Archivio di Giugno, 2012

29 giugno Omnes cum Petro

Giovedì, 28 Giugno, 2012

Vivere è andare contro la corrente del nulla. Come Sal(o)moni.

Mercoledì, 27 Giugno, 2012

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di Gabriele Rossi 

Il comportamento di un uomo nel tempo si dimensiona in un orizzonte di senso. Il suo pensare, fare, amare, lavorare, vivere… è spinto da un motore la cui generatività non è enumerabile. Accecare questo orizzonte - obiettivo dell’ideologia nichilista (anche quella morbida della vita intesa come susseguirsi di dolci emozioni, anche prodotte dalla chimica) - è un delitto ignobile ed efferato. Non è una questione di religione. Sono in gioco la dignità e l’autentica libertà di qualsiasi essere umano sulla faccia della terra. Senza questo motore l’uomo non è più capace né di amare, né di lavorare: il suo sguardo pietrifica la realtà che vede come la Medusa di Caravaggio.

Geminello Alvi

Mercoledì, 27 Giugno, 2012

Don Mazzolari, ai suoi parrocchiani, quando entravano in Chiesa, chiedeva di togliersi il cappello, non di levarsi il cervello.

Giovedì, 21 Giugno, 2012

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di Aldo Maria Valli - Vaticanista TGUNO

Il Papa è triste. Il Papa è affranto. Il Papa piange. Solerti comunicatori vaticani fanno a gara nel farci sapere quanto sta male il Papa a causa delle fughe di notizie dal suo appartamento. Possiamo capirlo. Ma non una parola sul contenuto dei documenti trafugati. Leggere la posta degli altri non sta bene, d’accordo. E spifferarla ai giornali sta ancora meno bene, d’accordissimo. Ma vogliamo dire qualcosa anche a proposito del contenuto dei documenti usciti dai sacri palazzi? Possibile che, di fronte all’evidenza delle carte, nessuno provi un po’ di vergogna? I fatti dicono che sul tavolo del papa arriva di tutto, e che in Vaticano uno degli sport più praticati è l’affarismo. Tutto questo deve passare sotto silenzio? E poi vogliamo parlare del linguaggio usato da questi curiali? Diciamolo francamente: è insopportabile e fa venire la nausea. Tutto il contrario della schiettezza evangelica. Nessuno ha smentito quanto rivelato dal libro di Nuzzi. Questo è il punto. E se nessuno ha smentito vuol dire che quei testi sono veri. Vuol dire che l’appartamento papale è davvero il terminale di intrighi, ripicche, complotti, furbate più o meno riuscite. Vuol dire che il cuore della Chiesa è gravato da queste miserie, da queste meschinità. Anche a noi spiace per il Papa. Ma il dispiacere per lui non deve indurci a nascondere la verità, anzi. Qui c’è una macchina curiale che non funziona, che produce per lo più sporcizia, che ingombra il tavolo del papa, del successore di Pietro, di cartacce che andrebbero gettate direttamente nel cestino e nemmeno degnate di uno sguardo. Lo schema di potere che ne emerge è fatto di raccomandazioni, di untuose richieste, di giochi e giochini tutti fondati sull’opportunità, se non sull’opportunismo, e non sulla verità. Leggendo il libro Sua santità sono rimasto particolarmente colpito dalla lettera inviata dalla guida di Comunione e Liberazione, don Julian Carron, per raccomandare al Papa l’elezione di Angelo Scola ad arcivescovo di Milano. Carron poteva benissimo sostenere la candidatura Scola, ma il fatto è che per appoggiare il suo amico distrugge a randellate gli episcopati di Martini e Tettamanzi con un livore e una mancanza di oggettività storica che lasciano sbigottiti. Per trovare un documento pieno di verità bisogna rifarsi alla missiva indirizzata al Papa dal superiore dei gesuiti, padre Adollfo Nicolas, uomo davvero specchiato, che per esprimere il suo disagio trova una formula intelligente. Non volendo offendere il Papa, evita di esprimere in prima persona le sue valutazioni, ma lascia che parlino due laici, due benefattori della Compagnia di Gesù, i quali mettono coraggiosamente il dito nelle tante piaghe della Chiesa. I due, con dolore, fanno presente al Papa il numero crescente di fedeli che si allontanano dalla Chiesa gerarchica non riconoscendosi più in essa, dicono apertamente che in Europa vengono spesso nominati vescovi incapaci e ben poco santi, denunciano la “paura paralizzante” che regna tra i funzionari vaticani e il ruolo “centrale” giocato dal denaro per molti esponenti della stessa curia. Infine chiedono: “Dov’è la forza per combattere nella curia la tentazione del potere? Dove sono l’umiltà e la libertà donate dallo spirito?”. “Devo dire – commenta il padre Nicolas – che condivido le loro preoccupazioni e che sono molto edificato dal fatto che questi fedeli laici prendano così sul serio la responsabilità di fare qualcosa per la Chiesa”. Ecco, queste sono le questioni sulle quali bisognerebbe interrogarsi. Ma nel dibattito di questi giorni, seguito allo scandalo della fuga di notizie, non c’è la minima traccia di una riflessione in proposito. Si preferisce tuonare contro il povero maggiordomo infedele e lanciare la caccia alle streghe. Si preferisce compatire il Papa piangente. Mai che si entri nel merito delle questioni sollevate. Dove si pensa di arrivare per questa via? Dove si pensa di approdare chiedendo sempre e comunque obbedienza senza mai interrogarsi sui mali di una Chiesa che proprio nei suoi vertici mostra tanta corruzione interiore? La magistratura vaticana farà le sue indagini e approderà alle sue conclusioni, ma a questo punto ciò che conta è ben altro. Mentre i presunti difensori del Papa invitano a non comperare il libro di Nuzzi, chi ha sete di verità deve chiedere che un dibattito sia avviato circa i contenuti del libro. Questo si potrebbe fare se nella Chiesa ci fosse un’opinione pubblica. Ma da troppo tempo i cattolici hanno perso l’abitudine al confronto e all’elaborazione di un pensiero originale. Diceva don Mazzolari che lui, ai suoi parrocchiani, quando entravano in Chiesa, chiedeva di togliersi il cappello, non di levarsi il cervello. Oggi i cappelli non si portano più, ma anche i cervelli se la passano male.

