Archivio di Ottobre, 2009

Anticipazione: In Italia, 7 imprenditori su 100 apriranno un’impresa nei prossimi tre anni

Sabato, 31 Ottobre, 2009

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Enter Bocconi, Centro di ricerca imprenditorialità e imprenditori, ha presentato ieri il rapporto Gem, che misura il livello di imprenditorialità in 43 paesi del mondo.
 La crisi sembra avere scalfito lo spirito imprenditoriale degli italiani più di quello di altri popoli. Nel 2008, secondo il Global entrepreneurship monitor (Gem), il rapporto di ricerca internazionale che misura l’imprenditorialità in 43 paesi del mondo, la percezione di avere abilità e conoscenze sufficienti ad avviare un’impresa è scesa del 21% e l’intenzione di avviare attività in proprio entro tre anni è crollata del 29% “Nessun altro paese d’Europa ha registrato una caduta delle stesse proporzioni”, affermano Guido Corbetta, Alexandra Dawson e Giovanni Valentini dell’Enter Bocconi, il Centro di ricerca imprenditorialità e imprenditori che ha curato la rilevazione in Italia, “e ciò suggerisce che in Italia la percezione della situazione economica è più pessimistica che altrove”.

Il rapporto, che si avvale della collaborazione di Ernst & Young e Atradius, è stato presentato ieri presso la sede dell’Università Bocconi di via Roentgen 1 nell’ambito di MI faccio IMPRESA, il salone dei nuovi imprenditori promosso dall’associazione ImpresaFacendo. In quell’occasione i risultati sono stati discussi in una tavola rotonda da esponenti delle principali istituzioni , del mondo accademico, del mondo associativo e delle imprese.

La percentuale di italiani adulti coinvolti nella gestione di una nuova impresa (con meno di 42 mesi di vita) è del 4,6%, contro una media del 6,4% tra le 18 economie avanzate  (su 43 totali) comprese nella rilevazione. Solo Belgio, Danimarca e Germania fanno peggio dell’Italia. Tra i paesi di dimensioni comparabili la Spagna si attesta al 7%, il Regno Unito al 5,9% e la Francia al 5,6%. È dal 2003 che l’Italia ottiene un risultato inferiore alla media nel parametro che misura la creazione di nuove imprese.

Anche dopo il forte calo del 2008, la percentuale di adulti italiani che ritiene di essere qualificato per avviare un’impresa (35%) non si discosta molto da quella degli altri paesi avanzati (39%), ma si traduce in una bassa percentuale di individui che intendono avviare un’impresa nei prossimi tre anni (7%). “Si tratta di un fenomeno comune all’Europa, ma non agli altri paesi avanzati”, sostengono ancora i tre studiosi dell’Enter Bocconi, “ed è dovuto alla paura di fallire, ad indicare che nel Vecchio Continente esiste ancora uno stigma piuttosto forte nei riguardi di chi è costretto a chiudere un’attività”. In realtà, la frequenza di chiusura di attività imprenditoriali è correlata alla frequenza di apertura e, in Italia, risulta molto bassa: nel 2008 tali episodi hanno riguardato l’1,8% della popolazione adulta. Nel 41% dei casi si abbandona l’attività perché essa non dà sufficiente profitto; le altre motivazioni sono personali (27,5%), problemi di finanziamento (10,5%), pensionamento (8,1%), possibilità alternative di impiego (5,8%), opportunità di vendita (4,7%), o una cessazione pianificata (2,5%).

In compenso, chi si lancia nell’avventura imprenditoriale lo fa, per lo più, per sfruttare un’opportunità anziché per necessità. Ogni sei imprese avviate per perseguire un’opportunità di mercato, solo una parte perché l’imprenditore non vede altre possibilità di ottenere un reddito.

