Categoria ‘Business’
Mercoledì, 3 Aprile, 2013
di Paolo Venturi*
… in una storia (araba) ormai nota e recuperata recentemente da illustri economisti italiani come L. Becchetti e S. Zamagni si racconta:
“di un cammelliere che lasciò alla sua morte un testamento per dividere i suoi beni tra i tre figli. Il cammelliere aveva 11 cammelli e nel suo lascito testamentario stabilì di assegnare metà dei suoi beni al primo figlio, un quarto al secondo figlio e un sesto al terzo figlio. Quando giunse il momento di dividere l’eredità iniziarono i problemi. La metà di undici cammelli fa cinque cammelli e mezzo. Il primogenito pretendeva di “arrotondare” il lascito paterno esigendo il sesto cammello. Gli altri fratelli si opponevano sostenendo che era già stato troppo privilegiato dalla volontà del padre. Inizio così un conflitto tra di loro.
Un giorno un cammelliere molto meno ricco si trovò a passare da quelle parti e, vedendo i tre figli litigare, decise di donare il suo unico cammello per aggiungerlo al monte ereditario. Grazie a questo aiuto adesso fu possibile accontentare le pretese dei tre eredi. Al primo andarono 6 cammelli (la metà di 12), al secondo 3 cammelli (un quarto di 12) e al terzo 2 cammelli (un sesto di 12). Tutti si ritrovarono concordi perché nessuno di loro stava pretendendo più del dovuto nella nuova situazione. Il totale adesso faceva esattamente undici cammelli. Il donatore di passaggio potè così riprendersi il dodicesimo cammello”.
Quest’antica storia ci fa capire meglio che affidarsi unicamente alla sola efficienza non ci aiuta a raggiungere la giustizia sociale. Perseguire la “giustizia” significa lasciar spazio al dono e alla sua fertilità di generare valore e ricchezza. Il cammelliere che ha donato il suo unico cammello si è trovato alla fine più ricco… (di gratitudine) e ha permesso che si trovasse un punto di incontro capace di ripristinare un accordo (mercato).
Ecco perché è indispensabile sostenere i soggetti dell’economia sociale: producono, insieme a beni e servizi, anche relazioni più ricche in quanto capaci di promuovere al contempo valore economico e giustizia sociale.
La storia dei cammelli ci aiuta a pensare in modo diverso a questa crisi. Chi porterà il dodicesimo cammello? Continuare a pensare che la società e l’economia si risollevino solo per un istinto primordiale generato dall’efficienza di un sistema (austerity), penalizzando o disincentivando quei soggetti che per loro natura e per le loro motivazioni sono da sempre portatori del “principio del dono” nell’economia (come le Cooperative Sociali e le Organizzazioni Non Profit), non aiuterà a ritrovare il percorso della crescita e dello sviluppo. La Giustizia chiede il dono per potersi affermare; il Mercato, anche.
* Paolo Venturi
Dirigo AICCON, Centro Studi promosso dall’Università di Bologna, insieme a Organizzazioni del Terzo Settore e al movimento cooperativo. Collaboro come esperto e ricercatore a progetti di sviluppo sui temi dell’economia sociale e del non profit, anche se la mia prima passione è stata il fundraising (sono stato co-fondatore dell’ASSIF). Appassionato di Impresa Sociale e Innovazione mi ritengo un manager prestato alla ricerca, accanito tifoso milanista e padre di due bellissime bambine. @paoloventuri100
fonte: vita.it
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Domenica, 31 Marzo, 2013

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Lunedì, 18 Marzo, 2013
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Martedì, 12 Marzo, 2013
“La sfida centrale per la nuova evangelizzazione dell’Occidente è che la Chiesa ha un pubblico che pensa di sapere già che cos’è la fede cattolica, ma molto spesso si basa su convinzioni che sono più mitologia che realtà. La Chiesa deve quindi avere la capacità di spiegarsi, reintrodursi, ripresentarsi in un modo più convincente a un pubblico che è abbastanza chiuso nei confronti del messaggio della Chiesa proprio per una forma di preconcetto”.
