Archivio di Novembre, 2008

Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà

Venerdì, 28 Novembre, 2008

vittadini1.jpg ”… lui un’idea di come far ripartire l’Italia, la società, le imprese, la scuola ce l’ha bene in testa e s’appoggia, dialoga e litiga con chi questa idea la condivide o l’avversa…”

di Emanuele Boffi

Tanto per non girarci troppo intorno: ma che diavolo è questa sussidiarietà? C’è in Italia una strana sagoma d’uomo che da tre lustri non fa altro che ripetere in ogni dove: sussidiarietà, sussidiarietà, sussidiarietà. Si chiama Giorgio Vittadini, fa il professore di Statistica a Milano, viene dalla Bassa, capelli ricciolini e due mani a foggia di badili. Vittadini è stato fondatore e presidente della Compagnia delle Opere e oggi presiede la Fondazione per la sussidiarietà. Ha questo pallino della sussidiarietà e ne parla con tutti, dal presidente della Repubblica al giornalaio sotto casa: sussidiarietà, sussidiarietà, sussidiarietà. Del movimento ecclesiale di Comunione e liberazione, Vittadini è conosciuto come ilvitta, scritto tutto attaccato senza spazi tra articolo e nomignolo, pronunciato con un’unica emissione di fiato, ilvitta è il tipico personaggio da aneddoto, e non è difficile, chiedendo di lui, sentirsi dire: “Ma lo sai l’ultima che ha combinato ilvitta?”. Perché, lo si proclami come premessa antropologica, Vittadini è di quella specie di uomini ipercinetici che soffrono a fare qualsiasi cosa lentamente e con agio. Tutto al contrario, non riesce a fare a meno di compiere tre azioni simultaneamente e alla rapidità di uno shuttle. Come per ogni personalità bizzarra su di lui s’accumulano storielle, in cui la parte mitologica spesso si frammischia a quella reale, tanto che, alfine, è impossibile scindere la prima dalla seconda. C’è chi narra d’aver intrattenuto con lui dialoghi alla fermata del tram mentre il nostro risolveva sul retro di uno scontrino un’equazione di terzo grado, rispondeva alle domande dell’interlocutore ascoltandolo con un orecchio, mentre con l’altro origliava la segreteria telefonica del cellulare, seguiva con un occhio il labiale dell’amico e con l’altro, con palpebra a mezz’asta, schiacciava un pisolino. Altri narrano d’averlo visto immergersi in una piscina completamente bianco come una crema doposole, ma così impomatato ma così impomatato d’aver sbiancato l’acqua e tutti i natanti presenti. Altri rammentano di scommesse inenarrabili ai tempi dell’università, quando il nostro, un po’ per goliardia un po’ per testardaggine, era disposto a fare di tutto. E quando scriviamo tutto, intendiamo proprio tutto.
Sta di fatto che quest’uomo ha fatto resuscitare nel dibattito pubblico italiano una parola, e avete capito quale, riuscendo persino a farla scrivere sulla Costituzione e, forse l’avrete notato, è stata la parola “sussidiarietà” molto citata durante questa campagna elettorale, sia dagli esponenti del centrodestra (soprattutto), sia da quelli del centrosinistra (più centellinata). Il merito è delvitta che alla questione non ha solo intitolato la sua fondazione, ma persino un allegato al Riformista, un sito e un intergruppo parlamentare. Poi, alla fine, il busillis rimane tale e così uno si chiede: vabbé ma che è ’sta sussidiarietà? Pare, e dico pare, che una volta ilvitta chiamò i suoi più stretti collaboratori e non disse “sussidiarietà”, ma, a sorpresa, “capitale umano”. Poi spiegò per filo e per segno il nuovo affare: e cos’era il capitale umano, e a cosa serviva, e che prospettive apriva, e che cosa si poteva fare. Non mancò certo nemmeno il riferimento alla dottrina sociale della Chiesa. Pare che dopo cotanta spiegazione, che era stata seguita con cenni d’assenso dai presenti, ad uno, il bertoldo di turno, venne in mente di chiedere: “Scusa vitta, ma che diavolo è ’sto capitale umano?”. “è la sussidiarietà, imbecille”. La questio si concluse con un significativo “ah” del bertoldo.
 
Ora, parlando meno per celia e con parole più dabbene, bisogna aggiungere che ilvitta per la sussidiarietà darebbe un rene. Una volta capitò che dopo aver illustrato in lungo e in largo il concetto a un famoso potente, questi lo interruppe dicendo: “Senta, ma non mi dica che lei ci crede veramente a queste cose?”. Dio quel giorno non era distratto e fu così che infuse nelle viscere del nostro una santa pazienza e non lo fece reagire, a parte qualche urlo e improperio. Fu solo grazie a quell’intervento ultraterreno che oggi non abbiamo un potente in ospedale e un professore universitario agli arresti domiciliari. Sta di fatto che, essendo ilvitta l’incarnazione delle sussidiarietà, ha fatto del bene a migliaia e migliaia di persone. Se ilvitta fosse solo un attimino meno paffutello, e se gli si potessero segare le gambe dalle ginocchia in giù, certo sarebbe del tutto simile a Madre Teresa di Calcutta, forse persino un filino più carino. Perché, e questa è una verità di fede sussidiaria, non c’è in Italia persona che ha risolto più problemi delvitta. Soprattutto non c’è persona che dopo averlo visto e sentito non abbia capito subito, di schianto e in un baleno, che diavolo sia mai questa benedetta sussidiarietà. Perché, poi, è una cosa che si capisce anche se uno non ha il master ad Harvard, basta dire che la sussidiarietà è la libertà di prendersi dei rischi e delle responsabilità. O che la sussidiarietà è «avere gli occhi della tigre» (sì quelli di Rocky III, lo ha spiegato lui di recente), cioè voglia di fare, rischiare, amare. Che è quello che fa ilvitta, poi, di fatto, da mane a sera.