Il neo-imprenditore italiano tipico è un maschio (in rapporto di 2:1 rispetto alle femmine), residente nel Nord Italia (48,2%, contro il 17,5% del Centro e il 34,2% del Sud e isole), tra i 24 e i 35 anni (nel 43% dei casi) e laureato (l’incidenza di neoimprenditori tra i laureati è due volte e mezza quella di chi non ha completato le scuole superiori e il doppio di quella di chi ha un diploma di scuola secondaria).

La rilevazione prevedeva anche interviste a un panel di esperti per comprendere quali siano i fattori che ostacolano lo sviluppo dell’imprenditorialità in Italia: la ragione citata più spesso è la difficoltà di ottenere finanziamenti, seguita dalla scarsità di politiche e programmi pubblici di supporto all’imprenditorialità.

“Quanto emerge dal rapporto Gem”, sostiene Samuel Pengel, country  manager di Atradius per l’Italia, “conferma che la crisi economica ha lasciato un’eredità difficile da gestire. I percorsi di crescita delle imprese sono diventati più complessi e le relative opportunità di sviluppo sono state ridimensionate dagli eventi che hanno interessato i sistemi economici. Fare impresa oggi significa avere precise strategie per operare in questi nuovi scenari”.

“Nuove iniziative imprenditoriali in un periodo complesso come quello che stiamo attraversando sono oggettivamente difficili e, se non sostenute da una idea imprenditoriale di buon profilo, facilmente destinate a scarso successo. Non sorprende quindi il trend registrato nel nostro paese, anche in considerazione di un modello di sviluppo che spesso vede la nascita di nuove imprese collegate a fenomeni di flessibilizzazione aziendale”, dichiara Giacomo Iannelli, partner Ernst & Young.

La nuova impresa nei paesi avanzati

Paese % adulti
Stati Uniti 10,8
Islanda 10,1
Corea Sud 10,0
Grecia 9,9
Norvegia 8,7
Irlanda 7,6
Finlandia 7,3
Spagna 7,0
Israele 6,4
Slovenia 6,4
Regno Unito 5,9
Francia 5,6
Giappone 5,4
Paesi Bassi 5,2
Italia 4,6
Danimerca 4,4
Germania 3,8
Belgio 2,9
 
 
fonte: unibocconi.it

Library 2.0

Venerdì, 30 Ottobre, 2009

fonte: casaleggio.it

“MIfaccioIMPRESA” realizza il sogno di giovani imprenditori

Giovedì, 29 Ottobre, 2009

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MIfaccioIMPRESA è il primo Salone rivolto ai nuovi e aspiranti imprenditori che si svolge in Italia. Il Salone dei Nuovi Imprenditori è promosso da ImpresaFacendo, associazione fondata per lo sviluppo e la promozione di iniziative imprenditoriali, e opera con l’obiettivo principale di colmare il gap esistente tra i servizi d’incentivazione di nascita e sviluppo imprenditoriale e i momenti informativi, cruciali nell’aiutare ad orientarsi e compiere le scelte più competitive sul mercato. 
Attraverso stand, conferenze, seminari informativi, incontri one-to-one, MIfaccioIMPRESA metterà a disposizione di aspiranti e neo-imprenditori esperti, disponibili a offrire un’assistenza personalizzata in tutte le problematiche connesse allo start-up di impresa, istituzioni ed enti finalizzati al sostegno delle imprese, organizzazioni, in grado di orientare nella ricerca di fondi, finanziamenti e agevolazioni e di accompagnare le domande per accedervi, consulenti, per districarsi nelle complessità del sistema legislativo e fiscale e professionisti per tutte le tappe cruciali della vita aziendale, aziende di servizi e prodotti per l’azienda: dagli arredi per ufficio ai servizi di telefonia, fino a strumenti sofisticati di comunicazione web, imprenditori di successo con cui confrontarsi per scambiare esperienze o raccogliere spunti e stimoli per il proprio progetto d’impresa.

