Archivio di Giugno, 2010

Persona e Stato: fallibile la prima; mai perfetto il secondo

Mercoledì, 30 Giugno, 2010

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di Dario Antiseri

Critico dell’economicismo e del socialismo, Antonio Rosmini ebbe chiarissimo il nesso che unisce la proprietà alla libertà della persona. “La proprietà - afferma nella Filosofia del Diritto - esprime veramente quella stretta unione di una cosa con una persona … La proprietà è il principio della derivazione dei diritti e dei doveri giuridici. La proprietà costituisce una sfera intorno alla persona, di cui la persona è il centro: nella qual sfera niun altro può entrare”. Da qui l’imperativo di rispettare l’altrui proprietà: il rispetto dell’altrui proprietà è il rispetto della persona altrui. La proprietà privata è uno strumento di difesa della persona dall’invadenza dello stato.
Persona e Stato: fallibile la prima; mai perfetto il secondo. Ecco una famosa pagina della Filosofia della politica: “Il perfettismo, cioè quel sistema che crede possibile il perfetto nelle cose umane, e che sacrifica i beni presenti alla immaginata futura perfezione, è effetto dell’ignoranza. Egli consiste in un baldanzoso pregiudizio, pel quale si giudica dell’umana natura troppo favorevolmente, se ne giudica sopra una pura ipotesi, sopra un postulato che non si può concedere, e con mancanza assoluta di riflessione ai limiti naturali delle cose“.
Il perfettismo è “effetto dell’ignoranza” e frutto di un “baldanzoso pregiudizio”. Il perfettista ignora “il gran principio della limitazione della cose”. Egli non si rende conto che la società non è composta da “angeli confermati in grazia”, quanto piuttosto da “uomini fallibili”. E l’umana fallibilità lascia la sua traccia in tutti i nostri progetti. Di conseguenza risulta urgente non dimenticare che ogni governo “è composto di persone che, essendo uomini, sono tutte fallibili”.
Sennonché entusiasti della nefasta idea perfettista sono gli utopisti - “profeti di smisurata felicità”, i quali, con la promessa del paradiso in terra, si adoperano alacremente a costruire per i propri simili molto rispettabili inferni. L’utopia - scrive Rosmini - “lungi dal felicitare gli uomini, scava l’abisso della miseria; lungi dal nobilitarli, gli ignobilita al par de’ bruti; lungi dal pacificarli, introduce la guerra universale, sostituendo il fatto al diritto; lungi d’eguagliar le ricchezze, le accumula; lungi da temperare il potere de’ governi lo rende assolutissimo; lungi da aprire la concorrenza di tutti a tutti i beni, distrugge ogni concorrenza; lungi da animare l’industria, l’agricoltura, le arti, i commerci, ne toglie via tutti gli stimoli, togliendo la privata volontà e lo spontaneo lavoro; lungi da eccitare gl’ingeni alle grandi invenzioni, e gli animi alle grandi virtù, comprime e schiaccia ogni slancio dell’anima, rende impossibile ogni nobile tentativo, ogni magnanimità, ogni eroismo e anzi la virtù stessa è sbandita, la stessa fede alla virtù è annullata”.
E qui va sottolineato che dietro all’antiperfettismo di Rosmini preme la sua critica all’arroganza di quel pensiero moderno che elabora i suoi fasti nei pensatori illuministi. La dea Ragione sta a simboleggiare un uomo che presume di sostituirsi a Dio e di poter crere una società perfetta. Il giudizio che Rosnini dà sulla presunzione fatale dell’Illuminismo e sugli esiti tragici della Rivoluzione francese fa venire alla mente analoghe considerazioni, prima di Edmund Burke e successivamente di Friedrich August von Hayek.
Problemi gravi, nella Francia dell’epoca, ve n’erano. E non è un mistero - scrive Rosmini - che, come sempre, vi era nella popolazione “una parte irrequieta”. Ebbene, quel che avvenne fu che “capitanarono questa canaglia i cosiddetti filosofi, cioè i filosofi senza logica del secolo XVIII; e giovandosi del reale bisogno di progresso che aveva la civile società, presero ad incitarla … con promessa d’addurla così al progresso bramato che ella non sapeva formulare, né dargli forma esterna, né esterna esecuzione. La società si affidò ai primi capitani che le si offersero, dirò anche agli unici. Sventura! erano dei sofisti, degli empi. Così la causa del progresso si trovò orribilmente involta in quella delle passioni popolari, atee, anarchiche; mille idee si rimescolarono, si urtarono, ne nacque il caos, e dalle menti passò purtroppo nella realtà della vita”.
Antiperfettista, a motivo di quella che egli chiama l’”infermità degli uomini”, Rosmini si affretta sempre nella Filosofia politica, a far presente che gli strali critici puntati contro il perfettismo “non sono volti a negare la perfettibiltà dell’uomo e della società. Che l’uomo sia continuamente perfettibile fin che dimora nella presente vita, egli è un vero prezioso, è un dogma del Cristianesimo“. L’antiperfettismo di Rosmini implica, dunque, l’impegno maggiore. Da qui, tra l’altro, la sua attenzione su quella che egli chiama “lunga, pubblica, libera discussione”, giacché è da siffatta amichevole ostilità che gli uomini possono tirare fuori il meglio di sé ed eliminare gli errori dei propri progetti e idee.
L’antistatalismo - quale forma di utopismo - si configura in Rosmini come una precisa difesa della libertà e della dignità della persona umana. “Calcolandosi gli uomini unicamente per quello che sono utili allo stato, e nulla in se stessi, essi vengono abbassati alla condizione di cose e privati del carattere di persone: sotto un tal punto di vista, un branco di pecore può valere di più di un branco di uomini … Per noi l’uomo non è solo cittadino: prima di essere cittadino, egli è uomo, e questo è il suo titolo imprescrittibile di nobiltà, questo il rende maggiore a tutte insieme le cose materiali che compongono l’universo”.
Libertà, dignità e nobiltà della persona che vengono letteralmente calpestate, tra l’altro, dalla pretesa dello Stato di erigersi a maestro unico e di eliminare, di conseguenza, la libertà di insegnamento. E proprio contro siffatta concezione liberticida Rosmini nel saggio Della libertà d’insegnamento afferma: “I padri di famiglia hanno dalla natura e non dalla legge civile il diritto di scegliere per maestri ed educatori della loro prole quelle persone nelle quali ripongono maggior confidenza”. Lucido sulle conseguenze liberticide implicite nel monopolio statale dell’istruzione, Rosmini non lo è da meno sui danni prodotti da quello che noi oggi chiamiamo assistenzialismo statale.
“La beneficenza governativa - scrive - ha un ufficio pieno in vista delle più gravi difficoltà, e può riuscire, anziché di vantaggio, di grave danno, non solo alla nazione, ma alla stessa classe indigente che si pretende beneficiare; nel qual caso, invece di beneficenza è crudeltà. Ben sovente è crudeltà anche perché dissecca le fonti della beneficenza privata, ricusando i cittadini di sovvenire gl’indigenti che già sa o crede provveduti dal governo, nol sono, nol possono essere a pieno”.
Sin qui, dunque, solo alcune delle idee di Rosmini dalle quali, tuttavia, è facile comprendere la rilevanza e l’impressionante attualità del suo pensiero. E capiamo pure che l’avere per tanto tempo emarginato le idee di Rosmini ha costituito un incalcolabile danno per la cultura cattolica. In realtà, le idee di Rosmini oggi - forse oggi più di ieri - mostrano la loro consistenza teorica, la loro praticabilità politica e il loro valore umano e morale; e pongono sotto gli occhi di tutti il “tempo perduto” e le “occasioni mancate” della cultura cattolica e della politica italiana.

