Categoria ‘Persone’

“Falsi poveri, evasori e lobbisti” sentenzia L’infedele

Martedì, 24 Gennaio, 2012

lerner_debenedetti.jpgAncora una volta non si perde l’occasione per generalizzare. E generalizzare significa banalizzare, ed è proprio ciò di cui non abbiamo bisogno. Ieri (16/01/12) in prima serata L’Infedele - la trasmissione di Gad Lerner (nella foto* con l’ing. Carlo De Benedetti) titolava così “Falsi poveri, evasori, lobbisti”. Non intendo dilungarmi troppo sul giusto risentimento, anche molto garbato, e sul dispiacere che tanti professionisti del lobbying registrano ogni qual volta i media accomunano i lobbisti ai malfattori, ai corruttori, agli evasori adesso, e chissà a cos’altro nel prossimo futuro. A fronte di migliaia di professionisti, ci sarà pure qualche mela marcia, come in tante altre categorie professionali. Ma in Italia è di moda criminalizzare interi settori per responsabilità di pochi e tacere sui tanti buoni esempi e azioni che vengono quotidianamente compiuti. Fra l’altro, la nostra Associazione “Il Chiostro” è impegnata da tempo per avere una legislazione ad hoc. Ma sembra che interessi poco.
Verrebbe da pensare che c’è una lobby che non vuole la trasparenza delle lobby!!!
Ci dispiace che anche La7 sia caduta nella trappola mediatica ad effetto banalizzante. Ci dispiace ancor di più che non si senta la necessità di dar voce ai tanti lobbisti per bene che operano in questo Paese. Confidiamo nel futuro.

fonte: Associazione Il Chiostro per la trasparenza delle lobby
* la foto è tratta dal sito Dagospia

Comunicare

Venerdì, 13 Gennaio, 2012

facebook.jpg“I nuovi linguaggi che si sviluppano nella comunicazione digitale determinano, tra l’altro, una capacità più intuitiva ed emotiva che analitica, orientano verso una diversa organizzazione logica del pensiero e del rapporto con la realtà, privilegiano spesso l’immagine e i collegamenti ipertestuali. Le dinamiche proprie delle «reti partecipative», richiedono inoltre che la persona sia coinvolta in ciò che comunica. Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse e la loro visione del mondo: diventano «testimoni» di ciò che dà senso alla loro esistenza. I rischi che si corrono, certo, sono sotto gli occhi di tutti: la perdita dell’interiorità, la superficialità nel vivere le relazioni, la fuga nell’emotività, il prevalere dell’opinione più convincente rispetto al desiderio di verità.” BXVI

Buon Natale…

Venerdì, 23 Dicembre, 2011

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Coraggio, Italia!

Giovedì, 8 Dicembre, 2011

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di Pippo Corigliano 

“(…) il mondo sembra definitivamente dominato da un sistema tecnocratico finanziario privo di pensiero, se si esclude una larva di pensiero protestante secolarizzato propria dei paesi anglosassoni. Per la logica dominante dopo il crollo del muro di Berlino, l’Italia è tornato ad essere un paese che ha perso la guerra, indifeso rispetto alle speculazioni finanziarie. Ma l’Italia non è un paese ateo. E’ un paese che ha inventato la finanza ed ha prestato soldi ai re di Francia. E’ il paese che ha inventato nel Medio Evo le confraternite di mutuo soccorso, alcune delle quali sopravvivono ancora. E’ il paese della bellezza e dell’umanità. Perciò guai a scoraggiarci. I nostri giovani devono studiare l’economia come la storia e la teologia. E saranno loro che sapranno costruire un mondo in cui la persona tornerà ad essere il centro”.

