Categoria ‘Persone’

Memorandum dei Presidenti di Regione per l’incontro con il Presidente del Consiglio incaricato, Pierluigi Bersani

Mercoledì, 27 Marzo, 2013

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E’ indispensabile ricostituire un rapporto di leale collaborazione istituzionale, fondato sulla partecipazione reale delle Regioni e degli Enti locali al governo del Paese che consenta una vera inversione di marcia rispetto al passato. Un’esigenza ancora più urgente vista la gravità della crisi economica.
Occorre realizzare un cambiamento di approccio nelle relazioni interistituzionali, ridando voce alle Regioni, riformando le sedi di concertazione con il Governo e rivedendo il patto di stabilità interno.
Si ritengono fondamentali le seguenti cinque tematiche da cui partire per il confronto:

1. Sanità

Va ribadita la posizione unanime già rappresentata all’attuale Governo:
1.1. Fondo Sanitario Nazionale 2013: è indispensabile ricostituire almeno il finanziamento del FSN 2012 ossia eliminare il taglio di un miliardo in valore assoluto ( FSN 2013: 106.824 mln; FSN 2012: 107.880 mln)
1.2.Patto per la salute: occorre procedere ad un lavoro di confronto per una vera “spending Review” che non porti a tagli lineari, ma che si basi su un percorso di verifica dei costi reali, di contrasto agli sprechi, con la definizione dei costi standard. Diversamente non ci sarebbero le condizioni per un nuovo Patto per la Salute e ci si troverebbe in una situazione di default in tutte le Regioni, con una ricaduta diretta e grave sul prelievo fiscale.

2. Crescita

E’ fondamentale un allentamento dei vincoli europei e nazionali in modo da consentire l’attivazione di investimenti sui territori:
2.1 rifinanziamento ammortizzatori sociali in deroga;
2.2 fondi europei (rilancio del Mezzogiorno e cofinanziamento fuori patto di stabilità);
2.3 pagamenti alle imprese e accesso al credito;
2.4 aspetti relativi alla finanza regionale e locale;
2.5 trasporto pubblico locale: fondo unico e capacità di indebitamento;

2.6 politiche attive del lavoro e apertura del mercato.

3. IMU, TARES, IRAP, IVA

E’ indispensabile rivedere il sistema di tassazione indiretta e sulle imprese per non arrivare ad una emergenza sociale

4. Riforme istituzionali

E’ opportuno pervenire ad una “Convenzione” con la partecipazione di Regioni ed Enti locali che consenta di realizzare le riforme istituzionali indispensabili per il Paese:
4.1. Senato federale;
4.2 riduzione del numero dei parlamentari;
4.3 nuova governance locale.
5. Riforma della concertazione Governo Regioni
In relazione a questo riassetto istituzionale va rivisto il sistema delle conferenze: Conferenza Stato-Regioni, Conferenza Unificata.

Roma, 26 marzo 2013

Grazie

Martedì, 12 Febbraio, 2013

joseph_ratzinger_bambino.jpgGrazie, Maestro, che insegni a rovesciare la realtà. Non attaccandola. Grazie, Maestro, che con un atto rivoluzionario - che provoca immenso dolore in spirito e corpo - rifondi la “Città” su una nuova pietra. Grazie, Maestro, che lasci il potere insegnando a smettere di perseguire il potere. Grazie, Maestro, contenuto dalla Potenza, che insegni a coltivare la potenza.

Sant’Agostino

Venerdì, 2 Novembre, 2012

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“Se mi ami non piangere!
Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo,
se tu potessi vedere e sentire quello che io vedo e sento
in questi orizzonti senza fine,
e in questa luce che tutto investe e penetra,
tu non piangeresti se mi ami.
Qui si è ormai assorbiti dall’incanto di Dio,
dalle sue espressioni di infinità bontà e dai riflessi della sua sconfinata bellezza.
Le cose di un tempo sono così piccole e fuggevoli
al confronto. Mi è rimasto l’affetto per te:
una tenerezza che non ho mai conosciuto.
Sono felice di averti incontrato nel tempo,
anche se tutto era allora così fugace e limitato.
Ora l’amore che mi stringe profondamente a te,
è gioia pura e senza tramonto.
Mentre io vivo nella serena ed esaltante attesa del tuo arrivo tra noi,
tu pensami così!
Nelle tue battaglie,
nei tuoi momenti di sconforto e di solitudine,
pensa a questa meravigliosa casa,
dove non esiste la morte, dove ci disseteremo insieme,
nel trasporto più intenso alla fonte inesauribile dell’amore e della felicità.
Non piangere più, se veramente mi ami!”

La politica, i capricci e le favole

Lunedì, 24 Settembre, 2012

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Rivolgendosi al Comitato Esecutivo dell’Internazionale Democratico-Cristiana, sabato mattina Benedetto XVI ha citato San Paolo, quando mette in guardia il discepolo Timoteo dal «giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole». (2 Tm 4,3) Quel giorno, di cui scriveva l’Apostolo duemila anni fa, è presente.  Non ci mancano cattivi maestri, sempre pronti a secondare i capricci di chi non vuole vedere, non vuole ascoltare, non vuole toccare con mano la realtà della vita della persona e del popolo - quella segnata dalla crisi finanziaria globale, con cui facciamo i conti tutti i giorni - esimendosi dall’assumere «con realismo, fiducia e speranza le nuove emergenti responsabilità», aggiunge il Papa. Una realtà, «la cui complessità e gravità giustamente preoccupa», che deve essere anzitutto assunta come il luogo della ragione politica – la sua ragion d’essere, fatta di «realismo, fiducia e speranza» – prima di diventare l’oggetto di una strategia politica, un progetto o un programma. Un infantilismo politico continua a serpeggiare tra le fila dei partiti, capriccioso e miope, istintivo quanto irresponsabile (la politica autoreferenziale e tesa all’autoconservazione di cui, nello stesso momento, parlava il Cardinale Scola a Milano), che vuole quello che vuole e non cerca quello che desidera, che è all’altezza del cuore dell’uomo e, dunque, al centro della politica. A cavalcare l’onda capricciosa che agita le acque della politica italiana ed internazionale ci stanno provando diversi “maestri”, costruendo favole che avvolgono e stravolgono la realtà in una nuvola densa e scura e sollecitano le corde dell’emozione, del (ri)sentimento e della rabbia individuale e collettiva, della delusione, dell’illusione o dello scoraggiamento.