fonte: rosmini.it
 
 

“L’analfabetismo riguarda un buon terzo della popolazione italiana”

Lunedì, 28 Giugno, 2010

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di Luca De Biase

Dice Remo Lucchi, Eurisko: “Il 74% dei miei coetanei ha smesso di studiare alla quinta elementare e ora è analfabeta di ritorno. Io ho 64 anni. E l’analfabetismo riguarda un buon terzo della popolazione italiana. Queste persone si affidano a chi le rappresenta”.

Al recente Festival dell’Economia di Trento si sono sentite cifre simili e, comprendendo anche gli analfabeti veri e propri più coloro che sanno solo scrivere la propria firma, si sale ancora di più: verso la metà della popolazione italiana.

Non stupisce dunque che una buona metà degli italiani sia del tutto esclusa dalla lettura dei giornali e dalla consultazione del web. Dice il Censis che queste persone accedono alle informazioni solo attraverso il telegiornale. Ed eventualmente il passaparola.

Per quanto possano essere razionali e pienamente in grado di scegliere con la propria testa, queste persone decidono in base alle informazioni che hanno: dal telegiornale e dalle persone di cui si fidano, i loro leader culturali o coloro che ritengono li rappresentino. Questo è terreno fertile per il populismo. Da questo punto di vista si vede che il web e i giornali potrebbero - alla lunga - ritrovarsi dalla stessa parte: quella di un sistema dell’informazione dotato di diversità, critica, alternative interpretative, ricchezza di fatti in base ai quali costruire riflessioni.

Ilvo Diamanti ha mostrato come la popolazione italiana abbia visto come suo problema prioritario quello della sicurezza, tra il 2006 e il 2007, nonostante che il numero di reati in quel periodo non fosse aumentato: era aumentato invece il numero di servizi al telegiornale che parlavano di crimini.

Si sceglie - anche - in base all’informazione cui si accede.

fonte: blog.debiase.com

Tutti insieme per…

Venerdì, 25 Giugno, 2010

Cyberwar - L’America deve evitare una nuova “Pearl Harbour”. Questa volta sul web

Mercoledì, 23 Giugno, 2010

obama.jpgUna catena di blackout colpirebbero New York, Los Angeles, Washington e più di 100 altre città americane. Avremmo incidenti tra metropolitane. I gasdotti esploderebbero. Gli stabilimenti chimici sprigionerebbero nuvole di cloro tossico. Le banche perderebbero tutti i loro dati. I satelliti andrebbero fuori orbita. Tutti i networks del Pentagono subirebbero un brusco arresto, paralizzando il più potente apparato militare al mondo. Sembrerebbe l’inizio del film Die Hard, in cui un gruppo di cyber terroristi tentano di inscenare quello che chiamano fire sale: il sistematico blocco delle comunicazioni nazionali e delle infrastrutture dei servizi.

