Archivio di Luglio, 2012

Rhythm is it!

Sabato, 28 Luglio, 2012

Massimo Calvi, Capire la crisi, Rubbettino.

Venerdì, 27 Luglio, 2012

capire-la-crisi.jpgIn altre parole: la Germania ha industrie, produce, e deve vendere i suoi prodotti. E siccome i tedeschi da soli non ce la fanno a comprare tutto, gran parte di questi  prodotti vengono esportati in Europa o nel mondo. Ma, ecco il punto: come fanno spagnoli, irlandesi o greci a spendere, a comprare Volkswagen Golf o sottomarini ThyssenKrupp, se i loro salari sono bassi e la loro economia in difficoltà? Uno dei modi è indebitarsi grazie ai tassi appetibili che l’euro forte concede loro. E anche grazie a chi, come i tedeschi, o anche i francesi, copre i loro debiti finanziandoli. In pratica, la ricchezza accumulata dalla Germania con le esportazioni è investita nei titoli del debito degli altri Stati europei. E’ questo il vero patto segreto che regge l’economia della moneta unica.

L’Eurozona si mantiene per anni in questo equilibrio precario, nascondendo sotto il tappeto differenze che si riveleranno insostenibili solo alla prima vera prova.

Il Mezzogiorno è il futuro dell’Italia.

Mercoledì, 25 Luglio, 2012

Abruzzo: Chiodi, Regione che resiste alla crisi. Presto una Fondazione di Comunità.

Mercoledì, 18 Luglio, 2012

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(AGENPARL) - Roma, 18 lug - Risultati lusinghieri nel biennio 2010-2011, una buona tenuta nell’anno nero del 2012 e una ripresa sostenuta nel 2013, a dispetto di un Sud che ancora arranca. E’ questo, in sintesi, il quadro della ripresa economica della Regione Abruzzo che viene fuorti dai dati del Rapporto Svimez che oggi il Presidente Gianni Chiodi ha commentato nel corso di una conferenza stampa alla Camera.
I dati Svimez (Adriano Giannola, Presidente Svimez, primo da destra nella foto) raccontano un Abruzzo che, uscito dal default del 2007 grazie ad una politica di risanamento e di riduzione della spesa pubblica, oggi resiste alla crisi e riacquista il dinamismo che aveva perduto negli anni passati. “Nel 2007 eravamo la Regione più indebitata d’Italia - dice Chiodi snocciolando dati-  e siamo stati in grado di ridurre l’indebitamento del 14%  e di abbassare la pressione fiscale pro capite. Dal 2007 la spesa pubblica è stata ridotta di oltre un terzo, abbiamo diminuito i dirigenti della Regione ed eliminato le comunità montane sul mare”.
E proprio pensando allo sviluppo economico della Regione, Il governatore ha annunciato il lancio di una Fondazione di comunità, un progetto a cui sta lavorando la Commissione sussidiarietà della Regione con “l’obiettivo di superare campanilismo e frammentarietà” che non giovano allo sviluppo dell’Abruzzo.

L’Abruzzo di Gianni Chiodi non è una Regione, uno scampolo di territorio. E’ una Comunità.

Martedì, 17 Luglio, 2012

Paolo Savona:”l’Euro è una moneta “artificiale”, un po’ come l’esperanto, sottratto al governo dei singoli Paesi”.

Venerdì, 13 Luglio, 2012

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Cominciamo dalla fine: Paolo Savona (nella foto), a pag. 101 di ’Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi – Il caso Italia’ (Rubbettino), lapidariamente dà un riferimento temporale. Scrive, infatti: “Questo lavoro è stato finito il 9 dicembre 2011”.
Lo fa parlando di crisi e del quadro europeo di riferimento, dunque, il giorno conclusivo dell’incontro dei Capi di Stato e di Governo svoltosi a Bruxelles l’8 e il 9 dicembre 2011. La riunione era stata l’esordio dell’allora neo-premier italiano Mario Monti, sul palcoscenico europeo, con questo specifico “cappello”.

Leggere il pamphlet, scomodo e lui stesso un pizzico eretico, di Savona, così agli antipodi dai canti gregoriani dominanti, all’indomani della conclusione del vertice brussellese del 28 e 29 giugno 2012, è illuminante, istruttivo, persino inquietante.

