Aosta ed realtà di bel altre dimensioni come la Lombardia e la Campania.
In Miglio, però, l’idea centrale era strategica. Egli era infatti persuaso che soltanto creando contro-poteri basati su vaste realtà economiche e territoriali sarebbe stato possibile contrastare lo Stato centrale e avviare un autentico processo di federalizzazione. Lo studioso di Como, che dalla sua abitazione amava gettare il suo sguardo sul territorio svizzero, era perfettamente consapevole che una vera federazione ha solo da guadagnare da giurisdizioni di piccole dimensioni e, di conseguenza, dall’alta concorrenza istituzionale che ne deriva. Se le entità federate sono numerose e di modesta entità, per le imprese e per le famiglie è molto facile sottrarsi a governanti esosi e impiccioni, e questo favorisce in linea di massima il prevalere di una buona amministrazione. Ma Miglio puntò sull’idea di tre realtà corpose che corrispondessero alle tre aree in cui effettivamente si divide il Paese con l’obiettivo di creare blocchi sociali ed elettorali assai corposi. Tanto più che si può benissimo compensare questo federalismo a pochissimi attori (le tre macro-regioni, più eventualmente le due isole) con un sistema istituzionale e fiscale che conferisca il massimo di libertà, responsabilità e autonomia a tutti i comuni.
Un progetto autenticamente federale dovrebbe rovesciare la piramide attuale e, in particolare, affidare ai municipi la massima libertà di tassare: decidendo l’entità del prelievo e, se fosse possibile, anche le stesse modalità. Ovviamente bisognerebbe stabilire che ai comuni resti solo una quota percentuale delle risorse raccolte, poiché il resto dovrebbe essere destinato alle macro-regioni e allo Stato centrale. Una riforma di questo tipo creerebbe il massimo di responsabilizzazione a livello locale, poiché sarebbero appunto i sindaci a mettere le mani nelle tasche della gente (e quindi essi potrebbero sentire il fiato sul collo dei cittadini). Ne deriverebbe, in modo molto naturale, un vero processo di riduzione del prelievo tributario e una corsa tra comuni a chi riesce a tassare meno e a dare, al contempo, i servizi migliori. Per giunta, con la costituzione di ampie macro-regioni lo Stato italiano - per la prima volta nella sua storia - dovrebbe confrontarsi con realtà forti, articolate, rappresentative di decine di milioni di persone. La Repubblica attuale, fossilizzata sulla burocrazia romana e su ministeri tanto onerosi quanto inefficienti, verrebbe costantemente incalzata da organismi legittimati a rappresentare aree tanto vaste quanto sostanzialmente coerenti. È chiaro che in questo quadro la dialettica Nord - Sud, che comunque è già nelle cose stesse, verrebbe ancor più alla luce, ma anche il Centro finirebbe per avere un ruolo peculiare, proprio in funzione mediatrice ed equilibratrice. Chi avesse il coraggio di esaltare il ruolo dei mille campanili e - al tempo stesso - di riconoscere come dato essenziale con cui fare i conti quella “disunità d’Italia” che le tre macro-regioni in qualche modo certificherebbero farebbe un bel servizio al Paese. Soprattutto, come si è detto, se si avesse il coraggio di obbligare la periferia a finanziarsi da sé, facendo sì che siano i primi cittadini a chiedere direttamente alla loro popolazione le risorse di cui hanno bisogno. Purtroppo ci si sta muovendo in tutt’altra direzione. Quanti invocano il federalismo puntano in genere a vedere affluire più risorse alle regioni, senza però che le stesse abbiano un vero ruolo nella determinazione e nella raccolta delle imposte. Soprattutto nessuno sembra aver capito l’esigenza di indirizzarsi verso quella competizione fiscale che invece è indispensabile se si vogliono avere amministrazioni meno costose e meglio gestite. Non è comunque un caso che in Germania si pensi a ridurre il numero degli Stati federati e che in Italia da vent’anni si provi, con fatica, a costruire una struttura federale. Questi due Paesi sono accomunati dal fatto di aver costruito la loro unità molto tardi, solo intorno a metà Ottocento, e proprio per questo continuano a essere caratterizzati da forti differenze interne. Ma proprio per gestire al meglio questa complessità bisognerebbe avere il coraggio di optare per un federalismo vero. In definitiva, anche quanto sta succedendo a Pomigliano d’Arco è emblematico, poiché ci parla di un mondo industriale che è pronto a investire nel Mezzogiorno solo se si prenderà atto che Salerno non è Treviso, che Caltanissetta non è Varese. L’Italia è profondamente divisa e quindi esige soluzioni all’altezza della situazione. Non ammetterlo è da irresponsabili.

