Categoria ‘Persone’
Martedì, 24 Maggio, 2011

di Flavio Felice*
“Se Sturzo fosse vivo oggi avrebbe centoventicinque anni”, con queste parole un noto intellettuale cattolico ed autorevole storico del “cattolicesimo democratico” iniziò il suo intervento ad un convegno del 1996 che intendeva celebrare don Luigi Sturzo a centoventicinque anni dalla nascita.
La sentenza di morte del pensiero sturziano appare fin troppo evidente dalle parole dell’autorevole studioso. Invero, una simile sentenza è più che legittima e potremmo persino riconoscerle una qualche utilità – quanto meno a frenare inopportuni ed opportunistici apparentamenti – se non fosse altro che essa appare tutt’altro che originale, ma già scritta ai tempi in cui Sturzo fondava il Partito Popolare.
Proprio così, sembrerebbe quasi che il messaggio sturziano sia nato vecchio, o almeno tale sembrò a molti, quando, nel 1919, da un albergo al centro di Roma, il prete siciliano si appellò “a tutti gli uomini liberi e forti”, in un’epoca in cui si faceva strada l’idea che tutto dovesse ridursi allo Stato onnipotente. Continuò ad apparire vecchio durante gli anni del Regime fascista e del suo lungo esislio, un esilio che durò ben 22 anni. Ma ancor più vetuste apparvero le idee di Sturzo quando, nel 1946, fece ritorno in Italia. Lui, che suo malgrado aveva conosciuto una delle più grandi, antiche e – all’epoca – poche democrazie della terra, torna in Italia con l’ansia tipica dell’esule e rimane letteralmente atterrito dal grado di fascistizzazione di cui sono stati vittima il suo Paese e tanti dei suoi vecchi amici popolari.
Dunque, non è una novità che a qualcuno quel pensiero appaia non adatto ai nostri tempi ed è legittimo sostenere che una parte consistente della cultura politica cattolica (il cosiddetto “cattolicesimo democratico”) abbia poco o nulla a che fare con il popolarismo sturziano. Ad ogni modo, quali sono i punti che caratterizzano il pensiero di Sturzo – il suo cattolicesimo liberale – e che da sempre suonano così “fuori stagione”? Sturzo è figlio del suo tempo, e del suo tempo visse le dispute più significative.
Dalla lettura del saggio Del metodo sociologico si comprende che Sturzo si oppose decisamente tanto alla “pan-sociologia” comtiana, quanto all’organicismo durkheimiano, tanto all’idealismo hegeliano quanto al materialismo storico marxiano, mentre tentò di sviluppare – certo in un modo originale – il principio di avalutatività rispetto ai valori di matrice weberiana.
I punti sensibili del suo percorso intellettuale possono essere espressi nei seguenti quattro principi: la “centralità della persona”, la “libertà integrale ed indivisibile”, “l’antiperfettismo sociale” e la “soggettività creativa”. Rispetto alla centralità della persona, Sturzo è inequivocabile sotto il profilo ontologico, metodologico e politico: “L’unico vero agente della società è l’uomo individuo in quanto associato con altri uomini a scopi determinati”. In secondo luogo, la libertà di cui gode la persona non può che essere una libertà integrale ed indivisibile, in tal senso Sturzo entrò nel vivo della disputa su “liberismo-liberalismo” tra Croce ed Einaudi e si posizionò chiaramente al fianco di Einaudi: “Se la libertà è violata in campo economico, è lesa anche, secondo me, in quello culturale, in quello politico e sociale e viceversa. Non c’è esempio nella storia di una libertà che stia insieme da sola”. Riguardo all’antiperfettismo sociale, per Sturzo non esistono società perfette, poiché tutte presentano i limiti che contraddistinguono la costituzione fisica e morale della persona. Infine, per Sturzo la soggettività creativa, in forza della quale gli individui cooperano per rispondere ad una vocazione universale, li spingerà a dar vita ad istituzioni politiche, economiche e culturali nelle quali potersi realizzare.