Il professor Savona, oggi Presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi è un economista di lungo corso, ma è anche qualcosa di più: ha il dono della visione e della pre-visione.
Perché si è formato nel nido delle aquile del Servizio Studi della Banca d’Italia, mondialmente considerato incubatore di pensatori d’élite in materia economica. E poi ha il tocco magico dell’ironia e della leggerezza, oltre che una scrittura leggibile al volgo ed all’inclita, dunque capace di far “digerire” ragionamenti di politica economica anche al più rozzo analfabeta (purché di ritorno).
Prima di parlare del pamphlet, però, e per dare un paio di pennellate di approfondimento al ritratto del suo Autore, che, giovanissimo, è stato allievo di miti come Guido Carli e Paolo Baffi, permetteteci di riportare alcuni elementi che fanno parte della formazione di Savona e spiegano le straordinarie credenziali professionali che ha patrimonializzato sin da giovanissimo. Copieremo spudoratamente, ma si tratta di elementi davvero significativi: “Presso il Servizio Studi di Bankitalia partecipa al gruppo di lavoro che crea il primo modello econometrico dell’economia italiana, M1BI.
Trascorre un periodo di studio al MIT di Boston, dove collabora con Franco Modigliani; sotto la sua guida elabora con Giorgio La Malfa la prima yield curve (curva dei rendimenti) dell’economia italiana.
Insieme a Michele Fratianni studia i modi di creazione della base monetaria internazionale e la sua moltiplicazione in eurodollari che condurrà nel 1971 alla fine dell’Accordo di Bretton Woods.
Trascorre un periodo di specializzazione al Board of Governors della Federal Reserve a Washington dove studia il funzionamento del mercato monetario in vista dell’emissione in Italia dei Buoni Ordinari del Tesoro.”
Insomma, un profondo conoscitore di ciò che dice e non il solone da instant book che vanno per la maggiore, specialmente in materia economica.
Iniziamo ad andare nei dettagli con una premessa: è un libro che ogni italiano dovrebbe leggere.
Per non farsi menare per il naso da presunti salvatori della Patria o da cattedratici chiamati al capezzale di un’Italia boccheggiante e sempre sulla soglia del reparto rianimazione.
Perché se i rianimatori continuano a perpetuare eresie, esorcismi e a disdegnare le scelte giuste, contrabbandando per supremi sacrifici quelli che sono semplicemente “pannicelli caldi”, non ne caveremo un ragno da un buco, continuando a farci dilaniare da carnefici esterni pro domo loro.
Al Tribunale dell’UE, l’istituzione che abbiamo largamente provveduto a fondare, trasformandoci, chissà perché o percome (ma il professor Savona lo spiega benissimo) nelle pecore zoppe, ci vogliono mettere sotto schiaffo. In realtà, ciò dipende dalle redini dell’Unione (che resta solo economica; quella politica manco si è cominciata a costruirla, anzi circola una tendenza amnesiaca che la dice lunga…), tenute saldamente in mano dalla poco democratica Germania.
Illuminante, ad esempio, è l’elegante citazione da Marcello De Cecco, che l’Autore fa, riguardo ad “un’Italia che ha sempre fatto fronte ai propri debiti, a differenza di una Germania che non l’ha fatto mai.”
La riflessione di Paolo Savona parte dalla disamina di una serie di eresie e di esorcismi provenienti da Governi vari – risale alla privatizzazione dell’energia elettrica, pensate un po’! – intendendo con le prime delle false credenze diffuse per mimetizzare le incapacità di Governi e altri soggetti attivi sullo scenario di dare il colpo di reni per risollevare l’Italia da un pantano in cui si sta dibattendo, a cominciare dal 1962 e, più gravemente, negli ultimi 20 anni.
Esorcismi sono, invece, secondo il brillante economista, quelle foglie di fico dilatorie che servono a dare un mc di ossigeno a un ammalato cascato in apnea.

E poi ci sono loro, le tanto auspicabili (e per questo non praticate, anzi evitate e demonizzate) scelte giuste, respinte come se contagiassero la peste, con una serie di “ragionevoli” alibi dalla visione miope.

Quello che sfugge a noi tutti, infatti, è che l’Euro è una moneta “artificiale”, un po’ come l’esperanto, sottratto al governo dei singoli Paesi, ma di fatto si percepisce una BCE asservita agli interessi di chi rivendica primogeniture: e chi, se non la Germania?