fonte: IBL

Una visione realistica dell’Europa

Mercoledì, 7 Luglio, 2010

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di Oscar Giannino 

Ho letto tardi il pezzo di Irwin Stelzer sul Wall Street Journal. Mi ha strappato ampi sorrisi di consenso. Piaccia o non piaccia ai nostri eurostatisti e agli eurocrati, è proprio questa a mio giudizio l’immagine dell’Europa negli USA, e nel resto del mondo che conta a cominciare da Pechino.

Gli appelli vibranti all’Euro-politica di là da venire che da anni animano migliaia di articolesse sui media italiani – in questo amici del centrosinistra e amici del centrodestra sono del tutto analoghi, l’euroscetticismo per convenzione culturale viene evitato quasi da tutti come fosse la peste invece che sano realismo -  lasciano assolutamente il tempo che trovano.  Ben prima delle trascurabili vicende interne italiane e del colore di degrado bizantino di cui sono impastate, sono le dimissioni di un Capo dello Stato di Germania – il Paese leader dell’Europa – ad aver dato appieno la cifra della piena irrilevanza dell’Europa.

Ha osato dire che la Germania sta in Afghanistan per via dell’importanza economica e commerciale che il Paese ha nel mondo. E questa elementare verità è bastata a mandarlo a casa. In un Paese che è leader europeo ma che, dopo il noto bombardamento chiesto a  sostegno delle proprie truppe e che ha provocato vittime civili anche per responsabilità dei militari germanici impegnati a terra, si tiene lontano da ogni linea di fuoco persino più di noi italiani, che pur senza dirlo abbiamo sin qui eliminato secondo le mie fonti militari e “coperte” circa 1400 talebani – ma sui giornali naturalmente non si può scriverlo!

Un’Europa simile è irrilevante, nel mondo d’oggi. Non perché si debba essere bellicisti. Ma perché è irrilevante chi vuole giocare ruoli senza assumersene oneri e responsabilità: e vale nella difesa, come nell’economia. L’un per cento o uno virgola qualcosa di crescita a cui l’Europa è candidata quest’anno la spodestano anche dal tradizionale ruolo di partner borbottone degli Usa, perché nel mondo nuovo sono ormai gli Usa di Obama a svolgere quella funzione nei confronti della Cina. Di fronte a questo, la linea tedesca “rigore nelle finanze e competitività nell’economia” è almeno chiara perché difende l’interesse nazionale germanico, e respinge l’idea che i tedeschi debbano finanziare e gli altri spendere.

Ma che nessuno se la senta di dire che senza Euro-politica allora non ha molto senso avere una moneta comune che genera asimmetrie – come hanno capito i polacchi ed esattamente come Milton Friedman e Martin Feldstein avevano predetto– è un altro segno di quanto si sia ormai esteso nel continente il vecchio vizio italiano, affidarsi allo stellone sperando che domani sia un altro giorno.  O l’Europa è capace di tirare l’economia mondiale almeno come gli USA, o, semplicemente, non è altro se non un rimorchio al traino, destinato a  contare sempre meno per quante chiacchiere facciano media e politici a Bruxelles, Roma e Parigi.

fonte: chicago-blog.it

Le Bon: “Psicologia delle folle”

Martedì, 6 Luglio, 2010

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Gustave Le Bon (1841-1931) scrisse la “Psicologia delle folle” nel 1895. Questo giornalista francese era stato molto colpito dalle folle rivoluzionarie dal 1789 a quelle di Parigi del 1871 e degli anni successivi. Nel 1900 il successo delle idee di Le Bon è stato immenso nelle scienze sociali ed in politica, poiché si fonda su due distorsioni: una di tipo politico (pregiudizio contro le folle) ed una di prospettiva interpretativa (gli atti della folla visti dall’esterno, senza preoccuparsi di coglierne le ragioni).

