Stefano Zamagni, Mecenatismo e filantropia non sono sinonimi*

stefano-zamagni.jpgUna differenza profonda corre tra mecenatismo e filantropia. Questi due termini tendono a essere unificati ed è un errore gravissimo dovuto proprio a non conoscenza, ignoranza. Il mecenatismo - non solo la parola, ma lo stesso significato - è un’invenzione italiana: umanesimo civile. È nella Toscana del 1400 che nasce il mecenatismo, infatti, mentre gli americani hanno inventato la filantropia. Tra i due termini esiste però una differenza profonda: il mecenate non è soltanto un soggetto imprenditoriale che dà soldi per un fine socialmente utile o comunque meritorio di attenzione, ma è un soggetto imprenditoriale che, oltre a procurare la risorsa, fornisce anche il know how, vale a dire quella creatività che è necessaria perché le risorse destinate a uno scopo raggiungano l’obiettivo desiderato. Pensiamo alla corporazione dei lanaiuoli della Firenze del primo Quattrocento che, a un certo punto, decidono di dare vita al Duomo di Firenze. Il Duomo, infatti, non è stato costruito dal Principe o dal Granduca, ma furono gli imprenditori della lana - che allora era l’industria trainante - che a un certo punto dicono a loro stessi: non possiamo limitarci a fare profitto, è troppo facile. Più difficile è fare profitto e una parte destinarlo a obiettivi che servono ad aumentare il capitale civile - come diremmo oggi - della nostra comunità. In questo modo, i mercanti che venivano dalle Fiandre (erano i competitori) a Firenze, rimanevano ammirati dalle nostre opere. In questo modo era più facile fare affari perché aumentava il rapporto di fiducia. L’idea del mecenatismo è di utilizzare gli strumenti che il mercato consente, per raggiungere finalità di natura sociale che non sono viste come dicotomiche, separate, ma che sono collegate a doppio filo. Questo è il punto di forza che caratterizza il mecenate dal filantropo, che è uno che si limita solo a dare soldi. Non è certo un male, ma non basta, perché nel mondo del cosiddetto non profit o terzo settore oggi non c’è solo bisogno di maggiori risorse, ma soprattutto di più creatività e di maggiori capacità “manageriali”. Oggi la lotta alle nuove forme di povertà e dell’emarginazione deve prendere sempre di più la via delle strategie di asset building e non di mera redistribuzione del reddito.
Su questo tema nel dibattito sociale, culturale, politico ed economico italiano siamo veramente indietro perché quando si parla di lotta alla povertà tutti pensano che il modo per sconfiggere o aiutare chi sta in basso nella scala sociale a emergere sia quello della redistribuzione del reddito. Non nego che strategie politiche di redistribuzione del reddito servano allo scopo. Affermo però che non bastano e, soprattutto, non hanno il respiro di lungo termine. Se uno è ammalato di “cortotermismo” si limita alla redistribuzione del reddito. Noi sappiamo che nelle condizioni attuali le fasce basse della gerarchia sociale le si agevola aiutandole a costruire patrimoni, quindi asset building. È in questo senso che io vedo l’importanza strategica del microcredito.
Oggi ci sono bisogni che non possono essere soddisfatti solo redistribuendo il reddito. A questo proposito ricordo una frase della scuola di pensiero economico francescana - la prima scuola di pensiero economico fu infatti quella francescana - alla fine del 1300 quando l’economia di mercato si sviluppa dentro il pensiero francescano. “L’elemosina aiuta a sopravvivere, ma non a vivere, perché vivere è produrre e l’elemosina non aiuta a produrre”. Questa è la miglior prova che una congregazione come quella francescana aveva già capito i rischi dell’assistenzialismo, del burocraticismo. L’elemosina serve nelle situazioni di emergenza, ma non possiamo pensare di traghettare fuori dalla condizione di povertà intere fasce di persone con la tecnica dell’elemosina. Bisogna aiutare gli emarginati a produrre: è oggi il nome nuovo che hanno le strategie di asset building.  In questa direzione vanno anche le esperienze di Gift Matching e di Employee Volounteering, una novità quasi assoluta in Italia. Qual è il significato proprio di questa azione? È quello di far comprendere ai dipendenti che l’economia di mercato nasce all’interno della società civile e, se recide il cordone ombelicale che la unisce alla società civile, l’economia di mercato tende a deperire. Ciò significa che uno dei guai profondi della modernità che abbiamo lasciato alle nostre spalle è stato quello di far pensare che ci fosse dicotomia tra i comportamenti economici e le motivazioni economiche. Continuiamo a ragionare, erroneamente, come se fossimo ancora nel bel mezzo della società industriale. Oggi non siamo più in quella fase, ma continuiamo a ragionare con quelle categorie dicendo per esempio che quello che conta sono i comportamenti economici, cioè quello che uno fa. È un’illusione: i comportamenti economici sono sempre il risultato delle motivazioni. Se io non mi preoccupo di coltivare e capire le motivazioni all’agire economico delle persone è ovvio che finirò con il trovarmi male. È per questo motivo che molte imprese italiane perdono competitività. Non riusciamo a capire che l’organizzazione tayloristica del lavoro oggi porta l’impresa al fallimento. Perché il metodo andava bene ieri. Ma oggi, nella società e nell’economia della conoscenza, se io non so motivare le persone in maniera adeguata, quelle persone non danno il meglio di loro stesse. Ecco perché occorre rimettere in equilibrio la motivazione con il comportamento. Schemi come quello di Gift Matching e dell’Employee Volunteering vanno esattamente in questa direzione. Chiudo con una citazione da Il Barone Rampante di Italo Calvino. Il Barone Rampante capì che “le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone e danno la gioia che raramente si ha restando per proprio conto di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone, mentre vivendo per proprio conto capita più spesso il contrario: di vedere l’altra faccia della gente quella per cui bisogna tener sempre la mano alla guardia della spada”. Quando si arriverà a capire quello che il Barone Rampante aveva capito, si riuscirà a comprendere anche perché la nostra società oggi più che mai ha bisogno di soggetti che pongano alla base del proprio agire l’impegno al valore, cui subordinare, ma non cancellare né dimenticare gli strumenti del denaro o del potere.

* Sintesi dell’intervento tenuto dal professor Zamagni in occasione della presentazione del primo Rapporto Annuale di Unidea, 10 maggio 2005

Chi è Stefano Zamagni

Stefano Zamagni insegna Istituzioni di Economia all’Università di Bologna e Storia del pensiero economico all’Università Bocconi di Milano. Si è occupato di modelli di razionalità economica e ha in modo particolare approfondito lo studio dei comportamenti economici così detti “non interessati”.
Tra i principali esperti di politiche migratorie e di economia del terzo settore, ha studiato inoltre le implicazioni delle politiche familiari per il welfare.
Tra le sue pubblicazioni Microeconomic Theory, Profilo di storia del pensiero economico, Economia politica, Economia e etica. Recentemente ha pubblicato Economia civile, scritto a quattro mani con l’economista Luigino Bruni, propone una terza via tra neoliberismo e neostatalismo. E’ stato uno dei principali collaboratori di papa Benedetto XVI nella stesura dell’enciclica Caritas in Veritate.

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