Dunque, l’aver esternalizzato il battere moneta rende cagionevoli, deboli, facilmente sotto tiro. E tutti quei soggetti che di volta in volta vengono “incolpati” di tale fragilità, da un costo del lavoro che, guarda caso, è minore che in casa Merkel, ad una serie di soggetti considerati zavorre (pensionati in primis) appaiono gocce di un oceano schizzate per distrarre rispetto al vero nodo che è rappresentato da un mercato mondiale dimensionato per un miliardo d’individui che, d’improvviso se ne trova a doverne servire quattro, mentre altri due sono ad portas.

Insomma, - è il messaggio di Savona – non credete alla rava ed alla fava e pretendete che si prendano decisioni concrete, non l’esorcismo dell’IMU e della paventata patrimoniale: ad esempio, una “vera” vendita del patrimonio immobiliare con “una newco con capitale inizialmente collocato presso la Cassa Depositi e Prestiti, per poi essere ceduto al mercato, creando in Italia una prima seria public company. Alla newco poteva essere concesso di operare con una leva finanziaria di 3, garantendo l’acquisizione immediata di beni pubblici pari ad almeno 200 miliardi di euro, sotto condizione di condurre una due diligence, ma anche di cominciare ad elaborare un piano di loro utilizzo che avrebbe dato anche una piccola spinta alla crescita”.

Crescita, appunto, ovvero la gamba zoppa non solo del nostro Paese, ma anche dell’Europa, ancorata ad un Patto di stabilità che non ha, invece, il contrappeso di un Patto della crescita (presupposto del quale c’è la già nominata Unione politica e non solo economica).

Nel recensire questo pamphlet, però, così concatenato nei serrati ragionamenti che sostengono le tesi dell’Autore (li scoprirete solo leggendo… siamo stati delatori volutamente molto parziali…), v’invitiamo altresì a deliziarvi con una profetica autocitazione, da pagina 74 a 76, che riporta un brano spassosissimo, di fantascienza economica, frutto della fertile fantasia (invece no… molto s’è realizzato o si sta realizzando) del professor Savona che, con Carlo Pelanda, nel 2001 scrissero ’Sovranità & Ricchezza’ (Sperling & Kupfer); le cronache extraterrestri che contiene sono sbalorditive intuizioni di quello che è avvenuto… terra terra. Ed altrettanto coinvolgente è “Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi”: solo che non è fantascienza… ma tostissima realtà.

fonte: lindro.it

Per ri-costituire l’Italia “c’è da chiudere una guerra”.

Sabato, 7 Luglio, 2012

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Venti anni non sono bastati. Anche perché stiamo ancora sguazzando nelle conseguenze del manipulitismo. Dal passato non si esce mai se si continua a mentire. C’è da strappare lo scenario dell’ipocrisia, c’è da guardare in faccia il male morale che rode l’Italia, c’è da chiudere una guerra, di cui i più non ricordano la ragione. Lascio delle mollichine, sapendo che uccellaci le mangeranno, ma sapendo anche che Pollicino la strada la ritrova. Perché è giusto così.

1. La storia del dopoguerra va letta senza dimenticare la guerra fredda e senza dimenticare la condizione particolare in cui si trovavano l’Italia e la Germania. Non si tratta di evocare scenari globali per giustificare mazzette locali, ma solo di richiamare l’ovvio, da cui discende molto.

2. Quello in cui i grandi gruppi industriali e le società delle partecipazioni statali presero a finanziare i partiti democratici (le coalizioni che andavano dal centro destra al centro sinistra) fu un giorno positivo, per l’Italia. Perché quel finanziamento, dietro al quale si consumavano vari reati, pagava il prezzo della nostra possibile sovranità.

3. Lo scontro divenne feroce in occasione del passaggio che cambiò la storia d’Europa, quando tedeschi occidentali e italiani consentirono lo schieramento degli euromissili. Lì la potenza sovietica cominciò a morire. In Germania lo fecero i socialdemocratici, in Italia Craxi e Spadolini. La battaglia fu durissima e la potenza economica del Pci temibile. Resistere e batterla fu un dovere, essendo di secondarissima importanza la provenienza dei soldi necessari.