Secondo Richard Clarke, l’ex consigliere alla sicurezza informatica della Casa Bianca, questo è uno scenario realistico che, come spiega nel suo libro Cyber War: The Next Threat to National Security and What to Do About It, potrebbe mettere in ginocchio l’America in 15 minuti. “Gli Stati Uniti stanno preparando una offensiva nella guerra informatica ma, al tempo stesso, la politica del paese rende impossibile difendersi efficacemente da questi attacchi“. Gli States avranno anche inventato la Rete, ma ad oggi almeno 30 nazioni sono in grado di scatenare una guerra informatica capace di mettere in seria crisi i sistemi economici, militari e finanziari degli altri paesi.

Ironia della sorte, proprio gli Usa sono lo stato maggiormente esposto al rischio di cyber attacchi, rispetto a Russia, Cina e persino Corea del Nord, perché queste ultime hanno sempre fatto molto meno affidamento su Internet, sviluppando, al contempo, una miglior deterrente informatico. Per evitare che tutto ciò venga interpretato come la fantasia di un allarmista, c’è da dire che “lo zar dell’antiterrorismo” (così viene soprannominato Clarke) già nel 2004 ci aveva visto giusto sulla mancanza di preparazione americana nei confronti di Al-Qaeda nel libro Against All Enemies. E a finire nel mirino è proprio l’espansione di Internet, perché ora i computer dominano quasi ogni aspetto del settore produttivo americano e questo ha portato ad un pericoloso livello di dipendenza dalle macchine.

Nel nuovo libro Clarke usa le sue conoscenze specifiche in campo di politiche per la sicurezza per creare un credibile quanto apocalittico quadro della minaccia con la quale gli Stati Uniti potrebbero trovarsi faccia a faccia. Le parole di Clarke fanno seguito all’avvertimento di Michael McConnell, ex direttore della National Intelligence, che testimoniando davanti al Congresso ha detto: “Se oggi fossimo in presenza di una Cyber war, gli Stati Uniti avrebbero perso. Questo non perché non abbiamo persone di talento o una tecnologia all’avanguardia, ma perché semplicemente siamo i più dipendenti dalla Rete e dunque i più vulnerabili. Inoltre, a livello nazionale, non abbiamo compiuto i passi necessari per la comprensione e la protezione cyberspazio”.

Di opposto parere il Coordinatore della Casa Bianca sulla Cybersecurity, Howard Schmidt, che in una recente intervista ha respinto il concetto di una guerra cibernetica, sostenendo che gli Stati Uniti possono difendersi: “Come possiamo fronteggiare una massiccia cyber intrusione o un attacco di quelle dimensioni? Siamo molto più preparati ora che in passato”. Infine, è da notare la recente presa di posizione di James Lewis, uno dei maggiori esperti governativi di sicurezza, che vede la Cyber war come un evento improbabile in quanto le capacità degli Stati Uniti nell’individuazione degli attaccanti e nella adeguata ritorsione giocano un ruolo equivalente a quello svolto dal deterrente nucleare all’epoca dell’equilibrio del terrore di passata memoria.

Resta comunque memorabile la considerazione fatta da Bruce Schneier nel 2007: “La Cyber war non è certamente un mito. Ma voi non l’avete ancora vista, nonostante gli attacchi contro l’Estonia. La Cyber war è guerra nel cyberspazio. E la guerra implica la morte e la distruzione di massa. Quando la vedrete, non avrete dubbi”. Come affrontare quella che per gli Usa potrebbe rivelarsi una sorta di nuova Pearl Harbour? Clarke ha riferito che un gruppo di 30 esperti di ciberspazio riuniti nel 2009 giunse alla conclusione che le infrastrutture critiche dovessero essere separate dall’open-to-anyone caratteristico di Internet. Gli esperti si dissero favorevoli a un maggiore interesse nella ricerca e sviluppo degli studi cibernetici e conferire maggiore “resistenza” ai sistemi perché rispondessero nel modo migliore a un evenutale attacco.

