Archivio di Marzo, 2012

Venerdì 20 aprile Aurum Pescara Progettare l’Abruzzo 2012

Sabato, 31 Marzo, 2012

Target: IMPRENDITORI, QUADRI E DIRIGENTI DI IMPRESE ABRUZZESI

PER ISCRIVERSI: Associazione Culturale Forgia Pescara

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L’inizio della collaborazione fra MCE e l’Abruzzo coincide con i lavori nella Regione dopo il terremoto del 6 aprile 2009. La scossa di quella primavera e le attività di quell’estate hanno stimolato la cooperazione fra gli ambienti universitari, le iniziative per il rinnovamento della vita politica, spingendo il settore imprenditoriale a migliorare lo scambio di idee per portarle alla pratica. Tale scambio di idee ed esperienze che ormai è diventato permanente, è iniziato nel 2010 con la prima edizione di “Progettare l’Abruzzo”, che ha visto coinvolti imprenditori, ricercatori e docenti universitari.

Alcune attività che si sono svolte a Roma ci hanno permesso di allargare la visuale dei progetti regionali all’ambito nazionale e anche globale. Infatti, sia il convegno di febbraio 2011 (replicato nel 2012) con manager e imprenditori a Roma, che l’incontro “Christian Humanism” presso lo IESE Business School (Barcellona) nell’ottobre 2011, hanno segnato profondamente questa interazione. Per il 2012, l’Associazione Culturale Forgia ha accolto la decisione di MCE di approfondire i legami con l’Abruzzo con un programma più articolato, dal quale trarre anche un riassunto conclusivo da presentare a Washington nel mese di ottobre, durante la terza edizione del convegno in collaborazione con lo IESE.

“Aiutare le piccole aziende a diventare medie poi grandi per fare più innovazione e esprimere maggiore internazionalizzazione è una sfida culturale prima che manageriale molto difficile e qui dobbiamo fare di più e dobbiamo inventare modalità di formazione tecnica e manageriale nuova: penso alla valorizzazjuione degli istituti tecnici superiori dove si costruisce larga parte del nostro sapere applicato al fare, che potrebbero diventare luoghi di vera e propria formazione manageriale e penso a business school tagliate sulle caratteristiche e le dimensioni di aziende medio piccole che forse potrebbero fare molto per accompagnare il nostro capitalismo di stampo familiare verso assetti manageriali più moderni. Tuttavia come dicevo la sfida è in primis di natura culturale e quindi coinvolge tutto il sistema dcell’istruzione e della formazione. Nella scuola, nelle università si può fare di più per far conoscere meglio il mondo dell’economia, per diffondere cultura finanziaria e per sviluppare gusto dell’imprenditorialità e cultura del rischio d’intrapresa”. Corrado Passera, Il Domani d’Italia, Aprile 2011

“La vita imprenditoriale è nata nel Mediterraneo e si basava su salde basi culturali e morali (etiche) che sembravano scontate. La capacità di prendere rischi, creare sistemi di collaborazione per dividerli (mutui, assicurazioni…) sono nate perché le energie personali (le virtù) avevano bisogno di espandersi nella società. Per creare quelle reti di rischio-sviluppo servivano persone che oltre alle basi culturali avessero una marcia in più (forse gli “animal spirits”), quella del regista. Ma il regista deve guardarsi dentro e capire come fare un buon uso – servizio! –  di queste molle interne, che non si sviluppano senza la riflessione e il dialogo con i pari.

Da una parte ci si parla di globalizzazione e attività febbrile e dall’altra di tornare “back to basics” o di scegliere bene le proprie priorità perché “less is more”. Ma la misura giusta non può che venire da noi stessi, e questa misura non dipende soltanto dall’intuizione o dalle opportunità. Dipende da diversi fattori esterni ed interni, ed è su questi secondi che possiamo fare un investimento sicuro: le virtù sono le energie interiori che, unite al ragionamento, ci aiutano a sviluppare meglio le risorse esterne, e contemporaneamente a svilupparci meglio personalmente.