John L. Allen - Vaticanista del National Catholic Reporter. Intervista rilasciata oggi al Sussidiario.net
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Martedì, 26 Febbraio, 2013
Il vero problema dell’Italia non è quello di far nascere e crescere start-up che operino nelle tecnologie avanzate. Ma quello - molto più generale - di disinceppare uno dei meccanismi fondamentali dello sviluppo dell’economia del paese: far nascere e crescere nuove imprese, in modo da rimettere in moto il processo di normale ricambio.

di Umberto Bertelè
Non è un problema da accademia della crusca quello che voglio porre, di critica al ricorso eccessivo alle parole estere. È un problema invece di percezioni, di significati diversi spesso attribuiti - nella testa della gente - a termini che dovrebbero semplicemente essere la traduzione l’uno dell’altro. E conseguentemente di sensibilità e di peso nell’agenda politica.
Il termine start-up, per la maggior parte di coloro (temo non tantissimi) che ritengono di conoscerne il significato, ha tutto il fascino delle parole esotiche. Evoca la California, evoca la Silicon Valley, evoca imprese come Apple, Google, Cisco e Intel, piuttosto che (fra le più recenti) Zynga, LinkedIn e Twitter. Evoca l’interesse a far crescere anche in Italia nuove imprese che si muovano sulla frontiera della tecnologia, mettendo in campo una serie di incentivi pubblici e promuovendo lo sviluppo di strutture - quali business angel e venture capital - in grado di finanziarne le prime fasi del ciclo di vita.
Il limite che io vedo in tutto questo: che la promozione delle start-up venga vissuta come una sorta di optional, come una ciliegina sulla torta, e non come un problema vitale per il nostro paese.
Perché la creazione di nuove imprese è un problema vitale.
Far nascere nuove imprese rappresenta una necessità sempre, se non altro per rimpiazzare - anche se solitamente in settori e attività diversi - quelle che muoiono: perché acquisite e inglobate da altre, perché chiudono i battenti per evitare situazioni peggiori, perché falliscono.
Tutte le statistiche, benché fatte in momenti e paesi diversi, concordano sul fatto che la vita media delle imprese è sensibilmente inferiore a quella degli umani. E che si sta allargando ulteriormente la forbice, perché migliorano le aspettative di vita per i secondi, mentre aumentano i rischi di morte quasi istantanea, senza segnali premonitori, per le prime: come mettono bene in luce nel loro recentissimo articolo “Bing Bang Disruption” Larry Downes e Paul F. Nunes con una serie di esempi (la fotografia digitale che uccide la tradizionale, gli smartphone che con le loro diverse funzionalità penalizzano macchine fotografiche e orologi e modificheranno i sistemi di pagamento, le app con le mappe che ridimensionano drasticamente le vendite di navigatori portatili, e così via).
Far nascere nuove imprese è una necessità, ma i dati dimostrano come larga parte delle imprese che nascono attualmente abbiano come imprenditori immigrati senza particolari titoli di studio e riguardino piccole attività commerciali e di servizi: attività cioè che permettono di partire in piccolo, con un fabbisogno di capitale ridotto.
Uno schema simile a quello che ci ha caratterizzati per i primi 50 anni dopo la guerra, quando pochissimi imprenditori di prima generazione - anche nel campo industriale - erano laureati, quando il know-how era quello appreso lavorando come operai o impiegati, quando i risparmi propri insieme a quelli di parenti e amici e a qualche prestito bancario permettevano di costruire il capitale iniziale, quando i cicli di vita di molti prodotti erano più lunghi ed era quindi possibile crescere con gradualità e usare i profitti per alimentare progressivamente il capitale.
