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Martedì, 31 Agosto, 2010

di Gerald P. O’Driscoll, Jr.*
Una politica di riduzione dei tassi d’interesse sarebbe la risposta da manuale delle autorità monetarie alle situazioni di debolezza dell’economia causate da una domanda aggregata insufficiente. Per giustificare tale strategia, di solito si citano i diversi modi in cui la moneta può influenzare l’attività economica, non da ultimo stimolando gli investimenti, disincentivando il risparmio, assecondando le spese destinate ai consumi e mettendo gli individui in condizione di alleggerire l’onere dei propri debiti per il tramite di un rifinanziamento. Per quanto tutti questi effetti siano plausibili dal punto di vista teorico, la risposta da manuale non è quella giusta - nella situazione attuale.
In primo luogo, la crisi e la debolezza dell’economia americana non sono state causate dall’inadeguatezza della domanda effettiva – come nella teoria di Keynes – bensì dal ciclo (come spiegato da Hayek) di espansione e crollo del valore degli asset. In secondo luogo, la tesi da manuale a favore di tassi d’interesse ridotti ritiene che tale politica presenti solo benefici e non comporti alcun costo. In realtà una politica economica o monetaria che non presenti costi non può esistere.
Il ciclo di espansione e crollo dei valori immobiliari è stato un classico esempio di bolla speculativa degli asset, analoga ai numerosi casi che si sono verificati nel Diciottesimo e nel Diciannovesimo secolo. I “soldi facili” che operavano per il tramite di un credito estremamente poco costoso hanno fatto apparire gli investimenti di lungo periodo più allettanti di quanto non sarebbe avvenuto in condizioni di tassi d’interesse elevati.
Nella maggior parte dei casi, un’espansione degli investimenti va ad alimentare settori economici altrimenti contraddistinti da valori fondamentali sani. Quando inizia ad affluire il credito a buon mercato, tuttavia, i fondamentali vengono gettati alle ortiche e la situazione diventa (per usare un’espressione all’antica) una mania. L’insostenibile non può essere sostenuto e inevitabilmente l’espansione si chiude con una crisi.
In uno scenario siffatto il crollo della domanda è una conseguenza, piuttosto che la causa del crollo dell’attività economica. Qualsiasi politica mirante a venire alle prese con una crisi deve capire bene quali siano le cause e quali gli effetti.
Quando i prezzi delle case hanno raggiunto il picco per poi crollare, vi sono state ripercussioni nell’intero sistema finanziario, che hanno poi interessato l’economia più in generale. I titoli garantiti da ipoteche (mortgage-related securities) hanno perso di credibilità, assestando un grave colpo al bilancio degli istituti finanziari che li avevano acquistati. Una volta che questo fenomeno si è fatto evidente, il prezzo dei titoli emessi da questi stessi istituti (prevalentemente, ma non esclusivamente finanziari) è crollato a sua volta. Il credito si è essiccato e l’economia è entrata in crisi, con la conseguenza che il mercato azionario è andato a picco.
Il panico finanziario e la grande recessione che ne è conseguita hanno rappresentato un classico esempio di recessione “da crisi di bilancio”. Mano a mano che lo stato patrimoniale di imprese e società perdeva valore, la domanda è crollata. Si è prodotta anche una crisi di liquidità, essenzialmente imperniata sul fallimento di Lehman Brothers, ma la “forza motrice” della crisi è stato il crollo dei bilanci societari, la precarietà del valore del loro capitale e, in molti casi, l’insolvenza.
Altri fattori che hanno avuto significative ripercussioni sono la riduzione del valore delle case, dei portafogli azionari degli investitori e dei conti pensionistici integrativi, insieme all’incertezza relativa ai piani pensionistici più in generale. La soluzione consiste nel ripristinare la solidità dei bilanci. Per le società finanziarie, questo significa trovare capitali. Per consumatori e imprese, la via da seguire consiste nel risparmiare una percentuale maggiore di un reddito diminuito rispetto al passato.
Ciò nonostante, le politiche pubbliche hanno cercato quasi esclusivamente di stimolare la spesa, senza darsi troppo pensiero delle cause che hanno fatto sì che la spesa – e il consumo in particolare – si sia ridotta. Finché lo stato patrimoniale di imprese e famiglie non riacquisterà la dovuta solidità, l’aumento della spesa non potrà essere sostenuto.
La spesa occasionale e le agevolazioni fiscali sono sempre accorgimenti di dubbio valore, particolarmente in una situazione come l’attuale, in cui gli attori economici sono orientati a risparmiare di più e spendere di meno. I crediti fiscali una tantum a favore delle famiglie, ad esempio, non hanno fatto altro che anticipare nel tempo le vendite future. Com’era prevedibile, questi espedienti fiscali non hanno fatto aumentare i consumi futuri, bensì li hanno depressi.