I quattro principi disegnano un programma intellettuale e politico di matrice liberale, un liberalismo che Sturzo esprimerà in ambito economico battendosi con forza contro le cosiddette tre “male bestie”: la “partitocrazia”, lo “statalismo” e lo “sperpero del denaro pubblico”: “Infatti dopo gli ammassi, i miliardi dell’INAM, i deficit della cinematografia, vengono pretenziose le iniziative ENI, che pompano il denaro pubblico […]; così noi possiamo registrare uno Stato non solo ‘non sociale’ ma ‘antisociale’, che disgrega, dissipa, disfa tutto quello che pensa di promuovere a vantaggio del popolo”.
La risposta di Sturzo è incentrata sul ruolo attivo delle comunità intermedie; lo statalismo si combatte facendo emergere dal basso le forze vive della nazione. È questo il senso più profondo anche dell’autonomismo sturziano. Il federalismo sturziano, di conseguenza, non è una semplice devoluzione dei poteri dal “centro” verso altri “centri” minori. Non che ciò non sia utile e, nel caso italiano, evidentemente indispensabile, ma Sturzo lo giudicherebbe ancora insufficiente: si corre il rischio che ad un centralismo si risponda con tanti piccoli centralismi. Il suo federalismo sgorga dal principio di sussidiarietà orizzontale e si propone di risolvere le difficoltà create dalla centralizzazione illiberale del potere dello Stato attraverso il ruolo attivo dei soggetti che compongono la società civile. Infine, il federalismo di Sturzo è proiettato verso la dimensione europea senza disconoscere il valore dell’identità nazionale: “Solo attraverso le autonomie locali si prepara una vita nazionale sempre più viva e coerente e una coesione internazionale sempre più effettiva e sentita”.
Credo che nessuno onestamente possa dire che cosa Sturzo avrebbe pensato oggi della “devolution”, di sicuro non avrebbe urlato alla “dissolution” nazionale, ma non avrebbe neppure brindato alla vittoria. Si sarebbe battuto come un leone per migliorare la riforma, e in ogni caso non l’avrebbe gettata tutta al macero. Disgraziatamente però dobbiamo ammettere che Sturzo non ha eredi né nell’accademia né nella politica, nella sua lunga vita ha avuto molti nemici, ha sofferto il dileggio e l’emarginazione di coloro che lui chiamava i “sinistri DC” e la generale indifferenza dei cattolici.
Le ragioni di tale incomprensione affondano in un profondo deficit culturale che ha interessato la cultura politica cattolica. Infatti, è ragionevole ritenere che l’oblio di cui è stato vittima Sturzo vada di pari passo con la debolezza della cultura cattolica dagli anni ’60 in poi, ossia, con la sua incapacità di formulare un’originale interpretazione della storia contemporanea.
Tale carenza si è manifestata attraverso l’adozione, da parte di tanti intellettuali cattolici, di un’analisi della storia e della società di tipo marxista. L’idea molto diffusa soprattutto negli ambienti della sinistra, secondo la quale non esisterebbe un motivo valido, tale da legittimare un’incisiva ed unitaria presenza dei cattolici nella vita pubblica, ha prodotto la diffusa concezione che il cattolico impegnato in politica si differenzi dai non cattolici tutt’al più per una maggiore dose di generosità.
Contro una tale impostazione, Sturzo propone di considerare la realtà di una Chiesa che si esprime riguardo agli avvenimenti socio-politici per mezzo di una propria dottrina che ha il compito, attraverso un’adeguata interpretazione della storia, di creare il terreno favorevole per la nascita e lo sviluppo di nuovi fermenti sociali che operino in vario modo in ciascuna sfera storico-esistenziale: politica, economia, cultura.