Potresti non capire in cosa consiste lo spread o quali sono i dettagli dei prodotti tossici che si vendono nei mercati finanziari. Ma se non ti fermi a cercare di capire come sei fatto, è molto probabile che neanche i dettagli della tecnica finanziaria ti servano a vivere meglio. Le virtù sono le risorse interne che ci aiutano ad essere migliori, a sfruttare meglio la nostra personalità come imprenditori, come manager e anche come cittadini e membri di una famiglia”. Prof. Juan Andrès Mercado

Il presidente della Regione querela il quotidiano abruzzese di proprietà dell’ing. De Benedetti

Mercoledì, 28 Marzo, 2012

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(ANSA) - PESCARA, 28 MAR - Il presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi (nella foto con il presidente Mario Monti in visita a l’Aquila, ndr), ha depositato una querela contro ”il Centro” per diffamazione a mezzo stampa. Il quotidiano, ha detto Chiodi in conferenza stampa a Pescara, avrebbe portato avanti una campagna denigratoria nei suoi confronti in relazione al caso giudiziario legato al fallimento di un imprenditore abruzzese il cui commercialista è il suo socio di studio, Carmine Tancredi. Oltre alla querela - che aveva annunciato un paio di settimane fa di voler presentare -, il governatore ha fatto sapere che intende inviare un esposto al Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, perché in questa vicenda vi sarebbero ”gravissime violazioni delle norme deontologiche”.

(ASCA) - Pescara, 28 mar - ”Non permetterò a nessuno di farmi passare come l’autore di malefatte, amico di noti malfattori, coinvolto in chissà quali loschi interessi, che sta cercando di fare razzia di quello che può. Voglio rassicurare gli abruzzesi che mi hanno affidato il mandato di governare che non permetterò a nessuno di delegittimare il lavoro che sto portando avanti per salvare l’Abruzzo dal fallimento con risultati che giudico positivi, anticipando il lavoro di risanamento che anche Monti sta facendo oggi per l’Italia”. E’ l’appello del presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi, lanciato, questa mattina in conferenza stampa e rivolto ai cittadini abruzzesi dopo i noti fatti legati al suo studio professionale di Teramo e alla campagna stampa degli ultimi mesi che ha definito ”denigratoria nonostante la sua estraneità alle vicende di cronaca giudiziaria”. ”Per questo ho querelato il quotidiano ‘Il Centro’ - ha commentato Chiodi - ed è già pronto un esposto al Consiglio dell’Ordine nazionale dei giornalisti per segnalare evidenti e ripetute violazioni delle norme deontologiche. Sono vittima di una strategia mediatica diffamatoria tesa a strumentalizzare vicende che nulla hanno a che fare con la mia persona”. ”Tengo a precisare - ha aggiunto - che l’intensificarsi del mio impegno politico ha corrisposto in questi anni alla progressiva contrazione della mia attività libero-professionale di dottore commercialista sino alla sostanziale eliminazione di ogni ruolo operativo da circa otto anni. Sono d’accordo sul fatto che la stampa debba essere anche impegno, battaglia, critica, inchiesta e ricerca della verità. Non posso permettere che io venga descritto come un individuo privo di codici morali, con chiari obiettivi di tornaconto e di interesse privato perché così non è. Ho sempre avuto un grande rispetto per il ruolo che la stampa svolge nel gioco democratico e in difesa di quelli che sono i doveri che la Costituzione le assegna. Oggi si vuole delegittimare tutto il lavoro che io, e con me il governo della Regione, sto portando avanti. Bordate di fango su di me, sui miei collaboratori, solo e sempre allo scopo di poter attaccare in qualche modo il Governatore della Regione Abruzzo. Oltre a presentare una querela nei confronti del giornale chiedo all’Ordine nazionale dei giornalisti con un esposto di adottare i provvedimenti che riterrà più opportuni. Non voglio fare di tutta un’erba un fascio - ha concluso Chiodi - perché conosco tanti giornalisti, professionisti seri, motivati e competenti che danno lustro al giornalismo abruzzese. Per questo ho deciso anche di raccogliere l’appello che mi è stato rivolto nella conferenza stampa di fine anno dal Presidente dell’Ordine dei giornalisti abruzzesi, Stefano Pallotta, per organizzare un evento di confronto tra politica e informazione”.