A essere scarsa non è la liquidità ma il risparmio. La Federal Reserve può fornire la prima, ma non il secondo. La politica fiscale e quella monetaria devono mutare indirizzo: la Fed ha fatto il grosso del lavoro e ha risposto più che adeguatamente ai problemi di liquidità. A questo punto non ha più molto da offrire.
La decisione della Federal Reserve di orientarsi verso una politica di espansione monetaria (quantitative easing) simile a quella seguita dal Giappone rappresenta un passo falso della banca centrale americana. Si aggiunga che il fatto che il valore dei tassi d’interesse abbia raggiunto i minimi storici (a questo proposito la Banca dei Regolamenti Internazionali, ossia la “banca delle banche centrali”, ha lanciato un allarme nella sua relazione annuale per il 2009-2010) avrà inevitabilmente l’effetto di distorcere l’attività economica, esattamente com’è avvenuto durante il boom della casa. Gonfiando artificialmente il prezzo degli asset, il ridotto livello dei tassi d’interesse rallenterà il processo di consolidamento dello stato patrimoniale di famiglie e imprese, oltre a penalizzare il risparmio, con l’effetto di prolungare ulteriormente il risanamento dei bilanci.
In ambito fiscale, le scelte politiche dovrebbero essere orientate verso gli investimenti produttivi (da distinguere da una ripresa della speculazione finanziaria), abbandonando l’obiettivo di stimolare il consumo. Ciò significa astenersi dall’imporre aumenti delle imposte sul reddito e nuovi e costosi mandati di spesa a carico di famiglie e imprese. In particolare, è il caso di rinnovare i tagli alle imposte attuati dall’Amministrazione Bush. A dispetto delle acrobazie verbali di questa Amministrazione, la “scadenza” dei tagli comporterebbe un sostanzioso aumento dell’aliquota marginale delle imposte in un periodo di debolezza economica. Ciò ostacolerebbe ulteriormente il risparmio e l’accumulazione di capitale, disincentivando la crescita delle imprese e l’assunzione di nuovi lavoratori. Il Segretario del Tesoro Tim Geithner si sta riproponendo di ripetere l’errore di Herbert Hoover, che nel 1932 convinse il Congresso ad aumentare le tasse.
I mercati sanno sopportare molti colpi, ma la ripresa può essere ostacolata da politiche inadeguate. Al momento attuale, purtroppo, la nostra politica fiscale e la nostra politica monetaria sono sulla strada sbagliata.
* Gerald O’Driscoll è senior fellow presso il Cato Institute. Precedentemente è stato Vice-presidente della Federal Reserve Bank di Dallas e successivamente Vice-presidente di Citigroup. Con Mario J. Rizzo ha pubblicato The Economics of Time and Ignorance (Routledge, 1996).
Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul Wall Street Journal del 16 agosto 2010. Ringraziamo MF/Milano Finanza per la gentile concessione alla traduzione e pubblicazione
fonte: IBL
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Domenica, 18 Luglio, 2010
di Bruno Mastroianni*
Non è Ratzinger l’obiettivo. Non è insofferenza per il Pontefice tedesco, non è una questione di interpretazioni del Concilio Vaticano II e nemmeno una faccenda di pedofili e palazzinari. La vera causa delle continue discussioni sulla Chiesa è la Chiesa stessa.
A certi orecchi suona insopportabile questa voce che continua a mettere il mondo di fronte alla realtà delle cose reali, a interpellare l’uomo su ciò che veramente conta, su ciò che c’è dietro (o meglio sopra) la sua vita sulla terra.
E suona ancora più insopportabile che a portare avanti questa Chiesa siano uomini come gli altri. Non dei supermoralisti impeccabili, non dei geni che non sbagliano un colpo, ma una compagine di persone in cui c’è di tutto: dal peccatore al santo d’altare, dal tiepido all’ingenuo, fino ad arrivare a qualche farabutto. Eppure la Chiesa dura da duemila anni conservando intatta la sua missione, più di quanto sia mai riuscita a fare qualsiasi altra istituzione. Questo non fa che aggravare l’insofferenza: è la prova provata, presente davanti agli occhi di tutti, che il suo destino è nelle mani di qualcun Altro.
Papa Ratzinger in questo scenario ha un’unica grande colpa: sta riportando l’attenzione sulla dimensione soprannaturale, mettendo da parte gli inutili fronzoli istituzionali e di palazzo, per ricollocare al primo posto la questione della fede.
I dissidi sono un segnale inequivocabile: tante attenzioni attorno alla Chiesa non ci sarebbero se non fosse per l’aratro di Benedetto XVI che, smuovendo la terra, sta lasciando il segno.