Questo mondo non c’è quasi più. Molte delle nuove attività, non solo nell’ICT, richiedono livelli di conoscenza (non necessariamente certificata da una laurea) sensibilmente più elevati. I cicli di vita dei prodotti si sono mediamente molto ridotti e i mercati geo-politici potenziali si sono mediamente ampliati, per cui è spesso necessario disporre di un capitale iniziale maggiore. Le banche commerciali - a valle delle diverse Basilea e con i bilanci spesso devastati dalla crisi - sono molto meno disponibili di un tempo a prestare soldi fidandosi delle persone.
Si è inceppato cioè uno dei meccanismi fondamentali dello sviluppo dell’economia del paese. E, tornando alle parole iniziali, il nostro vero problema non è quello (apparentemente di nicchia) di far nascere e crescere start-up che operino nelle tecnologie avanzate; ma quello molto più generale didisinceppare il meccanismo per far nascere e crescere nuove imprese, in modo da rimettere in moto il processo di normale ricambio (nel futuro possiamo sperare anche di crescita) del nostro sistema di imprese.
Ben sapendo, ma questo non è chiaro a tutti, che molte delle nuove imprese che faremo nascere saranno proprio le start-up “modello California”: perché è nell’ICT, o con l’applicazione innovativa dell’ICT, che sono presenti le maggiori opportunità imprenditoriali.
fonte: ict4executive.it 19 Febbraio 2013
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Lunedì, 25 Febbraio, 2013
di Stefano L. Di Tommaso*
Una volta (a dire il vero pochissimi anni fa) un piccolo imprenditore o, più esattamente, un artigiano o un commerciante che avevano raggiunto un discreto successo presso la clientela, si recavano presso la loro banca (e difficilmente ne avevano più d’una) chiedevano un piccolo finanziamento o un mutuo per espandere la loro bottega, il loro magazzino, o il loro parco veicoli (magari un paio di Ape Piaggio) e, se erano bravi o anche solo volenterosi, potevano sperare di fare qualche soldo in più pur sobbarcandosi i costi finanziari dell’espansione (di qualche punto al massimo superiore al tasso interbancario).
Le banche italiane non sono mai state particolarmente dinamiche (anzi ricorreva spesso la battuta che in America finanziavano le idee mentre a casa nostra finanziavano solo le mura), tantomeno dinamici risultavano i mediocrediti regionali, ma alla fine chi lo meritava un po’ di credito lo otteneva, meglio se supportato dalla raccomandazione di qualcuno che contava nella società civile.
Oggi l’aria è cambiata: le banche hanno creato dovunque (anche nei quartieri periferici) il loro centro imprese e i funzionari che vi lavorano non hanno alcuna autonomia decisionale: devono inserire i dati nel sistema e ottenere (raramente invero) una delibera di fido, con l’avvertenza che in molti casi il tasso da essi richiesto corrisponde alla soglia del tasso d’usura oppure a una ventina di volte il livello del tasso interbancario.
Dunque è diventato difficile o impossibile chiedere credito, bisogna farlo scrivendo un piano industriale (anche se si tratta di una farmacia o di una pensione Bed&Breakfast) e sobbarcandosi un tasso che può azzerare il vantaggio a tentare di crescere, nonostante i tassi interbancari siano oggi quasi a zero.
Perdipiù i rischi legati al credito di fornitura sono saliti alle stelle e molti fornitori, viceversa, proprio a causa dell’andazzo generale, chiedono di essere pagati per contanti o con fideiussione. Senza contare che Equitalia, il mostro che in Italia prescinde da leggi, privacy e possibilità economiche, non appena alzi la testa ti prende di mira e inizia a chiedersi in quale modo stai evadendo il fisco.
Poi intervengono INPS, ASL e uffici vari regionali, provinciali e comunali a fare la loro parte per scoraggiare le iniziative, senza pensare che c’è anche l’Ufficio del Lavoro che è pronto a scoraggiare l’assunzione di chiunque con balzelli, leggi e regolamenti, tantomeno se si tratta di un giovane apprendista.