Parole antiche cioè nuove
Ora, dovete sapere che alvitta lo accusano di essere “trasversale”, che vuol dire – nel sottotesto dell’accusa – che Franza o Spagna basta che se magna. La verità è però che lui un’idea di come far ripartire l’Italia, la società, le imprese, la scuola ce l’ha bene in testa e che s’appoggia, dialoga e litiga con chi questa idea la condivide o l’avversa. A volte, diciamo la verità, pure lui un po’ esagera, ma gli va comunque concesso e riconosciuto di essere lealmente coerente con le sue idee e i suoi ideali. Sono gli altri che ondeggiano, lui la barra la tiene dritta anche con la burrasca. E la cosa impressionante è che, suo malgrado forse – ché certo al titolo non ci tiene –, è un vero opinion maker, di quelli che sui giornali viene letto non solo dagli altri opinion maker, ma anche dalla massaia di Gudo Gambaredo.
Per dire: settimana scorsa ci sono state le elezioni e, mentre tutti consumavano le meningi per analizzare cosa era successo, lui ha rilanciato. Prima ha asserito che «questo voto più di altri, è il voto del popolo contro l’establishment», poi ha tirato una legnata a quegli «intellettuali e alcuni dei giornali più importanti d’Italia che solo due anni fa inneggiavano alla coalizione progressista, egemonizzata culturalmente dalla Rosa nel Pugno», quindi ha passato in rassegna i perdenti, dal «disastro del governo Prodi», alla «sinistra radicale, giustificata moralmente da un certo cattocomunismo», al «nuovo centro che vuole fare l’ago della bilancia ponendo la novità sullo schieramento anziché sul cambiamento», infine ha spiegato che il successo «di proporzioni insperate del centrodestra e della Lega», non è stato solo un voto di protesta, ma anche di proposta, perché «un esempio di un nuovo modo di governare» – come rappresentato dalla Lombardia e dalla sua «svolta sussidiaria» (sempre lì si torna) – ha convinto le persone semplici. Eppure, alla fine di questa analisi, ilvitta non ha stappato la bottiglia di champagne, ma ha scritto una cosa che solo lui, in Italia, potrebbe scrivere: «Non basta al centrodestra aver vinto le elezioni: senza un cambiamento antropologico e culturale si finirebbe per rendere scontenti ancora gli italiani. Occorre a livello popolare la ripresa dell’educazione a una fede e a valori ideali che hanno dato al nostro paese le motivazioni e l’intelligenza per superare la crisi». Ha cioè ilvitta usato parole così antiche (popolo, ideale, fede, educazione) da apparire quasi nuove. Un po’ come per la sussidiarietà, che non l’ha mica inventata lui, epperò è certo che se non la resuscitava è sicuro che sarebbe rimasta sepolta nei vocabolari.
Per questo, oggi, ilvitta va in giro a dire che la soluzione per l’Italia è una vera politica di sussidiarietà, che vuol dire che lo Stato deve garantire l’ordine e punire gli indisciplinati. Ma poi basta, deve lasciare libere e casomai favorire tutte quelle forze e quella creatività che è connaturata al cromosoma italiano. Non ingripparla con la burocrazia, vessarla con le imposte, blandirla con le prebende. Deve lasciare libera la società e quindi i singoli di fare loro, di mettersi insieme fra loro, in una logica di solidarietà che crei una competizione non fra cannibali ma fra alleati. Se succede questo, proclama ilvitta, si riparte. Altrimenti è il disastro. I problemi, però, prosegue ilvitta, sono due: a) la politica italiana che non capisce («a parte Enrico Letta nel centrosinistra, che però, appunto, è nel centrosinistra e Giulio Tremonti che, mi dicono, ha scritto un libro bellissimo che voglio leggere. D’altronde il Tremonti di oggi è quello del 5 per mille, è quello che più sento vicino alle mie idee»); b) la mentalità comune che è contro chi ama il rischio e l’avventura. Perché oggi non sappiamo più chi siamo né dove andiamo (diceva Rémi Brague, citato dalvitta nel suo volume Il Capitale umano: «L’Europa sa produrre dei beni e del bene; in compenso, è diventata incapace di dire perché sia un bene che ci siano uomini per vivere una tale vita»).
Eccoci, finalmente, arrivati al centro del mirino. Se non si capisce da dove ilvitta fa nascere la sussidiarietà, non si capisce nemmeno che sia e a che serva. Per dire: settimana scorsa ha passato una sera all’associazione In-Presa, in un paesino della Brianza, Carate. In-Presa aiuta ragazzi in difficoltà, dà loro una formazione da elettricisti o cuochi e li manda a fare degli stage nelle piccole e medie aziende in zona. Settimana scorsa a In-Presa c’erano un centinaio di questi piccoli e medi imprenditori a cena con lui e ognuno di loro, tra una forchettata e l’altra, ha posto alvitta un po’ di domande.
 