Sono così «purtroppo molte e rumorose le offerte di risposte sbrigative, superficiali e di breve respiro ai bisogni più fondamentali e profondi della persona», ben lontane – prosegue Papa Ratzinger – dall’«assumere come centrale ed imprescindibile la ricerca del bene comune, rettamente inteso, come pure la promozione e la tutela della inalienabile dignità della persona umana». Se la crisi nasce dall’avere trascurato «gli interessi più vitali e delicati della persona», la ripresa deve partire dalle «scelte fondamentali inerenti in senso della vita e la ricerca della felicità». Non si affronta efficacemente una crisi se non si scoprono le sue radici profonde, se non si toglie la terra arida e avvelenata che le circonda e la si sostituisce con del buon terreno, fertile e irrigato, capace di ridare vitalità all’albero della vita dell’uomo e della società.

Prima ancora di un difetto di merito, le proposte politiche che stanno affiorando nel nostro Paese e circolano in Europa sono povere di metodo, e, per questo, senza genialità e prive di nerbo, incapaci di incidere nella realtà. Più precisamente, il metodo che assumono non è dettato dall’oggetto in questione – l’uomo, la sua vita e la trama di relazioni personali di cui essa è intrecciata – ma dalla conquista di un consenso finanziario, economico ed elettorale. Ci si limita «a rispondere alle urgenze di una logica di mercato», osserva il Papa. Una politica che va dietro al mercato dei soldi, della produzione e dei consumi, ed è al rimorchio dei sondaggi sul voto dei cittadini non potrà assumersi pienamente il compito di governare cui ambisce, perché governata da interessi alieni al bene della persona e del popolo che è chiamata a servire.
E’ il tempo della persona, della famiglia e della società. La persona esige «il rispetto della vita in tutte le sue fasi, dal concepimento fino al suo esito naturale, con conseguente rifiuto dell’aborto procurato, dell’eutanasia e di ogni pratica eugenetica». Un impegno che si intreccia «con quello del rispetto del matrimonio, come unione indissolubile tra un uomo e una donna e come fondamento a sua volta della comunità di vita familiare […], il principale e più incisivo luogo educativo della persona, attraverso i genitori che si mettono al servizio dei figli per aiutarli a trarre fuori (“e-ducere”) il meglio di sé. La famiglia, cellula originaria della società, è pertanto radice che alimenta non solo la singola persona, ma anche le stesse basi della convivenza sociale». Ad una politica che si esaurisce nella ragione di Stato e dei rapporti tra gli Stati, Benedetto XVI prospetta un ritorno alla radici della soggettività antropologica e giuridica, della comunità e del diritto nazionale ed internazionale: la persona, la famiglia e la società.

Richiamando i politici alla responsabilità della «della difesa e della promozione della dignità della persona umana», che spetta a tutti ma «concerne in modo particolare quanti sono chiamati a ricoprire un ruolo di rappresentanza», il Papa, citando il Concilio Vaticano II, affida ai cristiani che si assumono questo ruolo il compito «di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza».

Ragioni di vita e di speranza non si trasmettono attraverso favole demagogiche che distolgono gli occhi e la mente dalla realtà (anche se dura come un sasso, con essa ci dobbiamo misurare ogni istante) per proiettare l’immaginario individuale e collettivo su uno scenario futuro costruito a tavolino. Così si illude e si delude soltanto, si fa del male. Solo dove c’è vita c’è speranza, perché la speranza è una certezza per il futuro che ha il suo fondamento in una vita che c’è adesso, come diceva San Tommaso. Non potremmo sperare nulla per il domani nostro, dei nostri figli e dei nostri amici, per quello di tutti gli uomini e le donne, se non avessimo una buona ragione per vivere oggi, pur dentro alla fatica dei tempo presente.

Ai politici il Papa ha augurato «entusiasmo e decisione nell’impegno personale e pubblico» e li ha esortati «a realizzare tutte le possibilità di bene di cui sono capaci». Ma chi o che cosa può ridestare entusiasmo e decisione personale tra le fila di partiti, associazioni, unioni e sindacati che mostrano sempre più segni di stanchezza, un’astenia politica che li paralizza nella congiuntura storica, fino a far dipendere da essa l’angolo di apertura del desiderio di cambiamento? Solo il riconoscimento di quello che è in atto può generare in potenza ciò che sarà il nostro futuro: quello che più manca è un’esperienza vissuta, amata e testimoniata di un cambiamento possibile perché già iniziato. Il cristianesimo è questo: un germe di vita nuova e, dunque, di speranza che è presente in noi e opera attraverso di noi per realizzare un bene per tutti. Bonum diffusivum sui est, dicevano gli scolastici: il bene che esiste è contagioso.