Sì, quasi quasi, il piccolo artigiano o commerciante o albergatore se ha capacità e idee, fa prima a lasciar perdere o, come fanno in tanti, a varcare i confini nazionali per trovare altrove un ambiente più consono alle sue qualità.
Qualche anno fa esisteva soltanto l’Agenzia delle Entrate, i fornitori spesso erano i primi venture capitalists dell’artigiano più bravo degli altri, le banche erano edifici abitati da gente con cui si riusciva anche a parlare, gli uffici pubblici erano computerizzati ma anche meno burocratici e gli apprendisti, se gli facevi apprendere un mestiere, ti ringraziavano anche!
Oggi l’Italia affoga anche grazie al fatto che fare impresa è diventata un’impresa, ma nessuno ne parla in campagna elettorale!
*CEO La Compagnia Finanziaria Milano
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Martedì, 29 Gennaio, 2013
di Guido Ceronetti
Limitata e sporadica, la depressione è esistita sempre, e con più nomi nominata: spleen, cafard, acedia, taedium vitae, etc. Oggi è epidemica, pandemica, colpisce chiunque. Dove ci sono molti libri, là ha un luogo di elezione, si fissa, non la mandi più via. Contro questo pervasivo malessere (mal-di-essere) non tengono benesseri sociali o personali, e i farmaci (psicofarmaci, antidepressivi, sonniferi, Prozac) alimentano una sterminata industria, interessata ad attenuarla senza guarirla: a creare e diffondere il morbissimo della Dipendenza. Tutto l’Occidente, e ormai resta poco che non sia Occidente, è fondamentalmente depresso psichicamente: la condizione esistenziale delle città (e di non-città non esiste quasi più nulla, nemmeno i deserti) è generatrice incessante di ogni forma di depressione. Ora, questo vomitare ininterrotto stampato e mediatico, economia-economia-economia, questo non occuparsi d’altro delle classi dirigenti, questo sparare addosso alla gente con fucili automatici che c’è una crisi inaudita, mai vista finora, colossale, irrimediabile, ovviamente planetaria, in quale ideale pattumiera finisce - se non l’ anima umana, la sostanza mentale, il corpo eterico, col fine (forse è questo il suo fine, perché niente è pura superficie) di farli a brandelli? Siamo, ascoltando la radio, leggendo i giornali, un bugliolo tremante, un triste cesso dove si deposita il malaugurio - vedi i titoli, assorbi i commenti, crogiòlati negli approfondimenti… E l’anima umana (se vuoi puoi chiamarla anche psiche, ma non ti permetto di chiamarla il Dna) piglia il nutrimento, come un eterno lattante, da quando esiste il linguaggio radicato nel pensare, dalle parole. Stiamoci attenti. Perché l’anima - quella che la Scrittura nomina come néfesh chàim, «anima-che-vive», non ente trascendente ma lo stesso respiro - accolga come vitale nutrimento le parole, carne del Logos trascendente, occorre che nessuna abbia riferimento a questo drago fumante che viene chiamato economia non osando guardarlo in faccia e ucciderlo. L’economia, nel linguaggio, è fecalità invasiva, bisognosa di purga drastica. Fa’ che l’assorbiamo in quantità crescente da tutto quel che è parlante (scritto o audiovisivo, e ritengo che qui il mezzo più potente sia il radiofonico, tutte le sonorità più assassine l’universo umano le riversa nella penetrazione acustica) e vedrai in quale stato avrai ridotto questo tapino di inconscio, individuale e collettivo. Il nostro rapporto col mondo numerico è fatto dalle piccole cifre. Anche un ministro dell’Economia, che ha la sartoria dei miliardi in dollari e in euro, quando spende da uomo qualunque conta i centesimi nel portamonete, può arrivare a cento euro quando gli si presenta un conto di ristorante. Per dei girasoli o una Provenza di Van Gogh, di valore spirituale immenso, senza corrispondenza monetaria, io troverei giusto non si spendessero più di otto-novecento sterline. Un’asta onesta dovrebbe partire da tre-quattrocento; bravo Sotheby, questi sono affari puliti! Il vero mercato, per tutta la gente comune, e nel mondo, bene è stato scritto, «non è se non vulgo», il mercato che lascia l’anima vivere, è il mercatino ortofrutticolo, o la fiera mensile dell’ antiquariato. Le cifre spasmodiche delle Borse, invece, sono percentuali di morte, necroeconomia, come la definì la «Welt», al tempo ancora del marco in marcia dell’Aida. E dappertutto dove il leviatano fetentissimo della necroeconomia alza la testa spaventosa, la Depressione miete vittime a milioni. E non c’è difesa.