Banchieri insegnanti carcerati
Questioni delle più varie, ma non strettamente politiche, sia chiaro. Si partiva dai ragazzi che erano stati loro affidati («questo mi arriva tardi al lavoro, quest’altro è sempre annoiato, quest’altro ancora mi fa perdere le staffe»). E ilvitta rispondeva e spiegava a tutti che quello che loro stanno facendo, con fatica e pazienza, è proprio un bell’esempio di sussidiarietà, perché c’è dentro tutto il gusto della vita. «L’imprenditore chi è? è colui che rischia. Ecco voi avete capito che non basta rischiare sul prodotto, sull’oggetto, occorre rischiare anche sull’umano. Significa comunicargli una passione, e per trasmetterla occorre innanzitutto che la viviate voi. Occorre, facendo, scoprire il senso del lavoro e non ripetere solo delle istruzioni meccaniche. Occorre aiutare la libertà un po’ instupidita di questi ragazzi ad esprimersi, responsabilizzandoli e sfidandoli. Occorre non solo fare l’analisi di ciò che non va, ma condividere con loro problemi, fatiche, fallimenti. Così vi accorgerete che aiutando loro state aiutando voi stessi».
Ecco, insomma, ilvitta è questo qui. Che va in giro a dire queste cose qui, e a partire da queste cose qui ci ha costruito sopra il cuore della sua idea di sussidiarietà. E la vicenda si fa balzana quando, guardando chi lo guarda, ci si accorge che riesce a farsi ascoltare da tutti. Mica solo gli imprenditori, poi. Ilvitta parla anche con insegnanti e banchieri, carcerati e intellettuali di prestigio. Se riesci a comunicare loro questo cuore poi è fatta: si passa a parlare di equilibri politici, investimenti, import-export, programmi, l’aggressività della Cina e le tasse di Padoa-Schioppa. Ma se gli fate saltare il passaggio, e avete fretta di arrivare alle conclusioni, agli addentellati, alle chiose a margine, senza avere la pazienza di ascoltare su che cosa lui sta scommettendo la vita, s’infuria come una iena. Il perché è presto detto: è la sussidiarietà, imbecille.

tratto da: tempi.it

Economia sociale di mercato: un dibattito

Giovedì, 27 Novembre, 2008

 tremonti_1.jpg

di Flavio Felice

La prolusione del Ministro Giulio Tremonti, letta in occasione dell’inaugurazione del nuovo Anno Accademico presso l’Università Cattolica di Milano, ha suscitato un ampio dibattito che investe l’oggetto e il metodo della scienza economica, analizzati non più unicamente nell’angusta dimensione mono-disciplina e neppure in quella, talvolta confusa e pressappochista, di chi giustappone in modo inter-disciplinare concetti quali etica ed economia, bensì nel tentativo, piuttosto inedito e di sicuro interesse, dato dal metodo trans-disciplinare. Si tratta di un procedere che intercetta alcuni concetti fondamentali del discorso economico e li analizza a partire da differenti punti di vista.

In tal modo, Tremonti giunge a criticare l’approdo di un determinato filone del pensiero economico, in forza del quale l’economia si sarebbe «illusa di prevedere in vitro i fenomeni sociali esattamente come i fenomeni naturali». È questo il primo di due problematici elementi teorici sollevati con originalità dall’attuale ministro: qual è il metodo dell’economia? Che tipo di scienza è la scienza economica?

Non è certo questa la sede per sviluppare rigorosamente tali questioni epistemologiche, rileviamo soltanto che esiste un’importante differenza fra le scienze naturali e le scienze umane. La scienza umana ha a che fare con l’uomo. Le scienze del comportamento umano, in particolare, hanno come effetto l’uomo stesso e noi, in effetti, possiamo conoscere il comportamento umano dall’esterno, allo stesso modo in cui conosciamo i fenomeni della sfera naturale. Tuttavia, possiamo conoscere il comportamento umano anche dall’interno, perché siamo uomini e viviamo dall’interno l’azione. Per questo non ci limitiamo a conoscere dall’esterno il comportamento e a prenderne atto.

Ecco perché l’ambito delle leggi a priori nelle scienze che studiano l’azione umana è assai più ampio e complesso. Non è un caso che uno dei capolavori della Scuola austriaca di economia, il libro di Ludwig von Mises The Human Action, inizi con una teoria dell’azione umana per poi delimitare il campo dell’azione catallatica, cioè dell’azione propriamente economica.

Il secondo elemento teorico avanzato da Tremonti riguarda l’esigenza che i contenuti etici della riflessione sull’azione umana incontrino i contenuti scientifici della riflessione economica. A tal riguardo, il nostro cita un saggio del prof. Ratzinger del 1985: Church and Economy. La tesi dell’allora Cardinale si può riassumere in questo modo: il declino del riferimento morale della disciplina economica avrebbe portato le leggi stesse del mercato al collasso. Come dire, per usare un aforisma di Luigi Sturzo, «L’economia senza etica è diseconomia».

È stato proprio Luigi Sturzo a scrivere nel 1958 un saggio tra i più significati in questa prospettiva: Eticità delle leggi economiche. Qual era il punto sottolineato da Sturzo? Dal momento che ogni attività autenticamente umana, in quanto razionale, è pervasa di eticità, anche nelle leggi dell’economia capitalistica si deve trovare l’elemento razionale, poiché tale elemento non può mancare in nessuna struttura umana di carattere associativo, anche se non mancheranno le infiltrazioni di pseudorazionalità e di irrazionalità che tendono ad annullare, o comunque ad attenuare, il carattere razionale ed etico del sistema.

Come dire che l’economia senza etica non sarebbe neppure configurabile come economia, piuttosto saremmo nel campo della “diseconomia”. Con ciò non si intende affermare che in caso di “diseconomia” non si ottenga un utile, quanto, piuttosto, che quell’utile è frutto della frode, della malversazione, dell’inganno e non dell’autentico agire economico.