Così interpretata, la dottrina sociale della Chiesa può anche rappresentare un chiaro punto di riferimento ed un concreto strumento d’azione per una rinnovata filosofia civile. Ecco come Augusto Del Noce inquadrava il problema politico dei cattolici, evidenziando la forza dirompente della filosofia marxista, di fronte alla quale la “Democrazia cristiana” apparve impotente: “il difetto principale della democrazia cristiana […] mi sembra quello di avere sottovalutato l’enorme potenza filosofica del marxismo e soprattutto la correlazione strettissima tra la sua potenza filosofica e la sua potenza pratica: correlazione che dà al marxismo e al comunismo il carattere di una forma nuova mai presentatasi per l’innanzi nella storia. Questo punto mi pare sinora sfuggito nella sua definizione più rigorosa così alla considerazione dei filosofi e degli storici, come a quella dei politici in senso stretto”.
Il pensiero cattolico, posto di fronte all’ineludibile cambiamento, spesso si è mostrato incapace di dare risposte ai reali bisogni che man mano si elevavano dalla società, fornendo giudizi che investivano esclusivamente il modello etico, correndo il rischio, talvolta, di chiudersi in una sterile nostalgia del tempo che fu, in una “civiltà tradizionale”, idealizzata sicuramente più di quanto essa realmente meriti. Per questa ragione, tanti cattolici, nel passato, ma anche nel presente, hanno interpretato l’alleanza con la sinistra come, per usare le parole di Del Noce, “un evento storico irreversibile”, dal momento che essa avrebbe condotto al definitivo divorzio tra cattolicesimo e conservatorismo: “Secondo il modo progressista l’accordo coi socialisti rappresenta […] la rottura con tutte le posizione dipendenti dal cattolicesimo controriformista, e perché afferma la priorità di valore del nucleo di verità contenuto nel socialismo rispetto a quello contenuto nel liberalismo. Osserviamo che questa seconda impostazione rompa in maniera davvero irreversibile con le linee di don Sturzo e De Gasperi”.
Che ben vengano allora oggi politici che s’ispirano alla sua opera, ma per cortesia e per decenza che nessuno si erga a suo erede.
* Economista - Pontificia Università Lateranense
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Sabato, 30 Aprile, 2011
“(…) ha avuto un destino di Vedente. Anche da giovane proletario, il suo furore non ha lasciato entrare i battèri bugiardi della dottrina materialista; la sua aristocrazia del conoscere gli ha fatto doni eccelsi, desideri eccelsi, dolore autentico“. Girolamo Melis
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Sabato, 23 Aprile, 2011
Per Lui l’uomo viene prima di qualunque idea.
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Lunedì, 18 Aprile, 2011
di Augusto Del Noce
Nella bellissima lettera aperta indirizzata a Salvatore Valitutti, Presidente della Commissione della Pubblica istruzione al Senato, è apparsa su queste colonne il 14 marzo, Giovanni Gozzer ha insistito su quel «fatto politico di eccezionale importanza» così da esser detto veramente segno dei tempi, però generalmente trascurato dalla stampa quotidiana, e non sufficientemente valutato dai politici, che è stata la marcia pacifica su Versailles di 800.000 cittadini francesi, di tutte le estrazioni e orientamenti, in favore della scuola libera. A quel che egli dice e che io sottoscrivo riga per riga, aggiungo alcune considerazioni che mi sembrano perfettamente concordanti.
Di questa manifestazione non saprei trovare precedenti. Come chiamarla? Penserei «protesta delle famiglie contro la loro emarginazione nella educazione dei figli». Sbaglierebbe chi volesse vederci una dimostrazione cattolica o, peggio ancora, mossa dalla parte integralista del clero; il fatto che la maggioranza dei partecipanti fosse cattolica non vuol dire che essa sia sorta all’insegna della causa di una confessione religiosa. Benissimo ne ha compreso il senso l’arcivescovo di Parigi, Cardinale Lustiger, pronunziando, nel suo discorso ai partecipanti, le parole che Gozzer ha riferito: «Nessun partito, nessuna Chiesa, nessuna organizzazione specifica, a sfondo sindacale o politico potrebbero connettersi o rivendicare la vostra appartenenza a loro. I vessilli non sono né politici né religiosi; vogliono solo dire che c’è un inalienabile diritto di scelta dei propri vessilli» e aggiungendo in una successiva intervista «per me l’essenziale in questa materia è che venga riconosciuto il diritto delle famiglie a decidere liberamente dell’educazione dei figli».