35 decisioni per il bene del mio Paese

Lunedì, 21 Novembre, 2011

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Il Governo Monti e la ricetta dell’economia sociale di mercato
 

di Flavio Felice - Fabio G. Angelini

Non sarà di certo passato inosservato il silenzio con cui, nei giorni scorsi, abbiamo accompagnato l’evolversi della complessa situazione politica ed economica che sta interessando il nostro Paese e l’Europa intera. Una scelta questa che, dopo lunghe ed approfondite meditazioni, abbiamo ritenuto essere da un lato la più opportuna in un contesto politico e culturale in cui, troppo spesso, è prevalsa la tendenza ad esaltare le differenze piuttosto che gli elementi di condivisione, ovvero, la ricerca di slogan ed etichette fine a se stesse e, dall’altro, la più rispettosa delle nostre libere istituzioni democratiche.

La prima crisi economica globale – scoppiata in modo dirompente negli USA e poi dipanatasi in tutto il sistema economico globale – era il frutto di un contestuale fallimento del mercato, della regolazione e, ancor prima, della politica colpevole di aver favorito l’espandersi della bolla immobiliare e dei mutui subprime. Oggi però la crisi non riguarda più solo il debito privato, ma anche quello sovrano con tutte le implicazioni che ciò comporta.

Come tutti i fenomeni complessi, le cause vanno ricercate in diversi fattori e circostanze. La debolezza delle istituzioni politiche dell’Unione Europea, la volontà degli speculatori di attaccare la nostra moneta unica, l’inadeguatezza del sistema di governo dell’unione monetaria europea e, in particolare, della nostra Banca Centrale, l’incapacità di alcuni Paesi dell’eurozona di tenere sotto controllo la propria spesa corrente, l’assenza di politiche capaci di promuovere la crescita dell’eurozona, il fallimento delle politiche di austerity, sono tutte concause e parte dei problemi che stiamo vivendo. Del resto, la crisi (purtroppo, ancor prima che economica, di natura culturale) dell’Unione Europea era nota già da tempo. I mercati finanziari non hanno fatto altro che mettercela sotto gli occhi, nero su bianco.

E’ evidente che, in un contesto delicato come questo, al sistema politico europeo spetti un compito gravoso in relazione al quale dovrà dimostrare autorevolezza, fermezza e una straordinaria capacità di guardare ben al di là degli interessi nazionali, da un lato, rafforzando la componente politica e democratica delle istituzioni dell’UE e, dall’altro, ispirando la propria governance ai principi di poliarchia, sussidiarietà e solidarietà.

Il nostro Paese rischia molto, forse non più di altri, ma comunque molto. Nello stesso tempo, il nostro default può innescare un processo tale da portare non solo al fallimento dell’euro, ma dello stesso mercato unico. Di fronte a tali rischi, nelle scorse settimane, non solo ha prevalso il senso di responsabilità delle forze politiche ma le istituzioni democratiche hanno dimostrato di reggere alla prova dei tempi.

I Paesi dell’eurozona sono tutti a vario titolo esposti a grandi turbolenze economiche e finanziarie; tuttavia, l’Italia si trova ad esserlo ancora di più a causa di quei nodi strutturali che, di fronte all’avanzare delle sfide della globalizzazione, sono via via venuti al pettine. Uno su tutti incide sulle nostre prospettive di crescita e sulla stessa fiducia che noi stessi, al pari dei mercati, riponiamo sul nostro futuro: la nostra cultura economica, sin qui incapace di cogliere accanto ai rischi dell’integrazione globale dei mercati, quelle opportunità e quelle sfide che pure sono insite in essa.

Una cultura economica – per il superamento della quale il Centro Studi Tocqueville-Acton ha sin qui cercato e continuerà a dare il suo modesto contributo – che non ci ha sin qui permesso di guardare alla globalizzazione senza tremore e timori, bensì, con rinnovata fiducia in noi stessi e nelle nostre risorse. E’ questo, ma non solo, ciò che ci chiede il mercato. Ma prima ancora, è questo ciò che ci chiedono le future generazioni.