fonte: Corriere della Sera 20 agosto 2011
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Lunedì, 28 Gennaio, 2013
di Andrea Baranes*
La vicenda Monte Paschi di Siena da alcuni giorni riempie le pagine dei giornali. Articoli che chiamano in causa comportamenti spregiudicati, l’ingerenza della politica, un sistema di potere “occulto” e via discorrendo.
Verrebbe da dire magari fosse così. Perché parleremmo di alcune proverbiali mele marce in un sistema sano. Come avviene da diversi anni per ogni singolo scandalo e crisi che investe il mondo bancario e finanziario ci sentiamo ripetere che singole persone in posizione chiave si sono fatte abbagliare dalla cupidigia e hanno violato le regole del gioco.
E invece no. Lo scandalo Monte Paschi nasce dal seguire alla lettera le possibilità attualmente offerte dalla finanza. Ancora peggio. Dall’utilizzo di strumenti, procedure e meccanismi che interessano la gran parte del sistema bancario e finanziario.
Cos’è successo? In attesa di conoscere i dettagli della vicenda (se mai emergeranno), capiamo i meccanismi di funzionamento. Negli scorsi anni Monte Paschi si lancia in una serie di operazioni rischiose. Trading sui mercati finanziari per moltiplicare i profitti, la scalata a banca Antonveneta a un prezzo molto elevato, e via discorrendo. Poco importa la natura di queste operazioni, il fatto è che non vanno come sperato, e la banca accumula delle perdite.
Il problema è che quando si pubblicano i bilanci, gli azionisti non sono per niente contenti di vedere delle perdite. Vogliono dei profitti, anche sostanziali, altrimenti si arrabbiano con i manager e riducono loro gli stipendi e i bonus. E allora cosa si fa? Semplice, si “aggiusta” il bilancio per farlo sembrare migliore di quanto non sia in realtà.
Ho un debito di 100 euro con un mio amico, ma non voglio che si sappia in giro. E allora mi metto d’accordo con questo mio amico. Facciamo una scommessa. Io non gli devo più ridare i 100 euro, ma se entro tre anni il Frosinone non vince scudetto e Champions League dovrò restituirgliene 500. E’ una follia, mi direte. Le possibilità sono praticamente nulle e invece di dovergli 100 euro avrò un debito di 500. Si, ma per me l’importante è il breve termine. Oggi posso dire in giro di non avere debiti, posso mostrare un bilancio scintillante. E il mio stipendio è legato a quanto brillano i miei numeri.
Tutto qui. In pratica la banca aveva un debito che grazie a un contratto derivato ha “spostato” su altre banche. Se e quanto questo debito riapparirà sui bilanci di Monte dei Paschi dipende da complicatissimi calcoli finanziari. Rimane il fatto che le grandi banche d’affari che costruiscono e vendono i derivati non sono delle sprovvedute. Nell’immediato hanno tolto dai bilanci di Monte Paschi il debito, ma nel medio periodo le possibilità che sia la banca senese a vincere non sono forse tanto distanti da quelle di vedere il capitano del Frosinone alzare la Champions League da qui a tre anni (se vi interessa il linguaggio tecnico, Monte dei Paschi ha sottoscritto dei derivati chiamati swap che consentono lo scambio di due flussi di cassa, tipicamente un debito a tasso fisso con uno a tasso variabile).
