Archivio di Settembre, 2010

La «diserzione» dei generali cattolici e il manipolo di atei devoti

Lunedì, 27 Settembre, 2010

darioantiseri.jpg 

di Dario Antiseri*

Come mai il popolo cattolico, diffuso capillarmente nelle 25.000 parrocchie sparse sul territorio nazionale ed estremamente significativo sul piano qualitativo, «socio-atropologico», non riesce a esprimersi nella dialettica socio-politica? E’ questo l’interrogativo che si poneva Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera del 31 agosto. Ebbene, di primo acchito non pare esservi altra ovvia e ragionevole risposta – non contemplata però da De Rita - a questa domanda che quella per cui i cattolici oggi in Italia contano quasi zero perché, accampati da ospiti e in piccolo gruppi, in tende di «altre» formazioni politiche, hanno perso qualsiasi capacità di incidere. In breve: la diaspora ha significato la sostanziale eliminazione dei cattolici dalla scena politica. E ormai sotto gli occhi di tutti è l’inconsistenza di quel martellante refrain stando al quale il «compito politico» dei cattolici si risolverebbe nel dar loro la testimonianza in qualsiasi partito si trovino. Certo, non vi è nulla di più alto e di più nobile per un uomo che testimoniare a viso aperto i propri convincimenti morali. Tuttavia essere lì, pronti a testimoniare i propri ideali, ma sapendo di venire comunque sconfitti, non trasforma i consapevoli perdenti in ascari delle altrui soluzioni? Nulla di preoccupante, verrebbe da dire, dato che dalle parti più diverse e anche opposte si affacciano di continuo politici che solennemente dichiarano di essere proprio loro e magari solo loro, a rappresentare le istanze del popolo cattolico. Così, in una lettera al Corriere del 23 agosto il ministro Gelmini, con un divieto alla storia futura e un insulto alla verità passata («E’ il Pdl il partito più sensibile ai valori cattolici»), ha affermato che è proprio l’attuale governo a mettere al centro «l’elemento che sta più a cuore al mondo cattolico, vale a dire la difesa e la promozione della persona e della famiglia». Non dubito minimamente delle buone intenzioni del ministro Gelmini, ma: la mancanza di asili infantili, l’assenza di una legge sul quoziente familiare, la carenza di migliaia e migliaia di posti letto per studenti universitari (ne servono 200.000) sono aiuti alle famiglie? In questi ultimi anni è morta una scuola libera quasi ogni giorno – e, dunque, che fine ha fatto, a parte le buone misure adottate da Roberto Formigoni in Lombardia, l’idea di buona scuola? E’ così che «un governo sensibile ai valori cattolici» difende la libertà delle famiglie di «scegliere», come diceva Rosmini, per educatori della loro prole quelle persone nelle quali ripongono maggior fiducia? E se la persona umana viene tante volte umiliata e proprio nel momento di maggior bisogno, in non pochi pronto soccorsi dei nostri ospedali, sempre la persona umana non esiste, scompare, in numerosi istituti carcerari. Ed è proprio quel popolo cattolico, silenziosamente operante nel volontariato e nelle sedi della Caritas, ad avvertire, più di altri, il fetore razzista che emana da quei soffioni boraciferi costituiti da molte prese di posizione contro gli immigrati e contro i rom. No, ministro Gelmini, non è «l’imam della Lombardia» quella grande figura del mondo cattolico che è il cardinale Dionigi Tettamanzi; non sono «comunisti» e «sovversivi» né l’Avvenire né Famiglia Cristiana. E’ semplicemente un comportamento da zerbini e non da uomini liberi sostenere, sempre e comunque, che è vero e giusto soltanto ciò che serve al partito. D’accordo con quel «laico in tutti i sensi» che fu Alessandro Manzoni, il cattolico liberale è contrario a quanti concepiscono lo Stato come un istrumentum religionis ed è ugualmente avverso a coloro che vorrebbero fare della religione un istrumentum regni. Non è, inoltre, un servizio alla famiglia e alla persona una tv pubblica asservita ai partiti e davvero «cattiva maestra». Non è liberale una legge elettorale dove quattro Caligola nominano un Parlamento e illiberali sono quelle proposte contrarie al grande principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e pensate al fine di salvare i «potenti» dai tribunali; così come risultano estranei all’autentica tradizioni del liberalismo tutte le contorsioni tese a limitare la libertà di informazione. «La libertà di cui parlo è la libertà di dire corna del prossimo e del governo e massimamente di questo, nei giornali e sulle piazze; salvo poi pagare il fio, con adeguate pene in denaro o in anni di carcere, delle proprie calunnie ed ingiurie». Questo scriveva sul Corriere della Sera del 13 agosto 1948, quel liberale cattolico che fu Luigi Einaudi. Ha ragione De Rita a sostenere che il popolo cattolico non riesce a esprimersi nella dialettica socio-politica. Lui aggiunge che ciò è dovuto al fatto che «mancano al popolo cattolico i livelli intermedi prima di condensazione della propria forza poi di finalizzazione dello sviluppo collettivo del Paese». Su questa idea sono in pieno disaccordo, le cose non stanno affatto così. Il popolo cattolico non riesce a esprimersi nella dialettica socio-politica perché i cattolici del livello e del prestigio di De Rita – e ce ne sono – stanno da tempo lì, alla finestra, a guardare. Dove si sono rintanati – dalla prospettiva della politica nazionale – gli iscritti all’Ucid, i dirigenti dei Medici cattolici, i leader dei Giuristi Cattolici, quei banchieri ed economisti cattolici che saltano da un convegno all’altro per parlare di merito, sussidiarietà, solidarietà e di economia sociale di mercato? In quale caverna si sono rifugiati intellettuali come Francesco D’Agostino, Andrea Riccardi, Renato Moro, Lorenzo Ornaghi, Giovanni Reale, Flavio Felice, Francesco Paolo Casavola, Enrico Berti, Francesco Viola, Cesare Mirabelli, Stefano Zamagni e altri ancora? La truppa c’è: numerosa e motivata. Mancano generali e stato maggiore. Ed ecco, allora, che nel vuoto prodotto dalla «diserzione» dell’intellighenzia cattolica si agita quel manipolo di atei devoti – fenomeno politico e non religioso – tanto accarezzati da non pochi ecclesiastici. In fondo, il ragionamento dell’ateo devoto – è il seguente: «Io sono ateo, perché provvisto da mentalità scientifica, perché sono razionale; tu cattolico, invece, dai il tuo assenso a delle favole; dunque, prendo le distanze dalla tua fede , rifiuto quello che conta per te e ti uso per quello che mi servi». Atei devoti: devoti a chi, a che cosa? Un pensiero di Kierkegaard: «Iddio non sa che farsene di questa caterva di politicanti in seta e velluto che benevolmente hanno preteso di trattare il cristianesimo e di servire Iddio servendo a se stessi. No, dei politicanti Iddio se ne strafischia».