L’Italia non è più, per nostra fortuna, quella del dopo guerra. Nello stesso tempo non è più né quella del boom economico, né quella degli anni ’70. Del pari, il contesto nel quale viviamo è mutato molto più velocemente del nostro sistema economico-imprenditoriale accumulando ritardi tali da determinare, già a partire dalla metà degli anni ’80 e fino ai giorni nostri, una lunga e dispendiosa agonia che ha già richiesto sacrifici e scelte difficili spesso però vanificate dalla rigidità della nostra architettura istituzionale, sociale ed economica. In questi venticinque anni si sono succeduti governi politici della prima repubblica, governi tecnici, governi della seconda repubblica; oggi, quasi vent’anni dopo la più grave crisi politica della nostra storia, torniamo ad un esecutivo non tecnico (poiché dovrà prendere decisioni marcatamente politiche contando sulla fiducia del Parlamento) bensì di tecnici chiamati ad adottare quelle misure necessarie per tranquillizzare i mercati.

E’ evidente che, di fronte a crisi politiche di tale gravità, sia sempre preferibile interpellare il popolo sovrano. Specie quando la posta in gioco è così alta. Tuttavia, crediamo che le condizioni fossero tali da preferire, nel pieno rispetto della costituzione e fino alla normale scadenza della legislatura, la soluzione istituzionale rispetto a quella della competizione elettorale. Ciò, a maggior ragione alla luce della scelta del Presidente Napolitano di affidare l’incarico di guidare il nuovo esecutivo al Prof. Mario Monti con il cui pensiero vantiamo, da tempo, più punti in comune che contrasti.

Se l’esecutivo in carica merita apprezzamento e fiducia, le forze politiche in campo hanno però dimostrato tutta la loro debolezza e mancanza di autorevolezza. Non tanto in occasione degli avvenimenti recenti, in relazione ai quali hanno anche (seppur con un po’ di ritardo) dimostrato senso di responsabilità, quanto nel corso dell’intera stagione della seconda repubblica che, alla prova dei fatti, ha fallito la propria missione al punto da sembrare più che altro una mera appendice della stagione politica precedente. Speriamo che quel senso di responsabilità che abbiamo apprezzato in occasione del voto di fiducia al Governo Monti non venga ben presto sostituito da miopi calcoli elettorali in grado di vanificare gli sforzi di un intero Paese.

Il nostro augurio è che, nei prossimi mesi, si possa voltare pagina sia garantendo il necessario sostegno politico (seppur in chiave dialettica e di confronto costruttivo) all’azione dell’esecutivo, sia riscrivendo a fondo le regole del gioco democratico salvaguardando quelle conquiste che – nel bene e nel male – questa stagione politica ha contribuito ad affermare.

Scendendo, invece, sul piano dei contenuti ci auguriamo che la prospettiva teorica del liberalismo delle regole e dell’economia sociale di mercato che abbiamo ripetutamente proposto nelle nostre analisi e riflessioni possa ispirare l’azione dell’esecutivo Monti.

Riteniamo, infatti, che il superamento di quella cultura economica che ha ostacolato per decenni la crescita del nostro Paese passi attraverso l’avvio di una nuova fase costituente in grado di far emergere una rinnovata costituzione economica (cfr. F. Felice, F.G. Angelini, M. Vatiero) che - recependo (e non rinnegando) i nuovi paradigmi economici e le nuove sfide della globalizzazione (frammentazione del processo produttivo, concorrenza globale, rivoluzione digitale, innovazione tecnologica e produttiva, società dell’informazione, emergenza climatica ed ambientale, emersione delle nuove potenze economiche, grandi flussi migratori, società multietniche e multiculturali, domanda di nuovi diritti, segmentazione della società, diversificazione dei bisogni e delle domande sociali) – sappia dar vita ad un ordine economico che insieme ad un coerente ordine politico e sociale sia in grado di porre al centro la persona e la sfida del suo sviluppo integrale.