Se in qualche modo questo meccanismo vi suona familiare, il principio è esattamente lo stesso dei derivati venduti agli enti locali in Italia, che hanno recentemente visto la condanna di quattro grandi banche nel processo contro il Comune di Milano. E’ esattamente lo stesso usato dalla Grecia per “abbellire” i bilanci pubblici ed entrare in Europa. E’ esattamente lo stesso usato da una buona parte delle grandi banche per fare sparire sotto il tappeto dei debiti subito prima di dovere pubblicare i bilanci semestrali. In questo modo il top management della banca mostra profitti a due cifre, gli azionisti sono contenti e i bonus si gonfiano.
Non sono poche mele marce, non è un abuso, non è uno scandalo e non è l’ingerenza della politica. E’ il normale funzionamento di questo sistema finanziario. Per favore, smettiamo di parlare di uno “scandalo Monte dei Paschi”. E’ questa finanza ad essere scandalosa. Non bisogna cambiare pochi manager che hanno tradito la fiducia dei risparmiatori. Bisogna cambiare, radicalmente, le regole del gioco dell’intero sistema finanziario. Introducendo una tassa sulle transazioni finanziarie, dei limiti e controlli sui derivati e via discorrendo. Come primo passo, come clienti scegliamo quelle banche che sostengono l’economia reale, e non affidiamo i nostri risparmi a chi se li va a giocare sul Frosinone campione d’Europa da qui a tre anni.
*Presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica
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Martedì, 15 Gennaio, 2013

di Daniele Marrama*
La crisi ha reso evidente l’insostenibilità per le finanze pubbliche del modello di spesa sociale che si è strutturato nel corso degli anni nel nostro ordinamento, risorse inevitabilmente destinate ad una riduzione. Ma e’ un dato comune che ogni qual volta viene introdotto il tema del contenimento della spesa pubblica a favore di servizi alla persona si verifica una pregiudiziale levata di scudi da parte degli araldi del cosiddetto stato sociale di diritto. I meno informati associano in modo automatico ad una riduzione dei trasferimenti di risorse pubbliche da impiegare in attività di servizio un depauperamento quantitativo e qualitativo del welfare. Questo svisato automatismo deriva dalle modalità con le quali nel corso del XX secolo si è andata strutturando la spesa pubblica.
TRA PASSATO E PRESENTE – Ma l’espressione “solidarietà sociale” indica al contrario la fonte originaria delle attività che oggi compongono il settore. Storicamente, infatti, nel tessuto sociale sono germogliate iniziative originate dal desiderio di singoli ed associati di impegnarsi per migliorare le condizioni di vita dei meno abbienti. Mentre la sensibilità del mondo cattolico ha determinato il sorgere di iniziative gratuite di assistenza, istruzione e di presa in carico di orfani, il pensiero di matrice socialista e comunista ha favorito la nascita e la diffusione di associazioni aventi come fine ultimo la difesa del proletariato. In Italia e non solo, lo stato liberale monoclasse di inizio secolo ha subito intuito la forza politica posseduta dai nuovi corpi intermedi e con arguzia, piuttosto che contrastarla, ha deciso di assorbirla per irreggimentarla. Ne é buon esempio la legge Crispi del 1890 con la quale per portare nella sfera di controllo statale la forza politica dei numerosi corpi intermedi fu decisa l’improvvisa statalizzazione di tutte le istituzioni di assistenza. Con il trascorrere dei decenni, lo stato ha poi avocato a se le attività sorte nel tessuto sociale con l’intento di ricondurre l’erompere della forza dei corpi intermedi sui binari di un processo di controllata cessione di piccole porzioni di sovranità. Se è vero, quindi, che il passaggio dallo stato di diritto a quello sociale di diritto ha rappresentato uno snodo importante per l’ufficializzazione del valore della solidarietà sociale è altrettanto vero che quasi mai a questo passaggio ha corrisposto una moltiplicazione dei servizi. Cio’che è andato, invece, moltiplicandosi è stato l’impiego di risorse provenienti dal gettito erariale. E se questo è considerabile come il male minore accanto ad esso, invece, si sono ben presto evidenziate le negatività connesse all’ampliamento della sfera di influenza politica e dal consolidamento di una mentalità assistenzialista imperniata attorno ad una subordinazione reverenziale.