La crisi della famiglia è sotto gli occhi di tutti. Ma che rapporto ha con la questione scolastica? Perché, a curarla, si rivendica il principio della scuola libera? Al fondo c’è una crisi più profonda, la crisi dell’idea di laicità.
Prendo la cosa un po’ alla lontana. Ricordo di aver letto, or è trascorso molto tempo, il libro di un grande giornalista americano, finissimo interprete dei fenomeni morali del nostro tempo, Walter Lippman, sul possibile declino delle democrazie. Vedeva egli la minaccia che gravava su di esse nell’eclissi dell’idea di una legge comune trascendente, della idea di legge naturale insomma, obbligante l’intera comunità dei mortali, Papi e imperatori inclusi; certamente veniva spesso trasgredita, ma non però, almeno generalmente, negata nel suo principio. Il fenomeno nuovo, successivo alla seconda guerra mondiale, era da lui ravvisato nella progressiva scomparsa di questo «mondo comune» di riferimento ai valori e nella sua sostituzione col principio che «quel che è giusto, quel che è vero, quel che è buono, è soltanto quel che l’individuo ha scelto di diventare». Spariva così la distinzione tra liberà e licenza, perché era la credenza in quest’ordine trascendente a fondare la loro diversità; che sia oggi scomparsa non v’è chi non lo veda. Il pericolo che il Lippman ravvisa intono alla metà degli anni ’50 si è pienamente realizzato negli anni ’70. Successivamente trovai le stesse idee, più motivate teoricamente, in uno dei maggiori, se non il maggiore, tra i filosofi della politica contemporanea, Leo Strauss, nella sua critica del «diritto naturale moderno» che, ponendo a diversità di quello classico, i diritti a fondamento della società genera quel che suol dirsi «permissivismo». «Permissivismo» e «consumismo» sono termini entrati così nell’uso da apparire logori, senza però che ci sia chiarezza di idee sulla loro genesi e su loro significato. Perché «consumismo» non significa affatto aumento dei consumi materiali come comunemente si crede, ma riduzione delle stesse idee a oggetto di consumo, quali strumenti provvisori di stimolo della vitalità. Il disprezzo consumistico degli ideali può permanere anche quando la società cessi di essere «opulenta».
Ma che cosa c’entra, si dirà, questo con la questione della scuola pubblica e della scuola libera o con la riforma della scuola secondaria? Moltissimo. La vecchia scuola laica si professava «neutrale». Lo era, almeno in linea di principio, rispetto alle convinzioni metafisiche e religiose (che poi di fatto spesso non lo fosse, ora non importa; non bisogna però esagerare nell’attribuirle un laicismo aggressivo; io, allievo di scuole laiche, non ricordo alcun mio insegnante che fosse, in questo campo, tendenzioso). Non lo era però rispetto a quell’ordine morale comune e alla sua obbligatorietà; su questo punto si stabiliva il rapporto di fiducia con la famiglia; libera, questa, di integrare, o no, l’insegnamento morale con quello religioso; né si poteva parlare, in linea generale, di una crisi della famiglia, se la sua funzione essenziale è di trasmettere quelli che erano pensati essere, e sono, i valori permanenti nell’evoluzione storica che erano valori «morali» su cui tutti concordavano. Ma è chiaro che la scuola laica «neutrale» non può non subire l’influenza della società; gli imperativi categorici della moralità rischiano ora di apparire appartenenti all’archeologia; il consumismo, in quel senso che si è detto, elimina il problema del significato della vita, i valori nel loro senso forte, la finalità; perduto, o messo comunque a repentaglio il momento morale, la scuola «neutrale» si trova a dover accentuare il momento informativo e l’appropriazione di strumenti operativi. Il che conviene con la tendenza della presente società occidentale all’assolutizzazione del momento economico, assolutizzazione coincidente con la fine dell’etica (che, infatti, viene sostituita dalla sociologia). Con i rischi ben noti e connaturati a questa società, della degradazione dell’uomo a puro strumento produttivo, da riciclare di volta in volta a seconda dei bisogni creati dalla società medesima, o della sua tentazione a ribellioni che vanno dalla droga al terrorismo.