SANITA’: CHIODI, OSPEDALI NON CHIUSI MA RICONVERTITI. SONO ANTIECONOMICI

IL PRESIDENTE HA PRESENTATO IL PROGRAMMA OPERATIVO 2010.(REGFLASH) - L’Aquila, 28 lug. 2010 ”La crisi del sistema della sanità abruzzese è aggravato da alcune concomitanze negative: significativa spesa sanitaria, grande estensione territoriale e popolazione relativamente scarsa”. Il presidente della Regione e Commissario per la sanità Gianni Chiodi ha iniziato così, questo pomeriggio, il suo lungo intervento in una seduta straordinaria del consiglio regionale che si è tenuta all’Aquila per presentare il programma operativo 2010 in materia di sanità. “Questo triangolo delle Bermuda - ha proseguito - ha fatto sì che una Regione di circa 1,3 milioni di abitanti avesse ben sei Asl, un altissimo numero di distretti sanitari, 35 ospedali, che gli esperti ritengono decisamente troppi e troppo costosi, spesso a poca distanza e cloni gli uni degli altri. Ospedali con un basso tasso di occupazione dei posti letto, peraltro raggiunto con ricoveri inappropriati (giustificazione posticcia dei posti letto assegnati), con interventi di bassa complessità, con una casistica assai limitata che si traduce ineluttabilmente in una minore garanzia per il paziente. Inoltre molte cliniche private convenzionate che non di rado fanno le stesse cose degli ospedali pubblici, che prosperavano in un sistema nel quale non vi erano regole, né controlli adeguati. Risultato: la Sanità ha assorbito in Abruzzo tra l’80 e l’85% delle finanze pubbliche, di cui la gran parte se ne va per gli ospedali. Risultato: un deficit sanitario spaventoso e Regione Commissariata dal Governo nazionale perché incapace di costruire un modello di sanità che sia di qualità ed a costi sostenibili per il cittadino che è stato costretto a pagare una tassazione aggiuntiva per sostenere il sistema. E mano a mano che le risorse diminuivano, tutti gli ospedali abruzzesi hanno intrapreso una lenta decadenza che si è tradotta nell’assenza di apparecchiature diagnostiche all’avanguardia, nella demotivazione degli operatori, nella impossibilità di assicurare il ricambio generazionale per i blocchi del turn over di personale. Eppure - ha aggiunto il Presidente - sebbene tutti gli ospedali si lamentino per la carenza di personale per l’erogazione dei servizi, la nostra Regione sembra avere un numero di personale sanitario, in proporzione, addirittura maggiore delle regioni dove la sanità funziona meglio della nostra. Una regione che sembra distaccarsi dalle altre per la presenza di patologie di molto superiori. Come quella della riabilitazione psichiatrica che vede l’Abruzzo con tassi del quattrocento per cento superiori al resto d’Italia (salvo poi scoprire che i pazienti non avevano alcun bisogno di psicoriabilitazione ma di tutt’altro che, però, sarebbe costato molto meno al sistema sanitario). L’espediente delle cartolarizzazioni per sanare il debito è stata operazione tecnica virtuale (oltre come afferma la procura di Pescara truffaldina) , perché è servita solo a prendere un po’ di fiato, a tamponare la falla, ma in realtà ha rimandato semplicemente il problema, non lo ha risolto; anzi lo ha aggravato perché è stata utilizzata come mezzo per continuare a non fare nulla, ed a spendere allegramente senza pensieri. Come si è arrivati ad una tale situazione di crisi ? Perché altrove si è riusciti ad essere in equilibrio economico e ad assicurare una sanità di qualità ? Cosa hanno di meno gli abruzzesi dei Lombardi, dei Veneti, dei Toscani, degli emiliani, dei marchigiani, dei piemontesi e finanche dei Lucani. Di chi è la colpa ? Chi ha consentito che in Abruzzo si costruissero tanti ospedali sotto casa, rischiosi per i pazienti ? Chi ha consentito la frammentazione delle ASL con la moltiplicazione del personale amministrativo, delle unità operative, dei primari, degli aiuti, delle caposale, con tanti global service ? Chi ha scientemente rinunciato a ridurre i costi introducendo elementari economie di scala ? Chi ha voluto che nell’ambito delle ASL ciascun ospedale si comportasse come una repubblica marinara a sé stante e non come un presidio di una rete sanitaria? Chi ha voluto cinque neurochirurgie in Abruzzo? Chi ha costruito ospedali e di fronte una clinica privata? Chi ha consentito che in Provincia dell’Aquila ci fossero ben 14 ospedali (tra pubblici e privati ma pagati dal pubblico) su una popolazione di poco più di 300.000 abitanti, che in provincia di Chieti ve ne fossero 11 ? La linea che dovrebbe separare colpevoli ed innocenti è molto labile, anzi evanescente. Per la Sanità abruzzese si parla da anni di