*Membro del Comitato Scientifico del Centro Studi Tocqueville-Acton

fonte: Corriere della Sera del 12 settembre 2010
 

Chiodi, vado avanti onorerò il mio impegno con gli abruzzesi

Giovedì, 23 Settembre, 2010

chiodi_napolitano_ok.jpg

(REGFLASH) - L’Aquila, 23 sett. Il Presidente della Regione, Gianni Chiodi, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “L’Abruzzo non può permettersi il lusso, proprio ora, di abbandonare la via del cambiamento. Sia chiaro a tutti che non consentirò che si arresti il processo di risanamento e di riforma in atto per il quale esistono ormai riconoscimenti nazionali ed internazionali. Gli abruzzesi si aspettano che io concluda con i processi già avviati di costruzione di una sanità di qualità, che si continui lungo il percorso difficile di riduzione del debito della Regione e che si proceda in modo rapido ed efficace con la ricostruzione dei territori martoriati dal sisma del 6 aprile 2009. Ho il dovere di continuare ad onorare il patto con gli abruzzesi, continuando in azioni virtuose già portate a termine come la riduzione dei compensi dei consiglieri regionali, la chiusura di sedi inutili all’estero, lo scioglimento di inutili società regionali, l’azzeramento dei consigli di amministrazione di ben 23 enti, le nuove regole e condizioni certe per la sanità privata, la riduzione dei numerosi confidi, la riforma dell’ARTA, il primato per la spesa dei fondi europei tra le regioni del mezzogiorno, la definitiva tutela delle nostre coste con il conseguente abbandono di ogni prospettiva di insediamento del “Centro Oli”, la riduzione delle ASL da sei a quattro, la riduzione dei dirigenti regionali da 128 a 105, la riduzione e la razionalizzazione delle comunità montane, i 12000 cantieri aperti all’Aquila. Per andare avanti lungo il sentiero oramai tracciato, posso garantire che moltiplicherò i miei sforzi e il mio impegno e che chiamerò con me tutta la classe dirigente, i militanti e i simpatizzanti del mio partito che, nonostante tutto quanto sta accadendo da qualche settimana a questa parte, è costituito da uomini e donne di elevatissimo valore e di notevole spessore morale, pronti a sacrificarsi per il bene dell’Abruzzo e della sua gente. Troverò il modo affinché, chi è rimasto sino ad oggi in disparte scenda in campo, dedicandosi direttamente e fattivamente alla causa, e chi già si sta impegnando venga coinvolto ancora più direttamente nelle scelte e nelle azioni intraprese e da intraprendere. Spero che anche le opposizioni, in un passato davvero recente coinvolte in vicende di cronaca simili a quelle che viviamo oggi, comprendano la necessità di continuare, ognuno con il proprio ruolo e con maggiore impegno, ad esercitare il mandato chiaro ricevuto dagli abruzzesi nel dicembre del 2008″. (REGFLASH) Com. Pres. 100923
 