Al centro dell’edizione 2009 di MIfaccioIMPRESA ci sarà dunque l’innovazione quale primo fattore che deve essere alla base della nascita, del successo iniziale e dell’intera vita di ogni azienda che desideri partire e restare competitiva. A disposizione dei giovani aspiranti imprenditori interessati all’iniziativa, saranno a disposizione un ampio spazio espositivo con stand pre-allestiti, sale per forum, presentazioni, workshop, sessioni, seminari e conferenza plenaria e matching area per incontri  one-to-one.

MIfaccioIMPRESA, visto il successo riscontrato dell’esempio francese del “Salon des Entrepreneurs”, che anche quest’anno si è confermato ai vertici con quasi 70mila visitatori, mira ad essere il primo evento nazionale dove vengono presentati contemporaneamente e nello stesso luogo sia i fornitori privati che la Pubblica Amministrazione. La manifestazione si svolgerà presso l’Università Bocconi di Milano dal 30 al 31 ottobre 2009. L’ingresso è gratuito.

Per maggiori informazioni visita il sito ufficiale www.mifaccioimpresa.it

fonte: Lineaedppmi.it

Abruzzo, terziarizzazione e nuova industrializzazione

Mercoledì, 28 Ottobre, 2009

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di Giuseppe Rapone

La terziarizzazione delle economie occidentali è in atto da diversi anni ed è testimoniata dai dati Eurostat sull’importanza del settore dei servizi, sia in termini di valore aggiunto che di occupazione. Alla base di tale processo vi sono diverse spiegazioni, in primis lo spostamento delle fasi produttive nei paesi a basso costo e minore tassazione con il conseguente aumento, nei paesi avanzati, della domanda di servizi a supporto delle filiere produttive internazionali. 

Questo processo vede le economie occidentali spostarsi verso la soft economy, cioè l’economia basata su attività tipicamente non produttive, come R&S, innovazione, design, progettazione, marketing, qualità. È evidente che tale fenomeno, se persistente, comporterà nel tempo lo svuotamento del manifatturiero europeo, e quindi la progressiva deindustrializzazione. Ed è altrettanto evidente che, quand’anche si conservino in patria le funzioni high-skilled a supporto della produzione, la delocalizzazione costituisce una perdita occupazionale per l’Occidente. Basti pensare all’attività (terziaria) di progettazione: uno, due, dieci persone progettano e 100, 200, 1.000 producono.

È lecito quindi porsi la domanda se l’economia occidentale, e quindi anche l’Abruzzo, debba assecondare il processo di terziarizzazione, e quindi favorire lo sviluppo del servizi ad alto valore aggiunto, o se debba attivare politiche industriali finalizzate a conservare la sua tradizionale vocazione manifatturiera, per la quale spiccano paesi come Germania e Italia. A parere di chi scrive, Eurolandia dovrebbe puntare a conservare un’anima industriale e, nello stesso tempo, valorizzare il comparto dei servizi innovativi di supporto alla manifattura. 

Per difendere e rilanciare l’industria, la Commissione europea qualche anno fa la lanciato la Piattaforma Tecnologica ManuFuture, proprio per attivare un dibattito sul futuro della manifattura europea. In Italia, è stata avviata l’ottima iniziativa Industria 2015, che vuole sperimentare una nuova politica industriale con incentivi automatici per la ricerca e l’innovazione. Inoltre, si sta cercando di mettere in campo azioni per l’introduzione dell’obbligo di indicazione del made in, con l’Italia in prima fila a rintuzzare l’opposizione di paesi trader come Francia e Regno Unito, e strumenti di difesa negli scambi commerciali, che ha visto le maggiori organizzazioni industriali europee contrarie alla riforma Mandelson, giudicata troppo concessiva verso i prodotti provenienti dai paesi emergenti. 