Alla politica e a coloro che la coltivano con passione non chiediamo di prometterci un futuro a partire da un presente che non c’è, ma di lavorare insieme per trasformare le solide ragioni di vita e di speranza che già abbiamo in una possibilità per tutti, per costruire una polis, una città a misura piena del desiderio della persona, del bene della famiglia e della vita comune della società.
 

autore: Roberto Colombo

fonte: ilsussidiario.net

L’Abruzzo guarda a Israele per migliorare il servizio sanitario regionale e modernizzare l’offerta sul territorio.

Venerdì, 31 Agosto, 2012

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L’Abruzzo guarda a Israele per migliorare il servizio sanitario regionale e modernizzare l’offerta sul territorio. È di questo che l’8 agosto scorso, a L’Aquila, l’ambasciatore di Israele in Italia, Naor Gilon, ha discusso con Gianni Chiodi, governatore della Regione Abruzzo. Nell’agenda dell’incontro la presentazione del modello sanitario israeliano agli amministratori abruzzesi, e l’avvio di una collaborazione che punta a migliorare, attraverso la condivisione di conoscenze ed esperienze, le prestazioni offerte ai cittadini.

L’evoluzione del servizio sanitario in Israele

di Germano Salvatorelli*
All’inizio del XIX secolo malattie come la dissenteria, la malaria, il tifo e il tracoma erano endemiche nella Terra d’Israele, una regione periferica e di scarsa considerazione da parte del governo dell’Impero Ottomano.
Al fine di fornire servizi sanitari per la popolazione ebraica di Gerusalemme un certo numero di cliniche create dalle comunità ebraiche europee avevano fornito servizi medici gratuiti per chi era incapace di pagare tali servizi. Queste cliniche si erano successivamente espanse per diventare ospedali capaci di offrire servizi utilizzando tecnologie mediche avanzate per l’epoca (Bikur Holim 1843, Misgav Ladach 1888, Shaare Zedek 1902).
L’Hadassah Medical Center di Gerusalemme, con scuole di medicina, infermieristica e due moderni ospedali, fu istituito nel 1913 dall’Hadassah Women’s Zionist Organization statunitense. Il sistema sanitario, che includeva una rete di servizi medici per la prevenzione, la diagnosi e il trattamento delle malattie, continua anche durante il periodo del mandato inglese (1918-1948). Alla nascita dello Stato di Israele funzionava quindi una infrastruttura medica ben sviluppata capace di ulteriori evoluzioni.
Attualmente Israele possiede un servizio sanitario di alta qualità per quanto riguarda le risorse e la ricerca, moderne strutture ospedaliere e un buon rapporto di medici e specialisti rispetto alla popolazione.
Questa situazione ottimale si riflette nella bassa mortalità infantile (4,6 ogni 1000 nascite) e una lunga aspettativa di vita (82,3 anni per le donne e 78,3 per gli uomini).
Le cure mediche sono estese per legge a tutti dall’infanzia alla vecchiaia e, le spese per la salute (8,2% del bilancio dello stato), sono comparabili a quelle degli altri stati più sviluppati.
La popolazione può quindi contare su ospedali, ambulatori e centri per la medicina preventiva e la riabilitazione.
I servizi ospedalieri includono procedure e tecniche avanzate quali la fecondazione in vitro, chirurgia cerebrale, trapianto di midollo osseo e di organi.
Sono inoltre presenti centri per le donne durante la gravidanza e per i bambini dalla nascita alla prima infanzia, che offrono anche servizi di esami prenatali, diagnosi precoce di malattie mentali e fisiche, vaccinazioni, visite di controllo pediatrico ed educazione sanitaria.
La responsabilità per tutti i servizi è del Ministero della Salute che prepara la legislazione e sovraintende al suo adempimento. Esso controlla anche lo standard medico nazionale, mantiene standard per la qualità del cibo e delle medicine, promuove la ricerca medica, valuta i servizi sanitari e sovraintende alla pianificazione e alla costruzione di ospedali.

Il Ministero agisce anche come un’agenzia di sanità pubblica anche per quanto riguarda l’ambiente e la medicina preventiva.
In Israele circa 27000 medici esercitano la loro professione come membri di staff ospedaliero e degli ambulatori, o come liberi professionisti.
Esistono 4 Facoltà di Medicina, 2 di Odontoiatria, 1 di Farmacologia e circa 20 scuole per infermiere 4 delle quali rilasciano un titolo accademico. Sono inoltre disponibili Corsi per Fisioterapisti, Terapisti delle Malattie Professionali, Nutrizionisti, Tecnici di Radiologia e Tecnici di Laboratorio.
Precedentemente al 1995 l’assicurazione malattia era volontaria, circa il 95% della popolazione era assicurata con una delle Health Maintenance Organizations (Clalit 54,3%, Maccabi 23,1%, Meuhedet 12,5% e Leumit 9,8%) e il “paniere” dei servizi non era chiaramente definito. Dal 1995, data di emissione della Legge di Assicurazione Nazionale per la Salute (NHI), il Sistema Sanitario Israeliano, che è stato esteso al 100% della popolazione si basa su 3 livelli di assicurazione sanitaria, la così detta piramide.

La base della piramide è gestita dallo Stato e copre praticamente il 100% della popolazione. Il Governo finanzia i servizi sanitari attraverso una quota capitaria basata sull’età e i fornitori dei servizi sono le quattro HMO (Health Maintenance Organizations) più il Ministero della Salute che inoltre supervisiona e fornisce assistenza geriatrica, psichiatrica e servizi di prevenzione. Viene assicurato a tutti gli israeliani un Basic Basket of Service che include: visite mediche, servizi diagnostici e di laboratorio, servizi paramedici quali terapia fisica e logopedia, servizi di riabilitazione, l’ospedalizzazione incluso il parto e la prescrizione di farmaci.
La maggior parte dei servizi richiede un co-pagamento che varia da 7NIS per il medico di famiglia a 23NIS per visite ambulatoriali in ospedale.

