Categoria ‘Business’

L’Italia e l’incapacità di chiudere i progetti

Giovedì, 23 Marzo, 2017

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di Paolo Bricco

 Un Paese senza. Un Paese senza cultura e disciplina di Governo. Un Paese senza buonsenso. Un Paese senza la capacità di progettare qualcosa – non importa che sia il gasdotto Tap o la riforma della pubblica amministrazione - e poi di realizzarlo. Magari di correggerlo. Ma di attuarlo rispettando gli impegni presi. L’Italia assomiglia alla variante ancora più irrazionale, gonfia e parossistica del profilo complesso e irrisolto raccontato – con pietosa laicità – da Alberto Arbasino nel suo saggio del 1980. Quarant’anni dopo, non c’è più solo l’Italia demagogica e dissipatrice, zoppicante e inconcludente della crisi delle scuole, delle fabbriche e dei partiti. A quella radice, si è aggiunto una sorta di cupio dissolvi – un desiderio di automortificazione – della sua anima più profonda.

Il Trans Atlantic Pipeline, collocato nel limbo da un prefetto che chiede chiarimenti e domanda delucidazioni, stempera e sopisce, è un’opera da 40 miliardi di euro. Questo può anche non importare. Tap è un’opera con una rilevante importanza geopolitica: il gas azero estratto nel Mar Caspio nel giacimento di Shah Deniz consente – consentirebbe, consentirà, forse – al nostro Paese di ridurre la dipendenza dal gas russo e di non essere troppo deboli di fronte all’alleanza sull’energia di Mosca e di Berlino. Anche questo può non importare. Il problema è, però, identitario. E di reputazione. Firmi accordi. Ti impegni come Paese. Lo fai non solo con i partner internazionali. Lo fai anche con te stesso. E, poi, sulla spiaggia di Melendugno, blocchi tutto. Lo stesso senso di rallentamento dei muscoli e di ottundimento dei sensi è percepibile nel corpo italiano, sospeso fra guizzi di vitalità adolescenziale e lentezze da invecchiamento precoce, osservando il distacco critico che si fa inerzia militante nella pubblica amministrazione. La riforma Madia. Il codice degli appalti. Tutto è perfettibile. Ma, per i grandi mandarini della pubblica amministrazione che hanno in mano il Paese, nulla va bene. Continuiamo così. Facciamoci del male.

fonte: Il Sole 24 Ore del 23 marzo 2017 

Telecom Italia accelera la strategia ‘quadruple play’ cominciando a produrre contenuti premium. L’ad Cattaneo al Cda: presto il varo di una società che accorperà le attività TimVision e produzione di contenuti esclusivi in banda ultralarga

Martedì, 3 Gennaio, 2017

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Telecom Italia,  a poche settimane dal lancio del  servizio di video on demand Studio+ in collaborazione con Vivendi,  accelera la strategia “quadruple play” diventando protagonista nella produzione di contenuti premium per la banda ultralarga attraverso l’avvio del procedimento di societarizzazione delle attività di Timvision.

La nuova societa’, informa una nota, avra’ come missione presentare al mercato un’offerta video arricchita di nuovi contenuti premium prodotti e coprodotti a livello nazionale e internazionale.

La strategia delineata dall’amministratore delegato, Flavio Cattaneo, al consiglio di amministrazione individua in Timvision lo strumento per assicurare al gruppo Tim la disponibilità di contenuti in esclusiva per la banda ultralarga che permetteranno uno sviluppo accelerato dell’utilizzo della fibra allargando l’offerta di prodotti e servizi in Iptv.

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IL COMUNICATO DI TELECOM ITALIA

TIM: nasce una nuova società per accelerare la strategia “QUADRUPLE PLAY” entrando nella produzione di contenuti premium per la banda ultralarga

16/12/2016 – 17:15

Il Consiglio di Amministrazione riunitosi sotto la presidenza di Giuseppe Recchi ha deliberato di accelerare la strategia “quadruple play” entrando nella produzione di contenuti premium per la banda ultralarga e l’avvio del procedimento di societarizzazione delle attività di TIMvision.

La nuova società avrà come missione quella di presentare al mercato un’offerta video arricchita di nuovi contenuti premium prodotti e coprodotti a livello nazionale e internazionale.