Tutto questo a livello macroeconomico. A livello micro, se per la grande impresa coltivare l’innovazione e restare vitale risulta più agevole grazie all’elevata disponibilità di risorse e una rete di relazioni consolidate, viene da chiedersi cosa possano fare le PMI per essere innovative e difendersi dai nuovi competitori. In altri termini, dove può andare, con chi può parlare una PMI per cercare di fare “qualcosa di nuovo”? Esistono dei luoghi, fisici o virtuali, ai quali la PMI può accedere per domandare ed offrire innovazione? E qual è, in concreto, il ruolo che debbono giocare istituzioni e università? Su questi interrogativi, sui quali ritorneremo in un prossimo intervento, si gioca la capacità di reagire alla situazione che stiamo vivendo. 

fonte: ilcentro.it                                                                       

La sfida educativa

Martedì, 27 Ottobre, 2009

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Donati: «Ai giovani va ridato il senso del lavoro come vocazione»

Per i giovani il lavoro è un sogno mutuato da una fiction. È questa, secondo il sociologo Pierpaolo Donati, l’emergenza educativa più grave a proposito di un altro importante capitolo del Rapporto-proposta: ovvero la complessa dinamica tra nuove generazioni e professione. L’analisi di Donati è impietosa. «In larga maggioranza i giovani si rapportano con il lavoro in modo estetico: faccio questo perché mi piace. E vanno in crisi se non trovano subito sul mercato ciò che gli garantisce un’immediata soddisfazione».

Perché questo accade? Il sociologo punta il dito contro il grande villaggio multimediale. «Internet, la tv, la musica sradicano i ragazzi dalla realtà e li trasportano in un mondo virtuale dove tutto, anche il lavoro, è finto. Il dramma è che non se ne accorgono». La sfida per l’educazione è far di nuovo “assaggiare” ai giovani la realtà “scippandoli” al mondo dell’immaginario. «Occorre cancellare il mito da paese dei balocchi che molti media propongono». E spiegare, insiste Donati «che il lavoro, qualunque esso sia, è un’attività che richiede sacrificio, ordine, capacità di programmazione, acquisizione di competenze».

Si deve far capire che il virtuale non genera professionalità. In caso contrario le conseguenze sono pesantissime. Sul banco degli imputati, ovviamente c’è anche il sistema scolastico. «Nessuno – insiste Donati – si preoccupa di spiegare agli studenti cos’è un mestiere. Stanno nei banchi con l’unico obiettivo di socializzare. Ma non c’è nessun tipo di progettualità professionale». Un vicolo cieco dal quale si esce solo con una rivoluzione culturale. «L’antidoto a questo male oscuro», secondo Donati, esiste. «I docenti facciano capire il senso del lavoro, non abbiamo paura di evocare il fatto che ogni attività comporta disciplina e quindi fatica. Facciano conoscere le sfaccettature delle varie professioni». Con un punto di arrivo. «L’introduzione in ogni istituto di un consulente, all’estero già molto diffuso, che aiuti i ragazzi a impostare la formazione in vista di una certa vocazione professionale. E si moltiplichino le occasioni di contatto con il mondo del lavoro. A questo punto, e solo a questo punto il lavoro da fiction cadrà nell’immaginario dei ragazzi come un castello di carte».

È questo, continua il sociologo, il significato della proposta educativa: quello di ravvivare nelle giovani generazioni il senso del lavoro come vocazione professionale. Un’apparente contraddizione con la fine della società del lavoro profetizzata da qualche studioso. «È vero – puntualizza Donati – che i lavori tradizionali della società industriale vanno diminuendo. Stiamo parlando del lavoro dell’operaio, dell’impiegato che devono eseguire dei compiti già stabiliti». Il futuro, secondo Donati, è su un altro pianeta che, almeno in Italia, è inesplorato. «C’è un campo sterminato di creatività da parte del lavoratore che può costruirsi un profilo professionale secondo le proprie attitudini nel campo dei servizi e del terzo settore. Pensiamo ai servizi alla persona, dove occorre letteralmente inventare il lavoro. La novità è un modo di vivere il lavoro come relazione sociale. Un modo in cui il rapporto con il destinatario dei servizi ha un forte contenuto relazionale: non è sostituibile dalle macchine, non è automatizzabile.