riforma, contenimento delle spese. Storicamente, i Governi regionali che si sono alternati in Abruzzo hanno consegnato il problema intatto, anzi aggravato, a chi è venuto dopo; non sempre e non solo per incapacità, ma anche perché la matassa è assai aggrovigliata e le forze che si oppongono sono possenti ed antiche. In realtà i termini del problema sono noti da tempo, ed anche le soluzioni: attuare riforme strutturali, ridurre le spese, soprattutto quelle correnti per diminuire il deficit, tagliare i rami secchi, le Asl, i distretti sanitari, il personale amministrativo in esubero; riorganizzare ed aumentare il controllo sulle cliniche private convenzionate; eliminare gli ospedali duplicati. Occorrerebbe puntare non su grosse e costose strutture generaliste inserite in piccoli bacini di utenza, ma su ospedali grandi, ma non in termini di posti letto, bensì grandi in termini di qualità con apparecchiature diagnostiche di prima qualità e con professionalità eccelse; passare dalla ospedalizzazione di massa alla prevenzione, all’assistenza domiciliare, creare presidi sanitari per i disabili e gli anziani, sviluppare la RSA che costa la metà di un ricovero ospedaliero. Scelte difficili, impopolari: vuol dire andare a toccare non solo i privilegi dei potenti, ma anche i soliti campanilismi dell’ospedale sotto casa per tutti; significa rompere gli schemi di un sistema clientelare diffuso e ben impiantato che si è sviluppato negli anni fino ad assumere forme mostruose. Oggi, però, in tempi di vacche magre, anzi magrissime, il problema è diventato serissimo e, se passa il federalismo, si rischia davvero il collasso, perché l’Abruzzo non ha e non avrà mai le risorse per tenere in piedi un tale Titanic. Prendere il toro per le corna significa sfidare alcune baronie mediche e politiche (oltre quelle imprenditoriali) che, per privilegiare loro interessi professionali o di mero potere clientelare, sono pronte a far credere agli ignari pazienti che sia indifferente operarsi in un ospedale che fa poche operazioni l’anno e un altro che ne fa moltissime. Medici e politici - ha continuato Chiodi - sono pronti a far credere che in caso di malore grave, l’importante per il paziente sia arrivare all’ospedaletto sotto casa, mentre il buon senso suggerirebbe di impiegare quel tempo per essere trasportato ad un ospedale dotato delle moderne tecnologie e in grado di affrontare qualunque emergenza”. “La medicina per guarire esiste - ha aggiunto in Consiglio - Sarà molto difficile, ma siamo obbligati a somministrarla perché non c’è altra via per ridare all’Abruzzo un sistema sanitario di qualità e costoso per i cittadini abruzzesi così come lo è quello dei cittadini emiliani, veneti, lombardi, piemontesi, toscani, marchigiani ecc.. In qualità di presidente della Regione ho il dovere di provarci. In questi giorni ho sentito e letto critiche infondate e soprattutto irresponsabili. 1. Sono stato accusato di aver detto delle falsità circa l’ulteriore buco di 101 milioni di euro che il governo regionale che ci ha preceduto ci ha lasciato in eredità. La circostanza sarà resa nota dal tavolo di monitoraggio che, mi piace ricordarlo, non è composto solo dai Ministeri della Salute e dell’Economia, ma anche dalla Agenzia Sanitaria Regionale e dai rappresentanti delle Regioni italiane. Ma desidero comunque informare questo Consiglio Regionale delle ragioni di questo “buco” e del comportamento scorretto che il Tavolo di monitoraggio attribuisce al governo regionale. Non a questo Governo regionale ma quello in carica nel marzo del 2007. Il Governo nazionale, prima di acconsentire alla sottoscrizione del piano di rientro (che considerava la situazione debitoria fino al 31/12/2005), chiese che la perdita da tavolo di monitoraggio relativa al 2006, pari a 101 milioni di euro, fosse coperta con la fiscalità aggiuntiva del 2006 (che si riscuoteva nel 2007). La Regione, però, aveva già pubblicato la legge di bilancio per il 2007 (approvata nel dicembre del 2006) e non aveva previsto la destinazione delle entrate fiscali alla copertura dei 101 milioni bensì aveva destinato la fiscalità a pareggiare le spese del bilancio regionale. Il Governo pretese quindi che la Regione emanasse una legge regionale (la legge n.4 del 16 marzo 2007). Nella legge regionale in questione, si stabilì che il gettito della fiscalità aggiuntiva del 2006 (riscuotibile nel 2007 come di prassi) fosse destinato interamente al settore sanitario a decorre dal 2006. Per ulteriore specificazione ed a scanso di dubbi venne altresì precisato che tale fiscalità aggiuntiva sarebbe stata iscritta annualmente