La strategia delineata dall’Amministratore Delegato, Flavio Cattaneo, al Consiglio di Amministrazione individua in TIMvision lo strumento per assicurare al gruppo TIM la disponibilità di contenuti in esclusiva per la banda ultralarga che permetteranno uno sviluppo accelerato dell’utilizzo della fibra allargando l’offerta di prodotti e servizi in IPTV.

Il Piano Strategico 2017-2019 che sarà presentato a febbraio conterrà indicazioni sullo sviluppo di questo nuovo business del gruppo. (AGI)

fonte: Prima Comunicazione 

Cosa deve fare una buona banca. A modestissimo parere di un ex Consigliere di amministrazione.

Mercoledì, 16 Dicembre, 2015

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1) Scegliere in modo rigoroso chi è meritevole di credito.

2) Gestire il risparmio con prudenza.

3) Finanziare progetti di vita delle famiglie.

4) Finanziare l’operatività e gli investimenti delle imprese.

5) Finanziare il funzionamento della Pubblica Amministrazione.

6) Orientare i modelli di business verso i bisogni dell’economia reale e verso profili di redditività sostenibile.

7) Non applicare tassi ai limiti dell’usura.

8 ) Non “ricattare” chi ha bisogno di credito… spacciando conti correnti o assicurazioni.

La Banca d’Italia ha il dovere di porre la sua attenzione sulla dotazione patrimoniale, sul controllo dei rischi e sulle strategie industriali. 

Fiumi e mari: depurazione o infrazioni

Giovedì, 19 Novembre, 2015

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È il tratto intermedio e finale del servizio idrico integrato, ovvero il segmento di fognatura e depurazione, che registra i più marcati e gravi ritardi infrastrutturali, contribuendo negativamente al degrado delle acque e del territorio. In particolare nel Mezzogiorno, ampie fasce di popolazione – anche in aree metropolitane – sono sprovviste di reti fognarie, di reti di collettamento ed infine di impianti di depurazione dei reflui, con il picco in Sicilia, dove 6 abitanti su 10 scaricano direttamente nei corsi d’acqua, nel mare o nelle campagne. La Direttiva Ue (Dir. 91/271) – che l’Italia ha recepito solo nel 1999 – obbliga tutti gli Stati membri al trattamento dei reflui urbani e ovviamente alla copertura integrale dei centri abitati con sistemi di raccolta e collettamento fognario. L’Italia, in grave ritardo da subito nell’applicazione della direttiva, ha subito nel 2012 e 2013 due condanne da parte della Corte di Giustizia Europea per l’inadeguatezza dei sistemi di raccolta e trattamento delle acque reflue in: Abruzzo, Calabria, Campania, Friuli Venezia-Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Valle d’Aosta e Veneto. Tali sentenze di condanna si aggiungono all’apertura di un’ulteriore procedura di infrazione tuttora in corso. Quasi tutte le Regioni, dunque, sono oggi in infrazione. Il numero di agglomerati urbani non a norma è pari 1.025. Tra le più numerose: 175 in Sicilia, 130 in Calabria, 128 in Lombardia e 125 in Campania. 

Il Governo – che nel 2014 ha istituito una Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche – ha calcolato che le penalità di mora possono giungere “fino a un massimo di 714.000 euro per ogni giorno di ritardo nell’adeguamento, a decorrere dalla pronuncia della sentenza entro il 2016”. A lanciare, l’allarme l’ex coordinatore della Struttura Erasmo D’Angelis, che calcola “multe salate per le Regioni e per i circa 2.500 Comuni fuorilegge”. Il conto finale ammonta a “circa mezzo miliardo di euro l’anno dal 2016 e fino al completamento delle opere”.

Ed ecco le possibili sanzioni per Regione, qualora il sistema politico e industriale insieme non si dimostrassero capaci della virtuosa sinergia attesa: Sicilia 185 (in milioni di euro), Lombardia 74, Friuli Venezia Giulia 66, Calabria 38, Campania 21, Puglia e Sardegna 19, Liguria 18, Marche 11, Abruzzo 8, Lazio 7, Piemonte e Val d’Aosta e Veneto 5, per complessivi 482 milioni. A questa cifra, la Commissione Europea può inoltre richiedere la comminazione di una ulteriore sanzione forfettaria calcolata in base all’andamento dell’inflazione e del PIL, oltre alla sospensione dei finanziamenti europei.