Si tratta di un’attività che si può fare solo con forti motivazioni». In conclusione Donati ritiene che la strada maestra sia quella di umanizzare il lavoro. «Anche se oggi prevale il lavoro solo materiale, con un nesso esclusivamente monetario, credo che l’umanizzazione del lavoro non sia un’utopia». E lancia un appello ai sindacati: «Devono porre il problema della qualità umana del lavoro non attraverso una rivendicazione ma attraverso una proposta». E agli imprenditori manda a dire: «Dovrebbero capire che l’umanizzazione del lavoro rende più competitiva la loro attività: questo significa agire sul clima aziendale, riequilibrare i tempi del lavoro. Non sono solo buone intenzioni, ma una garanzia di successo».

fonte: avvenire.it

autore: Stefano Andrini

Oggi sono a Linea Verde su RaiUno per presentare la mia rivista Soave y Delicious - La Natura che diventa Cibo

Domenica, 25 Ottobre, 2009

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Amato e Tremonti presentano il think-tank crusoe.it

Venerdì, 23 Ottobre, 2009

Intervista al sen. Giampiero Cantoni - “Un segnale vincente dell’economia sociale di mercato”

Giovedì, 22 Ottobre, 2009

giampiero_cantoni.jpg «Una buona operazione perché si iscrive nel filone dell’economia sociale di mercato» spiega a Il Tempo Giampiero Cantoni senatore Pdl ed ex presidente di Bnl commentando la moratoria sui mutui delle famiglie annunciata dall’Abi.

Il suo giudizio?

È una decisione che fa onore al sistema bancario perché va incontro a esigenze manifestate dal presidente del consiglio Berlusconi e dal ministro Tremonti che hanno più volte sollecitato le banche a una maggiore disponibilità verso le piccole imprese e le famiglie.

Sufficiente?

Molto positiva. Anche se ritengo che il sistema bancario dovrà incrementare la possibilità di accesso al credito delle famiglie meno abbienti e alle imprese nelle transazioni commerciali con un fondo di garanzia che diventi un’infrastruttura di sistema.

È stato il contrasto duro di Tremonti a indurre le banche a miti consigli?

Diciamo che il fine giustifica i mezzi.

Non sarà che con la moratoria anche le banche traggono vantaggio allontanando dai bilanci un corposo livello di sofferenze?

La strategia che persegue una banca tende sempre a far diminuire le sofferenze. E il blocco delle rate va in questa direzione. C’è da dire per che anche questo è un segnale molto forte dell’economia sociale di mercato. Il principio di sussidiarietà diventa uno strumento pragmatico.

Non si arriva un po’ tardi?

Forse queste misure dovevano arrivare molto prima perché la crisi nel manifattunero ha portato a un incremento di chiusure aziendali e a un ingiustificato aumento della disoccupazione! L’importante è che ora sia arrivata per anticipare il peggio che potrebbe ancora accadere.

Hanno fatto bene le banche a rifiutare i Tremonti Bond?

I bond rappresentano un’idea di aiuto e generosità da parte del Tesoro in un momento particolarmente difficile nel quale si poteva immaginare il crollo della finanza mondiale. Superata la crisi la banche hanno ritenuto che il tasso da pagare fosse troppo elevato rispetto a quello di raccolta su mercati molti liquidi. In più non sono stati amati i paletti che venivano introdotti.

Banca del Sud. Favorevole o contrario?

Operazione giusta per rilanciare il Sud. Ma il successo sarà determinato dalla scelta di uomini con alta professionalità, etica e capacità di fare l’interesse del Sud.

fonte:
Tempo di giovedì 22 ottobre 2009

autore:  Fil.Cal.