Il secondo livello è assicurato dalle quattro HMO non profit che forniscono i servizi direttamente o attraverso privati che hanno contratti con queste organizzazioni.
Le HMO forniscono differenti contratti assicurativi di servizi supplementari quali visite specialistiche, consulti con liberi professionisti, servizi odontoiatrici, interventi chirurgici all’estero e medicina alternativa (chiroteapia, omeopatia, ecc).

La punta della piramide è coperta da assicurazioni private e anche i servizi sono forniti da privati.
L’assicurazione sanitaria privata copre operazioni costose, trapianti, trattamenti salva-vita in Israele e all’estero, gravi malattie e terapie a lungo termine. Estende anche la propria attività per persone incapaci delle normali attività quotidiane (compreso l’Alzheimer) e che necessitano di assistenza in servizi residenziali o a domicilio.

In Israele sono presenti:
• 29 ospedali per complessivi 14200 posti letto
• 21 ospedali psichiatrici per complessivi 3150 posti letto
• 272 ospedali per malati cronici per complessivi 18200 posti letto

La politica generale è quella di diminuire i ricoveri ospedalieri e di aumentare l’efficienza degli ambulatori.
Ne consegue un basso rapporto tra numero dei letti e popolazione (2,2 letti per 1000 persone), una bassissima media annua di degenze (4,1 giorni a persona) e un’alta percentuale di letti occupati (99%). Per quanto riguarda la salute mentale è stato sancito il diritto legale alla terapia e una migliore integrazione fra cure fisiche e mentali. Viene inoltre favorito lo “shift” dall’ospedale ai servizi di comunità psichiatriche.

Nel caso dei servizi geriatrici, sono stati sviluppati appositi centri con personale specializzato. Si intende migliorare le cure geriatriche incrementando la qualità dei servizi medici e realizzando un servizio di outsercing nel settore privato, aggiungendo l’assicurazione per il ricovero da parte delle HMO.

Il Servizio Sanitario Israeliano prevede anche tre approcci col paziente del tutto innovativi.
1. Servizio infermiere/medico On Call.
Questo servizio offre l’accesso telefonico immediato 24 ore dei pazienti verso infermieri / medici comprendenti:

- Consigli di emergenza medica.
- Invio di mezzi di emergenza medica.
- Informazione medica non di emergenza.
- Counseling medico non di emergenza.
- Consigli medici generali non di emergenza.

2. Servizio Web
Il servizio web è un servizio integrato per i pazienti che permette l’accesso alla cartella clinica personale ed informazioni mediche riguardanti:
- Recupero di risultati di laboratorio
- Situazione sanitaria personale
- Fattori di rischio cardiaco
- Dieta & nutrizione
- Lista personale di farmaci
Offre inoltre un knowledge base con servizi di applicazione amministrativa come:
- Programmazione, Contabilizzazione & Assicurazione

Il Servio Web offre inoltre gestione di appuntamenti e offerta di informazioni quali:
- Web e SMS per la gestione di appuntamenti
- Management di programmi di lavoro di medici e ambulatori
- Software per la programmazione rapida CSR
- SMS di promemoria per ridurre i “No Show”
- Creazione di “Knowledge Base”

3. Servizio di Tele-medicina
Permette l’implementazione e l’integrazione di informazione della di Cartella Clinica per pazienti con altri sistemi sanitari ed è atto a migliorare:
- Qualità dell’assistenza
- Riduzione degli errori
- Riduzione dei costi amministrativi
- Migliore uso del tempo dei professionisti
- Riduzione della ripetizione dei test
- Riduzione dei ricoveri ospedalieri
- Riduzione della durata del ricovero
- Migliore efficacia e qualità delle cure
- Migliore qualità di vita

Nel campo delle cardiopatie coronariche, ad esempio, sulla totalità dei pazienti che si presentano in pronto soccorso per dolore toracico, il 60% viene ricoverato ma solo il 20% di questi pazienti ha realmente subito un infarto del miocardio.
È tuttavia possibile, utilizzando appositi dispositivi di costo relativamente basso e di facile utilizzo, eseguire a domicilio, da parte dei pazienti in caso di sospetto infarto, un ECG e un esame ematico di markers di danno miocardico (troponina-I e mioglobina).
Questi esami possono essere trasmessi via telefono o web ad un centro capace di fare rapidamente diagnosi di infarto e provvedere tempestivamente all’invio di un’ambulanza. In caso di infarto è da ricordare che dopo 4 ore i danni al miocardio divengono irreversibili e quindi la velocità di intervento gioca un ruolo fondamentale sulla prognosi. Se gli esami risultano negativi il centro ha il compito di rassicurare il paziente.
Questa rete di servizi di tele-medicina è attualmente in uso negli USA, in Germania ed in Israele e ciò a si che anche in questo campo la medicina israeliana si ponga all’avanguardia per quanto riguarda una medicina di tipo innovativo e quindi di maggior efficacia.
 

fonte: Associazione Medica Ebraica

Eliminate Formigoni!

Mercoledì, 1 Agosto, 2012

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di Gianfranco Amato  

Eliminate Formigoni! L’ordine è partito da tempo. Micidiale. Come quelli lanciati da Lavrentij Pavlovic Berija, il potentissimo capo della polizia segreta stalinista, un cinico e crudele confezionatore di falsi dossier, esperto nell’arte raffinatissima di rimestare nel fango, utilizzare il braccio armato dei pubblici ministeri e dirigere sapientemente l’informazione giornalistica. Nonostante siano trascorsi più di settant’anni, i metodi, mutatis mutandis, non sembrano essere passati di moda. I mandanti, invece, non appaiono sempre facilmente identificabili, e amano agire nella penombra. Scherani e sicari, al contrario, non hanno paura di mostrarsi pubblicamente e di porre la propria firma sotto il corsivo di un quotidiano che conta.