Tra gli oltre 2.500 Comuni fuorilegge: Trieste, Imperia, Napoli, Reggio Calabria, Agrigento Benevento, Messina e Ragusa tra i capoluoghi di provincia; Rapallo e Santa Margherita Ligure, Capri, Ischia e Massa Lubrense, Porto Cesareo, San Vito dei Normanni e Casamassima, Rossano, Soverato, Castrovillari e Lamezia Terme, Cefalù, Capo d’Orlando, Marsala e Giardini Naxos.

Da questi pochi dati estrapolati dalle sentenze di condanna della Corte Ue risulta evidente l’impatto che tale arretratezza infrastrutturale produce sul tessuto dei territori e sul comparto del turismo. La combinazione perversa tra bassi investimenti e carenza infrastrutturale del servizio idrico deve essere invertita a vantaggio di una più ampia protezione ambientale e di uno sviluppo economico e sostenibile del nostro Paese.

fonte: Festival dell’Acqua

Gianni Chiodi è presidente del Comitato promotore della Fondazione di Comunità dell’Abruzzo Teramano

Giovedì, 5 Novembre, 2015

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L’Europa ha deciso le nuove reti infrastrutturali.

Mercoledì, 17 Giugno, 2015

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La Commissione UE ha pubblicato la carta della nuova rete centrale TEN-T (rete transeuropea dei trasporti) e dei 9 corridoi principali che formeranno le arterie dei trasporti nel mercato unico europeo e che dovrebbero rivoluzionare le connessioni tra est e ovest, eliminando le strozzature, ammodernando le infrastrutture e snellendo le operazioni transfrontaliere di trasporto per passeggeri e imprese in tutta l’Unione europea.

Si tratta, secondo l’esecutivo europeo, della riforma più radicale della politica infrastrutturale mai realizzata dai suoi esordi negli anni ’80.

L’obiettivo finale della nuova rete centrale TEN-T è di fare in modo che progressivamente, entro il 2050, la stragrande maggioranza dei cittadini e delle imprese europei non disti più di 30 minuti di viaggio dalla rete principale.

La nuova rete centrale collegherà:

- 94 grandi porti europei con linee ferroviarie e stradali;

- 38 grandi aeroporti con linee ferroviarie che portano alle città principali;

- 15 000 km di linee ferroviarie convertite ad alta velocità;

- 35 progetti transfrontalieri destinati a ridurre le strozzature. Un’innovazione di rilievo dei nuovi orientamenti TEN-T è l’introduzione di 9 corridoi da realizzare nella rete centrale, che contribuiscono alla sua costituzione: 2 corridoi nord-sud, 3 corridoi est-ovest e 4 corridoi diagonali. Ogni corridoio deve includere 3 modi di trasporto, 3 Stati membri e 2 sezioni transfrontaliere.

Saranno create “piattaforme di corridoio” per coinvolgere tutte le parti interessate e gli Stati membri, quali strutture di governance che elaboreranno e attueranno “piani di sviluppo di corridoio” volti a coordinare efficacemente i lavori svolti lungo il corridoio in Stati membri diversi e in diverse fasi del progetto. Le piattaforme di corridoio dei corridoi principali della rete centrale saranno presiedute da coordinatori europei.

L’Italia sarà attraversata da 4 corridoi:

- dal corridoio Baltico-Adriatico che collegherà Vienna a Ravenna, mettendo in rete i porti di Trieste, Venezia e Ravenna stessa;

- dal corridoio Mediterraneo che taglierà in orizzontale tutto il Nord Italia, partendo da Torino fino a Trieste, unendo così la Francia e i Balcani;

- dal corridoio scandinavo-mediterraneo che è, probabilmente, quello più strategico per lo sviluppo italiano, perché partendo dal Brennero si scende fino a Roma e poi a Napoli da cui si biforca, collegando la città partenopea a Palermo, da una parte, e alla Puglia, dall’altra;

- dal corridoio alpino che prevede il collegamento diretto di Genova e Milano con il confine svizzero.

Ecco di seguito i 9 corridoi.