SCENARI FUTURI – Negli ultimi decenni dello scorso secolo una politica irresponsabile, per formare e consolidare il consenso elettorale, ha poi utilizzato la leva del debito pubblico per mantenere elevata la spesa e la sua capacità di controllo. Ciò non di meno, una volta preso atto del fatto che l’assicurazione di servizi alla persona non deve per forza presupporre un impegno diretto della p.a. forse una via di uscita esiste. Il pubblico dovrebbe avere il “coraggio” di lasciare il campo alla capacità della comunità di far nascere al suo interno iniziative spontanee. A regime, il pubblico dovrebbe limitarsi a regolare e vigilare la qualità dei servizi e, solo per i casi in cui non maturino realtà private in grado di far fronte alle comuni esigenze, ad intervenire in prima persona. Per troppi anni un’interpretazione estrema e faziosa ha indotto a ritenere che l’unica economia fosse quella che persegue il profitto per le risorse impiegate, ma proprio l’economia del Terzo Settore è l’unica ad aver resistito alla crisi. Va da se che un capitalismo temperato dal rilievo della natura sociale e relazionale dell’essere umano, invece, da un lato, permette che la ricchezza prodotta dalle attività for profit venga condivisa con le persone che hanno contribuito a determinarla e, dall’altro, che parte dell’attività economica venga garantita da operatori che non hanno come fine il profitto a fini distributivi ma che reinvestono gli utili. La soluzione che sembra delinearsi passa per il tessuto sociale dei corpi intermedi in un ritorno verso una cittadinanza capace di esprimersi in attività di volontariato puro, in iniziative imprenditoriali no profit ed in una maggior condivisione delle utilità prodotte dal profit. I risultati sarebbero di certo migliori di quelli prodotti dal capitalismo selvaggio e, con ogni probabilità, risulterebbero compatibili con gli aneliti del cuore di ciascuno.
*Vicepresidente Fondazione Banco di Napoli
fonte: Corriere Economia del 14 gennaio 2013
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Domenica, 6 Gennaio, 2013
di Davide Giacalone
Lo spread cala, il governo giace, la disoccupazione sale, il debito pubblico si pasce e la politica non piace. Siamo in recessione ma cresce l’inflazione (3%), dello 0,8 più che nell’eurozona. Così perdiamo ancora competitività e chissà che quel tasso doloroso non lo si debba al ribaltamento sul consumo di una troppo alta pressione fiscale. Sarà bene rivedere il modo in cui si pretende di mettere in relazione queste cose.
Quanti hanno alzato le tasse chiedono il voto degli italiani promettendo di abbassarle. Altri, invece, credono che il fisco abbia una funzione legata alla giustizia sociale, sicché vorrebbero pelare ricchi che, stando ai numeri, neanche esistono. Poi ci sono quelli che vogliono restare in Europa, supponendo di battersi contro chi attenterebbe alla geografia. Ma noi siamo Europa, e il problema, semmai, sta in quanto poco sia unione l’Unione europea. Questa campagna elettorale s’annuncia non solo inutile, ma dannosa. Un Paese che dovrebbe riflettere sull’economia propria e sul modello europeo s’appresta a un rito tribale, giocato fra suggestioni dotte e suggestioni triviali. Accomunate dall’essere prive di ragionevolezza.