*Docente di Media Relations presso la Facoltà di Comunicazione della PUSC
fonte: brunomastroianni.blogspot.com
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Sabato, 10 Luglio, 2010

Le scelte di politica energetica di Silvio Berlusconi e dell’Eni preoccupano l’amministrazione Obama. Al Dipartimento di Stato i resoconti sul blitz del premier italiano in Turchia per suggellare il patto fra Erdogan e Putin sul gasdotto South Stream hanno sollevato malumori. «L’interesse italiano dovrebbe essere diversificare le fonti di approvvigionamento mentre in questa maniera si aumenta la dipendenza da Mosca» afferma un diplomatico ben a conoscenza del dossier. Poco lontano dal Dipartimento, in uno dei pochi caffè attorno a Foggy Bottom, un altro diplomatico usa toni più aspri chiedendo l’anonimato: «Non comprendiamo perché l’Eni si comporti da lobbista di Gazprom in Europa promuovendo con South Stream un oleodotto destinato a trasformare l’Italia nella nuova Ucraina d’Europa, totalmente dipendente dal gas di Mosca».
Il linguaggio poco paludato svela un’irritazione americana che nel mondo petrolifero è di pubblico dominio. Al 14° piano del grattacielo al numero 475 della Quinta Strada, l’Eurasia Group di Ian Bremmer produce resoconti periodici sulla rivalità fra il South Stream, con il quale la Russia vuole creare una nuova linea di trasporto del proprio gas verso l’Europa Occidentale, e il Nabucco, sostenuto da Washington e da un folto gruppo di Paesi europei, accomunati dal desiderio di importare gas non russo per scongiurare la dipendenza energetica dal Cremlino. «La competizione è sulla fonte a cui attingere per il gas - spiega John Levy, specialista di Eurasia Group per il Caucaso - perché South Stream è sostenuto da italiani, francesi e tedeschi, che da tempo fanno importanti affari con Gazprom, mentre Nabucco è voluto da chi cerca nuovi partner per gli approvvigionamenti».
Poco più giù sulla Quinta Strada, al numero 500, ha sede la società Louis Capital Markets il cui direttore esecutivo Edward Morse ha la fama di essere il maggior esperto mondiale di energia. Camicia celeste senza cravatta e gelato «Ben & Jerry» sul tavolo, Morse ritiene che la partita sia ancora più ampia: «Mosca vuole il South Stream per non dover più far passare il proprio gas destinato all’Europa Occidentale attraverso l’Ucraina, con cui è ai ferri corti, e al tempo stesso per essere lei a distribuire in Occidente il gas dei ricchi giacimenti kazaki e turkmeni», mentre Washington «ha interesse a non veder l’Europa dipendente dalla forniture russe», identificando fonti alternative di gas nelle «disponibilità potenziali di due Stati alleati come l’Azerbaigian e l’Iraq». Sono partite strategiche opposte perché gli Stati Uniti puntano a sfruttare il gas per integrare l’Europa con le repubbliche indipendenti del Caucaso e con l’Iraq, mentre Mosca sta tentando di creare un legame energetico con l’Europa Occidentale talmente consistente da indebolire i rapporti transatlantici, ovvero la solidità della Nato.
«Ciò che colpisce di questa partita è che al momento tanto South Stream che Nabucco sono progetti teorici, perché la Russia non ha gas a sufficienza per il primo e l’Azerbaigian non mette ancora a disposizione il gas per il secondo» aggiunge Morse, secondo il quale «siamo ancora nella fase della trattativa fra i due fronti» e per questo colpisce che «l’Italia, attraverso l’Eni, sta giocando con i russi a poche settimane di distanza dagli abbracci dell’Aquila fra Obama e Berlusconi». Agli specialisti del settore non è sfuggito che lo scorso 5 giugno a San Pietroburgo il vicepremier russo Igor Sechin - ex agente del Kgb, regista della politica energetica del Cremlino e fedelissimo di Putin - nel suo discorso sulle priorità di politica energetica della Federazione russa abbia nominato un unico personaggio straniero: l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, plaudendo alla sua idea di «creare un’agenzia globale del greggio». Nella bozza del testo preparata dagli speechwriter di Sechin il nome di Scaroni non c’era, è stato Sechin ad aggiungerlo di proprio pugno. Ma gli americani non si fidano di Sechin, presidente della compagnia petrolifera Rosneft che ha ingoiato le proprietà della Yukos di Mikhail Khodorkovsky, l’oligarca leader dell’opposizione che Putin fece arrestare per evasione fiscale nel 2004 e sta scontando una condanna a otto anni di carcere.