Tagliare gli sprechi, non i servizi

Mercoledì, 21 Ottobre, 2009

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di Carlo Mochi Sismondi

Non è certo che la crisi stia finendo (speriamo, ma i dati sono contraddittori), ma quel che è certo è che le risorse delle amministrazioni, specie quelle locali, sono sempre di meno, mentre la situazione socioeconomica dei cittadini comporta bisogni specularmente crescenti. Da sempre l’unico rimedio possibile, se non si vogliono alzare le tasse, deprimendo ancor più la disponibilità delle famiglie e quindi la domanda, è l’aumento dell’efficienza e la razionalizzazione della spesa. Qui c’è certamente molto da fare, ma ci troviamo in un campo minato: su uno stretto crinale tra la virtuosa eliminazione degli sprechi e la rincorsa a “spendere meno” sempre e comunque che, come ben abbiamo sperimentato, è una scelta a dir poco miope. Due temi in questi ultimi giorni mi inducono a riprendere il tema della qualità della spesa: entrambi abbastanza spinosi.

Il primo è quello della gestione dei patrimoni immobiliari di proprietà delle pubbliche amministrazioni. Tanti soldi spesi, tanti scandali passati (pensiamo alla vicenda per altro ancora non definita del Gruppo Romeo), tanta efficienza da riconquistare attraverso un rapporto corretto tra pubblico e privato.  In un contesto così fortemente caratterizzato e condizionato da una sempre più drastica riduzione delle risorse finanziarie a disposizione degli Enti Pubblici, non è infatti più derogabile l’esigenza di riprogettare la “governance” dei patrimoni immobiliari, urbani e territoriali di proprietà pubblica o di interesse pubblico, considerando questi beni non più come “voci di bilancio” il più delle volte passive ma come vere e proprie “risorse economiche attive”.

In questo campo lanciamo una nuova iniziativa, ultima nata nel cantiere sempre vulcanico di FORUM PA: il Laboratorio PATRIMONI PA net che nasce dall’alleanza tra FORUM PA e TEROTEC con la finalità di promuovere sul campo la diffusione di una cultura e prassi manageriale del programmare e governare “consapevolmente” ed “eticamente” i processi di esternalizzazione dei servizi rivolti ai patrimoni immobiliari, urbani e territoriali pubblici.
Il nostro laboratorio si proporrà con un ruolo di “motore di saperi”, in grado di attivare processi e strumenti innovativi di acquisizione, distribuzione e condivisione di un corredo comune di conoscenze specialistiche per la diffusione e il radicamento di una nuova cultura e prassi del management dei servizi per i patrimoni, così come di una “competitive intelligence” da parte delle committenze pubbliche e delle imprese private;

di”catalizzatore della partnership pubblico-privato”, in grado di attivare, indirizzare e presidiare tavoli permanenti di confronto e interfacciamento tra committenze pubbliche e imprese (a livello di singoli soggetti e di Associazioni di rappresentanza) per favorire la discussione e la risoluzione dei nodi e dei problemi aperti del mercato, così come la condivisione di “best practice”, linee guida, standard e modelli di riferimento.

Il secondo tema è quello della Legge 104 (benefici a favore dei lavoratori e dei familiari dei disabili): finalmente sono uscite le cifre. Il Ministro Brunetta ha presentato oggi la rilevazione effettuata dal Formez sulla metà delle amministrazioni italiane, equamente distribuite per tipologia e dislocazione geografica. L’immagine che viene fuori (sintetizzata anche dalle slides presentate dal Ministro) è descritta da pochi numeri:

Il 9% dei dipendenti pubblici usufruisce dei permessi per assistenza come previsto dalla legge 104, ma le amministrazioni non sono tutte uguali: la percentuale del 9% è infatti media di estremi anche distanti (4% in Trentino; 16% in Umbria). Al sud di media siamo al 12% al nord all’8%.