Addio a Sandra Mondaini, regina del varietà

Mercoledì, 22 Settembre, 2010

Caso Abruzzo, tre mosse per uscire dalla crisi

Giovedì, 16 Settembre, 2010

copertina_ilcentro_pescara_w510.jpg 

di Marcello Russo*

Quali cure per le patologie della Regione Abruzzo evidenziate in modo drammatico dal coinvolgimento in processi penali clamorosi di esponenti di tre Giunte e dei loro Presidenti di differente collocazione politica? Il ritorno ai metodi dei bei tempi andati (culminati anche essi nella tangentopoli abruzzese), come si suggerisce da alcuni?  O la “prova del bucato bianco” cioè dell’assenza di macchie per reati in corso di accertamento penale come altri propongono (con ciò consentendo alle Procure di condizionare la presentazione delle candidature)? O la ricerca di qualche professore che fornisca accademiche ricette di scienza giuridica o economica? O ancora la scelta degli onesti caratterizzati dalla illibatezza morale fin qui dimostrata? Evidente che ciascuna di queste proposte ha il carattere della genericità ed indeterminatezza e può - al di là delle intenzioni - risolversi nella richiesta che tutto cambi senza che poi nulla sia cambiato. Per tentare un sommario approccio al problema suscettivo di approfondimenti concreti, si può cominciare col dire che i gravi incidenti di percorso suggeriscono di chiedersi se occorre pensare a nuovi metodi di scelta degli uomini o a nuove regole di governo. Evidentemente, come del resto si apprende dai rudimenti di scienza dell’Amministrazione, la scelta degli uomini è essenziale per l’attuazione dei buoni metodi. La scelta degli uomini nella politica - specie coi sistemi elettorali vigenti - viene effettuata fondamentalmente con criteri di “fedeltà” ai vertici e alle loro espressioni locali degli schieramenti politici. Non me ne scandalizzerei troppo perché il personalismo e il voltagabbanesimo sono cause di scarsa governabilità in quanto la politica, specie in democrazia, è giuoco di squadra e non palestra di azioni solitarie. Ma queste deviazioni dalle regole si evitano individuando soggetti “pensanti” e pure dotati di lealtà, non accettando passaggi di campo in corso di legislatura, soprattutto con norme statutarie e regolamentari che escludano dell’inserimento in qualsiasi gruppo chi lasci il partito con il quale è stato eletto. I “clerici Vagantes” debbono restare fuori da ogni gruppo. Altra è la questione della capacità, la quale va ricavata dai titoli di cultura e dalle esperienze maturate (da distinguere dalle cariche infruttuosamente riscoperte), titoli ed esperienze che dovrebbero essere resi pubblici per consentire all’elettore scelte adeguatamente ponderate.

Venendo ai metodi operativi occorre dire che l’Abruzzo, che si avvia alle nuove elezioni regionali dopo un suicidio (per decapitazione) della Legislatura, non può sperare in un “pronto soccorso” statale principalmente per il federalismo che è ormai realtà. Occorrerebbe troppo tempo e spazio per spiegare perché a Napoli sono arrivati soldi e soldati, con appositi sottosegretari e nessuno è andato in galera mentre in Abruzzo ciò non è e non sarà possibile. Un bel tema da sviluppare a parte, anche al lume dei dati su entrate tributarie e spesa pubblica pubblicati su “Sole 24 Ore” del 4 agosto 2008. Stabilito che non dobbiamo contare troppo su bastoni e altri appoggi statali e dobbiamo camminare con le nostre gambe, è ovvio che dobbiamo pensare al forte contenimento della spesa, alla individuazione di tutte le risorse ordinarie disponibili, alla ricerca di quelle straordinarie reperibili, a ottimizzare i criteri di spesa. Quanto al contenimento della spesa c’è moltissimo da fare, a partire dalla drastica riduzione delle consulenze private per mettere a punto un sistema di consulenze pubbliche all’approfondimento del ruolo dei magistrati Amministrativi e Contabili nella nostra Regione che va conosciuto diffusamente e approfondito perché tutte le azioni convergono verso l’ottimizzazione del sistema di spesa ed il recupero delle indebite elargizioni.