Ciò che accomuna i diplomatici di Washington e gli analisti di petrolio di New York è l’impressione che l’Italia si sia schierata con la Russia nel grande gioco per gli equilibri energetici del XXI secolo, tanto più che il South Stream dovrebbe vedere la luce nel 2015, appena tre anni dopo il North Stream grazie al quale Mosca potrà esportare direttamente gas alla Germania senza dover più attraversare i territori delle confinanti e irrequiete Bielorussia e Polonia. E’ uno scenario che porta a prevedere che la Russia fornirà alla Germania ben il 60% delle importazioni di gas ed all’Italia almeno il 20%, consentendo a Gazprom di controllare nel 2015 il 33% del mercato europeo rispetto all’attuale 28. Il sospetto che circola a Washington è che «Berlusconi possa avere interessi particolari nell’aumentare i legami energetici con la Russia» ma nelle sue frequenti missioni negli Stati Uniti Scaroni ha spiegato che c’è continuità fra le scelte dei governi Berlusconi e Prodi perché sono frutto della situazione energetica in cui versa l’Europa.
Con la Germania che programma la chiusura totale delle centrali nucleari e la Spagna che fa altrettanto con quelle a carbone, la dipendenza dell’Ue dal gas è destinata ad aumentare. Se a ciò si aggiunge che la produzione europea di gas - Norvegia esclusa - è destinata nei prossimi anni a scendere da 250 a 150 miliardi di metri cubi annui per far fronte a un fabbisogno di 550 miliardi significa dover programmare un aumento delle importazioni, che al momento sono di 300 miliardi di metri cubi. E i maggiori fornitori rimangono Russia e Norvegia, seguiti da Algeria e Libia, con sullo sfondo lo scenario del gas liquido Lng presente nell’Africa meridionale. E’ questa la cornice che spinge l’Italia verso il South Stream, un progetto da 12 miliardi di dollari - per importare 63 miliardi di metri cubi annui - che Gazprom si è già impegnata a finanziare per la metà. Tantopiù che il Nabucco, secondo gli studi dell’Eni, è un progetto indebolito dalla mancanza di impegno degli azeri nel fornire gas e dall’impossibilità di portare quello turkmeno e kazako attraverso il Mar Caspio perché, trattandosi di un lago, far transitare un tubo richiederebbe l’avallo da parte di tutti i Paesi rivieraschi e la Russia, che è fra questi, si oppone.
Ciò che distingue il monopoli dell’energia è però l’incertezza delle alleanze perché trattandosi di geopolitica tutto può cambiare rapidamente, rimettendo in discussione gli attuali equilibri: un rasserenamento dei rapporti fra Mosca e Kiev taglierebbe le gambe al South Stream mentre se Teheran dovesse aprire a sorpresa all’America, l’Occidente avrebbe gas a sufficienza per far decollare il Nabucco. L’amministrazione Obama guarda invece in altra direzione: per garantire all’Europa l’energia di cui avrà bisogno nei prossimi 20 anni pensa a una ricetta composta da nucleare, energie rinnovabili, risparmi nei consumi e carbone pulito. Si spiega così quanto dice Morse sulla «novità europea più interessante del momento» ovvero il «boom di arrivi di carbone nei porti di Amsterdam, Rotterdam e Anversa». Le tensioni fra Italia e Stati Uniti sui temi energici sembrano destinate a segnare l’imminente debutto dei due ambasciatori Giulio Terzi a Washington e David Thorne a Roma.
autore: Maurizio Molinari
fonte: La Stampa
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Mercoledì, 7 Luglio, 2010

di Oscar Giannino
Ho letto tardi il pezzo di Irwin Stelzer sul Wall Street Journal. Mi ha strappato ampi sorrisi di consenso. Piaccia o non piaccia ai nostri eurostatisti e agli eurocrati, è proprio questa a mio giudizio l’immagine dell’Europa negli USA, e nel resto del mondo che conta a cominciare da Pechino.
Gli appelli vibranti all’Euro-politica di là da venire che da anni animano migliaia di articolesse sui media italiani – in questo amici del centrosinistra e amici del centrodestra sono del tutto analoghi, l’euroscetticismo per convenzione culturale viene evitato quasi da tutti come fosse la peste invece che sano realismo - lasciano assolutamente il tempo che trovano. Ben prima delle trascurabili vicende interne italiane e del colore di degrado bizantino di cui sono impastate, sono le dimissioni di un Capo dello Stato di Germania – il Paese leader dell’Europa – ad aver dato appieno la cifra della piena irrilevanza dell’Europa.
Ha osato dire che la Germania sta in Afghanistan per via dell’importanza economica e commerciale che il Paese ha nel mondo. E questa elementare verità è bastata a mandarlo a casa. In un Paese che è leader europeo ma che, dopo il noto bombardamento chiesto a sostegno delle proprie truppe e che ha provocato vittime civili anche per responsabilità dei militari germanici impegnati a terra, si tiene lontano da ogni linea di fuoco persino più di noi italiani, che pur senza dirlo abbiamo sin qui eliminato secondo le mie fonti militari e “coperte” circa 1400 talebani – ma sui giornali naturalmente non si può scriverlo!