Di questi l’82% è derivato dall’assistenza a genitori o familiari (entro il terzo grado) disabili e/o anziani (questo spiega le alte percentuali di Umbria e Liguria: regioni con un tasso di anzianità particolarmente alto).

A prendere i permessi sono soprattutto le donne (tanto che schizzano in alto nella scuola che è settore a forte prevalenza femminile)

Il fenomeno è in decisa crescita (+20% tra marzo 2008 e marzo 2009).

Il costo totale dei permessi per la Legge 104 è di circa 600 milioni di euro che arrivano a un miliardo con gli altri benefici previsti dalla legge.

Maggiori controlli saranno previsti con la nuova legge in discussione al Senato (AS 1167), ma al di là di possibili abusi che pure sono stati fortemente denunciati per primi dalle associazioni dei disabili (e anche nel nostro forum di discussione se ne sono raccontati diversi), viene da chiedersi se la legge sta funzionando per quello per cui era stata pensata. Io non credo: penso che si sia trasformata per i veri bisognosi (probabilmente tanti) in una supplenza di servizi che non ci sono, per i furbi (spero pochi) in una scappatoia per avere vantaggi non dovuti e senza conseguenze (non è senza significato che – a detta della rilevazione oggi presentata - nella PA la percentuale di chi ne usufruisce è del 9% mentre nel privato è dell’1,5%)

Questo è un caso esemplare in cui la razionalizzazione degli impieghi e la corretta (e quindi più controllata) applicazione della legge non può e non deve tradursi in “risparmi”, ma appunto in maggiore qualità della spesa. Non è dando poco a tutti (anche a chi non ne ha diritto) che si risolvono i problemi dei disabili e delle loro famiglie, ma con una politica socio-assistenziale che non tagli gli investimenti soprattutto a livello degli Enti locali che sono i veri responsabili dell’assistenza alle fasce deboli.

fonte: saperi.forumpa.it

I miei ragazzi insidiati dal demone della Facilità

Martedì, 20 Ottobre, 2009

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di Marco Lodoli 

Cosa sta accadendo nelle menti degli italiani, come mai ho l’impressione che lo stordimento, se non addirittura una leggera forma di demenza, stiano soffiando come scirocco in troppi cervelli, giovani e meno giovani? Quali sono le cause, se ce ne sono, di questo torpore? Avevo raccontato, un mese fa su “Repubblica”, la mia crescente ansia di fronte al silenzio dei miei studenti che sembrano non saper più ragionare. In tanti hanno risposto, mi sono arrivate molte lettere, anche dai ragazzi delle scuole. Capisco che è difficile indicare un unico responsabile, un sicuro colpevole, ma una piccola idea del perché accada tutto questo io me la sono fatta e ve la propongo. A mio avviso da troppo tempo viviamo sotto l’influsso di una divinità tanto ammaliante quanto crudele, un uccelletto che canta soave, ma che ha un becco così sottile e feroce da mangiarci il cervello. La Facilità è la dea che divora i nostri pensieri, e di conseguenza l’intera nostra vita. La Facilità non va certo confusa con la Semplicità che, come ben sintetizzava il grande scultore Brancusi, «è una complessità risolta». La Semplicità è l’obiettivo finale di ogni nostro sforzo: noi dovremmo sempre impegnarci affinché pensieri e gesti siano semplici, e dunque armoniosi e giusti. La Semplicità è il miele prodotto dal lavoro complicato dell’alveare, è il vino squisito che dietro di sé ha la fatica della vigna.