sul capitolo 81520 denominato Oneri per il piano di rientro sanitario. Sistemati così i 101 milioni, restava alla Regione un problema. Quale ? Come coprire le spese del bilancio regionale 2007 dal momento che le entrate libere a disposizione erano state diminuite di 101 milioni. Una delle alternative era quella di cancellare dal bilancio regionale spese per almeno 101 milioni di euro. Ma la strada scelta fu altra. Ecco perchè al secondo comma della legge 4/2007 si disse che per l’esercizio 2007, il pareggio di bilancio della Regione Abruzzo sarebbe stato assicurato mediante l’alienazione di immobili. In realtà così non avvenne e la fiscalità aggiuntiva servì a finanziare il bilancio ordinario regionale. Il governo nazionale in buona fede sottoscrisse il piano di rientro dando per coperta la perdita dei 101 milioni di euro come dimostrato dal fatto che a pagina 21 se ne dava atto. L’unico modo per scoprire la violazione era quella di esaminare gli stati patrimoniali delle ASL e della Gestione accentrata regionale e procedere al consolidamento. Fino a un mese fa l’attenzione del tavolo di monitoraggio si era limitata ai conti economici (dai quali desumere le perdite) e non anche agli stati patrimoniali. Un mese fa, invece, le regioni italiane oggetto del monitoraggio sono state invitate a presentare gli Stati patrimoniali suddetti ed il consolidamento ha evidenziato e fatto scoprire la macchinazione. E non è stata l’unica scelleratezza. Non dimenticate che il governo che mi ha preceduto ha distratto circa 200 milioni di euro dal fondo sanitario nazionale che abbiamo già dovuto restituire. 2.Sono stato poi accusato di aver favorito la sanità privata. La critica, oltre che infondata, è incredibile dopo che tutti hanno potuto assistere alla durissima vertenza che questo governo regionale ha affrontato con la sanità privata. Oggi la sanità privata ha regole chiare e sistemi di controllo adeguati e costa meno ai cittadini abruzzesi di quanto costava con il governo regionale che ci ha preceduto. La nostra azione volta alla moralizzazione del sistema è stata fortemente osteggiata da politici, anche del mio partito, da sindacati e da organi di stampa. Tutti gli stessi soggetti che chiedevano un ridimensionamento della sanità privata poi, alla prova dei fatti, hanno usato la leva degli operatori e dipendenti per attaccare il Governo. Ma non fatemi credere che non sapete che un ridimensionamento del budget assegnato alle strutture private, oppure l’efficacia dei controlli e delle detrazioni per irregolarità varie, rischiano di produrre effetti sulla occupazione nelle strutture private. Se siete in buona fede allora conviene farvi sapere che tutto e il contrario di tutto non è possibile. Ebbene a chi dice che avremmo tagliato i posti letto nel pubblico ma non nel privato rispondo che abbiamo tagliato il 18% ad entrambi ma dopo la vertenza che ci ha visti protagonisti nei primi mesi del 2010. E poi che dire della costruzione di un Polo pubblico per la riabilitazione fino a ieri appaltata solo alle strutture private ? 3.Sono stato accusato dal PD di Chieti di aver favorito la provincia di Teramo mentre il PD di Teramo dice che l’avrei penalizzata. Si metta prima d’accordo il PD e poi mi faccia sapere. Per ora si leggano le tabelle dalle quali si desume che, per effetto della manovra, Teramo è la ASL con il minor numero di posti letto per abitante”. “Sono accusato di voler riconvertire gli ospedali di Pescina, Tagliacozzo, Guardiagrele, Casoli e Gissi - ha concluso il Presidente - Questi ospedali non verranno chiusi ma riconvertiti in presidi territoriali h24, con specialistica ambulatoriale, esami clinici, esami del sangue, diagnostica ecc. Si tratta di investimenti sulla medicina territoriale. Ma non possono restare ospedale per acuti è impossibile, antieconomico e, soprattutto, non assicurano il paziente rispetto ad eventuali complicazioni”. Il Presidente Chiodi ha illustrato anche un’analisi della situazione attuale dei cinque ospedali da riconvertire. “Secondo il massimo organo della Sanità italiana - ha aggiunto - l’Abruzzo avrebbe dovuto investire le sue risorse su non più di 9 ospedali eccellenti. Noi ne portiamo a casa 16 che diventeranno negli anni più forti di oggi perché le risorse potranno esservi concentrate. Maggiori tecnologie, maggiori professionalità, maggiori casistiche, economie di scala, sistema a rete degli ospedali, riduzione delle liste di attesa per gli esami grazie ai presidi territoriali h24. Per questa via gli abruzzesi riacquisteranno piena fiducia nel sistema sanitario regionale”. (REGFLASH) KS 100728