Quattro sono i buoni motivi per eliminare il Presidente della Regione Lombardia.
1) Formigoni (nella foto con il Presidente dell’Abruzzo Gianni Chiodi) per ben quattro volte si è sottoposto al giudizio elettorale del popolo, e per tutte le quattro volte è stato acclamato vincitore con percentuali di consenso inossidabili. Tutto ciò appare inaudito e inconcepibile per chi, come ai tempi di Berija, nutre un profondo disprezzo per il popolo, salvo poi ergersi a suo paladino e tutore. Del resto, lo stesso Berija presiedeva il Commissariato del Popolo per gli Affari Interni (NKVD), l’organismo che vigilava, sorvegliava e difendeva la sicurezza del popolo. Con i metodi ben noti.

2) Formigoni guida una Regione che è considerata, anche dai nemici, seppur obtorto collo, un modello d’eccellenza. E’ bravo, forse il migliore, e inattaccabile dal punto di vista della gestione amministrativa, brillando, tra l’altro, in uno dei settori più delicati e più importanti per il bene comune, qual è quello della sanità. Per questo è odiato. Evidenzia disfunzioni altrui, costituisce un parametro di valutazione, introduce criteri meritocratici nella pubblica amministrazione, in un ambito, cioè, in cui essi sono stati da sempre banditi per colpa di una cultura di sinistra egualitaria e stracciona. Anche in questo odio i nemici di Formigoni scimmiottano i metodi del loro antico maestro Berija, noto per il disprezzo nei confronti di tutti coloro che riuscivano ad emergere per intelligenza, carattere, cultura.

Al momento giusto arrivava sempre un dossier, un pubblico ministero, la Pravda, un processo farsa e, olé, il gioco era fatto. Una vittima illustre fu Grigory Ordzhonikidze, dirigente che si distinse dagli altri leader del Cremlino, ridotti a grigi burocrati e meri esecutori degli ordini di Stalin, perché intelligente, sincero, con tendenze democratiche, leale verso i compagni e avversario feroce di ogni forma di menzogna l’ipocrisia. E’ finito stritolato dagli intrighi e le macchinazioni del NKVD.

3) Formigoni ha tutti i numeri per assumere un ruolo politico preminente a livello nazionale. E ciò è ritenuto pericolosissimo dai suoi nemici, perché il Presidente della Lombardia sarebbe perfettamente in grado di interpretare e rappresentare quel Volksgeist cattolico, mortalmente inviso alle potentissime lobby del politically correct. Per questo deve fare la fine che Lavrentij Pavlovic Berija destinava a tutti coloro che minacciavano di fare ombra al Capo.

4) Formigoni è un cattolico in fasce, anzi un embrione di cattolico, se il parametro dell’essere “adulti” è costituito dal soi-disant cattolicesimo democratico in salsa prodiana dell’onorevole Rosy Bindi. Formigoni è un papista, uno che crede davvero nei ratzingeriani valori non negoziabili, uno che prende sul serio il Magistero della Chiesa Cattolica, uno capace di difendere la vita, la famiglia e la libertà d’educazione, uno che ha ripescato il concetto di sussidiarietà dal vocabolario ottocentesco di Leone XIII, uno che ha attaccato le unioni gay invitando i cattolici del PD ad uscire dal partito, uno che ha pensato di vivere la propria fede in modo integrale e totalizzante al punto di far parte dei Memores Domini.

Insomma, una bestemmia per quel groviglio di interessi e poteri che va dal mondialismo economico all’europeismo massonico, dal radicalismo chic all’anticlericalismo politicamente corretto, dallo statalismo accentratore all’assistenzialismo paternalista, dalle lobby eugenetiche agli interessati imprenditori della dolce morte, dai potentissimi gruppi omosessuali alle consorterie libertarie anticristiane. Tutti uniti da un unico comune denominatore: l’odio viscerale verso tutto ciò ha il vago sentore di cattolico. Del resto, per tornare al passato, nella sistematica persecuzione della religione come “oppio dei popoli”, il nostro Berija si distinse per il particolare accanimento contro «il cattolicesimo romano papista».

La lotta contro la Santa Sede divenne oggetto di un vero e proprio piano strategico del NKVD, in cui si evidenziava il «carattere reazionario, antipopolare dei Vescovi romani», bollati come «anticristiani, antidemocratici e antinazionali». Stalin in persona, nel dicembre 1943, chiese a Berija un rapporto dettagliato sulla «situazione delle Chiese cattolico-romane» nel territorio sovietico, stabilendo che di esse avrebbero dovuto occuparsi gli Agenti dei Servizi di sicurezza e il Soviet per gli Affari dei culti religiosi, appositamente costituito nella successiva estate del 1944.

Quello che sta accadendo oggi a Roberto Formigoni non può non interrogare la coscienza di tutti i cattolici italiani.

Sta a loro scegliere. Possono decidere di difendere l’unica esperienza politico-istituzionale del nostro Paese in cui si opera con successo per il bene comune, e si consente uno spazio culturale a quei principi e a quei valori in cui gli stessi cattolici si riconoscono. Oppure, possono decidere di capitolare, consegnando quell’esperienza a chi fino ad oggi ha dimostrato una disastrosa capacità di gestione, ma soprattutto a chi oggi sta attuando a tappe forzate una vera e propria kulturkampf contro quei principi e quei valori in cui gli stessi cattolici si riconoscono.