La Facilità, invece, è una truffa che rischia di impoverire tragicamente i nostri giorni. A farne le spese sono soprattutto i ragazzi più poveri e sprovveduti, ma anche noi adulti furbi e smaliziati stiamo concedendo vasti territori a questa acquerugiola che somiglia a un concime ed è un veleno. La nostra cultura ormai scansa ogni sentore di fatica, ogni peso, ogni difficoltà: abbiamo esaltato il trash e il pulp, bastavano un rutto e una rasoiata per raccogliere attenzione e gloria; abbiamo accettato che le televisioni venissero invase da gente che imbarcava applausi senza essere capace a fare nulla; abbiamo accolto con entusiasmo ogni sbraitante analfabeta, ogni ridicolo chiacchierone, ogni comico da quattro soldi, ogni patetica “bonazza”. Così un poco ogni giorno il piano si è inclinato verso il basso e noi ci siamo rotolati sopra velocemente, allegramente, fino a non capire più nulla, fino all’infelicità. Tutto è stato facile, e tutto continua a voler essere ancora più facile. Impara l’inglese giocando, laureati in due anni senza sforzo, diventa anche tu ridendo e scherzando un uomo ricco e famoso. Spesso i miei alunni, ragazzi di quindici o sedici anni, mi dicono: «Io voglio fare i soldi in fretta per comprarmi tante cose», e io rispondo che non c’è niente di male a voler diventare ricchi, ma che bisognerà pure guadagnarseli in qualche modo questi soldi, se non si ha alle spalle una famiglia facoltosa: bisognerà studiare, imparare un buon mestiere, darsi da fare. A questo punto loro mi guardano stupiti, quasi addolorati, come se avessi detto la cosa più bizzarra del mondo. Non considerano affatto inevitabile il rapporto tra denaro e fatica, credono che il benessere possa arrivare da solo, come arriva la pioggia o la domenica. Sembra che nessuno mai li abbia avvertiti delle difficoltà dell’esistenza. Sembra che ignorino completamente quanto la vita è dura, che tutto costa fatica, e che per ottenere un risultato anche minimo bisogna impegnarsi a fondo. E per quanto io mi prodighi per spiegare loro che anche per estrarre il succo dall’arancia bisogna spremerla forte, mi pare di non riuscire a convincerli. Il mondo intero afferma il contrario, in televisione e sui manifesti pubblicitari tutti ridono felici e abbronzati e nessuno è mai sudato. Così si diventa idioti. E’ un processo inesorabile, matematico, terribile, ed è un processo che coinvolge anche gli adulti, sia chiaro. La Facilità promette mari e monti, e il livello mentale si abbassa ogni giorno di più, fino al balbettio e all’ impotenza. «Le cose non sono difficili a farsi, ma noi, mettere noi nello stato di farle, questo sì è difficile», scriveva ancora Brancusi. Mettere noi stessi nello stato di poter affrontare la vita meglio che si può, di fare un mestiere per bene, di costruire un tavolo o di scrivere un articolo senza compiere gravi errori, questo è proprio difficile, ed è necessario prepararsi per anni, prepararsi sempre. E se addirittura volessimo avanzare di un palmo nella conoscenza di noi stessi e del mondo, trasformarci in esseri appena appena migliori, più consapevoli e sereni, dovremmo ricordarci la fatica e la pena che ogni metamorfosi pretende, come insegnano i miti classici, le vite degli uomini grandi, le parole e le posizioni dei monaci orientali. Ma la Facilità ormai ha dissolto tante capacità intellettuali e manuali, e si parla a vanvera perché così abbiamo sentito fare ogni sera, si pensa e si vive a casaccio perché così fanno tutti. Ben presto per i lavori più complessi dovremo affidarci alla gente venuta da fuori, da lontano, alle persone che hanno conosciuto la sofferenza e hanno coltivato una volontà di riscatto. Loro sanno che la Facilità è un imbroglio, lo hanno imparato sulla loro pelle. Noi continueremo a sperare di diventare calciatori e vallette, miliardari e attrici, indossatori e stilisti, e diventeremo solo dei mentecatti.

tratto da:  la Repubblica — 06 novembre 2002  

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