Dal punto di vista economico, infatti, sebbene la globalizzazione crei ricchezza e sviluppo ad un ritmo finora sconosciuto, nello stesso tempo, essa crea anche straordinarie e inedite disuguaglianze. Ed è proprio su questo terreno che le istituzioni nazionali, ma anche locali ed internazionali, devono dare dimostrazione di saper dare risposte concrete sapendo affiancare alla giustizia commutativa tipica dei rapporti di mercato quella giusta dose di giustizia sociale in grado di introdurre nei meccanismi di incontro tra domanda e offerta, quella coesione sociale e quella fiducia senza le quali il mercato stesso “non può pienamente espletare la propria funzione economica” (cfr. Caritas in Veritate, n. 35). E’ questa, secondo noi, la via istituzionale della carità tracciata dalla dottrina sociale della Chiesa di fronte alle sfide della globalizzazione.

La nuova cultura economica che, nei prossimi anni, ciascuno di noi ha il compito di costruire deve essere in grado di liberare energie e risorse per la crescita, superare le resistenze degli interessi corporativi, le aree di privilegio e di rendita che, purtroppo, traggono alimento dalla carenza di un robusto senso delle istituzioni e di un una rigorosa e condivisa etica civile, creando nel contempo stabili condizioni per un benessere diffuso del quale devono poter beneficiare anche coloro che oggi ne sono esclusi. A tal fine, occorre rimuovere i freni e i lacci che la ostacolano, introdurre riforme tese a valorizzare il capitale umano, a promuovere il talento, l’iniziativa individuale e collettiva, la capacità e la voglia di intraprendere, di sperimentare, di innovare, di competere e di rischiare. Nello stesso tempo, occorre conciliare competizione, flessibilità, dinamismo e innovazione, con la salvaguardia di alti livelli di solidarietà e coesione sociale, di tutela dei diritti e delle libertà dei cittadini, di qualità della vita, di sostenibilità ambientale e di qualità dei servizi sociali. In sintesi, occorre mettersi in cammino lungo la strada della centralità della persona, della sussidiarietà e della solidarietà.

Riportando tali indicazioni sul piano della concretezza, parallelamente al processo di revisione della nostra costituzione economica, riteniamo urgente intervenire al più presto adottando decisioni immediate ed incisive nei seguenti settori:

- Formazione e Ricerca
1. Creare le condizioni per la promozione dell’eccellenza nel sistema educativo dell’obbligo affinché tutti gli alunni acquisiscano la padronanza dell’italiano, dell’inglese, della scrittura, della matematica, dell’informatica e delle competenze relazionali di base.
2. Dar vita a sei grandi poli di insegnamento universitario e ricerca (Milano, Torino, Bologna, Roma, Napoli, Bari) incentrati su altrettanti campus universitari, in grado da fissare le condizioni di eccellenza complessiva del sistema di formazione universitaria e ricerca.
3. Abolire il valore legale dei titoli di studio ed offrire agli Atenei pubblici e privati gli strumenti e le condizioni per dar vita ad un sistema concorrenziale della formazione e della ricerca universitaria votato all’eccellenza, passando dall’attuale sistema di reclutamento per concorso del personale docente a quello della chiamata diretta per merito.
4. Creare le condizioni per realizzare forti e decisi investimenti nella ricerca (pubblica e privata) nei settori del futuro: digitale, salute, energie rinnovabili, turismo, cultura, biotecnologie, nanotecnologie e neuroscienze.

- Infrastrutture fisiche e tecnologiche
5. Dare subito il via al processo di digitalizzazione della pubblica amministrazione e all’installazione di reti ad altissima velocità di trasmissione dati a disposizione di tutti ed in grado di innovare profondamente le modalità di interazione sia in ambiente di lavoro, sia con la pubblica amministrazione.
6. Realizzare (e potenziare quelle esistenti) le infrastrutture necessarie (porti, aeroporti, strade, poli logistici, ecc…) a far si che l’Italia recuperi il proprio ruolo di snodo centrale nei rapporti economici tra oriente e occidente, favorendo investimenti nei settori della movimentazione delle merci e delle persone (logistica, trasporti e turismo).