Ebbene, l’economia sociale di mercato proposta dal Ministro Tremonti è figlia della tensione morale che spinse gli esponenti “ordoliberali” della Scuola di Friburgo ad interrogarsi su quale ordine economico-costituzionale, conforme alla dignità dell’uomo, avrebbe dovuto rappresentare il nuovo assetto internazionale uscito dalla Seconda Guerra Mondiale.

Oggi il problema si ripropone, certo con meno drammaticità, sebbene con la stessa urgenza, e impone l’esigenza di ripensare la conformità della disciplina economica con le scienze umane e di distinguere lo Stato come arbitro, il mercato come campo di gioco e gli operatori come parti del gioco.

A questo punto, una volta che ciascun attore recita la propria parte si intravedono anche i possibili antidoti contro il rischio che enormi concentrazioni economiche private possano degenerare in un sistema di collettivismo pubblico.

È questo il principale problema nell’agenda del governo mondiale; un problema che chiede di essere risolto con la massima urgenza se non si voglia correre il rischio di sacrificare il dinamismo economico al ristagno degli accordi collettivi, figli di una logica corporativa e di sacrificare le libere scelte individuali alla “presunzione fatale” del grande pianificatore.

tratto da: ilsussidiario.net

Rete e realtà

Venerdì, 21 Novembre, 2008

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di Gianroberto Casaleggio

Parlare di Rete equivale, ormai, a parlare della realtà che ci circonda. A volte simile a quella che conosciamo, altre molto diversa. Affermare che la Rete sia l’unico mondo possibile che ci attende può sembrare eccessivo, non credibile. I fatti dimostrano invece che la Rete sta contaminando qualunque cosa tocchi. Il fenomeno sta accelerando con la diffusione dell’accesso a Internet e della banda larga.

La possibilità di creare contenuti in modo semplice e immediato su Internet è una manifestazione dell’intelligenza collettiva. www.flickr.com, il più grande contenitore di foto, e www.youtube.com, di filmati, sono due società della nuova era di Internet chiamata Web 2.0.

La partecipazione sarà alla base del successo di qualunque impresa. Più persone creano valore, maggiore è la possibilità di avere successo. Il ‘crowdsourcing’ è un esempio della forza della collettività. Il crowdsourcing permette di ottenere dalla Rete idee e soluzioni a problemi aziendali.

L’organizzazione in rete delle aziende è da tempo in corso. Chi non adotta la Rete chiude. E’ solo una questione di tempo. Il fallimento dell’Alitalia è attribuito spesso alla concorrenza delle compagnie low cost. Ma low cost, pagare di meno, è un effetto, non una causa. La riduzione dei prezzi è resa possibile da una nuova organizzazione di rete focalizzata sul core business.

La disintermediazione è già in atto, in particolare nel settore dell’informazione. I blogger si stanno sostituendo ai giornalisti, la pubblicazione di testi e filmati in formato digitale ha un costo irrisorio e alcuni blog hanno più lettori di molti quotidiani affermati. Il controllo editoriale sulle pubblicazioni scomparirà. Chiunque potrà diventare giornalista, il successo sarà determinato dal numero di accessi nel tempo, in sostanza dalla credibilità di chi scrive. Il sito coreano www.OhmyNews.com ha più di due milioni di lettori al giorno grazie alla pubblicazione degli articoli di decine di migliaia di giornalisti “accreditati” on line.

La trasparenza riguarderà soprattutto la politica. La Rete introduce la “democrazia diretta” in cui il cittadino non delega il suo rappresentante, ma lo incarica di sviluppare un programma il cui avanzamento è verificato costantemente. Mentire in Rete è un esercizio pericoloso, fa perdere voti. I politici del futuro dovranno essere sia popolari che credibili.

Due qualità rare nel panorama attuale.
 

Democrazia emergente. “Le elezioni non sono il momento centrale della vita democratica”

Giovedì, 20 Novembre, 2008

joichi_ito.jpg“Le democrazie rappresentative faticano a gestire la complessità, la scala e la velocità delle questioni politiche del mondo di oggi”  (Joi Ito)

Joi Ito , Vice Presidente della divisione International Business and Mobile Devices della Texhnorati, Presidente di Six Apart Japan, e inoltre attuale membro del consiglio d’amministrazione di Creative Commons e Socialtext.

La Rete è insomma un territorio mediatico ben diverso da quelli tradizionali. Il flusso di informazioni non viaggia “verticalmente” da poche redazioni centrali a molti utenti passivi, ma si muove anche lungo assi “orizzontali” che favoriscono l’intervento attivo di molte più persone e impongono un’innovazione clamorosa nei sistemi di filtro e selezione dei messaggi ascoltati e ritenuti credibili. Il punto di partenza essenziale per comprendere la relazione tra politica è blog non può che essere trovato in questo spostamento degli assi nel flusso dell’informazione.

Joi Ito sintetizza l’impatto delle strutture di rete sulla scena politica. Ito parte dal presupposto che le elezioni non sono il momento centrale della vita democratica. In realtà, la democrazia si sviluppa intorno alla discussione pubblica sugli argomenti che richiedono una decisione collettiva.

Quanto più è libera e approfondita quella discussione, tanto più solida ed efficace è la democrazia.