4. La legge sul finanziamento pubblico dei partiti era ipocrita, tanto quanto i partiti che la votavano e violavano. Non c’è scusante per questo. E’ una colpa politica, com’è stato segno d’incapacità il non aver capito le conseguenze della fine della guerra fredda. I partiti fucilati fra il 1992 e il 1994 erano già gravemente malati. Non c’entra quel che si ripete a pappagallo, ovvero il troppo alto debito pubblico e la pressione fiscale, perché il debito era la metà di oggi e la pressione più bassa. Il finanziamento pubblico di allora era insufficiente, oltre che violato, quello di oggi, in barba ai referendum, non solo è violato, ma è spropositatamente alto. Il caso dei soldi della Margherita, e del loro gestore, Luigi Lusi, dimostra che palate di quattrini pubblici sono usati per fini privati. Laddove i partiti di un tempo avevano debiti (solo il Pci aveva un patrimonio immobiliare occulto) quelli di oggi traboccano soldi e li investono variamente. Quando non se li fregano. Bel risultato.

5. La necessità di finanziare i partiti non ha nulla a che vedere con la corruzione. La prima cosa fu spesso affidata ai più onesti, la seconda fu praticata dai manigoldi. Avere mischiato le due cose è una colpa dei vecchi partiti come delle inchieste. I primi per non avere rivendicato quei soldi come un merito, le seconde per aver fatto di tutta l’erba un fascio, pur di perseguire un obiettivo politico.

6. Che consisteva nel far fuori i partiti senza far fuori la democrazia, quindi appoggiandosi al fu partito comunista, di cui la propaganda avvalorava un’inesistente onestà (lì albergava la più ripugnante immoralità). Fu grazie a quel disegno che alcune privatizzazioni (vedi il caso di Telecom Italia) si tradussero nel più gigantesco ladrocinio mai perpetrato ai danni della collettività.

7. La corruzione avvelena la politica così come il giustizialismo avvelena la giustizia. Sono fratelli. Figli di genitori pessimi, la cui regola è il disprezzo delle regole. Lo spettacolo dell’accusa ha divelto le regole del diritto e massacrato i diritti individuali, senza che questo sia minimamente servito a sconfiggere il malaffare. In un Paese serio il politico sospettato si dimette. In un Paese serio il magistrato che teorizza la carcerazione come sistema estorsivo viene buttato fuori. Noi abbiamo coltivato, per venti anni, ladri e manettari, pretendendo di dar del delinquente alle persone per bene. La Corte dei conti che denuncia la corruzione, sedendo nei consigli d’amministrazione che gestiscono la spesa pubblica, è il grottesco ritratto di un Paese che disonora le regole.

8. La distanza siderale fra le accuse mosse e le risultanze processuali, l’assenza di condanne effettive, il continuare a raccontare come delinquenti coloro i quali sono stati assolti, il descrivere la vita pubblica come popolata solo da lestofanti serve ad una sola cosa: mostrare che le regole non valgono e ci si fa valere con la disonestà e la prepotenza. A giudicare dalla scena e da come è popolata, direi che tale teoria ha avuto successo.

9. Raccontare il debito pubblico come frutto delle ruberie e l’opacità della vita economica come opera dei criminali serve solo a non volere ammettere che il nostro patto sociale s’è corrotto al punto da basarsi su quei pilastri, coinvolgendo moltissimi, se non tutti. Si accusano pochi per salvare un equilibrio insostenibile.

10. Per forza che la corruzione cresce. Dalle Aule del Parlamento a quelle dei tribunali sono le regole a perdere la partita. Lasciando che dilaghi l’Italia peggiore.

Fatele pure sparire, queste mollichine, continuate a pascervi diffondendo letame. Non è difficile immaginare il risultato.

autore: Davide Giacalone

fonte: davidegiacalone.it

Una nuova nozione di emigrazione

Mercoledì, 4 Luglio, 2012

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“C’è una parte di italiani, pieni di energia e spirito di innovazione, che sta creando una nuova nozione di emigrazione: stare in questo territorio ma non usarlo, non viverlo, pensando “internazionale” o “comunitario” o “localistico”. Intanto la dimensione delle lotte e delle decisioni “nazionali” si rimpicciolisce, proprio mentre il sistema delle loro conseguenze si ingigantisce assieme al tema del debito sovrano. Mentre questa questione matura, molta gente di buona volontà continua a lavorare per tutti”. Luca De Biase

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