Non c’è molto tempo per reagire, e questo è uno di quei momenti storici in cui tutti sono chiamati a fare una chiara e netta scelta di campo. Ciò che è in gioco è infinitamente più grande del destino personale e politico di Roberto Formigoni.
Chiudo con un’esperienza personale. Nel 2007 mi trovavo a Londra invitato ad un convegno pro-life in cui vi erano persone provenienti da varie parti d’Europa. Con mia somma sorpresa, molti dei presenti cominciarono a chiedermi di Mister Formigoni.

Lì per lì non riuscivo a comprendere il motivo della notorietà internazionale del Presidente della Lombardia in quel contesto, fino a quando qualcuno cominciò ad esternarmi la sua piena ammirazione nei confronti di un governatore che era riuscito a far approvare un regolamento per dare sepoltura e funerale ai corpi straziati dei bimbi abortiti. Per loro una tale idea era fantapolitica. Continuavano a ripetermi: «How lucky you are to have such nice politicians», come siete fortunati ad avere simili politici in Italia. Simon Calvert del Christian Institute mi confessò che da loro, in Gran Bretagna, uno come Formigoni non avrebbe potuto sopravvivere politicamente più di un quarto d’ora.

Da noi ha resistito per quasi vent’anni, e ora vorrebbero farlo uscire di scena, senza la fisiologia del voto democratico, ma semplicemente con un golpe mediatico-giudiziario a suon di dossier appositamente confezionati, nel miglior stile di Lavrentij Pavlovic Berija.
Non consentiamoglielo. Anche perché i cristiani d’Europa ci guardano, e non meritano di essere delusi.

fonte: culturacattolica.it

Don Mazzolari, ai suoi parrocchiani, quando entravano in Chiesa, chiedeva di togliersi il cappello, non di levarsi il cervello.

Giovedì, 21 Giugno, 2012

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di Aldo Maria Valli - Vaticanista TGUNO

Il Papa è triste. Il Papa è affranto. Il Papa piange. Solerti comunicatori vaticani fanno a gara nel farci sapere quanto sta male il Papa a causa delle fughe di notizie dal suo appartamento. Possiamo capirlo. Ma non una parola sul contenuto dei documenti trafugati. Leggere la posta degli altri non sta bene, d’accordo. E spifferarla ai giornali sta ancora meno bene, d’accordissimo. Ma vogliamo dire qualcosa anche a proposito del contenuto dei documenti usciti dai sacri palazzi? Possibile che, di fronte all’evidenza delle carte, nessuno provi un po’ di vergogna? I fatti dicono che sul tavolo del papa arriva di tutto, e che in Vaticano uno degli sport più praticati è l’affarismo. Tutto questo deve passare sotto silenzio? E poi vogliamo parlare del linguaggio usato da questi curiali? Diciamolo francamente: è insopportabile e fa venire la nausea. Tutto il contrario della schiettezza evangelica. Nessuno ha smentito quanto rivelato dal libro di Nuzzi. Questo è il punto. E se nessuno ha smentito vuol dire che quei testi sono veri. Vuol dire che l’appartamento papale è davvero il terminale di intrighi, ripicche, complotti, furbate più o meno riuscite. Vuol dire che il cuore della Chiesa è gravato da queste miserie, da queste meschinità. Anche a noi spiace per il Papa. Ma il dispiacere per lui non deve indurci a nascondere la verità, anzi. Qui c’è una macchina curiale che non funziona, che produce per lo più sporcizia, che ingombra il tavolo del papa, del successore di Pietro, di cartacce che andrebbero gettate direttamente nel cestino e nemmeno degnate di uno sguardo. Lo schema di potere che ne emerge è fatto di raccomandazioni, di untuose richieste, di giochi e giochini tutti fondati sull’opportunità, se non sull’opportunismo, e non sulla verità. Leggendo il libro Sua santità sono rimasto particolarmente colpito dalla lettera inviata dalla guida di Comunione e Liberazione, don Julian Carron, per raccomandare al Papa l’elezione di Angelo Scola ad arcivescovo di Milano. Carron poteva benissimo sostenere la candidatura Scola, ma il fatto è che per appoggiare il suo amico distrugge a randellate gli episcopati di Martini e Tettamanzi con un livore e una mancanza di oggettività storica che lasciano sbigottiti. Per trovare un documento pieno di verità bisogna rifarsi alla missiva indirizzata al Papa dal superiore dei gesuiti, padre Adollfo Nicolas, uomo davvero specchiato, che per esprimere il suo disagio trova una formula intelligente. Non volendo offendere il Papa, evita di esprimere in prima persona le sue valutazioni, ma lascia che parlino due laici, due benefattori della Compagnia di Gesù, i quali mettono coraggiosamente il dito nelle tante piaghe della Chiesa. I due, con dolore, fanno presente al Papa il numero crescente di fedeli che si allontanano dalla Chiesa gerarchica non riconoscendosi più in essa, dicono apertamente che in Europa vengono spesso nominati vescovi incapaci e ben poco santi, denunciano la “paura paralizzante” che regna tra i funzionari vaticani e il ruolo “centrale” giocato dal denaro per molti esponenti della stessa curia. Infine chiedono: “Dov’è la forza per combattere nella curia la tentazione del potere? Dove sono l’umiltà e la libertà donate dallo spirito?”. “Devo dire – commenta il padre Nicolas – che condivido le loro preoccupazioni e che sono molto edificato dal fatto che questi fedeli laici prendano così sul serio la responsabilità di fare qualcosa per la Chiesa”. Ecco, queste sono le questioni sulle quali bisognerebbe interrogarsi. Ma nel dibattito di questi giorni, seguito allo scandalo della fuga di notizie, non c’è la minima traccia di una riflessione in proposito. Si preferisce tuonare contro il povero maggiordomo infedele e lanciare la caccia alle streghe. Si preferisce compatire il Papa piangente. Mai che si entri nel merito delle questioni sollevate. Dove si pensa di arrivare per questa via? Dove si pensa di approdare chiedendo sempre e comunque obbedienza senza mai interrogarsi sui mali di una Chiesa che proprio nei suoi vertici mostra tanta corruzione interiore? La magistratura vaticana farà le sue indagini e approderà alle sue conclusioni, ma a questo punto ciò che conta è ben altro. Mentre i presunti difensori del Papa invitano a non comperare il libro di Nuzzi, chi ha sete di verità deve chiedere che un dibattito sia avviato circa i contenuti del libro. Questo si potrebbe fare se nella Chiesa ci fosse un’opinione pubblica. Ma da troppo tempo i cattolici hanno perso l’abitudine al confronto e all’elaborazione di un pensiero originale. Diceva don Mazzolari che lui, ai suoi parrocchiani, quando entravano in Chiesa, chiedeva di togliersi il cappello, non di levarsi il cervello. Oggi i cappelli non si portano più, ma anche i cervelli se la passano male.

