Lectio magistralis di Massimo D’Alema sul tema della “Governance Globale” parte 3/3 (fine)

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Quali sono i temi dell’Agenda globale? Quali sono, cioè, i temi su cui si misura il multilateralismo che noi vogliamo sia più efficace? E’ chiaro che le istituzioni globali non possono fare tutto: l’idea di una global governance che si basa sulla creazione di un supergoverno mondiale accentratore è senz’altro sbagliata e costituisce un disegno velleitario poco realistico. A tutti i livelli, innanzitutto a livello globale, deve valere il principio di sussidiarietà, secondo cui le decisioni vanno prese il più possibile vicino ai cittadini, mentre a livello globale bisogna ricercare le sole scelte volte ad affrontare le grandi sfide globali. Il core di questa agenda comprende i problemi e le minacce che non possono essere risolti a livello nazionale.
E vi sono, a mio giudizio, quattro aree chiave nell’Agenda globale: le nuove minacce alla sicurezza (anzitutto terrorismo e proliferazione nucleare); il tema dell’energia e della tutela dell’ambiente; l’esigenza di una riduzione delle disuguaglianze e di una lotta alla povertà che non può essere affrontata solo su scala nazionale; e, infine, la gestione dei grandi flussi migratori.

Terrorismo, proliferazione nucleare e stati “critici” rappresentano una triade di minacce che per semplificare tendiamo ad associare, ma che si possono anche presentare separatamente. Si tratta soprattutto di minacce mobili che non si possono affrontare né in modo unilaterale, né esclusivamente o prevalentemente attraverso lo strumento militare, ma che necessitano di una forte cooperazione internazionale, di una condivisione di principi e di attività politico-diplomatiche. In tema di non proliferazione, il caso iraniano è emblematico. In generale, io ritengo che la proliferazione, in un mondo così incerto, dove gli attori non sono soltanto gli stati, sia un rischio per tutti, e anche per gli stati stessi che aspirano oggi ad acquisire uno status nucleare. Global governance in questo delicato settore significa difendere e consolidare il corpo delle regole contenute nel Trattato di non proliferazione. Il Trattato ha avuto in parte successo perché ha consentito almeno di limitare la corsa agli armamenti atomici. Questo successo è stato per larga parte dovuto alla cooperazione tra le due superpotenze. In passato il Trattato ha funzionato perché il duopolio nucleare era sotto il controllo americano e sovietico. Oggi il contesto è diverso: servono consenso e cooperazione più ampi tra i diversi players nucleari per sostenere le regole del gioco. E’ evidente che assai difficile è porre un argine alla proliferazione, se non si comincia dalla riduzione degli arsenali nucleari delle grandi potenze. Io credo che dopo l’89 si sia perduta una grande occasione da questo punto di vista. Questo è un tema che noi vogliamo riproporre nella politica estera italiana. Non a caso, durante la visita che ho compiuto in Giappone, ho voluto visitare Hiroshima ed ho voluto altresì discutere col governo giapponese, che ha come è comprensibile una forte e peculiare sensibilità su questo tema, la possibilità che l’argomento riappaia nell’Agenda internazionale quando l’anno prossimo il Giappone assumerà presidenza del G8. Credo davvero che questa torni ad essere una questione importante, di cui ci si deve occupare.