1) Il corridoio Baltico-Adriatico è uno dei più importanti assi stradali e ferroviari transeuropei che collega il Mar Baltico al Mare Adriatico attraversando zone industrializzate che vanno dalla Polonia meridionale (Slesia superiore) a Vienna e Bratislava, alla Regione delle Alpi orientali e all’Italia settentrionale. La sua realizzazione comprende importanti progetti ferroviari come la galleria di base del Semmering, la linea ferroviaria del Koralm in Austria e le sezioni transfrontaliere tra Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia.

2) Il corridoio Mare del Nord-Mar Baltico collega i porti della costa orientale del Baltico con i porti del Mare del Nord. Il corridoio collegherà la Finlandia con l’Estonia con navi traghetto e creerà collegamenti stradali e ferroviari moderni tra i tre Stati baltici, da un lato, e la Polonia, la Germania, i Paesi Bassi e il Belgio, dall’altro. Il corridoio comprende anche collegamenti fluviali tra il fiume Oder e i porti di Germania, Paesi Bassi e Belgio, come il “Mittelland-Kanal”. Il progetto più importante è il “Rail Baltic”, una ferrovia europea a scartamento standard tra Tallinn, Riga, Kaunas e la Polonia nordorientale.

3) Il corridoio Mediterraneo collega la Penisola iberica con il confine ungro-ucraino costeggiando il litorale mediterraneo della Spagna e della Francia per poi attraversare le Alpi nell’Italia settentrionale in direzione est, toccando la costa adriatica in Slovenia e Croazia, e proseguire verso l’Ungheria. A parte il fiume Po e qualche altro canale nel nord Italia, il corridoio è essenzialmente stradale e ferroviario. I principali progetti ferroviari lungo questo corridoio sono i collegamenti Lione-Torino e la sezione Venezia-Lubiana.

4) Il corridoio orientale/mediterraneo orientale collega le interfacce marittime del Mare del Nord, Mar Baltico, Mar Nero e Mediterraneo ottimizzando l’uso dei relativi porti e delle rispettive autostrade del mare. Includendo l’Elba come via navigabile interna permetterà di migliorare le connessioni multimodali tra la Germania settentrionale, la Repubblica ceca, la regione della Pannonia e il sudest dell’Europa. Via mare andrà poi dalla Grecia a Cipro.

5) Il corridoio scandinavo-mediterraneo è un asse nord-sud cruciale per l’economia europea. Attraversando il Mar Baltico dalla Finlandia e dalla Svezia e passando attraverso la Germania, le Alpi e l’Italia, collega i principali centri urbani e porti della Scandinavia e della Germania settentrionale ai centri industrializzati di produzione della Germania meridionale, dell’Austria e del nord Italia e quindi ai porti italiani e della Valletta. I progetti più importanti di questo corridoio sono il collegamento fisso del Fehmarnbelt e la Galleria di base del Brennero, con le rispettive vie di accesso. Il corridoio raggiunge quindi via mare Malta passando dall’Italia meridionale e dalla Sicilia.

6) Il corridoio Reno-Alpi costituisce una delle rotte merci più trafficate d’Europa: collega i porti del Mare del Nord di Rotterdam e Anversa con il Mar Mediterraneo a Genova attraversando la Svizzera e passando per alcuni dei principali centri economici della Ruhr renana, le regioni del Reno-Meno-Neckar e l’agglomerazione di Milano. È un corridoio multimodale che include il Reno come via navigabile interna. I principali progetti sono le gallerie di base in Svizzera, in parte già completate, e le loro vie di accesso in Germania e in Italia.

7) Il corridoio atlantico collega la parte occidentale della Penisola iberica e i porti di Le Havre e Rouen a Parigi e quindi a Mannheim/Strasburgo con linee ferroviarie ad alta velocità e linee ferroviarie convenzionali parallele, includendo anche la Senna come via navigabile interna. La dimensione marittima svolge un ruolo cruciale in questo corridoio.

8) Il corridoio Mare del Nord-Mar Mediterraneo va dall’Irlanda e dal nord del Regno Unito fino al Mare Mediterraneo nel sud della Francia attraverso i Paesi Bassi, il Belgio e il Lussemburgo. È un corridoio multimodale che comprende acque navigabili interne nel Benelux e in Francia e intende non solo offrire servizi multimodali migliori tra i porti del Mare del Nord, i bacini fluviali della Mosa, del Reno, della Schelda, della Senna, della Saona e del Rodano e i porti di Fos-sur-Mer e Marsiglia, ma anche un’interconnessione migliore tra le isole britanniche e l’Europa continentale.