fonte: loccidentale.it
autore: Alma Pantaleo

Come restituire all’Italia autostima, motivazione e volontà

Martedì, 22 Giugno, 2010

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di Federico Eichberg*  

Manca meno di un anno al 17 marzo 2011 giorno della ricorrenza dei 150 anni dall’Unità d’Italia. Proviamo ad andare con la fantasia a quel giorno ed immaginiamoci cosa proveremmo dinanzi all’ennesima celebrazione “edile” ed “evocativa”, fatta di targhe, lapidi, musei, monumenti di varia natura. Suonerebbe inopportuno e quasi beffardo soffermarsi su celebrazioni retrospettive della narrazione nazionale in un momento in cui più profonde appaiono le lacerazioni del “tessuto nazionale”, in un momento di imbarbarimento e consunzione dei rapporti sociali. In cui forte è la frustrazione di dover constatare che siamo in piena dis-unità, in una nazione segnata da fratture, in cui ad una storia comune non corrisponde l’idea di un futuro da costruire insieme (“memoria e progetto: una nazione non è altro che la somma di questi due fattori”, ricorda Alessandro Campi) . In cui echeggia, sinistro, un clima da <rompete le righe> e <ciascun pei fatti suoi>.
Proviamo ad immaginare cosa rappresenterebbe al contrario una celebrazione non retrospettiva ma prospettiva. Una celebrazione performativa. I 150 anni come occasione per una sorta di nuovo patto fra governanti e governati, fra giovani ed anziani, fra Meridione e Settentrione, fra italiani “nativi” e neoitaliani immigrati. Un nuovo inizio in cui tutti comprendono che dare il meglio di sé conviene a tutti, che rinunciare a qualcosa a favore del bene comune, in uno sforzo simmetrico, rende più alta la qualità della vita. Un impegno al di là delle fazioni politiche, dei regionalismi, degli egoismi settoriali, delle età anagrafiche. L’Italia odierna ha infatti bisogno di una iniezione di passione civile, di cultura della convivenza e del rispetto delle regole. Di fare finalmente ciò che è evidente e condiviso.

Superare la “rimozione dei fenomeni”
Bisogna superare le italiche tentazioni alla rimozione dei fenomeni, alla derubricazione degli eventi. Dirsi con chiarezza che esiste una crisi di legame e di missione in Italia, una introflessione, uno sfilacciamento della sfiducia sociale (abbiamo sentito nei diversi rapporti degli istituti di ricerca succedersi espressioni come «poltiglia di massa», «società a coriandoli» e «mucillagine sociale» in cui si fa una quotidiana «disarmante esperienza del peggio»). Pennellate forti ma efficaci vengono da un editoriale di Galli della Loggia dal titolo “La cultura come risorsa” del 22 luglio 2008 “Il fatto che da 15 anni (…) non cresca il reddito medio è in un certo senso solo la conseguenza ultima di qualcosa di più profondo. L’inerzia italiana non è nella sostanza economica. È piuttosto il venir meno di un’energia interiore, il perdersi del senso e delle ragioni del nostro stare insieme come Paese, delle speranze che dovrebbero tenere legato il primo alle seconde. È un lento ripiegare su noi stessi, un’incertezza che ci ha fatto deporre progressivamente ogni ambizione, ogni progetto. È l’invecchiamento di una popolazione che da anni non cresce; la consapevolezza deprimente che da anni siamo fermi, non facciamo, non creiamo, non costruiamo nulla d’importante così come non risolviamo nessuno dei problemi che ci affliggono. È la sensazione che il Paese non ha più né un baricentro né una meta. E la sensazione che, nel frattempo le differenze sociali, culturali e quindi geografiche fra le varie parti della penisola si stanno appesantendo, che tutti i legami vanno allentandosi: tra le persone come all’interno delle famiglie e con le istituzioni. È la percezione impalpabile che ci stiamo allontanando pian piano dal centro della corrente: come se la storia contrastata ma viva, fertile e felice della Prima Repubblica fosse giunta al capolinea, e non riuscisse a cominciarne nessun’altra”.
Un Paese che non apre gli occhi dinanzi a ciò è un paese ipocrita; un Paese destinato a sentirsi dire addio dai propri figli, desiderosi di vivere altrove, in società trasparenti, con senso civico e consapevoli della necessità di uno sforzo collettivo.
Occorre non rassegnarsi al paradosso odierno per cui non è il giovane che con il proprio lavoro paga la pensione al nonno ma il nonno che con i soldi della propria pensione rende meno disagiata la vita del nipote alla ricerca infinita del primo impiego. Tornano alla mente le parole del maestro Gino Lizio, la sua struggente lettera dal titolo “Intellettuali di Napoli, vi scongiuro di indignarvi” con cui invitava ad “… una reazione all’indifferenza, alla assuefazione, alla pigrizia mentale” ed invocava “una sana inquietudine”.
Non ci si deve rassegnare a quell’Italia che ci consegnano le rilevazioni impietose degli istituti di ricerca, progressivamente trasformatasi nel “Bel Paese del Mal Essere”, con l’80% delle persone che si dicono “sfiduciati e preoccupati”, il 63% che ritiene che i propri figli saranno meno ricchi di noi ed il 72% meno sicuri; il Paese (che era) del sorriso divenuto l’ultimo paese dell’UE per spinta verso il futuro e fiducia negli altri al punto che 7 italiani su 10 ritengono che «gli altri se ne avessero l’occasione, approfitterebbero della mia buona fede» e il 54% degli italiani ritiene inutile fare progetti per sè e la propria famiglia (dati Eurodap, Censis, Gallup-Doxa, Demos). Come risultato di questo furto del futuro l’Italia è oggi l’ultimo paese dell’UE per tasso di sviluppo demografico (1,29 per donna) insieme alla Germania e dietro la Spagna (1,36). La popolazione italiana è la più vecchia d’Europa, la seconda più vecchia al Mondo dopo il Giappone (dati Osservatorio su popolazione sviluppo, Berlino).
In tale scenario si fanno strada due “vie di fuga”: da un lato cresce vertiginosamente l’emigrazione giovanile (più di 3 milioni di giovani italiani – perlopiù laureati - si sono trasferiti all’estero negli ultimi 15 anni) in un paese in cui il tasso di disoccupazione giovanile supera il 20% e gli stipendi sono i terzultimi dei paesi OCSE; dall’altro crescono fenomeni di fuga alternativa con impennate nell’ultimo quinquennio di consumo di cocaina (+30%) eroina (+20%), droghe sintetiche (+193%), droghe etniche (+300%) , oltreché di alcool.
Questa ricerca di fuga, questa assenza di spinta verso il futuro e di “capitale sociale” condiviso è il risultato di politiche scellerate condotte abbastanza simmetricamente, negli ultimi anni, dalle due fazioni politiche. Una parte consistente del centrodestra ha indebolito negli ultimi 15 anni lo Stato minando il senso delle istituzioni con i continui attacchi (di volta in volta giustizia/magistratura, Quirinale, fisco e, da una specifica componente, istituzioni “romane”, tricolore, Costituzione, inno); il centrosinistra lo ha indebolito con una riforma scellerata dello Stato (riforma del titolo V della costituzione) che ha frammentato le responsabilità e le ha rese disomogenee ai centri di costo, con una paralizzante visione iperconcertativa delle decisioni attraverso l’onnipresenza del sindacato, dell’ambientalismo, ecc…
Sintesi, sul piano etico, di questo contributo tristemente bipartisan alla crisi del nostro paese è la tenaglia di culture in cui l’Italia si trova schiacciata: si potrebbe dire, semplificando che l’Italia è vittima al contempo della cultura del ’68 (anno in cui i movimenti di piazza introducono un’etica contraria al merito, all’autorità, alla disciplina ed all’appartenenza identitaria) e della cultura del ’78 (anno in cui nasce la TV commerciale, simbolicamente, veicolo di un’etica appiattita sul presente, sul successo vistoso ed urlato, sull’ostentazione, sull’esigenza di apparire, sulla tracotanza che prescinde le regole). Queste culture hanno “fiaccato” il nostro Paese proprio in quelle sue caratteristiche di garbo, di cultura civica, di ricercatezza che ne avevano costituito per secoli il tratto dominante, condannandolo invece ad una omologazione al peggio.