Brevemente sull’ambiente e l’energia.
Le energie rinnovabili non sono, per ora, ed anche per i prossimi anni, un’alternativa complessivamente sostenibile al nostro fabbisogno. E’ chiaro che il “mix” dovrà progressivamente spostarsi verso un uso crescente delle fonti rinnovabili. Tuttavia, per una fase purtroppo non breve fossili e idrocarburi resteranno fondamentali; anzi, nei prossimi anni la domanda crescerà in modo esponenziale, trainata soprattutto dallo sviluppo economico dei paesi emergenti, in primis la Cina. Ciò avrà inevitabili effetti sull’emissione di CO2, con prevedibili drammatiche conseguenze ambientali. Energia e ambiente sono tra loro connesse e presentano un triplice ordine di problemi. Primo, una domanda crescente che dovremo cercare di ridurre. Secondo, il problema della sicurezza di approvvigionamenti, su cui dovremo cercare di negoziare con i paesi fornitori. Terzo, le emissioni di CO2 che dovremo cercare di contenere. Non si tratta di problemi semplici, ma di sfide dalla cui soluzione dipende molto in termini di possibilità di sviluppo, di sostenibilità ambientale e di sicurezza. Credo che, senza una cornice multilaterale, condivisa e reciprocamente vantaggiosa per quanto riguarda i paesi produttori e consumatori di energia (evitando cartelli e strategie a somma zero), queste sfide non si possano vincere. Di qui l’esigenza di definire un regime ambientale condiviso, dopo Kyoto, da tutti i paesi principali consumatori di energia.

Sul tema della lotta alla povertà, alle disuguaglianze.
Sarà difficile avere un mondo più stabile e sicuro senza una riduzione del divario economico Nord-Sud. Lo vediamo soprattutto, ma non solo, in Africa dove la povertà alimenta conflitti, che a loro volta creano mortalità, malattie, flussi di rifugiati, traffici di armi e droga, che a loro volta finanziano gruppi armati e terroristici. Cito un dato che mi sembra significativo: secondo uno studio del Ministero per lo Sviluppo economico britannico, un Paese con un reddito pro-capite 250 dollari ha il 15% di probabilità di alimentare entro cinque anni conflitti all’interno del suo territorio, mentre questo rischio è soltanto dell’1% per i paesi con un reddito pro-capite di 5000 dollari. La lotta alla povertà appartiene quindi al dominio della ‘crisis – prevention’. Tra gli obiettivi del millennio vi era quello di dimezzare la povertà entro il 2015; e nel 2002 a Monterrey i Paesi industrializzati si assunsero l’impegno di devolvere lo 0,7% del loro PIL agli aiuti allo sviluppo. A Gleneagles, nel 2005, i paesi del G8 decisero inoltre la cancellazione del debito verso il FMI e la Banca Mondiale dei diciotto paesi più poveri del mondo. Sono stati indicati molti obiettivi ambiziosi, solo in parte poi effettivamente raggiunti. Da questo punto di vista, l’Italia, dopo aver varato una delle leggi più avanzate in materia di riduzione del debito bilaterale verso i paesi più poveri del mondo, ha poi proceduto per alcuni anni all’indietro, collocandosi in coda alla classifica dei paesi industrializzati in termini di impegno verso i paesi più poveri del mondo. Adesso stiamo cercando di riguadagnare terreno: ad esempio, raddoppiando i fondi per l’aiuto allo sviluppo, cosa non banale nell’ambito di una legge finanziaria che è stata contrassegnata dalla riduzione degli stanziamenti più che da un loro aumento. Io credo dunque che molto resta da fare e penso che occorra una vera e propria ‘strategia multilaterale’, articolata attraverso azioni multi-settoriali e sinergiche rivolte agli stati ‘deboli’, che non si esauriscano nella cancellazione del debito, ma che comprendano una politica più intelligente di incentivi allo sviluppo dell’economia attraverso il microcredito, il sostegno alla società civile attraverso l’institution-building, programmi di formazione, il trasferimento di tecnologie. Al di là di singole iniziative separate ancorché lodevoli, credo che sia mancata sinora una strategia complessiva concepita e portata avanti in un rapporto effettivo di collaborazione tra i paesi ricchi e i paesi poveri, attuabile soltanto nel quadro di una comune assunzione di responsabilità.