Nella folla la personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee si orientano lungo una sola direzione, formando così una sorta di anima collettiva. L’anima della folla è formata da un substrato inconscio che accomuna tutti gli individui di una stessa razza o cultura, ma le loro individualità si annullano. La folla è sempre intellettualmente inferiore all’uomo isolato, ha la spontaneità, la violenza, la ferocia, ed anche gli entusiasmi e gli eroismi degli esseri primitivi. “Le folle si possono accendere d’entusiasmo per la gloria e l’onore, si possono trascinare in guerra senza pane e senz’armi”. L’Individuo in folla acquista un sentimento di potenza per il solo fatto del numero di presenti, quindi può facilmente cedere a istinti e compiere azioni che da solo non avrebbe mai compiuto. Inoltre essendo la folla anonima scompare anche il senso di responsabilità, e ogni atto diventa facilmente contagioso, tanto che l’individuo sacrifica il proprio interesse per quello comune. Le azioni delle folle sono un qualcosa di istintivo, perché esse sono completamente dominate dall’aspetto inconscio degli individui. L’assenza dell’aspetto cosciente priva le folle di capacità critica, spingendole ad accettare giudizi imposti e mai contestati, e a farsi suggestionare dalle cose più inverosimili. All’interno di un gruppo, poi, la volontà personale si annulla, e così le persone tendono a ricercare d’istinto l’autorità di un capo, di un trascinatore. La maggior parte degli individui è incapace di auto-governarsi, quindi è da qui che nasce il culto del capo che fa loro da guida. La folla antepone l’istintività al giudizio, all’educazione e alla timidezza, pertanto il “capopopolo” deve presentarsi ad essa con un linguaggio adeguato alla recettività del destinatario.

Pertanto è fondamentale che segua alcuni principi comunicativi.

La semplicità del lessico e della sintassi poiché la folla si presenta per istinto, restia a parole difficili, ai meandri del ragionamento, rifiutando l’esercizio attivo del pensiero;

l’affermazione, che senza alcun dubbio è un mezzo sicuro per far penetrare un’idea nelle folle, deve essere laconica, concisa, categorica, pregnante di significato, sprovvista di prove e di dimostrazioni, tanto maggiore è la sua autorevolezza;

la ripetizione, per penetrare nelle zone più profonde dell’inconscio diventando così una verità inviolabile;

le immagini, il potere di una parola non dipende dal suo significato, ma dall’immagine che essa suscita;

il contagio, “quando un’affermazione è stata ripetuta a sufficienza, e sempre allo stesso modo, si forma ciò che viene chiamata una corrente di opinione e interviene il potente meccanismo del contagio. Le idee, i sentimenti, le emozioni, le credenze, possiedono tra le folle un potere contagioso intenso e ciò fa sì che tali opinioni si radichino maggiormente (teoria della dissonanza cognitiva)” .

Infine non bisogna tralasciare l’azione esercitata dal prestigio di un capo. “Il prestigio è una sorta di fascino che un individuo o una dottrina esercitano sull’uomo, paralizzandone ogni sua capacità critica. Il prestigio può suscitare sentimenti dì ammirazione o di timore, e tende ad essere imitato inconsciamente, determinando una completa sottomissione e accettazione del capo”.