9) Il corridoio Reno-Danubio, le cui arterie fluviali principali sono il Meno e il Danubio, collega le regioni centrali intorno a Strasburgo e Francoforte sul Meno attraverso la Germania meridionale a Vienna, Bratislava e Budapest per arrivare infine al Mar Nero, con una sezione importante tra Monaco di Baviera e Praga, Zilina, Kosice e il confine ucraino.

I 9 corridoi segnano un enorme progresso nella pianificazione delle infrastrutture dei trasporti.

fonte: Blog di Renato Ranieri 

Il nuovo libro di Romolo Bugaro

Domenica, 31 Maggio, 2015


Effetto domino
Romolo Bugaro
2015
Supercoralli
pp. 236
€ 19,50
ISBN 978880622501

Ci sono uomini abituati a esprimersi solo attraverso il denaro. Uomini che non vanno liquidati con facili parole: lo sa bene Romolo Bugaro, che - oltre a essere uno scrittore ipnotizzato dal mondo - è un avvocato che conosce da vicino, per lavoro, le traiettorie di ascese e fallimenti. Ritrarli con verità, nel bene e nel male di cui sono capaci, è la scommessa di questo suo romanzo. Perché la verità non indebolisce il giudizio etico, anzi lo rafforza proprio nella misura in cui lo complica. Quando uomini come questi si mettono in testa di concludere un grande affare - ad esempio di costruire una città di lusso nella provincia veneta, facendola spuntare come un fungo dall’oggi al domani - niente può fermarli. O forse sí. Forse può accadere che il semplice «no» di una banca produca un effetto domino senza fine, travolgendo le esistenze di tutti. Grandi costruttori, piccoli imprenditori, camionisti, casalinghe, bambini ignari di ogni cosa. Perché quando la valanga comincia a rotolare non c’è salvezza per nessuno. Ma non tutto è come sembra, in una storia di uomini ossessionati dal lavoro, dal denaro e dal potere al punto da apprezzare l’abilità di chi è riuscito a fregarli. E forse l’espressione tecnica «segnalazione a sofferenza» può diventare per molti una metafora perfetta.

Il trionfo del Grande Fratello

Mercoledì, 29 Aprile, 2015

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di Stefano L. Di Tommaso

Dopo la crisi epocale che la finanza globale ha regalato al mondo si è a lungo aspettata una ripresa che ha attecchito di più nei Paesi più sviluppati e di meno in quelli più deboli. La ripresa economica, trainata dai soliti americani, è stata sostenuta da borse euforiche per la grande liquidità immessa dalle banche centrali di tutto il mondo, ma non si è mai trasformata in un fenomeno di massa: ne hanno beneficiato i più ricchi, i paesi più sviluppati e coloro che avevano investito di più in Borsa.

Non l’hanno invece praticamente avvertita le economie più indebitate e le fasce sociali più deboli, mentre infine ha funzionato addirittura alla rovescia per i Paesi Emergenti: la ripresa economica dell’Occidente ha allargato la capacità di estrarre risorse naturali abbassandone fortemente il prezzo, e sottratto liquidità dal circuito degli investimenti delle economie emergenti per fluire verso i mercati finanziari più frizzanti e più orientati al breve termine.

Così, mentre anche la vecchia e divisa Europa e persino la Cina si sono alfine votate ad una politica economica basata sugli stimoli monetari delle banche centrali, i primi Paesi al mondo ad essersi dotati di politiche monetarie espansive, come il Giappone, gli USA, il Regno Unito, hanno sì per primi beneficiato di un vistoso recupero dalla recessione, ma oggi, dopo poco tempo ancora, le loro economie mostrano di nuovo segni di rallentamento della crescita, lasciando presupporre che ciò contribuirà a ridurre le attese di crescita economica mondiale a livelli appena accettabili dal punto di vista dell’affrancamento del terzo mondo dalla fame, dall’ignoranza e dalle malattie.