Sulle due sponde dell’Atlantico il problema dominante è quello del debito, che più lo si cura e più cresce. In Italia assai meno che altrove, sebbene non si contragga (come, incredibilmente, il presidente della Repubblica è riuscito a dire agli italiani), ma con lo svantaggio d’essere partiti da un livello più alto. Ciò ha creato due schieramenti politici: a. quelli che vogliono aumentare le tasse, per pagare il prezzo del debito e abbassarlo lentamente; b. quelli che chiedono politiche monetarie espansive (stampare denaro, per dirla in modo volgare), in modo da ridurne il peso su produzione e consumi. A questi si affiancano variopinte presenze antagoniste, andando dalla pretesa che tutto si risolva impalando i politici all’allucinazione che un nuovo ordine possa nascere dal disordine. Pochi, però, sono disposti a fare i conti con il problema: è il modello di welfare, è la strutturazione della spesa pubblica a dovere cambiare.
Certo, c’è un immediato problema del debito, ma va affrontato con il patrimonio pubblico, in modo anche da recuperare risorse per gli investimenti. Eppure servirebbe a poco contrarre il debito lasciando il resto immutato, giacché lo si rigenererebbe in fretta. E’ sulla spesa, quindi di riflesso sulla fiscalità, che si misurerà la differenza fra idee nuove. Quelle sulla scena non sanno di vecchio, sanno di andato a male.
L’idea originaria fu che la mano pubblica sarebbe riuscita laddove il mercato falliva. Che gli ideali di giustizia e crescita culturale non erano assimilabili alla logica del profitto, quindi richiedevano un intervento politico. Era idea giusta. Ma cosa ne è rimasto? Una spesa pubblica largamente improduttiva, troppa gente a far lavori superati, una burocrazia opprimente, una scuola scadente, una sanità ancora preziosa, ma decisamente troppo costosa. Una macchina simile non la regge nessuno (specie con la demografia che rema contro) e s’accompagna al mostro fiscale. Qui l’idea originaria era che a ciascuno si prendeva qualche cosa, in modo proporzionale e progressivo, talché si avessero le risorse per alimentare lo Stato sociale, volano d’equità e redistribuzione. Guardate il fisco odierno: per la gran parte è sottrazione e distruzione. La progressività sui redditi è divenuta paranoica, umiliando meriti e capacità. L’imposizione sui patrimoni inventa ricchi che non esistono, penalizzando famiglie e produzioni. E dei soldi così spremuti se ne butta la gran parte nella fornace della spesa pubblica corrente e del pagamento degli interessi.
Quelli che cianciano di fisco come strumento di giustizia sono quasi tutti a carico della spesa pubblica. Stanno difendendo il loro reddito e il loro benessere. Quelli che blaterano di sgravi futuri non dicono una parola sulla necessaria e radicale riforma del welfare, né hanno il coraggio di dire che senza maggiore integrazione europea non usciremo dalla speculazione, mentre è l’Ue che rischia di uscire dalla storia.
C’è gran nervosismo, ma poche idee. Gran clangore di spade, ma in mano a gente bendata. Capace di ragionare secondo gli schemi dell’accumulazione capitalista, quando la destra difendeva il capitale e la sinistra il lavoro, ma incapace d’accorgersi che nel mondo della moltiplicazione finanziaria i soldi si dematerializzano e non si fanno tassare. Se non vogliamo che il nostro mondo collassi si deve essere capaci di riformarlo, portando la spesa pubblica, quindi la pressione fiscale, verso un terzo del prodotto interno (oggi è più della metà). Ciò pone, non solo a noi italiani, problemi e sfide nuovi, rimettendo alla prova concetti come libertà e giustizia. Una cosa è certa: se di questo non si comincia a ragionare, con un orizzonte continentale, ci condanniamo ad anni di lotte fra minuscole mezze seghe dialettali. Mentre il mondo cresce, produce e distribuisce ricchezza, ma da un’altra parte.
fonte: davidegiacalone.it
pubblicato da Libero del 6 gennaio 2013
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