La Rete amplia il territorio delle discussioni tra pari, moltiplica le relazioni personali e modifica la posizione dei cittadini informati perché dà loro l’occasione di partecipare in modo più efficiente all’informazione dei loro pari. Da questo punto di vista, i blogger sono un primo assaggio di una nuova relazione tra i cittadini e le notizie: perché coloro che tengono un sito personale possono, e in molti casi di fatto vogliono, partecipare attivamente alla produzione e alla critica delle informazioni. I loro pari, le poche persone che si riconoscono reciprocamente fiducia, accolgono i contributi informativi dei blogger attribuendo loro una maggiore credibilità rispetto a quelli che provengono dai media tradizionali, considerati più facilmente strumentalizzabili dalla comunicazione politica. La Rete, in questo modo, può dare luogo a un territorio nel quale la democrazia emergente è sostenuta da un più ampio, profondo, efficiente e credibile sistema di comunicazione che può migliorare il dibattito sulle questioni che meritano una decisione collettiva.

tratto da: blog.debiase

Antonio Palmieri, numero uno della comunicazione su Internet di Berlusconi

Sabato, 8 Novembre, 2008

antonio-palmieri.jpgDal 9 ottobre del ‘95 segue ogni giorno la comunicazione digitale di Silvio Berlusconi e del suo partito. Antonio Palmieri, deputato Pdl, è la mente del nuovo sito governoberlusconi.it. Ed è l’uomo che traghetterà gli azzurri nel Pdl via web.
 

Onorevole Palmieri, quanto pesa internet nella storia di Forza Italia?
«Per un partito come FI internet ha rappresentato il tentativo di fare nella Rete quello che non si poteva sul territorio. All’inizio era un luogo di informazione diretta col cittadino e in modo particolare con i nostri rappresentanti, per organizzarli e informarli. Appena preso in gestione il sito ho introdotto l’aggiornamento quotidiano».

Un sito senza applicazioni eccessivamente avanzate. Perché?
«Per rispetto delle persone mi astengo dal pubblicare siti in 2.0 o superiori. Preferisco applicazioni anche in 1.1 o 1.5, perché puoi gestire il rapporto con l’utente e con i media. Un sito di partito è poi gravato da un carico di responsabilità diverso dagli altri. Rifiuto la dogmatica che internet vada fatto in un solo modo».

Siete comunque pieni d’iniziative.
«Abbiamo seguito l’evoluzione della Rete, attraverso il contatto con i cittadini e il marketing virale: per esempio nell’ultima campagna elettorale si potevano personalizzare i manifesti e il supergazebo on line è stato un successo. Abbiamo puntato molto su informazione diretta, organizzazione e mobilizzazione».

Quanto voti «sposta» internet?
«È incalcolabile. Sicuramente aiuta, internet è il viagra della politica perché riattiva il rapporto col cittadino. Non si può non usare internet, è parte della strategia di comunicazione. Anche se alla fine è la realtà a fare la campagna elettorale. Se Berlusconi avesse sbagliato il tono della campagna elettorale, non sarebbe bastato alcun sforzo digitale».
 

Cosa pensa del sito del Pd?
«È sicuramente un sito 2.0 o 2.5, ma lo trovo bello senz’anima. Il nostro invece è più corsaro, mobilita la gente».

Di Pietro è su second life. Lo seguirete?
«Per un uomo come Berlusconi, così attaccato alla realtà, credo sia impossibile andare su second life. Non ne abbiamo bisogno».Fab. Per.

tratto da: il Tempo

Obama e internet in futuro

Venerdì, 7 Novembre, 2008

obama2.jpg 

di Luca De Biase

Ormai è stato raccontato in lungo e in largo il rapporto costruttivo che si è creato tra la campagna elettorale di Obama e la rete. Ma adesso viene fuori una nuova domanda: come si comporterà il presidente Obama con internet?

La rete non è stata usata in modo ovvio da Obama per la campagna. La non ovvietà sta nel fatto che Obama (e i suoi) si sono presentati in rete con una quantità di novità tecniche, linguistiche e comportamentali tale da attrarre l’attenzione di molte persone online che hanno anche simpatizzato e finanziato. A un certo punto, Obama è stato adottato da una sorta di movimento internettesco che si è divertito e appassionato ad accettare e supportare Obama.

Ora il movimento “bottom up” che ha fatto crescere Obama dovrà incrociarsi con il movimento “top down” del presidente che prende decisioni. Come cambierà il rapporto tra Obama e internet? Molte le ipotesi: Obama si dimentica di internet (probabilità scarsa); Obama tenta di usare internet in chiave populista (probabilità media); Obama tenta di inventare qualcosa di seriamente nuovo (a giudicare da quanto fatto dagli Obama boys in passato, potrebbe essere la probabilità più alta; a giudicare da quanto fatto da altri politici in passato, la probabilità è bassa).

Le opportunità per innovare, anche da questo punto di vista sono molte. La democrazia emergente di cui parlava Joi Ito è sempre un argomento di riflessione intrigante. Può essere che ci si avvicini a quella visione. Di sicuro si tornerà a parlare di questo argomento. Il punto è trovare l’equilibrio tra il contributo dei cittadini attivi alle decisioni, la responsabilità ultima e inevitabile dei governanti, la qualità, la varietà e la libertà dell’informazione disponibile, la profondità del dibattito sui singoli temi e l’agenda delle priorità dei temi in discussione, l’investimento nell’educazione alla generazione di senso. Un rinnovamento di sistema. Impossibile. Ma, a quanto pare, l’impossibile è possibile…

tratto da: blog.debiase.com

Obama Presidente degli Stati Uniti

Mercoledì, 5 Novembre, 2008

obama1.jpg“Questa sera, dopo cinquantaquattro combattutissime sfide, la nostra stagione delle primarie si è finalmente conclusa. Sono passati sedici mesi da quando ci siamo riuniti per la prima volta, sui gradini del vecchio palazzo del Parlamento statale dell’Illinois, a Springfield. Abbiamo percorso migliaia di miglia. Abbiamo ascoltato milioni di voci. E grazie a quello che voi avete detto, grazie al fatto che voi avete deciso che a Washington deve arrivare il cambiamento, grazie al fatto che voi avete creduto che quest’anno dovrà essere diverso da tutti gli altri anni, grazie al fatto che voi avete scelto di dare ascolto non ai vostri dubbi o alle vostre paure ma alle vostre speranze e aspirazioni più grandi, questa notte noi scriviamo la parola fine di uno storico viaggio con l’inizio di un altro viaggio, un viaggio che porterà un’alba nuova e migliore per l’America. Questa notte, io posso venire da voi e dire che sarò il candidato del Partito democratico alla presidenza degli Stati Uniti.