fonte: “Mosaico di Pace” - giugno 2012

“Gli affaristi che stanno dietro al Corriere della Sera sono immacolati? Il padrone di Repubblica ha la coscienza a posto?”.

Mercoledì, 13 Giugno, 2012

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E’ uscito un mio libro intervista a Ettore Bernabei e Tempi l’ha ben recensito. Perché l’ho scritto? Semplice: perché Bernabei è il tipo di cristiano di cui il nostro mondo ha bisogno. Si dice che le cattedrali medievali siano state costruite dalla fede, osserva Gilson, ma anche dalla geometria: fede e geometria, professionalità e preghiera. Il laico cristiano, oggi più che mai, deve camminare su due gambe: da una parte la gamba della preghiera, dei sacramenti, della preparazione teologica e della lettura del Vangelo, dall’altra la gamba del lavoro ben fatto, per amore di Dio, e dell’attività professionale come servizio. A un cristiano così si può dire: vai! Non avere paura dei giacobini e dei puritani che vogliono bloccarti col pretesto che anche tu porti i segni del peccato originale. Guardali negli occhi e dì loro: che diritto avete di indagare sulla mia vita e scagliare pietre? Chi siete? “Scagli la prima pietra chi è senza peccato” è stato detto. E voi sareste senza peccato? Basta con i lanzichenecchi che girano per il nostro Paese usando come spingarda la diffamazione a mezzo stampa nei confronti dei cattolici e della Santa Sede! Gli affaristi che stanno dietro al Corriere della Sera sono immacolati? Il padrone di Repubblica ha la coscienza a posto? Non mi risulta, e così per gli altri. Perché questo gioco al massacro? Cosa volete? un Paese affamato e senza guida affidabile? Se verranno a mancare i cristiani, lo avrete. L’unica speranza sta in chi sa pregare e lavorare.

autore: Pippo Corigliano

E’ Roma il cuore dell’Europa.

Lunedì, 7 Maggio, 2012

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di Pigi Colognesi* 

Anno Domini 452. L’impero romano d’Occidente, ufficialmente cristiano, ha da poco subito lo shock della devastazione di Roma a opera dei Visigoti di Alarico e ora si trova di fronte al pericolo ben più grave dell’immane esercito di Attila, gran khan degli Unni. Egli ha saccheggiato gran parte delle terre germaniche e della Gallia.

In verità due città sono sfuggite alla devastazione delle sue orde: Parigi e Orléans. La prima è stata salvata dalla preghiera di una monaca: santa Genoveffa. È lei che ha sostenuto i parigini durante l’assedio e li ha incitati alla preghiera fiduciosa. Sembra che il capo unno abbia risparmiato la città per qualche segno malaugurate che ha colpito la sua vivace superstizione, ma per tutti gli abitanti della città sulla Senna è stata l’invincibile speranza di Genoveffa a fermare i barbari. A Orléans è ancora un santo, Aniano, il vescovo della città, il protagonista: organizza la resistenza e invita a non cedere.

Gli Unni alla fine, per il sopraggiungere dell’esercito romano, devono ritirarsi. Poco dopo vengono sconfitti dalle truppe del generalissimo romano Ezio nella battaglia dei Campi Catalaunici. Ma è una sconfitta non definitiva. Ben presto si riorganizzano e puntano sull’Italia, al cuore dell’impero. Distruggono Aquileia e decine di altre città e si avviano senza incontrare rilevanti ostacoli verso Roma. I romani sono terrorizzati: la fine della civiltà cristiana sembra imminente.

Mentre il popolo prega nelle chiese, i nobili sfoderano il loro presunto realismo: «La religione è bella e buona in tempo di pace, quando tutto procede liscio. Ma in tempi di guerra si deve guardare in faccia alla realtà» dice uno di loro nel romanzo storico di Louis de Vohl Attila, appena pubblicato. È il solito pragmatismo dei fortunati, di quelli che scambiano il realismo con la difesa dei propri interessi e il cristianesimo con una favola che va bene solo fino a quando la realtà non morde con la sua difficile concretezza.