Una nuova narrativa nazionale
Riconoscendo questa situazione, ma anche consapevoli delle energie interiori che il popolo italiano ha, lavoriamo per un 150° anniversario che sia realmente un nuovo inizio. “Dobbiamo creare una mobilitazione come se fossimo in guerra, per cui tutti fanno meglio, lavorano di più, studiano di più, inventano di più. Non ci sono più margini per i chiacchieroni, i fannulloni, i ritardatari, i cinici” ricorda il sociologo Alberoni. E aggiunge Piero Ottone: “Se vogliamo indicare il punto di partenza di una rinascita nazionale, non c’è dubbio che esso sia, lo dicono le persone di buona volontà in Italia e fuori, il ritorno al senso morale; la risalita etica, la sferzata che restituisca al Paese stima e fiducia in se stesso, e lo aiuti a uscire dalla sua profonda depressione. Si dirà che il senso etico è come il coraggio: chi non lo ha non può darselo. Forse è così. Ma anche il senso etico, come il coraggio, è contagioso. L’ufficiale che per primo si lancia contro il nemico è sempre stato, attraverso la storia, il simbolo del buon esempio: i soldati lo seguiranno”.
Sarebbe bello in quest’anno progressivamente il formarsi di un’opinione condivisa: prima fra centri di studi, istituti di ricerca e mondo accademico, poi fra rappresentanze sociali e produttive, infine fra poteri locali e centrali. È necessario che tutti comprendano che riforme condivise possono segnare un nuovo inizio, e dissipare la nebbia verso il futuro, a cominciare dalla «sensazione di una politica prigioniera dei propri riti e della propria impotenza – ricorda Massimo Franco - assorbita da questioni marginali, e condannata a perdere di vista scelte strategiche per l’economia del Paese». Ecco, proprio la politica potrebbe cominciare adottando alcune soluzioni semplici e radicali, che vanno attuate complessivamente nei rispettivi ambiti, operando finalmente (con le parole sempre di Alberoni) “una razionalizzazione su cui tutti sono d’accordo, che consideriamo ovvia ma non facciamo”.
Potrebbe appunto cominciare la politica votando in forma bipartisan proposte che entrambi gli schieramenti hanno avanzato per anni lasciandole lettera morta: la riduzione del numero di parlamentari, consiglieri e assessori regionali e comunali e relativi stipendi, il dimezzamento ex lege dei rimborsi elettorali sulla base della media UE, l’obbligo di pubblicità e trasparenza dei bilanci dei partiti, la differenziazione dei compiti delle due Camere (inserendo la rappresentatività delle Regioni), l’ abolizione delle province (all’inizio erano solo 59; oggi sono più di 110), la Riforma dei Regolamenti parlamentari, con incremento delle opportunità di convocare commissioni in sede legislativa e corsie ‘preferenziali’ per i disegni di legge di provenienza governativa.
Una politica che chiede a se’ stessa assume l’autorevolezza per chiedere alle altre componenti istituzionali e sociali: alla Pubblica amministrazione, per esempio, di applicare forme di contratto di lavoro atipiche, la riduzione dei distacchi sindacali, l’incremento della potestà disciplinare in capo ai dirigenti; è in grado di chiedere alle Regioni ex lege di provvedere autonomamente allo smaltimento dei rifiuti prodotti nel proprio territorio attraverso la realizzazione di uno o più termovalorizzatori; di proporre alle imprese - a fronte di un auspicata riduzione delle aliquote - un forte impegno nel campo della ricerca, nelle neoassunzioni di under 30 e negli investimenti nel Mezzogiorno; di fare un patto con le famiglie che preveda in cambio di una fiscalità ad hoc con il quoziente familiare, un impegno straordinario nella sfida educativa; di far sì che parta dal servizio radiotelevisivo e comunicativo-pubblicitario una “Rivoluzione dignitaria” attraverso una ridefinizione dei palinsesti TV, degli standard e dei modelli culturali proposti.
È il momento di soluzioni e non di duelli, di un grande sforzo corale, di un clima politico diverso per una seconda grande metamorfosi del Sistema Italia. Per una ricorrenza dei 150 anni realmente performativa.