L’Abruzzo raccontato da chi lo conosce (1)

Mercoledì, 21 Marzo, 2012

Una lezione di giornalismo

Lunedì, 19 Marzo, 2012

Mariella Nava - La strada

Giovedì, 15 Marzo, 2012

Il lavoro è da rifare

Mercoledì, 7 Marzo, 2012

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di Luigino Bruni 

Per rilanciare l’Italia e l’Europa occorre creare nuovi posti di lavoro. E fin qui è facile essere tutti d’accordo. Su come e dove crearli le opinioni però divergono, e di mol­to. Ciò che è certo è che nei prossimi anni i due principali settori dell’economia, quello pubblico e quello privato-capitalistico (o, con una espressione fondamentalmente fuorviante, l’economia “for profit”), potran­no assorbire poco più della metà della quo­ta di lavoro che occupavano prima della cri­si. E la ragione è semplice, sebbene un po’ ar­ticolata.

In primo luogo, c’è l’emergere di nuovi co­lossi economici – come Brasile e India – che nella divisione internazionale del lavoro svol­gono oggi, a costi più bassi, buona parte del­le attività manifatturiere su cui l’Italia ha co­struito, a partire soprattutto dal dopoguer­ra, il suo miracolo industriale. In questi an­ni abbiamo già visto un forte cambiamento dell’industria manifatturiera italiana, desti­nato ad accentuarsi. In secondo luogo, si la­vorerà più a lungo, e la quota di occupazio­ne femminile crescerà, essendo ancora mol­to, troppo, bassa in Italia. Infine, la ragione forse più decisiva è l’inesorabile (e salutare) decrescita dell’occupazione nella Pubblica amministrazione cui assisteremo nei pros­simi anni: tra dieci anni i dipendenti pubblici saranno circa 1/3 meno di quelli del pre-cri­si, e tra venti anni meno della metà.

