Non salvate questa scuola!

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di Susanna Tamaro 

Da venticinque anni vivo accanto al ministero della Pubblica Istruzione, in Viale Trastevere. Ogni autunno, al tempo della caduta delle foglie e della vendemmia, al tempo in cui le castagne cadono al suolo - quelle castagne che per decenni hanno popolato i sussidiari della scuola italiana - le grandi masse di studenti, come facessero parte del ciclico movimento della natura, cominciano ad agitarsi rumorosamente. L’autunno è ormai fisiologicamente la stagione degli scioperi e delle occupazioni. Cambiano i governi, cambiano i ministri, cambia vertiginosamente il mondo intorno, ma l’autunno resta il tempo della grande protesta.
Quest’anno però l’usuale protesta ha assunto dimensioni abnormi e anche pericolose. Mai infatti era successo che scendessero in piazza i bambini delle elementari - azione gravissima - e che anche settori vasti e lontani dal mondo della scuola si mobilitassero in modo così virulento, come se si trattasse di uno scontro in cui è in gioco la sopravvivenza della civiltà. Il clima non è molto diverso da quello che ci fu al tempo della legge sulla fecondazione assistita. O sei di qua o sei di là. E se sei di là, sei un oscurantista, nemico del progresso e dell’uomo, una persona disprezzabile, da demonizzare e quindi io non prenderò mai seriamente in considerazione le tue idee, le tue riflessioni. A chi giova un clima del genere? A chi fa gioco impedire un discorso serio e maturo sul bene comune? Quello che deprime, in questa situazione, è l’alto livello di infantilismo, di immaturità. Mentre da una parte si cerca di risolvere un problema estremamente grave come quello della scuola, dall’altra si soffia irragionevolmente sul fuoco, fomentando antagonismi che nulla hanno a che vedere con la meditata proposta del programma. Salva la scuola, gridano migliaia di cartelli dai muri delle nostre città. Ma salvare cosa, da chi? Salvare quale scuola? Quella che produce ragazzi incapaci di esprimersi correttamente, che inzeppano i curricula vitae, le tesi, gli stessi concorsi della magistratura di strafalcioni che fanno inorridire? Quella che ci spinge agli ultimi posti dei livelli europei? Quella che ha istituito il demenziale sistema dei crediti e dei debiti formativi, delle miriadi di lauree che, se non fossero reali, provocherebbero minuti di serena ilarità?
Ho frequentato le magistrali, arrivando anche a fare il concorso per insegnare perché ho sempre pensato che i primi anni di apprendimento fossero i più importanti e che dedicarsi a questo fosse una straordinaria avventura. Poi la vita mi ha portato in un’altra direzione, ma la passione non mi ha abbandonato. Scrivo libri per l’infanzia, inoltre ho quattro nipoti in età scolare e vivo con tre bambine che vanno alla scuola dell’obbligo. Per questo, posso dire che in Italia abbiamo ancora molte realtà straordinarie. Straordinarie per passione, per intelligenza, per creatività. E dove ci sono queste realtà, i bambini crescono appassionati, curiosi, aperti alla vita. Ma, accanto a queste che, ringraziando il cielo, non sono poche, si è insinuata, negli ultimi decenni, una volontà perversa dei legislatori che sembra avere l’unico scopo di complicare le cose semplici. La scuola elementare si chiama così, appunto, vorrei ricordarlo, perché deve insegnare gli «elementi base». Ad un certo punto però, agli illuminati riformatori, è parso che proprio questa scuola andasse modernizzata, «liceizzata», adeguata, cioè, alla complessità di informazione di questi tempi. La semplicità, l’essenzialità, la sobrietà andavano cancellate nel nome della modernità. Un bambino proiettato nel futuro, nei tempi meravigliosamente complessi che viviamo, non poteva avere quelle scarse nozioni ottocentesche che sono state la spina dorsale dell’educazione di intere generazioni. E così, ogni giorno, vedo uscire la piccola Martina piegata da uno zaino che contiene ben otto libri. Otto libri per la seconda elementare? E allora noi che abbiamo studiato sull’unico sussidiario, siamo tutti ignoranti? Tempo fa un padre, preoccupato, mi diceva: «Mia figlia sa tutto sulle piogge acide ma non ha la minima idea di cosa siano i decilitri e i millilitri». Certo, ci sono bambini estremamente informati, ma informati vuole dire preparati? E soprattutto, in un mondo che già bombarda informazioni, i bambini hanno bisogno di altre informazioni? O hanno bisogno piuttosto del sapere? In Europa siamo agli ultimi posti come preparazione scientifica. Come è possibile, mi chiedo, dato che ormai, per insegnare matematica alle elementari, bisogna avere una laurea? Una persona più preparata, di solito dovrebbe creare bambini più preparati, mentre sono sempre più confusi. «Segnala le entità equipotenti», ho trovato scritto nel libro di una mia nipotina di prima elementare. Lei mi guardava con sguardo smarrito chiedendo aiuto e io ho risposto con uno sguardo altrettanto smarrito. A un’altra, già in seconda, ho chiesto: «Quanto fa 1+1?» e lei trionfante ha risposto: «11». Eppure io, in prima elementare, avevo imparato che una ciliegia più una ciliegia fa due ciliegie e non ho mai avuto dubbi su questo.