Voglio ringraziare tutti gli americani che sono stati al nostro fianco nel corso di questa campagna, nei giorni belli e nei giorni brutti; dalle nevi dello Iowa, al sole del South Dakota. E questa sera voglio ringraziare anche gli uomini e le donne che hanno intrapreso questo viaggio con me, candidandosi anche loro per la presidenza.

In questo momento decisivo per la nostra nazione, noi dobbiamo essere orgogliosi che il nostro partito sia stato capace di schierare un gruppo di persone fra le più brillanti e competenti che abbiano mai concorso a questo incarico. Non mi sono limitato a competere con loro come avversari, ho imparato da loro, come amici, come servitori dello Stato e come patrioti che amano l’America e sono disposti a lavorare senza risparmio per rendere migliore questo Paese. Loro sono dei leader di questo partito e sono leader su cui l’America farà conto negli anni a venire.

Tutto questo vale in particolare per la candidata che questo viaggio lo ha prolungato più di chiunque altro. La senatrice Hillary Clinton ha scritto la storia, in questa campagna elettorale, non soltanto perché è una donna che ha saputo fare quello che nessuna donna aveva fatto prima, ma perché è una leader capace di dare l’esempio a milioni di americani con la sua forza, il suo coraggio e il suo impegno in favore di quelle cause che ci hanno condotto qui questa sera.

Certamente ci sono state delle divergenze tra di noi negli ultimi sedici mesi. Ma avendo condiviso il palcoscenico con lei in molte occasioni, posso dirvi che quello che spinge Hillary Clinton ad alzarsi ogni mattina – anche quando ci sono poche speranze – è esattamente quello che spinse lei e Bill Clinton a partecipare alla loro prima campagna elettorale, tantissimi anni fa; è quello che la spinse a lavorare per il Children’s Defense Fund e a condurre la sua battaglia per la riforma sanitaria quando era first lady; è quello che l’ha portata al Senato degli Stati Uniti e ha dato forza alla sua campagna presidenziale, capace di rompere gli schemi: un desiderio incrollabile di migliorare la vita dei comuni cittadini di questo Paese, per quanto difficile possa essere quest’impresa. Ed è indubbio che quando finalmente avremo vinto la battaglia per un’assistenza sanitaria per tutti in questo Paese, il suo ruolo in quella vittoria sarà stato fondamentale. Quando trasformeremo la nostra politica energetica e sottrarremo i nostri figli alla morsa della povertà, ci riusciremo perché lei ha lavorato perché questo accadesse. Il nostro partito e il nostro Paese sono migliori grazie a lei, e io sono un candidato migliore per aver avuto l’onore di competere con Hillary Rodham Clinton.

C’è chi dice che queste primarie ci hanno lasciati un po’ più deboli e un po’ più divisi. Ebbene, io dico che grazie a queste primarie ci sono milioni di americani che per la prima volta in assoluto hanno espresso un voto. Ci sono elettori indipendenti ed elettori repubblicani che comprendono che in queste elezioni non si decide solamente quale partito governerà a Washington, ma si decide sulla necessità di cambiare a Washington. Ci sono giovani, afroamericani, ispanici e donne di tutte le età che sono andati a votare in massa, con numeri che hanno battuto tutti i record e hanno dato l’esempio a una nazione intera.

Tutti voi avete scelto di sostenere un candidato in cui credete profondamente. Ma in fin dei conti, non siamo noi la ragione per la quale siete usciti di casa e avete aspettato, con file che si stendevano per isolati interi, per votare e far sentire la vostra voce. Non lo avete fatto per me, o per la senatrice Clinton o per chiunque altro. Lo avete fatto perché sapete nel profondo del vostro cuore che in questo momento – un momento che sarà decisivo per una generazione intera – non possiamo permetterci di continuare a fare quello che abbiamo fatto. Abbiamo il dovere di dare ai nostri figli un futuro migliore. Abbiamo il dovere di dare al nostro Paese un futuro migliore. E per tutti coloro che questa notte sognano questo futuro, io dico: cominciamo a lavorare insieme. Uniamoci in uno sforzo comune per tracciare una nuova rotta per l’America.
Tra pochissimi mesi, il Partito repubblicano arriverà qui a St. Paul, per la sua convention, con un programma diversissimo. Verranno qui per nominare come candidato alla presidenza John McCain, un uomo che ha servito questo Paese eroicamente. Io rendo onore a quello che ha fatto sotto le armi, e rispetto i tanti risultati che ha ottenuto, anche se lui sceglie di negare i miei. Non è sul piano personale che sono in disaccordo con lui: sono in disaccordo con le misure che ha proposto in questa campagna.

Perché se da un lato John McCain può legittimamente rivendicare momenti di indipendenza dal suo partito in passato, non è questa indipendenza il tratto distintivo della sua campagna presidenziale.