*Direttore Relazioni Internazionali Fondazione Farefuturo

La laicità dello Stato: verità e mistificazione

Lunedì, 21 Giugno, 2010

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di Federico Roggero*

Qualche settimana fa è stato ammesso il ricorso dello Stato italiano contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 3 novembre 2009, che aveva condannato l’Italia per aver consentito l’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche. Si tratta dell’ultimo caso in cui è venuta in questione la cosiddetta “laicità” dello Stato, che la Corte costituzionale, desumendola dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione, ritiene costitutiva della stessa “forma” del nostro ordinamento e che storicamente ha caratterizzato le realtà politiche dell’Occidente dettando oggi anche i rapporti con le confessioni diverse dalla cattolica e con forme di ateismo dichiarato (come nel caso della ricorrente che si è rivolta alla Corte di Strasburgo). Non va però dimenticato che, oltre che come “aconfessionalità”, la laicità è in gioco soprattutto quando le istituzioni si trovano di fronte a scelte morali gravi, come, ad esempio, per restare alle questioni più recenti, in materia di aborto, eutanasia, fecondazione assistita, sperimentazione su embrioni: anche e soprattutto in questi casi si pone un problema di “laicità” ma invocarla, come viene fatto, nel significato di “neutralità” o “indifferenza”, o comunque nel senso restrittivo di “aconfessionalità”, dello Stato nasconde solo una mistificazione. Vera neutralità, sulle questioni religiose e morali, non può infatti esistere, perché non è possibile dare risposte indifferenti ai problemi morali: di fronte ad un “caso morale” nessuna scelta è indifferente o neutrale, ma incarna sempre una precisa opzione per un sistema di valori o per un altro, per una visione dell’uomo o per un’altra. “Laico” non è lo Stato che non sceglie (che non può esistere), ma quello che sceglie liberamente, senza cioè alcuna soggezione ad un’autorità religiosa, dopo aver ponderato le opzioni offerte dalle differenti “visioni dell’uomo” rappresentate al suo interno. D’altra parte è proprio del pensiero cristiano, che ha profondamente influenzato la nostra storia culturale, il riconoscimento della legittimazione originaria del potere temporale in quanto fondata direttamente sulla legge naturale (“Date a Cesare quel che è di Cesare”) e perciò comportante la sua piena indipendenza dalla gerarchia ecclesiastica; la quale è investita invece della auctoritas per indagare il bene morale (“e a Dio quel che è di Dio”) – cioè una certa “visione dell’uomo” – e della missione di additarlo agli uomini del reggimento politico affinché liberamente lo traducano in precetti giuridici. Per la nostra tradizione cattolica, in altri termini, lo Stato è “laico” necessariamente, perché trae da sé stesso, e non dall’autorità religiosa, il proprio diritto ad esistere e ad operare; anche se è consapevole della necessità, per bene operare, di tradurre in norme valori morali, vera fonte dei diritti soggettivi. Il modello di Stato “indifferente” alla morale, o fautore di un’etica indipendente da quella “religiosa” prende corpo, nella prima età moderna, negli scritti di Machiavelli, teorizzatore della “ragion di Stato”, ma soprattutto negli Stati che aderiscono alla Riforma, in dipendenza dalla idea della sola fides come pegno della salvezza e della conseguente svalutazione del diritto naturale come via per raggiungerla. E’ un cammino di separazione fra la politica – fra ogni aspetto della vita umana – e la morale seguito specialmente dai filosofi giusrazionalisti ed illuministi dei secoli XVII e XVIII: in altre parole, una secolarizzazione, apertamente ostile al fondamento realista e metafisico della morale cristiana, che si è realizzata specialmente fuori dall’Italia, dove però ha condotto a giustificare l’assolutismo (come nel caso della mostruosa costruzione del Leviatano di Hobbes) e all’asservimento delle Chiese ai “principi devoti”, cioè alla soggezione dell’autorità religiosa a quella temporale; e che è stata poi importata da noi dagli Illuministi e si è diffusa con il Positivismo del sec. XIX. Sorge allora anche oggi il sospetto che l’invocazione della “laicità” dello Stato, nel senso distorto che al termine danno i mistificatori, cioè di separazione fra politica e morale, di secolarizzazione, sia fatta in realtà con preciso intento discriminatorio per escludere dal dibattito i portatori di un certo sistema di valori e di una certa “visione dell’uomo”, che sono quelli della tradizione cattolica. Se però si tratta, specie nel contesto multiculturale in cui siamo inseriti, e perciò nella comprensenza di diverse “visioni dell’uomo”, di un dibattito sui valori che devono essere seguiti affinché, con pieno diritto e anche responsabilità, gli uomini delle istituzioni compiano le scelte in vista del bene comune – in questo si risolve, in ultima analisi, la vera “laicità” dello Stato –, è solo antidemocratico, e non “laico” – anzi è biecamente “etico” – escludere dal dibattito i portatori di un determinato sistema di valori, tanto più se si tratta di quello cui si sono largamente conformati la nostra società e i nostri costumi per secoli. Adoperarsi per fermare l’oltraggio alla nostra identità, anche culturale, della rimozione dei simboli religiosi dai luoghi pubblici – e, ad essere conseguenti, bisognerebbe allora abbattere anche tutte le chiese che affacciano su pubbliche piazze – è senz’altro un merito delle nostre istituzioni. Ma le stesse dovrebbero più spesso ricordarsi – o non fingere di dimenticare – che la partita della “laicità” dello Stato si gioca nel libero confronto di quelle “forze intellettuali e morali” che davvero, come scriveva Paul Hazard, “dirigono e governano la vita”: da questo confronto i cattolici, cittadini come gli altri, non devono essere esclusi.
                    