Indubbiamente la liquidità immessa in questi anni nel sistema finanziario ne ha permesso la sopravvivenza delle principali istituzioni e di recente anche una certa loro euforia, ma è arrivato oggi il momento di fare i conti con la divaricazione crescente tra le aspettative scintillanti del mercato finanziario e borsistico, da un lato, e quelle piatte e deflattive e dell’economia reale e, dall’altro lato, tra l’ascesa dei corsi dei titoli azionari e l’eccesso di indebitamento delle Pubbliche Amministrazioni. Cosa che getta un’ombra sinistra sul nostro futuro, sulle prospettive di lungo termine di questa tendenza fatale.

Non che tutti gli elementi di questa divaricazione debbano venire necessariamente per nuocere: l’esuberanza del mercato dei capitali ha aiutato il pianeta ad avviarsi a ridurre il ruolo oligopolistico delle banche, ha fornito capitali coraggiosi alle nuove generazioni e talvolta anche le risorse per i grandi investimenti strutturali. Ha contribuito a selezionare le imprese migliori tra quelle che richiedono finanza per la crescita, o a scommettere sulle più innovative. Se esso fosse stato flaccido e arido come nell’ultimo dopoguerra, anche molte pregevoli iniziative non avrebbero troverebbero supporto.

Ma dall’altra parte il mercato finanziario aiuta innanzitutto sé stesso: favorisce la concentrazione della ricchezza ma pretende poi di influenzare qualsiasi sfera della vita umana, che sia essa scientifica, politica o sociale.

Spingendo verso l’incremento di efficienza dei fattori di produzione esso genera indubbiamente ricchezza, ma dall’altro piatto della bilancia non si può fare a meno di osservare la deriva importante verso una sempre minore speranza di libertà e umanità per i popoli meno orientati all’industria o meno omologati agli standard del nuovo sistema capitalistico.

L’efficientamento del sistema economico contempla infatti sempre un importante prezzo da pagare in termini di debito pubblico, di scarsità di risorse da devolvere a programmi sociali e culturali, di progressiva cancellazione delle diversità e delle tradizioni, contribuendo a ingrigire e omologare tanto i popoli minori quanto le loro “bio-diversità”.

E tuttavia, sebbene già quanto sopra detto possa risultare in un importante forzatura della dimensione umana, c’è ancora qualcosa che sfugge alla logica di questo scenario: il recente progresso tecnologico non solo ha portato la ricchezza finanziaria a concentrarsi in poche mani, non solo ha generato il moltiplicarsi delle differenze di reddito tra i ceti sociali, ma ha anche emarginato intere categorie di individui, nonché intere generazioni di soggetti di mezza età le cui competenze lavorative rischiano di risultare del tutto inadeguate a ciò che viene richiesto dalla nuova era.

L’abbassamento sotto zero degli interessi finanziari percepiti dal risparmio di una vita può costituire inoltre una minaccia serissima alla consistenza futura delle pensioni di anzianità, mentre l’eccesso di debito pubblico globale non potrà che limitare gli ulteriori investimenti infrastrutturali che dovrebbero invece moltiplicarsi, per aiutare a ridurre il divario tra economia di mercato e povertà, tra progressiva digitalizzazione della società civile ed emarginazione delle classi più deboli, tra montagne di elementi conoscitivi (i cosiddetti “big data”) disponibili per coloro che sono dotati di strumenti per elaborarli e l’accrescersi dell’ignoranza generale e dell’analfabetizzazione informatica.

La nuova era non spinge i giovani a studiare la storia e l’umanesimo. La necessità di sempre maggiori guadagni non favorisce la solidarietà e la meditazione. La digitalizzazione non aiuta il dialogo e l’ascolto reciproco.

Il mondo attuale rischia davvero di scivolare insomma verso una dimensione troppo orwelliana per essere applaudita, mentre le pressioni sociali per la redistribuzione delle risorse non potranno che crescere di conseguenza, se non interverrà il buon senso della politica. Un nuovo apartheid è dunque forse alle porte: quello dei popoli ricchi che lo sono sempre più e che vorranno difendersi ulteriormente dal contatto con quelli più poveri, il cui divario economico crescente rischia di costituire una seria minaccia alla pace e alla convivenza civile globale!

Facebank?