Un’Europa simile è irrilevante, nel mondo d’oggi. Non perché si debba essere bellicisti. Ma perché è irrilevante chi vuole giocare ruoli senza assumersene oneri e responsabilità: e vale nella difesa, come nell’economia. L’un per cento o uno virgola qualcosa di crescita a cui l’Europa è candidata quest’anno la spodestano anche dal tradizionale ruolo di partner borbottone degli Usa, perché nel mondo nuovo sono ormai gli Usa di Obama a svolgere quella funzione nei confronti della Cina. Di fronte a questo, la linea tedesca “rigore nelle finanze e competitività nell’economia” è almeno chiara perché difende l’interesse nazionale germanico, e respinge l’idea che i tedeschi debbano finanziare e gli altri spendere.
Ma che nessuno se la senta di dire che senza Euro-politica allora non ha molto senso avere una moneta comune che genera asimmetrie – come hanno capito i polacchi ed esattamente come Milton Friedman e Martin Feldstein avevano predetto– è un altro segno di quanto si sia ormai esteso nel continente il vecchio vizio italiano, affidarsi allo stellone sperando che domani sia un altro giorno. O l’Europa è capace di tirare l’economia mondiale almeno come gli USA, o, semplicemente, non è altro se non un rimorchio al traino, destinato a contare sempre meno per quante chiacchiere facciano media e politici a Bruxelles, Roma e Parigi.
fonte: chicago-blog.it
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Venerdì, 18 Giugno, 2010
di Mario Unnia
C’è un gran discutere di professioni, tra chi vuole l’ordine o si accontenta del ‘riconoscimento’ pubblico dell’associazione. Insomma, tutti a fare gruppo, convinti che nel gruppo stia la salvezza. Avremo dunque altri sindacati camuffati da ordini e da associazioni, dotati di poteri selettivi garantiti dalla legge e dagli accordi tra lobby. È proprio questo che serve alle professioni?
Penso di no. A mio parere le professioni necessitano di un meccanismo di governo che non si esaurisca nei dettati delle leggi né nelle procedure rappresentative interne. L’esperienza ha dimostrato che leggi e rappresentanza non hanno evitato l’involuzione delle professioni verso strutture chiuse, autoreferenziali, clientelari. In questo favorite da politiche di destra e di sinistra. Il meccanismo di governo va dunque cercato altrove.
Occorre guardare ai processi di formazione delle élite, a cominciare dai dibattiti socratici, per poi passare all’esperienza degli ordini monastici, alle procedure selettive dei salotti seicenteschi, dei club settecenteschi, delle associazioni coperte dell’Ottocento, dei circoli del Novecento, delle fondazioni degli ultimi trent’anni (mi riferisco non alle nostre fondazioni, bancarie e partitiche, bensì alle fondazioni americane che selezionano le classi dirigenti).
Se si percorrono, seppur a volo d’uccello, le esperienze richiamate, ci si accorge dell’elemento comune: ogni ambito di attività, dalla politica agli affari, dalla scienza alla cultura, dispone di meccanismi di cooptazione selettiva della dirigenza ‘che conta’. Questi meccanismi sono di due tipi : uno è conforme ai valori morali della società, in primis equità e giustizia, l’altro si richiama invece ad un paradigma morale del tutto contrapposto. Il meccanismo auspicato è quello virtuoso che si affianca ai poteri e ai meccanismi formali, li condiziona, li corregge, li denuncia quando deviano dall’etica e, non ultimo, è punto di riferimento per le giovani leve e tutela del ricambio generazionale.
L’elitarismo professionale è pienamente compatibile con le procedure democratiche, anzi ne corregge le deviazioni. La cooptazione selettiva della dirigenza reale, quella che conta, di fatto garantisce la continuità del valore professionale al di là dell’avvicendamento della rappresentanza e delle incongruenze delle leggi. In assenza di questo meccanismo l’entità partito, associazione, sindacato, ecc. tende a involvere in un apparato protetto, in una consorteria.
Che cosa si intende per elitarismo professionale e per cooptazione selettiva? Occorre introdurre la distinzione tra classe dirigente e classe di governo. L’elitarismo produce la classe dirigente, la legge e le rappresentanze producono la classe di governo. Può succedere che le due coincidano, ma è assai raro. Perché la seconda guarda e persegue il potere, mentre la prima guarda e persegue il prestigio.
Il potere è comune ai vertici degli ordini e delle associazioni professionali, e ne costituisce il legante: il prestigio è comune all’eccellenza interna ad ogni professione, e ne costituisce il legante. L’accademia è l’architrave che dovrebbe ospitare il prestigio e proteggerlo, ma troppo spesso non lo fa.