*Docente di storia del diritto medievale e moderno – Università di Teramo

Elitarismo professionale e cooptazione selettiva

Venerdì, 18 Giugno, 2010

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di Mario Unnia 

C’è un gran discutere di professioni, tra chi vuole l’ordine o si accontenta del ‘riconoscimento’ pubblico dell’associazione. Insomma, tutti a fare gruppo, convinti che nel gruppo stia la salvezza. Avremo dunque altri sindacati camuffati da ordini e da associazioni, dotati di poteri selettivi garantiti dalla legge e dagli accordi tra lobby. È proprio questo che serve alle professioni?

Penso di no. A mio parere le professioni necessitano di un meccanismo di governo che non si esaurisca nei dettati delle leggi né nelle procedure rappresentative interne. L’esperienza ha dimostrato che leggi e rappresentanza non hanno evitato l’involuzione delle professioni verso strutture chiuse, autoreferenziali, clientelari. In questo favorite da politiche di destra e di sinistra. Il meccanismo di governo va dunque cercato altrove.
Occorre guardare ai processi di formazione delle élite, a cominciare dai dibattiti socratici, per poi passare all’esperienza degli ordini monastici, alle procedure selettive dei salotti seicenteschi, dei club settecenteschi, delle associazioni coperte dell’Ottocento, dei circoli del Novecento, delle fondazioni degli ultimi trent’anni (mi riferisco non alle nostre fondazioni, bancarie e partitiche, bensì alle fondazioni americane che selezionano le classi dirigenti).

Se si percorrono, seppur a volo d’uccello, le esperienze richiamate, ci si accorge dell’elemento comune: ogni ambito di attività, dalla politica agli affari, dalla scienza alla cultura, dispone di meccanismi di cooptazione selettiva della dirigenza ‘che conta’. Questi meccanismi sono di due tipi : uno è conforme ai valori morali della società, in primis equità e giustizia, l’altro si richiama invece ad un paradigma morale del tutto contrapposto. Il meccanismo auspicato è quello virtuoso che si affianca ai poteri e ai meccanismi formali, li condiziona, li corregge, li denuncia quando deviano dall’etica e, non ultimo, è punto di riferimento per le giovani leve e tutela del ricambio generazionale.

L’elitarismo professionale è pienamente compatibile con le procedure democratiche, anzi ne corregge le deviazioni. La cooptazione selettiva della dirigenza reale, quella che conta, di fatto garantisce la continuità del valore professionale al di là dell’avvicendamento della rappresentanza e delle incongruenze delle leggi. In assenza di questo meccanismo l’entità partito, associazione, sindacato, ecc. tende a involvere in un apparato protetto, in una consorteria.