Il debito pubblico è cresciuto anche come risposta sbagliata a un settore privato in cri­si, che ha determinato una crescita dopata del settore pubblico, evidentemente inso­stenibile (in Grecia, ma anche in Italia, Fran­cia e altri Paesi latini). E qui c’è anche una re­sponsabilità della teoria economica di ori­gine keynesiana, che ha centrato sulla do­manda da parte del settore pubblico il ful­cro della leva economica di un Paese, muo­vendosi così in direzione opposta a quella indicata da Friedrich Von Hayek. Questo e­conomista austriaco aveva invece capito che se i posti di lavoro non nascono “dal basso”, dai cittadini-imprenditori che hanno le informazioni e le conoscenze dei bisogni propri e di quelli degli altri, questi posti di la­voro funzionano, a volte e in parte, per ri­lanciare l’economia nel breve periodo, ma sono posti di lavoro normalmente insoste­nibili nel tempo. Quando il lavoro nasce dal Settore pubblico, questa occupazione è, in larga misura, ’sfasata’ di un ciclo tempora­le rispetto ai cambiamenti dei gusti e dei bi­sogni della gente; e in un mondo veloce e globalizzato come il nostro, questa sfasatu­ra significa produrre beni e servizi inadeguati o inutili.

Di Hayek, purtroppo, è stato spesso fatto un uso ideologico a difesa del libero mercato come l’unico meccanismo che assicura sem­pre e in ogni caso il massimo di efficienza e di libertà, una strumentalizzazione che ha allontanato dal suo pensiero molta gente, impedendo così che arrivasse al grande pub­blico la perla nascosta all’interno del suo si­stema teorico, vale a dire il ruolo cruciale svolto nelle società moderne dalla divisione della conoscenza. Questa divisione della co­noscenza (diversa dalla “smithiana” e classi­ca divisione del lavoro ), fa sì che solo chi è vi­cino ai problemi abbia gli elementi rilevan­ti per fare le scelte giuste e sostenibili, anche e soprattutto in faccende economiche e di impresa. Che cosa serve ai coltivatori delle viti delle Langhe lo conosce la comunità dei mestieri che ruota attorno a quella produ­zione, fatta di conoscenza tacita e specifica accumulata nelle scelte quotidiane compiute attraverso i secoli. È questa conoscenza quel­la veramente utile e indispensabile per fare le scelte produttive giuste. Se, quindi, i nuo­vi lavori non nascono dal basso, dai cittadi­ni e dalla società civile, dell’emergere cioè di questo intreccio di cultura e conoscenza con­testualizzata, i posti di lavoro saranno qua­si sempre insostenibili. Se vogliamo, allora, rilanciare davvero l’oc­cupazione in Italia e in Europa, occorre o­perare una rivoluzione pacifica, ma di enor­me portata culturale. Occorre liberare le for­ze civili che sono state occupate in questi ul­timi decenni dalla burocrazia (e da partiti senza partecipazione di base), e far sì che i cittadini si ri-occupino della cosa pubblica.

Nella storia dopo gravi crisi se ne usciti con un nuovo protagonismo della società civile, che ha dato vita a cooperative, banche, imprese, mutue, formazioni partiti, sindacati: oggi ci attende qualcosa del genere, e subito.

Non per metterci nelle mani del mercato “for profit” o degli speculatori, ma per riattivare l’economia civile, la tradizione che ha fatto grande l’Italia, dal Quattrocento ai distretti del made in Italy. È da qui che rinasceranno anche oggi quei nuovi posti di lavoro, e quindi proprio dai punti di forza del modello italiano-comunitario, che già oggi continua a creare nuovi posti di lavoro nel cosiddetto Terzo Settore. Che merita tutta la giusta considerazione da parte di chi sta traghettando l’Italia fuori dalla tempesta, e che va fatto crescere. C’è infatti bisogno di un nuovo e più ampio Terzo Settore, capace di entrare stabilmente in nuovi ambiti – quali cibo, arte, artigianato, il mondo della creatività, ma anche dell’energia e dei beni comuni – perché esistono, e proprio in questi tempi di crisi, enormi potenzialità ancora non sfruttate. Ogni crisi è «distruzione creatrice», ma è necessario saperla leggere, interpretare, muoversi insieme, e senza aspettare ancora a lungo.

fonte: avvenire.it

Chi fomenta l’invidia sociale?