L’ottimizzazione della spesa si coniuga con il sostantivo “programmazione” (quella vera da distinguersi dall’elenco di tutti i desideri e sogni di ogni specie), con i controlli di gestione, con gli equilibrati rapporti fra Organi (Presidente, Giunta, Consiglio), con trasparenza e la comunicazione pubblica. Sembrerebbe del tutto naturale applicare questi principi che sono certamente proclamati e talvolta declamati nello Statuto Regionale, come agevolmente si può ricavare dal “dossier“ statuto, pubblicato dall’Associazione Regionalista Abruzzese. Senonché programmazione, monitoraggi, controlli sono - come le virtù teologali o i dieci comandamenti - da ripetere sgranando il rosario in ogni rito ufficiale ma da trasgredire per inseguire più concrete mire nell’agire quotidiano. Qui la fonte principale di tutti gli “scivoloni” delle nostre Giunte Regionali, della crisi profonda degli Enti autonomi (acquedottistici ed altri), del grande disagio del sistema delle autonomie locali che sono inserite necessariamente nel sistema regionale. Stabilite le regole fondamentali della navigazione secondo la rotta, con gli strumenti di bordo e di controllo appropriati, si tratta di trovare il carburante nel sistema di federalismo fiscale. Il carburante può essere procurato bene individuando e ben utilizzando tutte le risorse locali reperibili ma anche con saggio e ben controllato uso degli strumenti finanziari accessibili evitando tuttavia di mettersi nelle mani dei “prestigiatori” che pullulano nel settore come la storia della Finanziaria Regionale o delle “cartolarizzazioni” insegna. Seri studiosi, anche abruzzesi, hanno scritto cose interessanti sui prestiti obbligazionari, sul leasing, sul leasing back, sul project financing, sulle concessioni, sulle società miste, sugli accordi di programma, sui metodi e le cautele con i quali essi vanno usati. Scelta degli uomini, scelta dei metodi, individuazione completa dei mezzi sono i tre perni sui quali fare leva per uscire dalla crisi senza vaghi riferimenti al passato e a virtù individuali di tipo astrattamente etico o accademico ma tenendo i piedi ben saldi sulla nuda terra. Si possono volgere le amare esperienze e il federalismo incombente in uno scatto collettivo di orgoglio e di fantasia rigenerativa, all’uopo formando squadre competitive con capacità complementari dei singoli soggetti, adeguatamente attrezzate? Occorre provarci.

*avvocato

fonte: il Centro — 18 agosto 2008

Per un piano industriale “popolare”

Mercoledì, 8 Settembre, 2010

flavio.jpg 

di Flavio Felice*

“È venuto il momento che l’Italia si dia una seria politica industriale nel quadro europeo secondo le grandi coordinate dell’integrazione europea”. Con questo monito, il Capo dello Stato ha invitato il ceto politico italiano ad assumere un ruolo attivo e responsabile, degno di un paese civile e con un grande bisogno di rimettersi in marcia nella direzione di un soddisfacente sviluppo economico nel contesto dell’economia globale.

Ad ogni modo, non esiste una sola politica industriale e si suppone che il Capo dello Stato non volesse dire “datevi una qualsiasi politica industriale”; sicché, qualunque cosa il Presidente della Repubblica intenda per “politica industriale”, è opportuno che le forze politiche si confrontino sui modelli che la scienza economica presenta e sulle concrete esperienze che hanno storicamente contraddistinto la politica industriale del nostro Paese. In modo estremamente semplificato, possiamo rilevare una matrice “centralista-statalista” dello sviluppo ed una “liberale-personalistica”, la prima ha fortemente caratterizzato la vicenda economica italiana dall’unità fino agli anni Ottanta, la seconda non è mai stata sperimentata ed ancor oggi stenta a farsi strada. Eppure, la cifra “liberale-personalistica” è antica e vanta tanti padri nobili.