Infine, una parola sul grande tema delle migrazioni. Le proiezioni demografiche indicano un allargamento della forbice demografica tra Nord e Sud del mondo. Entro il 2025, nel Nord del mondo la popolazione si ridurrà di 29 milioni, mentre aumenterà di 1.6 miliardi nel sud del mondo. E’ un problema che riguarda in particolare l’Europa ed anche l’Italia. Per quanto concerne il nostro Paese, secondo le stime dell’ONU, se nei prossimi 50 anni volessimo mantenere stabile la nostra forza lavoro dovremmo aprire le porte a oltre 350 mila immigrati l’anno per un totale di oltre 19 milioni. La pressione demografica si avvertirà soprattutto da parte dei Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente. Si pone quindi per tutti, per i paesi di emigrazione e quelli di immigrazione, un problema enorme di governance. Le migrazioni possono essere una camera di compensazione di questo squilibrio demografico perché soddisfano la domanda di manodopera nelle nostre società, che sono sempre più vecchie, e consentono inoltre di mantenere il livello sociale anche dal punto di vista dei costi del welfare. Le emigrazioni servono anche ad alleviare le povertà dei paesi emergenti: pensiamo a quanto pesa il flusso delle rimesse degli immigrati. Tuttavia le emigrazioni pongono enormi problemi di carattere sociale, culturale e di sicurezza, e non possono essere affrontate se non attraverso una gestione condivisa di questi flussi coinvolgendo i Paesi dai quali provengono, ad esempio gli Stati africani, dei Paesi attraverso i quali passano, ad esempio in Nord Africa, ed infine dei Paesi verso i quali sono diretti, vale a dire i nostri. Davvero questa è una questione che non può essere affrontata attraverso tabù, attraverso chiusure nazionalistiche, attraverso campagne populiste o razziste. Questa è la sfida sulla quale davvero si misura la qualità di una classe dirigente in grado di progettare il futuro e di costruirlo in un inevitabile rapporto di governance condivisa con altri Paesi, con altri continenti. Tutto questo, e concludo, credo che sarà essenziale per noi negli anni che verranno.