Non è cambiamento se John McCain ha deciso di schierarsi dalla parte di George Bush nel novantanove per cento dei casi, come ha fatto in Senato lo scorso anno. Non è cambiamento quando ci offre altri quattro anni delle politiche economiche di Bush, che non sono riuscite a creare posti di lavoro ben pagati, o ad assicurare i nostri lavoratori, o ad aiutare gli americani a sostenere i costi sempre più alti dell’università; politiche che hanno fatto calare il reddito reale delle famiglie medie americane, che hanno allargato il divario tra il grande capitale e le piccole e medie imprese e hanno lasciato ai nostri figli un debito colossale.

E non è cambiamento quando promette di proseguire, in Iraq, sulla strada di una politica che chiede tutto ai valorosi soldati, uomini e donne, che servono nelle nostre forze armate, e non chiede nulla ai politici iracheni, una politica in cui tutto quello che cerchiamo di ottenere sono ragioni per rimanere in Iraq, mentre spendiamo miliardi di dollari al mese in una guerra che non serve nel modo più assoluto a rendere il popolo americano più sicuro. Vi dirò una cosa: ci sono molte parole per definire il tentativo di John McCain di spacciare la sua acquiescenza alle politiche di Bush come una scelta di novità e imparzialità. «Cambiamento», però, non è tra queste.

Cambiamento è una politica estera che non comincia e finisce con una guerra che non avrebbe mai dovuto essere autorizzata e non avrebbe mai dovuto essere scatenata. Non verrò qui a far finta che in Iraq siano rimaste molte opzioni valide a disposizione, ma un’opzione improponibile è quella di lasciare i nostri soldati in quel Paese per i prossimi cent’anni, specialmente in un momento in cui le nostre forze armate sono al limite delle loro possibilità, la nostra nazione è isolata e quasi tutte le altre minacce che gravano sull’America vengono ignorate.

Dovremo essere tanto accorti nell’uscire dall’Iraq quanto poco accorti siamo stati nell’entrarvi, ma dobbiamo cominciare ad andarcene. È tempo che gli iracheni si assumano la responsabilità del loro futuro. È tempo di ricostruire le nostre forze armate e dare ai nostri veterani l’assistenza di cui hanno bisogno e le indennità che meritano, quando fanno ritorno a casa. È tempo di tornare a concentrare i nostri sforzi sulla leadership di al-Qaida e sull’Afghanistan, e di unire il mondo per combattere le minacce comuni del XXI secolo: il terrorismo e le armi nucleari, i cambiamenti climatici e la povertà, i genocidi e le malattie. Questo è il cambiamento.

Cambiamento è capire che per affrontare le minacce dei nostri giorni non basta la nostra potenza di fuoco, ma serve anche la forza della nostra diplomazia, una diplomazia decisa e diretta, in cui il presidente degli Stati Uniti non abbia paura di far sapere a qualsiasi dittatorucolo qual è la posizione dell’America e per che cosa si batte l’America. Dobbiamo tornare ad avere il coraggio e la convinzione per guidare il mondo libero. Questa è l’eredità di Roosevelt, e di Truman, e di Kennedy. Questo è quello che vuole il popolo americano. Questo è il cambiamento.

Cambiamento è costruire un’economia che non ricompensi soltanto i ricchi, ma il lavoro e i lavoratori che l’hanno creata. È comprendere che le difficoltà che devono affrontare le famiglie dei lavoratori non possono essere risolte spendendo miliardi di dollari in altri sgravi fiscali per le grandi aziende e per i ricchi supermanager, ma offrendo uno sgravio fiscale alla classe media, e investendo nelle nostre infrastrutture fatiscenti, e cambiando il modo di usare l’energia, e migliorando le nostre scuole, e rinnovando il nostro impegno in favore della scienza e dell’innovazione. È comprendere che rigore di bilancio e prosperità diffusa possono andare a braccetto, come accadde quando era presidente Bill Clinton.

John McCain ha speso un mucchio di tempo a parlare di viaggi in Iraq, in queste ultime settimane, ma forse se avesse speso un po’ di tempo a viaggiare nelle città grandi e piccole che sono state colpite più duramente di tutte da questa economia – nel Michigan, nell’Ohio e proprio qui in Minnesota – comprenderebbe che tipo di cambiamento sta cercando la gente.

Forse se andasse nell’Iowa e incontrasse la studentessa che dopo un giorno intero a seguire le lezioni lavora la notte e nonostante questo non riesce comunque a pagare le cure mediche per una sorella ammalata, capirebbe che lei non può permettersi altri quattro anni di un sistema sanitario che va a vantaggio solo di chi è ricco e sano. Lei ha bisogno che noi approviamo una riforma sanitaria che garantisca un’assicurazione a tutti gli americani che la desiderano, e che faccia scendere il costo dei premi assicurativi per tutte le famiglie che ne abbiano bisogno. Questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno.
Forse se andasse in Pennsylvania e incontrasse l’uomo che ha perso il suo lavoro ma non ha neanche i soldi per pagarsi la benzina per girare alla ricerca di un altro lavoro, capirebbe che non possiamo permetterci altri quattro anni di dipendenza dal petrolio dei dittatori. Quell’uomo ha bisogno che noi approviamo una politica energetica che insieme alle case automobilistiche migliori i parametri di efficienza energetica dei carburanti, e che faccia in modo che le grandi aziende paghino per l’inquinamento che producono, e che faccia in modo che le compagnie petrolifere investano i loro profitti da record in un futuro di energia pulita; una politica energetica che creerà milioni di nuovi posti di lavoro ben pagati e che non potrà essere delegata ad altri Paesi. Questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno.