Sabato, 3 Marzo, 2012

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L’articolo di Filippo Facci (“Un populismo che nasconde i veri sprechi”, Libero, 10 giugno) sottolinea con l’arguzia tipica del suo autore un problema reale e grave che affligge questo nostro tempo. Da più parti viene dedicato grande impegno e notevole indignazione a denunciare piccoli sintomi dei drammatici mali del nostro tempo, mentre si sorvola inspiegabilmente sulle loro reali cause. Questo poco esaltante e scarsamente comprensibile atteggiamento viene irresponsabilmente incoraggiato da una sorta di caccia alle streghe volta a individuare i malvagi responsabili dei nostri guai. Se stiamo male la colpa è evidentemente di chi indebitamente sta troppo bene. Chiaro, no?

Si diffonde così l’invidia sociale in un clima giustamente definito da Facci di ”neo-pauperismo giacobino”. Gli organi di informazione soffiano sul fuoco spianando la strada alle tricoteuses di domani pronte a sferruzzare davanti allo spettacolo di teste che rotolano giù dalla ghigliottina. Si eseguono ricerche approfondite, anche se non sempre accurate, sui privilegi delle varie caste. Questa geniale trovata di quell’icona del giornalismo italico che è Gianantonio Stella è stata unanimemente accolta, fornendo la chiave interpretativa delle complessità dei nostri giorni. La caccia all’untore è diventata lo sport nazionale, debellando il calcio: i mondiali interessano meno dei compensi degli uscieri o delle auto che trasportano i membri della casta.

La convinzione di fondo è che, abolendo gli illeciti privilegi dei fortunati, si possano risanare le pubbliche finanze risparmiando agli italiani onesti sacrifici intollerabili e vergognosi. L’aritmetica del ragionamento è approssimativa, la sua razionalità perlomeno dubbia ma la sua superiorità morale è certa, assoluta, indubbia. Non ammette dubbi o incertezze né tanto meno sofismi giustificazionisti di ragionieri e sordi contabili. E’ così e basta.

Molti anni addietro (l’11 marzo 1977) scrissi per il Giornale nuovo un breve articolo intitolato “Il costo sociale dell’invidia”. In esso affrontavo il quesito se fosse sensato lottare l’evasione anche al costo di essere gravati di maggiori imposte. Il mio ragionamento era molto semplice: la lotta all’evasione ha un costo: avrebbe senso spendere, diciamo, un milione di lire per recuperarne centomila di imposte evase? E’ razionale sopportare novecentomila lire di maggiori imposte per recuperarne centomila evase? Alla soddisfazione di quale obiettivo sociale vengono destinate quelle famose novecentomila lire? La mia risposta era altrettanto semplice: alla soddisfazione dell’invidia. Sapere che altri la fanno franca fa soffrire i contribuenti onesti; alleviare quelle loro sofferenze merita l’impiego di risorse anche ingenti.

Il caso nostro non è dissimile. Supponiamo che la lotta ai privilegi faccia stare peggio i loro indebiti percettori ma che non renda migliore la situazione dei conti pubblici, i cacciatori di streghe non ne ricaveranno, sotto il profilo strettamente pecuniario, vantaggio alcuno. Il motivo quindi della lotta ai privilegi non è monetario ma ideale, si tratta di dare soddisfazione all’invidia, di alleviare le sofferenze degli invidiosi. Sarebbe difficile immaginare obiettivo più alto e nobile, ideale più elevato ed esaltante.

Robert Nozick, filosofo di Harvard, aveva enunciato una classificazione degli individui in base alle loro preferenze nel suo libro più noto (Anarchia, stato e utopia). Un individuo normale gode del benessere proprio e ricava soddisfazione anche dal benessere dei suoi simili; un egoista apprezza i propri agi ed è del tutto indifferente nei confronti della situazione altrui; un invidioso soffre quando gli altri hanno più di lui; un malevolo soffre di schadenfreude, apprezza l’altrui sofferenza arrivando in casi estremi ad un autentico sadismo.

Una caccia ai privilegi che, se coronata da successo, lasci invariata o peggiori la nostra condizione può suscitare l’entusiasmo di invidiosi, malevoli e sadici; le persone normali o egoiste non riescono a vederne l’alto valore morale. Il mio augurio quindi ai cacciatori di streghe è che la maggioranza degli italiani sia composta da invidiosi, malevoli e sadici: se non fosse così i loro nobili proponimenti verrebbero scarsamente apprezzati.

autore: Antonio Martino (nella foto sopra)

fonte: antoniomartino.org

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