Questo, a mio parere, è il nocciolo del dibattito che andrebbe aperto sul fronte delle professioni: col rischio naturalmente di sentirsi dire che da noi la cooptazione selettiva va bandita perché è un vizio nazionale. Eppure occorre avere il coraggio di porre il problema.
fonte: chicago-blog.it
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Mercoledì, 16 Giugno, 2010
“L’obiettivo primario dell’impresa è lo sviluppo, realizzato anche attraverso il profitto. Senza profitto non c’è sviluppo né in un’economia capitalista né – come ci ha illustrato Gorbaciov – in un’economia collettivizzata. Ma il profitto non è sufficiente per lo sviluppo. Perché c’è il profitto senza sviluppo, c’è profitto senza qualità, c’è il profitto monopolitistico, c’è il profitto senza il progresso dell’accumulazione tecnologica e della conoscenza organizzativa, c’è il profitto che deriva solo da connivenze di chi gestisce le casse pubbliche, c’è il profitto che devasta la terra, c’è il profitto che degrada la città, c’è il profitto che è solo apparente perché parte dei suoi costi di produzione si scaricano in bilanci diversi da quelli dell’impresa, c’è il profitto che miete solo e ha smesso di seminare; c’è il profitto sterile che non svolge più la sua funzione fecondatrice; c’è il profitto che, in realtà, è ormai solo consumo di quanto altri hanno accumulato nell’impresa; perché ci sono profitti di guerra; perché ci sono profitti di regime; perché c’è il profitto che deriva da spericolate speculazioni finanziarie; perché c’è il profitto tesaurizzato e non distribuito con equilibrio tra i fattori della produzione”.
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Venerdì, 4 Giugno, 2010
di Luca De Biase
Joseph Schumpeter va riletto ogni tanto come si rilegge un classico narratore di miti, o almeno uno scopritore di archetipi fondamentali. Il problema di Schumpeter non è la definizione di imprenditore. Anzi, la figura dell’imprenditore, per lui, è il punto di partenza nel suo ragionamento intorno alla riforma della visione dell’economia: per Schumpeter, l’economia non è un sistema circolare costantemente teso ad per arrivare a un equilibrio tra domanda e offerta, ma un sistema dinamico, squassato da continue espansioni e crisi. Delle quali l’azione imprenditoriale è una sorta di acceleratore.
Il mondo di Schumpeter è complesso. Tutto è collegato a tutto. La storia dell’economia è un settore parziale della storia universale «separato per motivi puramente espositivi ma fondamentalmente non indipendente». Ogni fenomeno dunque coinvolge più dimensioni della vita umana. E questo vale anche per l’innovazione. Che viene da una quantità di sorgenti. Ma che ha bisogno di qualcuno che la sintetizzi e la trasformi in un’impresa: quello è l’imprenditore. La persona che ricombina gli elementi - tecnologici, umani, organizzativi… - per creare qualcosa di diverso da ciò che c’era prima e che ha una possibilità di sviluppo. L’imprenditore non è né può essere un conservatore.
L’imprenditore, come dice Pier Luigi Celli, esce dal solco: etimologicamente, delira. È visionario, non perché veda come un folle quello che gli altri non vedono: ma perché vede ciò che gli altri non vedono e sa come condurli a realizzarlo. L’imprenditore, dunque, dice Schumpeter è leader. Leader di innovazione. Non semplice gestore del processo ma vero e proprio creatore di nuove cornici interpretative. È colui che supera i limiti del possibile. È la forza della distruzione creativa. È rivoluzionario. Non è, per definizione, conformista. È un eroe. Non per nulla, il pensiero di Schumpeter è stato accostato talvolta ai racconti di Ayn Rand (una grandissima scrittrice troppo ammirata e troppo disprezzata alla quale si dovrebbe dedicare una riflessione; recentemente se n’è parlato perché era apprezzata, non per sua colpa, da Greenspan). Il narratore di miti, lo scopritore di archetipi, il profeta Schumpeter: l’impressione è diffusa.
Leggendo Schumpeter ci si accorge che in realtà il suo intendimento non era quello di alimentare un mito ma quello di riformare l’economia e liberarla dal manierismo neoclassico. Per portarla nella vita reale, in mezzo alla gente che fa, inventa, crea, spera e suda. (Per la verità, Schumpeter si interessa meno del sudore che del credito, che considera l’abilitatore fondamentale dell’imprenditore. Sicché, di questi tempi non sarebbe molto ottimista, Schumpeter).
Ma proprio perché non lo discute ma ne fa la pietra angolare della sua grandiosa e innovativa costruzione, Schumpeter genera forse involontariamente il mito dell’imprenditore. Un mito esigente. Chi lo abbraccia e se ne vuole fare incarnazione non può essere compiacente.