Infine, il contributo che l’Europa potrà dare nel consolidamento della global governance.
L’Europa e l’Unione Europea offrono già oggi un contributo importante alla governance globale. L’Europa attuale è nata dalla condivisione di sovranità dei suoi membri ed in quanto tale si trova ed agisce a suo agio nell’attuale contesto globale e interdipendente. Non è un caso che la strategia di sicurezza europea varata nel 2003 sia imperniata sulla cooperazione internazionale e sul multilateralismo efficace. Non vi è dubbio che in questi anni l’Unione Europea anche in quanto attore normativo, oltre che economico, sia riuscita ad affermare con successo il suo approccio originale alla soluzione dei problemi internazionali. Certamente si tratta di un approccio nuovo e diverso rispetto alla tradizionale logica di potenza degli stati sovrani, che privilegia il dialogo rispetto al confronto, che concilia interessi e valori democratici, che privilegia il rispetto del diritto internazionale e delle istituzioni internazionali. Quest’Europa, intanto, deve forse rivendicare ciò che di importante ha fatto; ne parliamo sempre, forse troppo, e male. Il metodo europeo è, io credo, il metodo giusto ed efficace per far fronte alle sfide globali. L’Europa può quindi dare il suo miglior contributo alla nuova governance. Tuttavia essa ha bisogno di fare un salto di qualità nella sua capacità di pensare e di agire in maniera unitaria. Laddove l’Unione Europea agisce in maniera coerente, come nel commercio e nel settore della sicurezza ambientale, il suo contributo alla governance riesce ad essere incisivo. Non è questo però il caso di altri settori, come la sicurezza o l’energia. Il problema fondamentale, come ho ripetuto più volte, è quello delle istituzioni. Senza un rafforzamento delle istituzioni comuni, sulla base di quanto era previsto nel trattato costituzionale, sarà difficile avere un’Europa in grado di reggere le sfide globali e di conseguire attivamente alla formulazione dell’agenda globale.
Nelle istruzioni chiave della global governance, l’Europa parla ed agisce oggi in maniera separata. Ciò costituisce in sé un anacronismo nel momento in cui il sistema internazionale va acquisendo caratteristiche crescentemente multipolari e sempre meno eurocentriche. Mi sembra questa, cioè la proiezione esterna dell’Unione europea, ed in particolare in seno alle istituzioni globali, un punto chiave che dobbiamo affrontare. Noi stiamo cercando, ad esempio, in quanto membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, condizione in cui si trova oggi il nostro Paese, di coordinare le posizioni dei paesi europei, di portare l’Unione Europea nel Consiglio di Sicurezza. Il che sarebbe tra l’altro previsto anche all’articolo 19 del Trattato sull’Unione Europea. Ma si tratta di un esercizio meno semplice di quanto si possa pensare. Questo perché alcuni Paesi, come la Francia e la Gran Bretagna, essendo membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, si sentono gli eredi di una grande tradizione. Come se lì, nel Consiglio di sicurezza, non ci fosse più l’Unione Europea. Io credo che noi europei la prova di quanto questo approccio possa rivelarsi illusorio l’abbiamo avuta nel modo più clamoroso di fronte alla guerra in Iraq. Ci siamo divisi: alcuni paesi si sono accodati agli americani, altri paesi si sono opposti alla guerra. Quelli che si sono uniti agli americani lo hanno fatto nella convinzione di poter condizionare le scelte americane. Il risultato è stato che né gli uni né gli altri hanno esercitato alcun peso reale. Solo quando l’Europa è unita e laddove è unita l’Europa è in grado di esercitare un peso reale. C’è una fondamentale ragione di interesse: basti pensare, mi è capitato di dirlo più di una volta, anche di fronte a platee che mi guardano, per dire la verità, quasi indignate, che un’Europa divisa in pochi anni scomparirà dal G7, giustamente scavalcata dalla Cina, dall’India, dal Brasile.
L’Europa unita è la più grande potenza commerciale del mondo ed è la seconda potenza economica del mondo. E’ uno degli attori fondamentali dell’ordine internazionale. L’unità dell’Europa è dunque l’unico modo che può consentirle di avere un peso nella costruzione di un ordine mondiale. Non è soltanto una sorta di orgoglio di nazionalistico europeo che mi spinge ad affermarlo, ma anche la convinzione che l’assenza dell’Europa nella costruzione di un ordine mondiale significherebbe anche assenza dei nostri valori, cioè di quel peculiare patrimonio di democrazia, libertà individuali e diritti sociali che costituisce appunto il fondamento della civiltà europea. Valori che qui hanno messo radici più profonde che in altre parti del mondo, valori a mio giudizio utili ad una comunità internazionale alla ricerca di nuove regole e di obiettivi comuni. Insomma l’Europa ha un grande potenziale per contribuire a rafforzare regole della governance globale e per partecipare alla costruzione di “beni pubblici globali”. Ma per farlo ha bisogno di dotarsi di istituzioni più efficaci, più democratiche, più unitarie.
Viviamo in un mondo carico di incertezze, viviamo in una stagione ricca di enormi potenzialità, ma anche carica di contraddizioni e di pericoli imminenti. Il messaggio conclusivo è che, per vincere questa sfida, per mettere riparo ai pericoli e valorizzare le potenzialità, c’è bisogno di attingere a quel patrimonio che è stato elaborato nel corso dei secoli scorsi: il retaggio culturale, storico e quello di civiltà che hanno trovato nella politica e nella democrazia gli strumenti per affrontare le sfide, per governare le contraddizioni e garantire sicurezza e progresso alle popolazioni. Anche le grandi sfide globali hanno bisogno di una risposta che faccia leva sulla politica e sulla democrazia. Questa risposta è ancora in gran parte da costruire. Compito delle classi dirigenti di oggi è crearne le condizioni, compito delle nuove generazioni è assumere questa grande sfida come una scommessa che essi devono vincere, perché solo vincendola si garantiranno un futuro migliore e si garantiranno un futuro di progresso in grado sconfiggere le paure che sembrano dominare il nostro tempo.
La sfida può essere vinta. Penso che stiamo vivendo, in questi ultimi anni, un momento in cui, messe da parte le illusioni che hanno dominato il decennio scorso, finalmente l’intera comunità internazionale si pone dinanzi a questi temi in modo costruttivo. In questo quadro, l’Italia vuole fare e sta già facendo la sua parte.

tratto da: massimodalema.it

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