Volendo considerare unicamente la tradizione del cattolicesimo politico italiano, ci soffermeremo su alcuni spunti di uno dei suoi interpreti più autorevoli. Luigi Sturzo nell’appello del 1919: “A tutti gli uomini liberi e forti”, con il quale vedeva la luce il Partito Popolare, scriveva: “A uno Stato accentratore, tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo, sul terreno costituzionale, sostituire uno Stato veramente popolare”. Sturzo ribadisce tale concetto in più occasioni e nel 1926, in un saggio-recensione al libro di Guido Dorso, intitolato La rivoluzione meridionale, sottolinea che era convinzione del Partito Popolare che nessuna rigenerazione del Paese sarebbe mai stata possibile se non attraverso un’evoluzione verso lo “Stato decentrato ed economicamente libero e con un Mezzogiorno rimesso nell’equilibrio statale”. Contrariamente a quanti continuano a sostenere la tesi dei “due Sturzo”: uno popolare, precedente all’esilio, ed uno liberista, dopo il ritorno dall’esilio (1924-1946), il fondatore del Partito Popolare nel 1901 nel 1919, nel 1925 e negli anni Cinquanta ripeterà sempre come un mantra la sua visione federalista, personalista e liberale: “perché la poca saldezza di fede nei principi liberali, sui quali si è voluta poggiata l’unità della patria, è la causa di un timor panico e geloso che invade i nostri uomini, quando si parla di decentramento e di federalizzazione regionale, e che li ha costretti a sancire quell’uniformità […] che è la rovina delle nazioni moderne”; queste cose Sturzo le scriveva nel 1901, altro che “due Sturzo”! Di Sturzo ce n’è uno solo: federalista, liberale e popolare.

Ebbene, a proposito di politica industriale nazionale, con grande lungimiranza, Sturzo sosteneva sin dai primi del Novecento che nessuno sviluppo economico si sarebbe potuto realizzare se prima non si fosse affrontato il nodo della “questione meridionale”, e tre sarebbero le condizioni per una rinascita del Mezzogiorno. In primo luogo, una politica di autentiche liberalizzazioni, l’ingerenza statale nell’industria avrebbe creato una situazione insostenibile, definibile in questi termini: “monopolio della grande industria che vive da parassita sulla nazione; paralisi industriale nelle regioni meno favorite dalla centralizzazione economica”. In secondo luogo, dare maggiore consistenza economica alle regioni e procedere verso una progressiva articolazione federale dello stato, in modo che “le giunte regionali concorrano con il governo centrale a ristabilire il necessario equilibrio economico fiscale già alterato a danno del Mezzogiorno e delle isole fin dai primo decenni del Risorgimento e poi distrutto dal sistema fascista”. In terzo luogo, educare allo spirito d’iniziativa e d’imprenditorialità, affinché il Mezzogiorno sia restituito ai meridionali e siano loro gli attori del suo risorgimento. A questo punto, un’autentica politica industriale che conservi il carattere liberale e personalista, di ispirazione sturziana, si presenta come un sistema di “complessi industriali contigui, indipendenti, collegati per cicli produttivi e serviti da mezzi di trasporto adeguati. Occorre, pertanto, condizionare l’attività industriale in modo da poterla favorire e sviluppare fino al più alto rendimento”.

Oggi i cattolici possono contare, oltre che sul Magistero sociale della Chiesa, su un patrimonio di idee e di proposte politiche in gran parte ancora inedito. A differenza di alcune copie scarsamente conformi, il federalismo, il liberalismo ed il meridionalismo di Sturzo e della tradizione del popolarismo sono funzione dello sviluppo economico dell’intera nazione ed appaiono come parti integranti di una politica industriale e sociale che diffida delle soluzione centralistiche, dei piani ciclopici, dell’uniformità legislativa e fiscale, mentre si mostra in sintonia con una visione del progresso economico e sociale coerente con la moderna Dottrina sociale della Chiesa ed incentrato sui corpi intermedi, sui piccoli plotoni, sui mondi vitali, nel rispetto dei principi di sussidiarietà e di poliarchia.

*Presidente Centro Studi Tocqueville-Acton – Adjunct Fellow American Enterprise Institute

(Una versione ridotta dell’articolo è stata pubblicata da “Liberal” l’8 settembre 2010)

Leonardo Sciascia

Martedì, 7 Settembre, 2010

powered by wordpress - progettazione pop minds