Certamente la categoria degli insegnanti ha fatto molto, almeno in una notevole sua parte, per arginare questo processo; ed è davvero l’ora che le sue benemerenze vengano riconosciute. Resta tuttavia che il male da cui la scuola laico-neutrale è affetta è, oggi, costituzionale. Né vale parlare di sviluppo dello spirito «critico», perché nelle circostanze che si sono dette, il pensiero critico viene inteso non come «distinguente» secondo l’accezione esatta, ma come distruttivo e dissolutivo. Né si vede possibile rimedio alla crisi della scuola idealmente neutrale e in realtà diventata ideologizzata nel modo che si è detto, se non a condizione di riconoscere un effettivo pluralismo nell’istituzione scolastica (direi che il termine «pluralismo», usato oggi al di fuori di ogni possibile misura, ritrova qui un suo significato adeguato); riconoscendo il carattere di servizio pubblico alle scuole libere che diano particolari garanzie di responsabilità educativa e di qualifica culturale. Ciò non già in nome di privilegi clericali, ma di una democrazia liberale,che voglia sottrarsi a quel processo degenerativo che si è accennato.
Ma in Italia le cose come stanno? Non diversamente che in Francia, dato che il fenomeno, nei suoi aspetti morali, investe l’intero mondo occidentale. Che nella classe politica, e anche tra i politici cattolici, ve ne sia una chiara consapevolezza, non direi. E di proposte che mi sembrano alquanto discutibili, sul tempo prolungato e sull’insegnamento etico-religioso scriverò prossimi articoli.
fonte: Il Tempo - 3 aprile 1984
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Sabato, 16 Aprile, 2011

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Giovedì, 31 Marzo, 2011

“Capisco le lamentele delle corporazioni e non mi aspetto un giudizio positivo in questo tempo di tagli e rigore. Se volessi ottenere un consenso immediato contribuirei ad aumentare il debito pubblico. Vorrà dire che aspetterò fiducioso la fine del quinquennio, quando potremo fare il confronto tra l’Abruzzo com’era e come sarà. Già so… che sarà più forte ed autorevole”.
Gianni Chiodi 27-01-2011
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Martedì, 21 Dicembre, 2010

“L’uomo si comporta come se fosse il creatore e il padrone del Linguaggio, mentre è il Linguaggio che rimane il signore dell’uomo. Quando questo rapporto di sovranità si rovescia, l’uomo s’inventa strane macchinazioni.”
“La Verità non è determinabile da un voto di maggioranza.”
citazioni suggerite dall’Amico Girolamo Melis
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Mercoledì, 8 Dicembre, 2010
“Aveva quindici anni, sedici anni - era minore di voi - e da sola sosteneva l’inizio del mondo, senza sapere tutto quel che voleva dire, però sapendolo - come seme della cosa lo sapeva -: sapeva che in lei si era adempiuta la grande promessa del popolo”. (Luigi Giussani)
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Sabato, 27 Novembre, 2010
ARIO CECCOTTI, CAPO-PROGETTO DELLA CASA ANTISISMICA IN LEGNO CHE HA SUPERATO I PIU’ SEVERI TEST ANTISISMICI DEL MONDO IN GIAPPONE, IL 29 NOVEMBRE A PESCARA PER IL CONVEGNO “COSTRUIRE PER ECOABITARE” ORGANIZZATO DALL’AGENZIA MIRUS DI MICHELE RUSSO.
A Miki, cittadina giapponese a pochi chilometri da Kobe, la casa in legno X-lam ha superato i più severi test antisismici del mondo.