Perché tanta paura della semplicità, perché tanta paura della chiarezza? Forse perché si è perso di vista cosa vuol dire educare: dal latino ducere, vuol dire «condurre». Ma per condurre devo sapere qual è la direzione verso cui tendo. Se non so dove sto andando, se non so qual è la mia meta, come posso guidare le persone che mi sono affidate? Educare non vuol dire intrattenere, ma dare a un bambino i fondamenti etici sui quali potrà costruire la sua complessità di persona. Credo che una delle grandi emergenze di cui si parli poco, per non dire affatto, sia la precaria condizione del sistema nervoso dei bambini che vivono in questi tempi. Il loro cervello, spesso affidato a delle suadenti balie elettroniche, è sottoposto a una continua eccitazione di stimoli diversi. È proprio questa stimolazione forsennata, quest’abitudine a fare zapping che frantuma in loro qualsiasi possibilità di attenzione. E che cos’è l’uomo senza attenzione? Qualsiasi cosa io voglia fare - dal falegname all’astronauta, a scrivere una lettera d’amore - ho bisogno assoluto di attenzione e di concentrazione, devo saper collegare i gesti e sapere che, senza quel collegamento, non ottengo nulla. Oltre alla semplicità, all’altare della modernità abbiamo anche sacrificato l’idea che esista una natura umana e che questa natura vada rispettata e aiutata nella sua crescita. Per questo penso che togliere il maestro unico sia stata una grandissima stupidaggine come quella, tra l’altro, di abolire le magistrali. Un essere umano, per crescere, ha bisogno di stabilità, di certezze, di silenzio, solo così può riuscire a formarsi un suo pensiero e non sarà un docile soldatino nelle mani dei grandi manipolatori. La natura umana si forma nello sforzo, nella fatica, nell’idea che lo sforzo e la fatica siano passaggi fondamentali per crescere e imparare. Se non mi sforzo, se non mi applico, se non passo attraverso le forche caudine della noia, non sarò mai capace di costruire niente. E contro chi va questa confusione di intenti, questa mancanza di preparazione, se non contro le persone che un giorno saranno adulte e che avranno carenze nell’esprimersi? Saranno loro a pagarne il prezzo, perché il bambino incerto nelle nozioni della scuola elementare, sarà ancora più incerto alle medie e, alle superiori, costruirà una casa fatta di carta, pronta a volar via al primo soffio di vento. Ma un giorno la scuola e l’università finiranno, ci sarà l’incontro con il mondo del lavoro e con quali mezzi potranno affrontare un momento così importante? Come faranno a inserirsi in una società che è stata mostrata loro unicamente come antagonista? Non si tratta, a mio avviso, di essere di destra o di sinistra - io, ad esempio, ero molto negativa sulla riforma Moratti - ma di avere il coraggio di osservare la realtà e di affrontarla con quel sentimento così desueto ormai ma così importante che si chiama buonsenso e, assieme a quell’altro sentimento altrettanto lontano dai nostri giorni, che si chiama buona volontà, cercare di lavorare insieme per costruire, per una volta, il bene comune delle generazioni future alle quali finora abbiamo offerto degli esempi davvero pessimi.

tratto da: Il Giornale

segnalato da: abruzzoliberale.it 

Un commento a “Non salvate questa scuola!”