Ma anche a Roma c’è un santo e un grande - sarà chiamato magno - santo: papa Leone. Non ha da opporre ad Attila la forza delle armi, né l’intelligente furbizia della diplomazia o il disincantato scetticismo di chi si arrende. Ha una sicurezza che poggia su una solidità indipendente dai successi immediati o dalla riuscita delle realizzazioni storiche.
È questo il cuore del suo dialogo con lo scoraggiato imperatore Valentiniano III. Il pavido sovrano pensa che non ci sia nulla da fare contro Attila e ritiene che stia per finire la civiltà romana e, con essa, la Chiesa. Ma Leone gli obietta: «Le civiltà vanno e vengono. La Chiesa resta. Se anche Roma venisse rasa al suolo, e, del pari, tutte le città e i villaggi d’Italia, e l’impero stesso, nemmeno allora la Chiesa perirebbe. Nulla di più falso che credere che Chiesa e impero siano congiunti per la vita a per la morte. So che tutti gli imperi della storia sono opera dell’uomo, e quindi perituri come l’uomo; tutti periscono, prima o poi, e ogni volta è la fine di una civiltà, la fine di uno stile di vita, di questa o quella egemonia politica. Cristo è morto per tutta l’umanità, e il nostro dovere è quello di istruire tutti i popoli».
In base a questo autentico realismo Leone trova il coraggio di affrontare personalmente Attila. Non sappiamo come si sia storicamente svolto il colloquio; sta di fatto che dopo aver parlato col vecchio vescovo di Roma Attila ha levato le tende ed è tornato nelle sue terre. Morirà l’anno successivo e il suo gigantesco impero si sfalderà immediatamente. Il realismo di Leone invece durerà e arriverà - carico di insegnamento - a noi oggi.

*fonte: ilsussidiario.net - titolo originale dell’articolo “La politica non salva”.

Venerdì 20 aprile Aurum Pescara Progettare l’Abruzzo 2012

Sabato, 31 Marzo, 2012

Target: IMPRENDITORI, QUADRI E DIRIGENTI DI IMPRESE ABRUZZESI

PER ISCRIVERSI: Associazione Culturale Forgia Pescara

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L’inizio della collaborazione fra MCE e l’Abruzzo coincide con i lavori nella Regione dopo il terremoto del 6 aprile 2009. La scossa di quella primavera e le attività di quell’estate hanno stimolato la cooperazione fra gli ambienti universitari, le iniziative per il rinnovamento della vita politica, spingendo il settore imprenditoriale a migliorare lo scambio di idee per portarle alla pratica. Tale scambio di idee ed esperienze che ormai è diventato permanente, è iniziato nel 2010 con la prima edizione di “Progettare l’Abruzzo”, che ha visto coinvolti imprenditori, ricercatori e docenti universitari.

Alcune attività che si sono svolte a Roma ci hanno permesso di allargare la visuale dei progetti regionali all’ambito nazionale e anche globale. Infatti, sia il convegno di febbraio 2011 (replicato nel 2012) con manager e imprenditori a Roma, che l’incontro “Christian Humanism” presso lo IESE Business School (Barcellona) nell’ottobre 2011, hanno segnato profondamente questa interazione. Per il 2012, l’Associazione Culturale Forgia ha accolto la decisione di MCE di approfondire i legami con l’Abruzzo con un programma più articolato, dal quale trarre anche un riassunto conclusivo da presentare a Washington nel mese di ottobre, durante la terza edizione del convegno in collaborazione con lo IESE.

“Aiutare le piccole aziende a diventare medie poi grandi per fare più innovazione e esprimere maggiore internazionalizzazione è una sfida culturale prima che manageriale molto difficile e qui dobbiamo fare di più e dobbiamo inventare modalità di formazione tecnica e manageriale nuova: penso alla valorizzazjuione degli istituti tecnici superiori dove si costruisce larga parte del nostro sapere applicato al fare, che potrebbero diventare luoghi di vera e propria formazione manageriale e penso a business school tagliate sulle caratteristiche e le dimensioni di aziende medio piccole che forse potrebbero fare molto per accompagnare il nostro capitalismo di stampo familiare verso assetti manageriali più moderni. Tuttavia come dicevo la sfida è in primis di natura culturale e quindi coinvolge tutto il sistema dcell’istruzione e della formazione. Nella scuola, nelle università si può fare di più per far conoscere meglio il mondo dell’economia, per diffondere cultura finanziaria e per sviluppare gusto dell’imprenditorialità e cultura del rischio d’intrapresa”. Corrado Passera, Il Domani d’Italia, Aprile 2011

“La vita imprenditoriale è nata nel Mediterraneo e si basava su salde basi culturali e morali (etiche) che sembravano scontate. La capacità di prendere rischi, creare sistemi di collaborazione per dividerli (mutui, assicurazioni…) sono nate perché le energie personali (le virtù) avevano bisogno di espandersi nella società. Per creare quelle reti di rischio-sviluppo servivano persone che oltre alle basi culturali avessero una marcia in più (forse gli “animal spirits”), quella del regista. Ma il regista deve guardarsi dentro e capire come fare un buon uso – servizio! –  di queste molle interne, che non si sviluppano senza la riflessione e il dialogo con i pari.

Da una parte ci si parla di globalizzazione e attività febbrile e dall’altra di tornare “back to basics” o di scegliere bene le proprie priorità perché “less is more”. Ma la misura giusta non può che venire da noi stessi, e questa misura non dipende soltanto dall’intuizione o dalle opportunità. Dipende da diversi fattori esterni ed interni, ed è su questi secondi che possiamo fare un investimento sicuro: le virtù sono le energie interiori che, unite al ragionamento, ci aiutano a sviluppare meglio le risorse esterne, e contemporaneamente a svilupparci meglio personalmente.

Potresti non capire in cosa consiste lo spread o quali sono i dettagli dei prodotti tossici che si vendono nei mercati finanziari. Ma se non ti fermi a cercare di capire come sei fatto, è molto probabile che neanche i dettagli della tecnica finanziaria ti servano a vivere meglio. Le virtù sono le risorse interne che ci aiutano ad essere migliori, a sfruttare meglio la nostra personalità come imprenditori, come manager e anche come cittadini e membri di una famiglia”. Prof. Juan Andrès Mercado

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