- Competitività del sistema imprenditoriale
7. Creare le condizioni per la crescita dimensionale delle nostre imprese, superando l’errato paradigma “piccolo è bello”.
8. Ridurre drasticamente le tempistiche dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione e delle grandi imprese a favore delle PMI impegnate in processi di innovazione tecnologica, ricerca, internazionalizzazione e crescita dimensionale.
9. Permettere alle PMI con pendenze fiscali ma impegnate in processi di innovazione tecnologica, ricerca, internazionalizzazione e crescita dimensionale, di fruire di una dilazione dei termini di pagamento delle cartelle esattoriali.
10. Istituire uno statuto fiscale semplificato per le imprese operanti nel settore dei servizi che realizzano un fatturato annuo inferiore a Euro 100.000, per le start-up costituite da giovani imprenditori e per le iniziative di venture capital.
11. Creare delle agenzie di sviluppo locale, composte da soggetti di elevata competenza tecnica ed indipendenza, in grado di accompagnare le micro, piccole e medie imprese nei processi di innovazione tecnologica, ricerca, internazionalizzazione e crescita dimensionale, nonché, nei rapporti con le pubbliche amministrazioni
12. Istituire un Fondo di garanzia per i giovani neo-imprenditori, gestito dalle agenzie di sviluppo locale, e dei relativi accordi con il sistema bancario

- Concorrenza
13. Promuovere le condizioni affinché si dia vita a mercati pienamente concorrenziali, favorendo la libertà di movimento dei prezzi e facilitando l’ingresso di ogni nuovo attore nei settori del commercio, della distribuzione, del turismo, della cultura, dei trasporti e dei servizi pubblici.
14. La creazione sul territorio, sotto il coordinamento dell’Autorità per la Concorrenza ed il Mercato, di una rete autorevole di commissari alla concorrenza e allo sviluppo con il compito di promuovere – mediante strumenti incisivi e connotati di un’ampia discrezionalità tecnica – la concorrenza sia nei confronti dei pubblici poteri, sia dei privati.
15. Nel rispetto dei principi costituzionali in materia di professioni intellettuali, aprire alla concorrenza le professioni regolamentate promuovendo l’eccellenza nei servizi prestati e favorendo un processo di razionalizzazione e riorganizzazione dell’offerta incentivando la creazione di network professionali, società tra professionisti e studi associati.
16. Incentivare la mobilità geografica (incidendo in particolare sul settore dell’edilizia) e la mobilità internazionale (snellendo le relative procedure amministrative).
17. Riformare l’articolo 41 della costituzione adeguandolo al diritto comunitario, nonché, avviare i lavori per l’approvazione di una legge costituzionale volta a disciplinare nel dettaglio il rapporto pubblici poteri – sistema economico (una vera e propria costituzione economica).

- Lavoro e Welfare
18. Riformare il diritto del lavoro in chiave flessibile e dinamica, demandando le decisioni sociali fondamentali alla negoziazione tra le parti, modernizzando le regole di rappresentanza e di finanziamento delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali.
19. Ridurre il costo del lavoro per tutte le imprese trasferendo progressivamente la tassazione dal lavoro ai consumi.
20. Innalzare a 67 anni, già a partire dal 2020, l’età pensionabile introducendo – nel periodo compreso tra il 2012 ed il 2020, sistemi di incentivazione per chi scelga di proseguire l’attività oltre l’attuale limite d’età, con benefici di aumenti di pensione.
21. Creare le condizioni per forme di occupazione flessibili (ma non necessariamente precarie), promuovendo le condizioni per un mercato del lavoro più qualificato, dinamico e in grado di valorizzare il merito.
22. Introdurre uno strumento contrattuale a favore di tutti i soggetti in cerca di lavoro, idoneo a considerare tale attività come un investimento per l’intera società, da remunerare equamente sottoforma di “premio al rischio”.
23. Introdurre un efficace sistema di ammortizzatori sociali in grado di tutelare i lavoratori durante i periodi di inoccupazione, trasformando le minacce della precarietà del lavoro in opportunità della flessibilità del lavoro.
24. Creare le condizioni per la creazione di veri e propri poli di eccellenza in ambito sanitario, mediante l’investimento in strutture sanitarie in grado di coniugare l’attività di assistenza con quella di ricerca scientifica superando l’attuale riparto di competenze legislative in materia sanitaria e di ricerca scientifica.