Che cosa si intende per elitarismo professionale e per cooptazione selettiva? Occorre introdurre la distinzione tra classe dirigente e classe di governo. L’elitarismo produce la classe dirigente, la legge e le rappresentanze producono la classe di governo. Può succedere che le due coincidano, ma è assai raro. Perché la seconda guarda e persegue il potere, mentre la prima guarda e persegue il prestigio.

Il potere è comune ai vertici degli ordini e delle associazioni professionali, e ne costituisce il legante: il prestigio è comune all’eccellenza interna ad ogni professione, e ne costituisce il legante. L’accademia è l’architrave che dovrebbe ospitare il prestigio e proteggerlo, ma troppo spesso non lo fa.

Questo, a mio parere, è il nocciolo del dibattito che andrebbe aperto sul fronte delle professioni: col rischio naturalmente di sentirsi dire che da noi la cooptazione selettiva va bandita perché è un vizio nazionale. Eppure occorre avere il coraggio di porre il problema.

fonte: chicago-blog.it

ECDL Health. Sistemi informativi per la sanità

Mercoledì, 16 Giugno, 2010

antonio_teti_ecdl_health.gifECDL Health è una certificazione indirizzata agli utenti dei sistemi informativi sanitari, comprendendo ruolo sanitario, tecnico, professionale e amministrativo, e a studenti universitari di Facoltà di Scienze Mediche, Infermieristiche, Veterinarie, Farmaceutiche, Biologiche, Fisiche e Chimiche. Il test di certificazione ha lo scopo di garantire che i candidati possiedano le conoscenze, specifiche dell’ambito sanitario, necessarie per utilizzare in modo sicuro le applicazioni ICT che trattano le informazioni dei pazienti.

Un apposito Syllabus elenca le competenze da acquisire per sostenere un test teorico-pratico e ottenere la certificazione.

Gli autori hanno realizzato un testo esaustivo che permette a tutti gli operatori del settore di acquisire una padronanza operativa e teorica del sistema informativo sanitario.

La trattazione segue l’ordine degli argomenti presentati nel Syllabus e si focalizza in particolare sulla normativa per la riservatezza e la sicurezza dei dati sanitari, sulla cartella clinica elettronica e sull’integrazione dei flussi informativi e dei processi organizzativi.

Per ogni argomento è prevista una serie di domande con risposta a scelta multipla, corredate dalle soluzioni, per consentire al lettore di acquisire dimestichezza con il sistema di esame e di poter valutare il livello di preparazione raggiunto.

Completano il volume riepiloghi dei punti di maggiore rilevanza per il Syllabus, un glossario dei termini informatici utilizzati e una bibliografia per successivi approfondimenti.

Contenuti

Il Sistema Informativo Sanitario
Il trattamento informatico dei dati nell’azienda sanitaria
Abilità informatiche in sanità: operazioni, criteri, processi
Qualità, standard e controllo nei sistemi informativi sanitari
Concetti e strumenti per il management dei sistemi informativi sanitari

Gli Autori

Antonio Teti è responsabile del supporto tecnico informatico dell’Università di Chieti-Pescara. È, inoltre, docente di Informatica presso le Università di Chieti-Pescara e di Teramo e la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. È presidente onorario della SISIT, Società Italiana delle Scienze Informatiche e Tecnologiche e collabora con AICA per lo sviluppo delle certificazioni informatiche europee.

Giuseppe Festa è docente di Marketing presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Salerno. È, inoltre, vice presidente della SISIT, autore di numerosi lavori scientifici in materia di management sanitario e informatico e consulente per AICA per la certificazione ECDL Health.

L’economista d’impresa Marco Vitale sul profitto

Mercoledì, 16 Giugno, 2010

marco_vitale.jpgL’obiettivo primario dell’impresa è lo sviluppo, realizzato anche attraverso il profitto. Senza profitto non c’è sviluppo né in un’economia capitalista né – come ci ha illustrato Gorbaciov in un’economia collettivizzata. Ma il profitto non è sufficiente per lo sviluppo. Perché c’è il profitto senza sviluppo, c’è profitto senza qualità, c’è il profitto monopolitistico, c’è il profitto senza il progresso dell’accumulazione tecnologica e della conoscenza organizzativa, c’è il profitto che deriva solo da connivenze di chi gestisce le casse pubbliche, c’è il profitto che devasta la terra, c’è il profitto che degrada la città, c’è il profitto che è solo apparente perché parte dei suoi costi di produzione si scaricano in bilanci diversi da quelli dell’impresa, c’è il profitto che miete solo e ha smesso di seminare; c’è il profitto sterile che non svolge più la sua funzione fecondatrice; c’è il profitto che, in realtà, è ormai solo consumo di quanto altri hanno accumulato nell’impresa; perché ci sono profitti di guerra; perché ci sono profitti di regime; perché c’è il profitto che deriva da spericolate speculazioni finanziarie; perché c’è il profitto tesaurizzato e non distribuito con equilibrio tra i fattori della produzione”.

Facebook senza privacy

Lunedì, 14 Giugno, 2010

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