Giovedì, 26 Marzo, 2015

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di Andrea Iemma 

L’apoteosi del social banking è racchiusa in uno spiffero di qualche giorno fa proveniente dalla California. Una notizia riportata dal Financial Times e non commentata ufficialmente da nessuno dei portavoce di Menlo Park. Quella che racconta di come Facebook si stia muovendo in varie direzioni per diventare il prototipo più raffinato di banca social. Il web intanto non ha perso tempo, coniando il nuovo nome e parlando già di Facebank. Le indiscrezioni riportano di una trattativa in fase di definizione con la Banca Centrale Irlandese. Facebook avrebbe chiesto un via libera, che non dovrebbe tardare ad arrivare, per diventare di fatto un istituto di emoney. 

Gli utenti potrebbero così depositare i propri soldi ed utilizzarli non solo per fare acquisti all’interno dell’ecosistema Facebook, ma anche all’esterno, scambiandoli e inviandoseli con un click. Il concetto e il mercato più vicino è quello del money transfer, che Zuckerberg vorrebbe aggredire proponendo tariffe notevolmente più basse, avvalendosi della diffusione capillare della propria creatura e della comodità che incontrerebbero gli utenti a sfruttare la piattaforma social per svolgere le transazioni. 

Nell’avvicinare persone distanti, Facebook non ha competitor, quindi l’operazione potrebbe trasformarsi in un altro successo, anche considerando i volumi di questo mercato: ad esempio nel 2013 dall’Italia gli immigrati che lavorano nel nostro Paese hanno spostato complessivamente verso il Paese d’origine 7 miliardi di euro. Questa strategia favorirebbe ulteriormente la penetrazione della piattaforma di Mark Zuckerberg nei mercati emergenti: Facebook diventerebbe una vera e propria utility per i Paesi in via di sviluppo. In attesa degli sviluppi concreti dell’operazione è curioso prendere atto di come questa intuizione made in Palo Alto rappresenti un climax nel processo di crescita del social banking. 

Se, come abbiamo riportato all’interno del Primo White Paper della II Edizione della Ricerca di Social Minds il 53% delle banche italiane, all’interno del campione osservato, ha aperto una FanPage e le banche stanno sempre di più includendo nella propria strategia i social network, è interessante osservare come anche Facebook stia pensando di sfruttare le opportunità di business e inclusione proprie dei servizi finanziari.

fonte: socialminds.it 

Chi guadagna e chi perde con la fine della crisi

Venerdì, 6 Marzo, 2015

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 di Stefano L. Di Tommaso

Viviamo il momento con molta trepidazione: riuscirà questo nuovo Benito ad imporre riforme tali da rilanciare l’economia italiana? Riuscirà il nostro Paese a saltare sull’onda positiva che sembra arrivare? Riusciranno i piccoli e medi imprenditori a darsi un assetto idoneo alla sfida che li attende per essere pronti ad una piccola ripresa?

Questi ed altri interrogativi provengono dalla presa di coscienza del momento particolare che stiamo vivendo: l’Euro si svaluta, i tassi vanno sotto zero, le Borse galleggiano alte (sin troppo) e i consumi nazionali invece continuano a scendere. Qualche spiraglio di luce sembra provenire dalla statistica sulla disoccupazione, nonché dal ribasso di materie prime ed energia. Ma sebbene un rimbalzo tecnico sia atteso, noi Italiani quest’anno stapperemo ancor meno champagne degli anni passati.

Negli stessi giorni di angoscia e della speranza per l’evoluzione del nostro Paese appaiono sulla stampa notizie relative a due opposte icone della moda italiane: Borsalino, azienda famigliare che si appresta a portare i libri in a Tribunale e Moncler, azienda manageriale che invece infila l’ennesimo rialzo borsistico dopo la notizia che le sue vendite globali sono attese in crescita di un ulteriore 20% quest’anno. Due modi opposti di approcciare al business più antico del mondo: il tessile-abbigliamento.

Questa è forse la sintesi estrema di quel che è oggi e potrebbe essere domani per la maggior parte delle imprese italiane!

Quali sono allora i “fattori di successo”per le imprese che vogliono cavalcare la primavera italiana? In ordine logico:

- Idee / Prodotti / Competenze

- Distribuzione / Organizzazione / Controllo di Gestione

- Capitali e Finanza per lo sviluppo globale.

Nient’altro (di rilevante) se non le idee chiare su come agire.

E nessuna distrazione dagli obiettivi!

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