150 anni di innovazione in Toscana

Lunedì, 5 Luglio, 2010

Cultura e ricerca motore di rinnovamento economico

Venerdì, 2 Luglio, 2010

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L’Accademia nazionale dei Lincei ha chiuso l’anno accademico 2009-2010 con l’Adunanza generale solenne, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Un breve stralcio del discorso del presidente Lamberto Maffei.
“Signor Presidente della Repubblica, Autorità, illustri Consoci e Colleghi, Signori e Signore, è mia ferma convinzione, e linea guida del mio programma, che nel momento attuale, irto di gravi problemi economici e sociali, sia necessario riaffermare con forza il ruolo fondamentale dell’Accademia dei Lincei, affinché essa si ponga sempre più a riferimento di settori o di gruppi operanti nella società e, oltre a tenere viva e trasmettere la cultura del passato, sia aperta alle istanze dell’oggi e alle sfide del domani.

Il mondo culturale e più in generale la comunità, guardano con viva preoccupazione al degrado dei comportamenti sociali, alla base del quale stanno la marginalizzazione e perfino il disprezzo della cultura, a torto giudicata priva di una ricaduta economica, e più in generale la perdita di valori tradizionali come la correttezza, l’onestà e la moralità, sempre più sottovalutati e screditati, quando non pericolosamente sostituiti da altri. Ciò ha conseguenze particolarmente insidiose per le nuove generazioni che subiscono un indebolimento delle capacità di critica e di contrasto propositivo. La mia diagnosi è quella di una vera e propria degenerazione o atrofia culturale del tessuto sociale, che colpisce oggi una minoranza di cittadini, ma che tende a espandersi come una pericolosa epidemia. L’Accademia, per rispetto della sua tradizione e per convinzione dei suoi membri, ha il dovere di difendere quei valori, la cui pratica è condicio sine qua non di ogni attività intellettuale, e al contempo di far conoscere diffusamente, nei limiti delle sue possibilità, il pericolo di tale patologia per la vita civile del Paese e per  la sua posizione nel mondo.

È in questo proposito che, tra le diverse iniziative, abbiamo organizzato una serie di Conferenze a Classi Riunite tenute da illustri oratori invitati a dare il loro contributo all’analisi di queste patologie sociali per ricavarne indicazioni su possibili cause e adeguate terapie.

Particolare rilievo all’iniziativa è venuto dalla partecipazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che con la sua conferenza “Verso il 150° dell’Italia unita: tra riflessione storica e nuove ragioni di impegno condiviso”, tenutasi il 12 febbraio 2010, ha inaugurato, di fatto, qui all’Accademia dei Lincei, le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.

In un periodo in cui il concetto stesso di Unità d’Italia viene messo in discussione, le parole del Presidente lo hanno riconfermato come ineludibile valore politico, sociale ed economico, premessa necessaria per una  più incisiva azione sopranazionale.

Nel corso di queste conferenze abbiamo avuto modo di riflettere e confrontarci su una vasta gamma di tematiche valoriali di cui gli oratori, a partire dalle proprie competenze specifiche, hanno efficacemente suggerito possibili antidoti contro il degrado e di principi guida nell’affrontare alcuni passaggi cruciali del nostro tempo.

È mio auspicio che le parole e le argomentazioni di queste belle e accorate conferenze, trovino orecchi attenti e possano essere stimolo ad attivarsi per costituire con le molte persone di buona volontà una solida barriera contro il dilagante affievolirsi dei sani principi che nel corso della sua lunga storia hanno sempre ispirato questa Accademia, aggregazione sinergica delle risorse intellettuali del Paese.

E’ mio intento, in collaborazione col vicepresidente Alberto Quadrio Curzio, organizzare più frequentemente conferenze e convegni su temi di interesse comune alle due classi di Scienze Fisiche e Naturali e di Scienze Morali, affrontando problemi di interesse generale come quelli del clima, dell’energia, delle caratteristiche geologiche del territorio, o dell’economia e della giustizia. Trovo che, pur nella specificità delle discipline, la discussione comune di menti con preparazioni diverse risulta efficace e costruttiva.

Permettetemi di porre particolarmente alla vostra attenzione alcune delle nostre attività, non perché siano più importanti di altre, ma perché investono problemi di più largo interesse.

(…)

Summer School 2010, l’intervento di apertura del Patriarca di Venezia

Giovedì, 1 Luglio, 2010

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