Ripresa vuol dire fiducia

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di Ettore Gotti Tedeschi
 

La fiducia è conseguenza dell’etica applicata. Essa rappresenta un vantaggio nel mondo economico globale che non solo può concorrere a migliorare la società, ma è in grado di contribuire a ribaltare l’esperienza vissuta in questi anni, quando — per parafrasare la famosa legge di Gresham, secondo la quale la moneta cattiva scaccia quella buona — l’etica negativa ha scalzato quella positiva. Nell’etica applicata ci sono due mancanze inaccettabili: la disonestà e l’incompetenza. Sono questi i due fattori che hanno concorso a creare l’attuale situazione di dissesto del sistema economico. Onestà e competenza sono per converso le due direttrici  su  cui  ricostruire  la  fiducia necessaria.

Ormai tutti riconoscono che una condotta onesta consente di far crescere meglio la produttività attraverso scelte opportune e trasparenti, con la motivazione e la cooperazione, piuttosto che con trucchi. L’onestà da sola crea immagine, credibilità e fiducia sostenibile verso l’impresa. La crea sui prodotti e sui risultati economici per il mercato, i clienti, i fornitori, le banche e gli investitori. Diventa così un riferimento competitivo a cui cercare di somigliare. È anche una condotta che produce risparmi di costo, garantendo qualità, rendendo meno necessari i controlli e meno ricorrenti i rischi.

Quanto alla competenza ci saranno sempre voci discordi. L’economia non è una scienza esatta, ma uno strumento in mano all’uomo. Tutti sembrano però d’accordo nel riconoscere la necessità, in questo particolare momento, di un’azione concreta che concorra a ridare subito fiducia ai mercati finanziari, che sono oggi il termometro della crisi in atto. A mancare non è la liquidità, e i prezzi delle imprese quotate in borsa sono talvolta talmente bassi  che  sorprende  l’assenza  di  compratori.

Oggi sembra vi siano solo venditori, perché, oltre a fenomeni soggettivi particolari, ciò che manca è, appunto, la fiducia nei valori e nelle prospettive. Negli Stati Uniti, dove la crisi è stata generata e dove si provano con grande incertezza manovre correttive, i risparmi delle famiglie sono investiti in azioni, così come i fondi pensione. Se si vuole che la classe media riprenda fiducia è necessario che essa non percepisca la perdita del potere di acquisto dei  suoi  risparmi  e  delle  sue  pensioni. Altrimenti il problema diventa anche sociale.

È pertanto prioritario stabilizzare i valori della borsa statunitense, con impatto conseguente sulle piazze europee. Ma per farlo è necessario mettere le istituzioni finanziarie nelle condizioni di comperare azioni sui mercati. A questi prezzi non sarebbe neppure troppo difficile. I risultati sarebbero molteplici: si garantirebbe anzitutto la stabilità delle quotazioni con ricadute positive sugli investimenti e con conseguente aumento della fiducia. Si bloccherebbero poi speculazioni di vario tipo e si impedirebbero acquisti inopportuni da parte di fondi, più o meno sovrani, che potrebbero rappresentare una sorpresa non gradita se avessero strategie più opportunistiche che opportune.

Le nazionalizzazioni o i salvataggi forzati sono di fatto un consolidamento delle perdite che, senza progetti realistici e concreti, spaventano ancora più i mercati. Ciò che serve è invece fiducia. Essa verrà ricreata da una vera leadership che si preoccupi del bene comune e che sappia affrontare piani realistici con determinazione e coerenza. Suo obiettivo primario deve essere appunto generare un clima di fiducia.  Fino  a  ieri  bene  intangibile, ma oggi molto tangibile. E davvero necessario.

(© L’Osservatore Romano – 18 marzo 2009)

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