Europa: comunità?

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di Davide Giacalone

Lo spread cala, il governo giace, la disoccupazione sale, il debito pubblico si pasce e la politica non piace. Siamo in recessione ma cresce l’inflazione (3%), dello 0,8 più che nell’eurozona. Così perdiamo ancora competitività e chissà che quel tasso doloroso non lo si debba al ribaltamento sul consumo di una troppo alta pressione fiscale. Sarà bene rivedere il modo in cui si pretende di mettere in relazione queste cose.

Quanti hanno alzato le tasse chiedono il voto degli italiani promettendo di abbassarle. Altri, invece, credono che il fisco abbia una funzione legata alla giustizia sociale, sicché vorrebbero pelare ricchi che, stando ai numeri, neanche esistono. Poi ci sono quelli che vogliono restare in Europa, supponendo di battersi contro chi attenterebbe alla geografia. Ma noi siamo Europa, e il problema, semmai, sta in quanto poco sia unione l’Unione europea. Questa campagna elettorale s’annuncia non solo inutile, ma dannosa. Un Paese che dovrebbe riflettere sull’economia propria e sul modello europeo s’appresta a un rito tribale, giocato fra suggestioni dotte e suggestioni triviali. Accomunate dall’essere prive di ragionevolezza.

Sulle due sponde dell’Atlantico il problema dominante è quello del debito, che più lo si cura e più cresce. In Italia assai meno che altrove, sebbene non si contragga (come, incredibilmente, il presidente della Repubblica è riuscito a dire agli italiani), ma con lo svantaggio d’essere partiti da un livello più alto. Ciò ha creato due schieramenti politici: a. quelli che vogliono aumentare le tasse, per pagare il prezzo del debito e abbassarlo lentamente; b. quelli che chiedono politiche monetarie espansive (stampare denaro, per dirla in modo volgare), in modo da ridurne il peso su produzione e consumi. A questi si affiancano variopinte presenze antagoniste, andando dalla pretesa che tutto si risolva impalando i politici all’allucinazione che un nuovo ordine possa nascere dal disordine. Pochi, però, sono disposti a fare i conti con il problema: è il modello di welfare, è la strutturazione della spesa pubblica a dovere cambiare.

Certo, c’è un immediato problema del debito, ma va affrontato con il patrimonio pubblico, in modo anche da recuperare risorse per gli investimenti. Eppure servirebbe a poco contrarre il debito lasciando il resto immutato, giacché lo si rigenererebbe in fretta. E’ sulla spesa, quindi di riflesso sulla fiscalità, che si misurerà la differenza fra idee nuove. Quelle sulla scena non sanno di vecchio, sanno di andato a male.

L’idea originaria fu che la mano pubblica sarebbe riuscita laddove il mercato falliva. Che gli ideali di giustizia e crescita culturale non erano assimilabili alla logica del profitto, quindi richiedevano un intervento politico. Era idea giusta. Ma cosa ne è rimasto? Una spesa pubblica largamente improduttiva, troppa gente a far lavori superati, una burocrazia opprimente, una scuola scadente, una sanità ancora preziosa, ma decisamente troppo costosa. Una macchina simile non la regge nessuno (specie con la demografia che rema contro) e s’accompagna al mostro fiscale. Qui l’idea originaria era che a ciascuno si prendeva qualche cosa, in modo proporzionale e progressivo, talché si avessero le risorse per alimentare lo Stato sociale, volano d’equità e redistribuzione. Guardate il fisco odierno: per la gran parte è sottrazione e distruzione. La progressività sui redditi è divenuta paranoica, umiliando meriti e capacità. L’imposizione sui patrimoni inventa ricchi che non esistono, penalizzando famiglie e produzioni. E dei soldi così spremuti se ne butta la gran parte nella fornace della spesa pubblica corrente e del pagamento degli interessi.

Quelli che cianciano di fisco come strumento di giustizia sono quasi tutti a carico della spesa pubblica. Stanno difendendo il loro reddito e il loro benessere. Quelli che blaterano di sgravi futuri non dicono una parola sulla necessaria e radicale riforma del welfare, né hanno il coraggio di dire che senza maggiore integrazione europea non usciremo dalla speculazione, mentre è l’Ue che rischia di uscire dalla storia.

C’è gran nervosismo, ma poche idee. Gran clangore di spade, ma in mano a gente bendata. Capace di ragionare secondo gli schemi dell’accumulazione capitalista, quando la destra difendeva il capitale e la sinistra il lavoro, ma incapace d’accorgersi che nel mondo della moltiplicazione finanziaria i soldi si dematerializzano e non si fanno tassare. Se non vogliamo che il nostro mondo collassi si deve essere capaci di riformarlo, portando la spesa pubblica, quindi la pressione fiscale, verso un terzo del prodotto interno (oggi è più della metà). Ciò pone, non solo a noi italiani, problemi e sfide nuovi, rimettendo alla prova concetti come libertà e giustizia. Una cosa è certa: se di questo non si comincia a ragionare, con un orizzonte continentale, ci condanniamo ad anni di lotte fra minuscole mezze seghe dialettali. Mentre il mondo cresce, produce e distribuisce ricchezza, ma da un’altra parte.

fonte: davidegiacalone.it

pubblicato da Libero del 6 gennaio 2013

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