Se la «democrazia sospesa» rischia di diventare la regola.

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di Piero Ostellino

Che ci si affidi alla logica aristotelica, ovvero al senso comune, è difficile capire come possano conciliarsi la denuncia della «pressione fiscale al limite dell’intollerabilità», la proposta di una «patrimoniale di Stato» che riduca le dimensioni della sfera pubblica e l’idea di una lista, alle elezioni del 2013, capeggiata da Monti, che dell’intollerabile pressione fiscale è responsabile. Eppure, a giudicare dalle parole pronunciate all’atto della costituzione del movimento per la Terza Repubblica, sembra che tale conciliazione sia proprio il programma dei nuovi centristi.

Dicono di voler preservare l’«agenda Monti». Ma due buone indicazioni – una in senso liberale; l’altra del rigore politico-amministrativo – già ci sono all’articolo 81 della Costituzione. Che, al terzo comma, recita: «Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese»; e al quarto: «Ogni altra legge che importi nuovi o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte». Se si sostiene di voler associare liberalismo e «montismo» si prospetta un’operazione trasformistica. Che farebbe torto allo stesso Monti – la cui cultura, le cui parole e le cui azioni, come capo del governo, che piacciano o no, hanno almeno il pregio di ispirarsi a una logica dirigista di marca europea – e finirebbe col lasciare le cose come stanno, se non a peggiorarle. Da un lato, fa dunque bene Monti a non impegnarsi politicamente, tanto meno a candidarsi elettoralmente, e a voler restare (formalmente) «un tecnico». Dall’altro, Monti sbaglia a dire di non garantire per l’Italia dopo le elezioni del 2013, lasciando immaginare, così, una quarta soluzione.

Tira un’«arietta», che non prelude al totalitarismo politico, ma soffia per lo spegnimento della democrazia. Lo Stato di polizia fiscale – introdotto dal centrodestra, proseguito col centrosinistra, accentuato dal governo dei tecnici – pare il preludio, sia pure ancora nel rispetto delle forme politiche della democrazia rappresentativa, di certi metodi cari ai totalitarismi del Ventesimo secolo.

Lo scenario di un Monti-bis, quale ne sia la realizzazione pratica, getta sulla democrazia l’ombra lunga di un «salazarismo permanente» che contraddice anche il carattere «temporaneo» che dovrebbe avere il governo tecnico voluto e inventato dal presidente della Repubblica per far fronte alla crisi dei debiti sovrani. La «sospensione della democrazia» – come è stato definito il governo tecnico – dovrebbe essere l’eccezione, non diventare regola. Ma resta da chiedersi perché una parte della politica ci pensi, i grandi media l’approvino e l’opinione pubblica la ritenga persino auspicabile.

Per una parte della politica, sarebbe un modo – al riparo dello schermo di Monti capo del governo – di aggirare l’esito delle elezioni comunque vadano; che molti temono di perdere, sia a vantaggio di un esito populista, sia a causa di una riproposizione del massiccio astensionismo già accusato in Sicilia. Un modo di evitare di farsi carico del sostegno dato alle misure fiscali depressive dello stesso Monti. I media riflettono l’aspirazione, elitaria, moralistica e anti-democratica tipicamente tardo-azionista, a un improbabile «governo degli onesti» sui fautori del quale Croce aveva esercitato il suo sarcasmo nei Frammenti di etica . La convinzione che ha ispirato l’anti-berlusconismo – come opposizione a una (supposta) vocazione tirannica del Cavaliere, mentre era inadeguatezza a rappresentare gli interessi del ceto medio e incapacità di fare le riforme – è la stessa che aveva indotto il giovane liberale Piero Gobetti a definire il fascismo «l’autobiografia di una nazione», ignorando che non solo l’Italia, ma persino l’Europa democratica e liberale aveva identificato nei totalitarismi una (contingente) occasione di ordine dopo la Prima guerra mondiale.

L’opinione pubblica – ed è questo l’aspetto più preoccupante della (relativa) popolarità di Monti – reagisce ai provvedimenti del governo come fa nei sistemi totalitari, dove non è sempre prevalente la coercizione a imporre i comportamenti della popolazione, bensì è più spesso il fatto che i cittadini sono mantenuti nell’ignoranza dei problemi sul tappeto. Si chiama meccanismo delle «reazioni previste», all’opera in certe tribù primitive della Nuova Guinea. Qui, le donne non partecipavano ai processi decisionali della tribù non perché ne fossero istituzionalmente escluse, ma perché, non abitando nel perimetro dei maschi, erano all’oscuro della circolazione delle informazioni che riguardavano la vita (pubblica) della tribù e, quindi, non erano in condizione di partecipare alle decisioni che riguardavano la vita della collettività.

L’Italia è una democrazia molto imperfetta, ma non è (ancora) un Paese istituzionalmente totalitario. Del giornalismo dei regimi totalitari gran parte del suo sistema informativo è, però, simile; e analoghi ne sono gli effetti. Non si può dire che l’Italia – sotto il profilo della funzione dei suoi media teorizzata da Tocqueville nella Democrazia in America – sia un Paese autenticamente democratico-liberale. La regola pare sia piuttosto quella di ignorare e/o tenere nascosto il «nesso causale» fra i provvedimenti dei governi e gli effetti che essi hanno sulle libertà, i diritti e la vita dei cittadini. Gli italiani non sono geneticamente inclini al totalitarismo come credeva Gobetti. Hanno, storicamente, la tendenza ad esserlo la loro classe dirigente e i loro media.

fonte: Corriere.it

data: 21 novembre 2012  

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