La sfida educativa

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Donati: «Ai giovani va ridato il senso del lavoro come vocazione»

Per i giovani il lavoro è un sogno mutuato da una fiction. È questa, secondo il sociologo Pierpaolo Donati, l’emergenza educativa più grave a proposito di un altro importante capitolo del Rapporto-proposta: ovvero la complessa dinamica tra nuove generazioni e professione. L’analisi di Donati è impietosa. «In larga maggioranza i giovani si rapportano con il lavoro in modo estetico: faccio questo perché mi piace. E vanno in crisi se non trovano subito sul mercato ciò che gli garantisce un’immediata soddisfazione».

Perché questo accade? Il sociologo punta il dito contro il grande villaggio multimediale. «Internet, la tv, la musica sradicano i ragazzi dalla realtà e li trasportano in un mondo virtuale dove tutto, anche il lavoro, è finto. Il dramma è che non se ne accorgono». La sfida per l’educazione è far di nuovo “assaggiare” ai giovani la realtà “scippandoli” al mondo dell’immaginario. «Occorre cancellare il mito da paese dei balocchi che molti media propongono». E spiegare, insiste Donati «che il lavoro, qualunque esso sia, è un’attività che richiede sacrificio, ordine, capacità di programmazione, acquisizione di competenze».

Si deve far capire che il virtuale non genera professionalità. In caso contrario le conseguenze sono pesantissime. Sul banco degli imputati, ovviamente c’è anche il sistema scolastico. «Nessuno – insiste Donati – si preoccupa di spiegare agli studenti cos’è un mestiere. Stanno nei banchi con l’unico obiettivo di socializzare. Ma non c’è nessun tipo di progettualità professionale». Un vicolo cieco dal quale si esce solo con una rivoluzione culturale. «L’antidoto a questo male oscuro», secondo Donati, esiste. «I docenti facciano capire il senso del lavoro, non abbiamo paura di evocare il fatto che ogni attività comporta disciplina e quindi fatica. Facciano conoscere le sfaccettature delle varie professioni». Con un punto di arrivo. «L’introduzione in ogni istituto di un consulente, all’estero già molto diffuso, che aiuti i ragazzi a impostare la formazione in vista di una certa vocazione professionale. E si moltiplichino le occasioni di contatto con il mondo del lavoro. A questo punto, e solo a questo punto il lavoro da fiction cadrà nell’immaginario dei ragazzi come un castello di carte».

È questo, continua il sociologo, il significato della proposta educativa: quello di ravvivare nelle giovani generazioni il senso del lavoro come vocazione professionale. Un’apparente contraddizione con la fine della società del lavoro profetizzata da qualche studioso. «È vero – puntualizza Donati – che i lavori tradizionali della società industriale vanno diminuendo. Stiamo parlando del lavoro dell’operaio, dell’impiegato che devono eseguire dei compiti già stabiliti». Il futuro, secondo Donati, è su un altro pianeta che, almeno in Italia, è inesplorato. «C’è un campo sterminato di creatività da parte del lavoratore che può costruirsi un profilo professionale secondo le proprie attitudini nel campo dei servizi e del terzo settore. Pensiamo ai servizi alla persona, dove occorre letteralmente inventare il lavoro. La novità è un modo di vivere il lavoro come relazione sociale. Un modo in cui il rapporto con il destinatario dei servizi ha un forte contenuto relazionale: non è sostituibile dalle macchine, non è automatizzabile.

Si tratta di un’attività che si può fare solo con forti motivazioni». In conclusione Donati ritiene che la strada maestra sia quella di umanizzare il lavoro. «Anche se oggi prevale il lavoro solo materiale, con un nesso esclusivamente monetario, credo che l’umanizzazione del lavoro non sia un’utopia». E lancia un appello ai sindacati: «Devono porre il problema della qualità umana del lavoro non attraverso una rivendicazione ma attraverso una proposta». E agli imprenditori manda a dire: «Dovrebbero capire che l’umanizzazione del lavoro rende più competitiva la loro attività: questo significa agire sul clima aziendale, riequilibrare i tempi del lavoro. Non sono solo buone intenzioni, ma una garanzia di successo».

fonte: avvenire.it

autore: Stefano Andrini

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