L’imprenditore di Schumpeter non è una classe sociale. Non è uno status. L’imprenditore di successo può raggiungere uno status, una ricchezza, un potere rilevanti: ma non per questo resta imprenditore. Ma la sua funzione imprenditoriale è legata alla sua capacità di realizzare innovazione, contro ogni conformismo. E quando si siede sui successi raggiunti, o quando usa i successi raggiunti dai suoi predecessori in azienda, l’imprenditore cessa di essere tale, per trasformarsi in gestore o in rentier.
fonte: blog.debiase.com
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Mercoledì, 2 Giugno, 2010
“The situation is no different in Italy: the country, one of the founding members of the European Union, has been in a state of political denial for years. The people of Italy doze in front of the television programs of media czar and Prime Minister Silvio Berlusconi, who himself has made a fulltime job of protecting his supporters in parliament with more and more new laws that will save them from prosecution. Meanwhile, opposition politicians are devouring each other over trivialities.”
fonte: Spiegel Online
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Lunedì, 31 Maggio, 2010
Nella notte del 6 aprile 2009 la città di L’Aquila e la zona circostante sono state colpite da un forte terremoto, che ha causato devastazioni e circa 300 vittime. In presenza di un tale evento, è doveroso guardare oltre alla semplice congiuntura economica, di cui comunque si dà conto, per analizzare gli effetti del sisma e le prospettive future per la popolazione e i luoghi coinvolti. Un capitolo del presente rapporto è dedicato a quantificare i danni a persone, immobili e attività produttive.
Partendo dalla congiuntura, dal quarto trimestre dello scorso anno, con l’aggravarsi della crisi, l’economia internazionale ha sperimentato la più profonda recessione degli ultimi decenni. L’economia italiana è stata l’unica tra le maggiori economie dell’area dell’euro a registrare una riduzione del PIL già nella media del 2008. L’attività economica ha continuato a contrarsi a ritmi molto elevati nella prima parte del 2009. La brusca caduta del commercio estero e degli ordinativi dall’autunno del 2008 ha dapprima colpito l’industria, che ha reagito contraendo la domanda di lavoro e rinviando i piani di investimento. La catena di fornitura e subfornitura, assieme alla cautela dei consumatori, ha esteso gli effetti della crisi anche ai servizi e ai settori maggiormente rivolti al mercato interno.
L’economia dell’Abruzzo ha seguito le tendenze generali. I segnali di rallentamento, già emersi in regione all’inizio dello scorso anno, si sono intensificati. Il prodotto interno lordo ha registrato un calo nel 2008, verosimilmente più contenuto della media nazionale e del Mezzogiorno, ma in rapido peggioramento nella seconda metà dell’anno.
Tutti i principali settori produttivi della regione hanno risentito della crisi. La flessione della produzione industriale è divenuta progressivamente più intensa. Al ristagno nella prima metà del 2008 è seguita una brusca caduta dell’attività a partire da ottobre-novembre; parallelamente si è fortemente ridotto il fatturato e il grado di utilizzo degli impianti. Il settore delle costruzioni, dopo un lungo ciclo espansivo, ha sperimentato una stagnazione nel comparto abitativo, un calo delle compravendite di immobili e una flessione degli appalti pubblici. Anche i servizi privati sono stati interessati dalla crisi, ma in minor misura, e con notevoli differenziazioni. Il settore del commercio ha risentito del ristagno dei consumi delle famiglie; molto velocemente rispetto a precedenti recessioni si sono ridotti anche i consumi di alcuni prodotti non durevoli e non alimentari, nonostante il calo dell’inflazione. È diminuito il volume del traffico legato al trasporto di merci; hanno invece mostrato nel 2008 una espansione il turismo e l’agricoltura.
Le esportazioni hanno progressivamente decelerato, segnando dalla parte finale del 2008 un calo, soprattutto verso i paesi dell’Unione Europea. Dati provvisori relativi al primo trimestre del 2009 indicherebbero una più marcata contrazione.
A partire dall’ultimo trimestre del 2008 si è bruscamente arrestata la crescita dell’occupazione, dopo un lungo ciclo espansivo. In linea col progredire della crisi, l’occupazione è calata nell’industria e nel commercio, mostrando una tenuta negli altri settori. Nella seconda metà dello scorso anno si è ridotto l’impiego di lavoratori assunti con contratti temporanei e di somministrazione. Sono balzate su livelli storicamente molto elevati le ore di Cassa integrazione guadagni nell’industria, che nei primi tre mesi del 2009 equivalgono a quasi l’8 per cento dell’occupazione del settore, incidenza doppia rispetto al Mezzogiorno e superiore anche a diverse regioni del Nord.