La casa progettata dal CNR-Ivalsa di Firenze, diretto da Ario Ceccotti, aveva già ottenuto il record del superamento dei test antifuoco: dopo oltre un’ora di incendio, la struttura conservava ancora intatte le sue proprietà meccaniche e inalterata la sua struttura, ribaltando così il pregiudizio che il legno resiste al fuoco meno del cemento. In seguito al terremoto di Kobe, che ha distrutto una regione del Giappone facendo 6 mila morti, le autorità del paese asiatico hanno creato un laboratorio dove testare i prototipi di ogni struttura civile. Dopo cinque anni di lavoro e 4 miliardi di dollari di investimento, è nata “Monster” la piattaforma sismica sperimentale più grande del mondo, in grado di riprodurre qualsiasi terremoto, anche di elevatissima magnitudo.
Su questa piattaforma è stata eretta la palazzina di legno, 7 piani e 24 metri di altezza, ideata, progettata, brevettata e costruita dai tecnici italiani guidati da Ceccotti. “Il nostro obiettivo – ha spiegato Ario Ceccotti - non è solo quello di salvare le vite umane, ma di mantenere integre le strutture”. Ad assistere alla prova erano presenti oltre 400 persone, studiosi e imprenditori, provenienti da paesi di quattro Continenti: Canada, Stati Uniti, Colombia, Vietnam, India, Nuova Zelanda, Germania, Korea e Slovenia. L’idea del legno come materiale per l’edilizia è una scommessa per un’alternativa ai metodi costruttivi tradizionali. Yoshimitsu Okada, tra i massimi esperti al mondo di terremoti, ha auspicato che grazie al progetto italiano possa cambiare il modo di costruire le case in tutto il mondo.
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Lunedì, 1 Novembre, 2010
Oggi 12 novembre alle ore 18 nella Sala Consiliare del Comune di Pescara, Joaquìn Navarro-Valls terrà una conferenza dal titolo “Realtà Umana della Santità”, sulla figura e l’opera di San Josemarìa Escrivà, fondatore dell’Opus Dei.
di Joaquìn Navarro-Valls
Fino a qualche tempo fa, pochi erano coloro che scomodavano l’etica parlando di politica. Ciò non perché vi fosse insensibilità verso le grandi questioni umane, ma perché era diffuso il pensiero che la gente non avesse interesse a sentir parlare di cose noiose, astratte, impegnative. Oltretutto a fare le prediche ci pensano già i filosofi ed altri, perciò è inutile che le facciano pure i politici.
Chi governa deve risolvere semmai la crisi dell’economia, organizzare il mercato del lavoro, salvaguardare la sicurezza dei cittadini, rilanciare le esportazioni e gli investimenti, senza avanzare inutili pretese. Sembra un discorso sensato, apparentemente, ma è invece totalmente sbagliato. Oggi, infatti, abbiamo scoperto che le cose non vanno quasi mai così. La logica del consenso non autorizza mai l’estromissione dei contenuti fondamentali, vale a dire di quei valori che non dipendono dalle circostanze, dal novero fluttuante delle proposte che un politico o un partito intendono presentare agli elettori, di volta in volta. Se, come insegnava Niccolò Machiavelli, la politica e la morale sono due cose separate, di certo non possono esserlo etica e consenso. Per lo meno, non senza gravi difficoltà. La gente normalmente si aspetta qualcosa in più di una competenza tecnica da un politico per votarlo. Altrimenti rimane a casa. Non stupisce, di conseguenza, che nei recenti avvicendamenti della nomenclatura al governo, tanto in Inghilterra quanto negli Stati Uniti abbia fatto ritorno la moda delle grandi proposte di sostanza. Possiamo dire che si tratta di una buona norma che si sta propagando un po’ dappertutto, dopo tanti anni di dogmatica indifferenza. Il premier britannico David Cameron, ad esempio, attualmente in carica nel Regno Unito, ha portato nuovamente al successo i Tory nel maggio scorso, proponendo proprio un’innovativa proposta organica di società. In molti suoi discorsi si è fatto portavoce nel mondo della cosiddetta “Big