E forse se avesse passato un po’ di tempo nelle scuole della Carolina del Sud o di St. Paul, o dove ha parlato questa sera, a New Orleans, capirebbe che non possiamo permetterci di lesinare soldi per il programma per l’infanzia No Child Left Behind; che è un dovere verso i nostri figli investire nell’istruzione per la prima infanzia, reclutare un esercito di nuovi insegnanti e offrire loro una paga migliore e maggiore sostegno, decidere finalmente che in questa economia globale l’occasione di avere un’istruzione universitaria non dovrebbe essere un privilegio riservato a pochi ricchi, ma un diritto inalienabile di ogni americano. Questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno in America. È per questo che io corro per la presidenza.

L’altra parte verrà qui a settembre e offrirà una serie di politiche e di posizioni molto diverse, e questo è un dibattito che io aspetto con impazienza. È un dibattito che il popolo americano si merita. Ma quello che non si merita è un’altra elezione governata dalla paura, dalla diffamazione e dalla divisione. Quello che non sentirete da questa campagna o da questo partito è quel genere di politica che usa la religione come un elemento di divisione e il patriottismo come una clava, quella politica che vede i nostri avversari non come concorrenti da sfidare ma come nemici da demonizzare. Perché noi possiamo definirci Democratici e Repubblicani, ma siamo prima di tutto americani. Siamo sempre prima di tutto americani.

Nonostante quello che ha detto stasera l’ottimo senatore dell’Arizona, io ho visto molte volte, nei miei vent’anni di vita pubblica, persone di idee e opinioni differenti trovare un terreno d’incontro, e io stesso in molte occasioni ho creato questo terreno d’incontro. Ho camminato sottobraccio con leader di quartiere nel South Side di Chicago, e ho visto stemperarsi le tensioni tra neri, bianchi, e ispanici mentre lottavano insieme per avere un buon lavoro e una buona istruzione. Sono stato seduto a uno stesso tavolo con rappresentanti della magistratura e delle forze dell’ordine e sostenitori dei diritti umani per riformare un sistema della giustizia penale che ha mandato tredici innocenti nel braccio della morte. E ho lavorato insieme ad amici dell’altro partito per garantire un’assicurazione sanitaria a un maggior numero di bambini e uno sgravio fiscale a un maggior numero di famiglie di lavoratori; per frenare la proliferazione delle armi nucleari e per fare in modo che il popolo americano sappia dove vengono spesi i soldi delle sue tasse; e per ridurre l’influenza dei lobbisti che troppo spesso stabiliscono le priorità a Washington.

Nel nostro Paese, io ho scoperto che questa collaborazione non avviene perché siamo d’accordo su ogni cosa, ma perché dietro a tutte le etichette e false divisioni e categorie che ci definiscono, al di là di tutti i battibecchi e le schermaglie politiche a Washington, gli americani sono un popolo onesto, generoso, compassionevole, unito da sfide e speranze comuni. E in certi momenti, è a questa bontà di fondo che si fa appello per tornare a far grande questo Paese.
Così è stato per quel gruppo di patrioti riuniti in una sala a Filadelfia, che dichiararono la formazione di una più perfetta unione; e per tutti coloro che sui campi di battaglia di Gettysburg e di Antietam [luoghi di importanti battaglie della Guerra di secessione, ndt] si impegnarono fino allo spasimo per salvare quella stessa unione.

Così è stato per la più grande delle generazioni, che sconfisse la paura stessa e liberò un continente dalla tirannia facendo di questo Paese una terra di opportunità e prosperità senza limiti.
Così è stato per i lavoratori che hanno tenuto duro nei picchetti; per le donne che hanno infranto il soffitto di cristallo; per i bambini che sfidarono il ponte di Selma [allusione a un famoso episodio delle lotte per i diritti civili degli anni ‘60, ndt] per la causa della libertà.
Così è stato per ogni generazione che ha affrontato le sfide più grandi, contro ogni speranza, per lasciare ai loro figli un mondo che è migliore, più buono e più giusto.

E così dev’essere per noi.

America, questo è il nostro momento. Questa è il nostro tempo. Il tempo di voltare pagina rispetto alle politica del passato. Il tempo di apportare una nuova energia e nuove idee alle sfide che abbiamo di fronte. Il tempo di offrire una direzione nuova al Paese che amiamo.
Il viaggio sarà difficile. La strada sarà lunga. Io affronto questa sfida con profonda umiltà e consapevolezza dei miei limiti. Ma l’affronto con una fede illimitata nella capacità del popolo americano. Perché se siamo pronti a lavorare per questo obbiettivo, e a lottare per questo obbiettivo, e a credere in questo obbiettivo, allora sono assolutamente certo che le generazioni future potranno guardarsi indietro e dire ai nostri figli che questo fu il momento in cui cominciammo a offrire assistenza sanitaria per gli ammalati e un buon lavoro ai disoccupati; questo fu il momento in cui l’innalzamento dei mari cominciò a rallentare e il nostro pianeta cominciò a guarire; questo fu il momento in cui mettemmo fine a una guerra e garantimmo la sicurezza della nostra nazione e ripristinammo l’immagine dell’America come ultima e migliore speranza per il pianeta. Questo fu il momento – questo fu il tempo – in cui ci unimmo per ricostruire questa grande nazione in modo tale da rispecchiare la nostra vera identità e i nostri più alti ideali. Grazie, che Dio vi benedica e che Dio benedica l’America.”

(traduzione di Fabio Galimberti)

tratto da: il sole 24 ore

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