La Banca d’Italia ha dedicato all’approfondimento degli effetti della crisi economica la tradizionale indagine, condotta in marzo-aprile, sulle imprese industriali e dei servizi privati non finanziari con oltre 20 addetti. L’indagine non dovrebbe risentire degli effetti del sisma, sia perché le imprese del campione localizzate nelle aree colpite dal sisma sono state intervistate prima del 6 aprile, sia perché alle imprese del resto della regione sono state rivolte domande relative al periodo precedente. In Abruzzo, oltre il 60 per cento delle imprese intervistate ha registrato forti effetti negativi a seguito della crisi economico-finanziaria, giudicata più intensa delle precedenti recessioni. A partire dall’ultimo scorcio del 2008, il fatturato si è contratto del 14 per cento circa; le imprese industriali sono risultate maggiormente colpite di quelle dei servizi, in particolare nella meccanica e nella filiera dei mezzi di trasporto, principale comparto di specializzazione dell’industria abruzzese. Le imprese prevedono che la crisi si protrarrà sino alla fine dell’anno in corso. In presenza di scarsa domanda e di ampi margini di capacità produttiva non utilizzata, la spesa per investimenti programmata per il 2009 ha registrato una forte contrazione.
I finanziamenti bancari a residenti in Abruzzo, in decelerazione dal 2007, hanno ulteriormente rallentato, soprattutto quelli destinati al settore delle famiglie e alle imprese di minori dimensioni. Le nuove erogazioni di mutui alle famiglie per l’acquisto di abitazioni hanno registrato una lieve flessione. È tornata a crescere la quota dei contratti a tasso indicizzato.
Il rallentamento del credito alle imprese sembra dipendere sia da condizioni di domanda, legate al calo degli investimenti, in particolare per le aziende esportatrici e nelle costruzioni, sia da un irrigidimento delle condizioni di concessione del credito da parte delle banche, che sembrano divenute più caute nei confronti delle imprese maggiormente rischiose. Una quota rilevante di imprese ha peraltro segnalato delle accresciute necessità di liquidità, soprattutto per finanziare il capitale circolante. Queste difficoltà sono frequentemente aggravate dai ritardati pagamenti sia da parte della clientela privata, sia dalla Pubblica amministrazione. Nel corso del 2008 è stata ancora sostenuta la crescita del credito concesso dalle banche di più piccola dimensione.
Negli ultimi anni sono emersi segnali di razionalizzazione delle relazioni tra il sistema produttivo abruzzese e quello bancario; il fenomeno del multiaffidamento si è attenuato, evidenziando l’instaurarsi di rapporti di credito più stretti, in particolare per le piccole e medie imprese. Un ruolo significativo nell’allocazione del credito alle piccole imprese viene svolto dal sistema abruzzese dei confidi, che però si caratterizza per un elevato grado di frammentazione e per la contenuta dimensione media degli operatori. Sono state recentemente avviate iniziative volte al consolidamento e all’accorpamento dei consorzi.
Nel corso del 2008 la qualità del credito bancario verso residenti in Abruzzo ha mostrato segnali di peggioramento. L’incidenza delle nuove sofferenze sui prestiti è rimasta sostanzialmente stabile mentre sono cresciuti in misura sostenuta gli incagli e le altre posizioni anomale.
Sul versante della raccolta, le condizioni di incertezza dei mercati finanziari hanno determinato uno spostamento delle risorse finanziarie delle famiglie verso le forme di investimento a minor rischio.
fonte: bancaditalia.it
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Lunedì, 31 Maggio, 2010

Tratto dal CODICE DI PROCEDURA PENALE
Art. 501
Rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio.
Chiunque, al fine di turbare il mercato interno dei valori o delle merci, pubblica o altrimenti divulga notizie false, esagerate o tendenziose o adopera altri artifici atti a cagionare un aumento o una diminuzione del prezzo delle merci, ovvero dei valori ammessi nelle liste di borsa o negoziabili nel pubblico mercato, è punito con la reclusione fino a tre
anni e con la multa da uno a cinquanta milioni di lire. Se l’aumento o la diminuzione del prezzo delle merci o dei valori si verifica, le pene sono aumentate.
Le pene sono raddoppiate:
1) se il fatto è commesso dal cittadino per favorire interessi stranieri; 2) se dal fatto deriva un deprezzamento della valuta nazionale o dei titoli dello Stato, ovvero il rincaro di merci di comune o largo consumo. Le pene stabilite nelle disposizioni precedenti si applicano anche se il fatto è commesso all’estero, in danno della valuta nazionale o di titoli pubblici italiani. La condanna importa l’interdizione dai pubblici uffici (1).
(1) Articolo così sostituito dalla L. 27 novembre 1976, n. 787.
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