Society”, ossia di un programma di solidarietà e di liberalizzazione del capitale improduttivo, elaborato teoricamente tra il 1988 ed il 1993 quando era direttore del Dipartimento di Ricerca Conservatore. In uno dei suoi interventi ha chiarito che «si devono creare comunità che abbiano verve; quartieri che si facciano carico del proprio destino, che sentano che mettendosi insieme possono plasmare il mondo attorno a loro». In una parola, si tratta di proporre un grande disegno etico-politico, capace di comprendere e gestire laicamente le dinamiche culturali del momento, e non solo di presentare una serie minimale di punti programmatici. Assiduamente egli utilizza il termine “mission” per far capire il motivo ispiratore della sua politica, dando alla parola un accento persino esageratamente mistico. Fin qui i Conservatori. Ma anche dall’altra parte, i Laburisti, con l’elezione pochi giorni fa di Ed Miliband a nuovo leader, stanno vivendo una netta crescita di adesioni, grazie alle attese che il nuovo programma e la giovane figura promettono. Certo, le sue idee politiche sono opposte a quelle di Cameron, almeno in linea di principio, anche se il metodo appare lo stesso. Infatti, medesimo è anche il consenso che produce. Secondo gli analisti, Ed Miliband ha battuto suo fratello David non tanto perché questi fosse più moderato di lui, ma perché ha trasferito al popolo inglese una spinta etica di maggiore intensità, accompagnandola efficacemente ad una seria promessa di riscossa del partito e del Paese. È curioso che, saltando l’ Atlantico, si constata un fenomeno analogo anche negli Stati Uniti. Sorvolando sull’elezione di Barack Obama di due anni fa, che è stata caricata fin troppo da un’ondata di riscossa morale, il popolo statunitense ha salutato il ritorno in pista dei Repubblicani nelle prossime elezioni del 2 novembre con un notevole entusiasmo. Nei contestati ma efficaci Tea Party elettorali, segnati da un riferimento costante all’ethos comunitario tradizionale, Sarah Palin, ritenuta fino a ieri una stelletta ormai al tramonto, ha esposto con successo ampie sezioni del suo manifesto politico, pubblicato integralmente su Facebook, in cui carica di colori etici perfino le cose più banali che i conservatori intendono fare per l’America di domani. Il suo slogan «Pace attraverso la forza e orgoglio americano contro una politica centrata sul nemico» sottende, a ben vedere, una critica severa ai Democratici, ai quali è imputato l’errore di aver legittimato, per l’appunto, i nemici “etici” dell’America, dalla Corea all’Iran, fino a Cuba e al Venezuela. La conclusione che si può ricavare da questi esempi emblematici è una soltanto. La politica può di certo fare a meno dei riferimenti valoriali, ma solo per un breve periodo, perché alla lunga il consenso è legato strettamente alla capacità d’inserire, nei programmi e nelle proposte che vengono offerte agli elettori, prospettive economiche, sociali e strategiche guidate da idee forti e durature sulla persona umana e sul senso del suo futuro. L’etica, infatti, non è una vuota retorica o uno sciocco moralismo: è l’anima culturale profonda che dà combustibile di umanità alla politica, spingendo i cittadini ad impegnarsi e a partecipare attivamente per migliorare la propria esistenza e quella altrui. Alla fine, attualmente non ha più tanta importanza se un leader sia di sinistra o di destra, se sia progressista o conservatore, ma che egli incarni con i suoi gesti, con le sue parole, con la sua capacità di governo e perfino con la sua vita, una prospettiva etica credibilee autentica, cioè non superficialmente legata solo al mantenimento del potere. In definitiva, i cittadini vogliono sapere qual è la verità umana che viene proposta e, soprattutto, chi può attuarla concretamente nel futuro.
fonte: la Repubblica — 11 ottobre 2010
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