fonte: “Mosaico di Pace” - giugno 2012

“Gli affaristi che stanno dietro al Corriere della Sera sono immacolati? Il padrone di Repubblica ha la coscienza a posto?”.

Mercoledì, 13 Giugno, 2012

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E’ uscito un mio libro intervista a Ettore Bernabei e Tempi l’ha ben recensito. Perché l’ho scritto? Semplice: perché Bernabei è il tipo di cristiano di cui il nostro mondo ha bisogno. Si dice che le cattedrali medievali siano state costruite dalla fede, osserva Gilson, ma anche dalla geometria: fede e geometria, professionalità e preghiera. Il laico cristiano, oggi più che mai, deve camminare su due gambe: da una parte la gamba della preghiera, dei sacramenti, della preparazione teologica e della lettura del Vangelo, dall’altra la gamba del lavoro ben fatto, per amore di Dio, e dell’attività professionale come servizio. A un cristiano così si può dire: vai! Non avere paura dei giacobini e dei puritani che vogliono bloccarti col pretesto che anche tu porti i segni del peccato originale. Guardali negli occhi e dì loro: che diritto avete di indagare sulla mia vita e scagliare pietre? Chi siete? “Scagli la prima pietra chi è senza peccato” è stato detto. E voi sareste senza peccato? Basta con i lanzichenecchi che girano per il nostro Paese usando come spingarda la diffamazione a mezzo stampa nei confronti dei cattolici e della Santa Sede! Gli affaristi che stanno dietro al Corriere della Sera sono immacolati? Il padrone di Repubblica ha la coscienza a posto? Non mi risulta, e così per gli altri. Perché questo gioco al massacro? Cosa volete? un Paese affamato e senza guida affidabile? Se verranno a mancare i cristiani, lo avrete. L’unica speranza sta in chi sa pregare e lavorare.

autore: Pippo Corigliano

Familyless, l’Europa vuole dimettersi dalla Storia?