- Istituzioni e Pubblica Amministrazione
25. Promuovere un complessivo ripensamento dell’organizzazione amministrativa del Paese, riducendo ed accorpando gli enti esistenti, affidando funzioni e compiti al mercato e alle professioni (in applicazione dell’art. 118 della Costituzione), favorendo l’aggregazione delle municipalità, procedendo alla soppressione delle province ed introducendo – sul modello delle fondazioni bancarie e nell’ottica della promozione della sussidiarietà orizzontale e del welfare society – le fondazioni di comunità a cui affidare il compito di svolgere, in modo indipendente ed autorevole, funzioni di promozione del welfare sul territorio.
26. Accompagnare il processo di ridimensionamento della sfera pubblica rendendo operativa la mobilità nel pubblico impiego e introducendo dei meccanismi premiali in grado di valorizzare il merito nella pubblica amministrazione, basati sulle valutazioni rese dagli utenti.
27. Ridurre il numero dei parlamentari, procedere alla riforma dei partiti promuovendo al proprio interno elementi di democraticità e di trasparenza, introdurre un serio e rigoroso sistema di accountability in merito alle nomine pubbliche.
28. Riformare la pubblica amministrazione in chiave sussidiaria e poliarchica, favorendo la digitalizzazione dell’attività ed introducendo sistemi di e-democracy finalizzati a migliorare la qualità delle interrelazioni tra cittadini e pubblici poteri, la trasparenza e la partecipazione ai processi decisionali pubblici.
29. Al fine di garantire il mantenimento della logica bipolare e della democrazia dell’alternanza, riformare la legge elettorale adottando un sistema proporzionale alla tedesca con sbarramento al 5%.
30. Revisione e adeguamento del Titolo V della Costituzione al fine di razionalizzare e semplificare il quadro delle competenze legislative tra Stato e Regioni ed il riparto delle funzioni amministrative.

- Debito pubblico
31. Ridurre drasticamente il debito pubblico tagliando i costi della politica, introducendo una tassa su patrimoni superiori a 1,5 milioni di euro e l’ICI sulla prima casa, tagliando la spesa corrente incrementandola solo in settori specifici (turismo, cultura, infrastrutture), ridimensionando il costo del lavoro nella pubblica amministrazione, razionalizzando ulteriormente l’organizzazione del servizio sanitario nazionale, effettuando dismissioni del patrimonio immobiliare pubblico e cedendo parte della partecipazioni pubbliche in società (specie in quelle non strategiche).
32. Nell’ottica dell’azzeramento dei cosiddetti privilegi di nascita, reintrodurre la tassa di successione sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro.
33. Introdurre, per ogni ente pubblico, un trasparente sistema di accountability della spesa, in grado di evidenziare sprechi e privilegi, rendendo gli elettori sempre più informati e consapevoli.
34. Lotta all’evasione fiscale mediante l’introduzione del cosiddetto sistema di “contrasto di interessi” e l’introduzione di una lotteria (tipo gratta e vinci) associata agli scontrini fiscali.
35. Introdurre in costituzione il vincolo del pareggio di bilancio, rafforzando i divieto di indebitamento per spese diverse da quelle di investimento e i poteri di controllo e sanzione in capo alla Corte dei Conti.

L’avvio di una nuova fase delle politiche comunitaria, unitamente all’adozione in sede nazionale di tali decisioni politiche – che invitiamo chiunque sia interessato a contestare, a modificare ed integrare – riteniamo possano contribuire ad avviare un duraturo processo di crescita economica, di complessivo ripensamento del nostro sistema produttivo verso attività a maggiore valore aggiunto e, in definitiva, di maggiore benessere per l’intera società.