  1. da Fabrizio Olati il 31 Ott, 2008 | Replica

    Chi parla di scuola rischia spesso di confondere elementi tra realtà dei fatti e propaganda politica, con il risultato di fare da di tutta l’erba un fascio. innanzitutto occorre distinguere tra scuola ed università. Sono due mondi distinti e differenti. La suola è quel luogo dove, per gradi d’istruzione, di apprendono le conoscenze di base, distinti per livelli sempre più complessi caratteristici degli istituti professionalizzanti, al termine dei quali si acquista una qualifica che da sola, dovrebbe servire ad entrare nel mondo del lavoro.
    L’università è insieme luogo di studio e di ricerca, crogiuolo (almeno così dovrebbe essere, come lo è altrove nel mondo indutrializzato) di innovazione e futuro.

    La proposta dell’attuale governo di centro-destra (ma essendo in Italia, non se ne fa una questione di appartenenza politica, destra e sinistra pari sono nel trattamento del mondo scolastico ed universitario) viene spacciata come una “riforma”, senza avere il coraggio di dire che l’Italia è un Paese decotto, dove i soldi pubblici sono finiti e come si è lasciato scappare Tremonti in fase di presentazione della proposta, “si intendono ricavare risorse tagliando i fondi per l’istruzione pubblica e la ricerca”.
    Questo è il punto e le chiacchere stanno a zero. La decisione di tornare al maestro unico va in questa direzione. Che poi, chi appartiene, come me, alla generazione di coloro che sono cresciuti con il maestro unico senza averne minimamente risentito come preparazione, è vero, e se la vogliamo leggerla in questi termini, la scelta della Gelmini non è del tutto fuori luogo.
    Ma i motivi della scelta, ribadisco, sono altri.

    La Tamaro, ad un certo punto, nel difendere le scelte del governo, dimostra di avere piche idee e ben confuse.

    Primo. “Salva la scuola, gridano migliaia di cartelli dai muri delle nostre città. Ma salvare cosa, da chi? Salvare quale scuola? Quella che produce ragazzi incapaci di esprimersi correttamente, che inzeppano i curricula vitae, le tesi, gli stessi concorsi della magistratura di strafalcioni che fanno inorridire?”
    Bene, aboliamola.

    Secondo. “Perché tanta paura della semplicità?”. La semplicità alla quale si appella la Tamaro non dipende dalla proliferazione dei maestri. Dipende da chi scrive i libri di testo, dai programmi che sono ministeriali ed ai quali i maestri ed i professori non possono fare altro che attenersi, dalla capacità, anche solo di un maestro, di saper trasmettere apprendimento. Non è una questione di numeri, ma una questione di metodo.

    Terzo. Gli atteggiamenti che i bambini ed i ragazzi tengono a scuola è la fotocopia (o il copia-incolla, se volete) di ciò che da questi viene assorbito in casa ed i tv. Egoismo, arroganza, maleducazione, prevaricazione. Ed i nostri politici sono, ahimé, maestri in queste arti. Il rapporto di forza tra scuola e famiglia si è completamente ribaltato, la nostra società sta attraversando una fase di decadimenti e degenerazione dei valori verso i quali nessuno sembra voler porre rimedio. I genitori hanno adbicato al loro compito di educatori e non credo che il ritorno al maestro unico aiuterà la ricerca della semplicità.
    La Tamaro, non avendo figli, certi problemi non se lo pone e pontifica su ciò che non conosce.

    Quarto. L’università. Partendo dall’assunto che in Italia esistono poli universitari d’eccellenza accanto ad Atenei che sono un monumento allo spreco, la vera riforma sarebbe quella che premia in termini di maggiori finanziamenti, quegli Atenei e quelle singole facoltà che negli anni hanno prodotto ricerca di livello. Ad esempio la facoltà di Fisica de la Sapienza di Roma. Invece cosa si decide? Che il parametro di valutazione degli Atenei deve essere di tipo “geografico”.
    La trasformazione delle università in Fondazioni, ed il contemporaneo ingresso dei privati (rispetto a quale non sono in disaccordo, ma è il contesto che allarma), rappresenta di fatto la rinuncia dello Stato a finanziare in futuro la ricerca.
    Essendo l’Italia un Paese fatto di piccole e medie imprese, quali saranno, secondo voi, quelle disponibili ad investire nella ricerca di medio e lungo termine, ovvero quella più importante per arrivare a quelle scoperte in grado di cambiare la vita dell’uomo?

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