Venerdì, 1 Giugno, 2012

Nel 1980, in Europa, su 100 europei 22 avevano meno di 14 anni e 13 avevano superato i 65. Nel 2004 i minori di 14 anni e gli over 65 erano pari. Dal 2005, gli over 65 hanno cominciato a superare gli under 14.
Anche se non ci pensiamo quasi mai, la famiglia è la più grande tra le opere dell’umanità, senza paragone con nient’altro. La famiglia è un bene totalmente umano. Tra gli animali i figli dopo un po’ smettono di essere figli, il padre non è un vero padre, non sa realizzare la sua paternità, e la madre ha come unico scopo lo svezzamento dei piccoli. Poi si spalancano le porte del vasto mondo, e tutti diventano uguali. Un padre e una madre umani, viceversa, lo sono per sempre, nel senso che la paternità e la maternità sono ferite che sanguinano fino alla morte, dentro la morte e probabilmente anche dopo la morte. Perfino gli dèi antichi erano in difficoltà quando dovevano assumere un tale onere, anche loro preferivano scappare via, come gnu, come coccodrilli, come gabbiani.

Ma Jahvè no, Lui è come una donna che solleva il suo bambino alla guancia, e il Suo intimo freme di tenerezza e di compassione. E poi decide di nascere, povero e fragile, dal seno di una donna che lo amerà come ogni madre ama il suo bambino, e che piangerà la Sua morte con lo stesso strazio di tutte le madri cui sia stato restituito il corpo del figlio giovane ucciso da uno dei tanti accidenti della storia: guerra, malattia, quando non un’infida casualità. E il Cristianesimo c’insegna che la tenerezza e lo struggimento di un Padre, la premura e il pianto di una Madre sono l’origine della salvezza del mondo. Nient’altro che questo. Dio ci ha salvati nella Sua umanità, e in questo stesso modo continua a salvarci.

Ma Dio nacque povero. Povertà e famiglia si uniscono in un legame indissolubile. Nella famiglia, infatti, l’uomo accetta in modo molto concreto la propria dipendenza: il self-made man non è adatto a fare famiglia. I legami ci piegano le ginocchia, ci domandano umiltà: i difetti del marito e della moglie, il fatto che i figli non sono quasi mai come noi vogliamo, e poi l’educazione da seguire passo passo, i dolori imprevisti, le preoccupazioni che limitano spesso il nostro slancio orgoglioso…

Pensate a un intellettuale, poniamo uno scrittore, o un filosofo oppresso dal pensiero di un figlio drogato o ubriacone o malato: come diventa più difficile essere sempre brillante, in forma, avere la parola giusta al momento giusto. Questo intendo con la parola “povertà”: qualcosa che ti limita, ti rallenta, a volte ti confonde e ti rende meno piacevole, forse meno bravo. Ma più vero. Enormemente. Moglie (o marito) e figli sono la prima regola monastica della famiglia, la prima forma di obbedienza. La famiglia non è l’esito di un mettere-insieme, una composizione di qualcosa che sta prima: è una vita nuova, un essere nuovo, così come l’acqua non è solo la somma di ossigeno più idrogeno.
S. Francesco d’Assisi comprese in profondità questa cosa quando legò indissolubilmente la dedizione totale a Dio e la mendicanza. Se ti vuoi consacrare a Lui, rinunciando a una famiglia tua, devi essere al tempo stesso l’ultimo degli ultimi, vivendo della carità dei ricchi e perfino dei poveri. Noi percepiamo queste cose, oggi, con un filo di moralismo che Francesco, viceversa, non conosceva. Lui sapeva bene che senza i legami che (provvidenzialmente) lo piegano a terra, l’uomo tende a insuperbire, e che il sacrificio della carne può accendere ancor più la brama di ricchezza e di potere.

Francesco sapeva di quanta miseria ha bisogno l’uomo per scoprire quello che è realmente, il proprio bisogno, il proprio stato di strutturale necessità. E trovò nella mendicanza lo specchio più esaustivo della condizione familiare. A questo, infatti, serve la famiglia: a farci scoprire (indipendentemente dal conto in banca) quello che siamo alla radice, cioè mendicanti.

Pensate, cari lettori, cosa succederebbe se la famiglia fosse cancellata: quanta superbia, quanta presunzione, quanto artificio, quanta astrazione e, infine, quanto sterminio dilagherebbero per il mondo.

autore: Luca Doninelli

fonte: Il Sussidiario

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