Non resta dunque che augurare al nuovo esecutivo un sincero buon lavoro manifestando, nel contempo, al Sen. Prof. Monti e ai suoi Ministri la nostra piena disponibilità a contribuire con le nostre (e vostre) proposte alla ricerca di soluzioni in grado uscire dalle paludi della crisi e di perseguire il bene comune.

fonte: Centro Tocqueville-Acton

Kasparov

Venerdì, 11 Novembre, 2011

kasparov.jpg“Attraverso le decisioni, la strategia diventa realtà e le analisi si trasformano in risultati”. (Kasparov)

Quali leadership prenderanno i voti dei cattolici italiani?

Giovedì, 20 Ottobre, 2011

bimbo_23.jpgL’Emergenza Antropologica: Per una Nuova Alleanza 

di Pietro Barcellona, Paolo Sorbi, Mario Tronti, Giuseppe Vacca

La manipolazione della vita, originata dagli sviluppi della tecnica e dalla violenza insita nei processi di globalizzazione in assenza di un nuovo ordinamento internazionale, ci pone di fronte ad una inedita emergenza antropologica. Essa ci appare la manifestazione più grave e al tempo stesso la radice più profonda della crisi della democrazia. Germina sfide che esigono una nuova alleanza fra uomini e donne, credenti e non credenti, religioni e politica. Pertanto riteniamo degne di attenzione e meritevoli di speranza le novità che nel nostro Paese si annunciano in campo religioso e civile.

A noi pare che negli ultimi anni – un periodo storico cominciato con la crisi finanziaria del 2007 e in Italia con il crepuscolo della “seconda Repubblica” – mentre la Chiesa italiana si impegnava sempre più a rimodulare la sua funzione nazionale, un interlocutore come il Partito democratico sia venuto definendo la sua fisionomia originale di “partito di credenti e non credenti”. Sono novità significative che ampliano il campo delle forze che, cooperando responsabilmente, possono concorrere a prospettare soluzioni efficaci della crisi attuale.
Il terreno comune è la definizione della nuova laicità, che nelle parole del segretario del Pd muove dal riconoscimento della rilevanza pubblica delle fedi religiose e nel magistero della Chiesa da una visione positiva della modernità, fondata sull’alleanza di fede e ragione.

Nel suo libro-intervista “Per una buona ragione”, Pier Luigi Bersani afferma che il “confronto con la dottrina sociale della Chiesa” è un tratto distintivo della ispirazione riformistica del Pd e che la presenza in Italia ”della massima autorità spirituale cattolica” può favorire il superamento del bipolarismo etico che in passaggi cruciali della vita del Paese ha condizionato negativamente la politica democratica.

Ribadendo, infine, la “responsabilità autonoma della politica”, Bersani esprime una opzione decisa per una sua visione “che non volendo rinunciare a profonde e impegnative convinzioni etiche e religiose, affida alla responsabilità dei laici la mediazione della scelta concreta delle decisioni politiche”.

Per quanto riguarda la Chiesa cattolica vi sono due punti della relazione del cardinale Bagnasco alla riunione del Consiglio permanente dei vescovi del 26-29 settembre 2011 che meritano particolare attenzione. Il primo riguarda la critica della “cultura radicale”: essa è rivolta a quelle posizioni che, “muovendo da una concezione individualistica”, rinchiudono “la persona nell’isolamento triste della propria libertà assoluta, slegata dalla verità del bene e da ogni relazione sociale”. Il secondo è la proposta di nuove modalità dell’impegno comune dei cattolici per contrastare quella che in una precedente occasione aveva definito “la catastrofe antropologica”: “la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica”.

E non è meno significativa la sua giustificazione storica: “A dar coscienza ai cattolici oggi non è anzitutto un’appartenenza esterna, ma i valori dell’umanizzazione [che] sempre di più richiamano anche l’interesse di chi esplicitamente cattolico non si sente”. In altre parole, la “possibilità” di questo nuovo soggetto origina dall’impegno sociale e culturale del laicato, nel quale i cattolici sono “più uniti di quanto taluno vorrebbe credere” grazie alla bussola che li guida: la costruzione di un umanesimo condiviso.

La definizione della nuova laicità e l’assunzione di una responsabilità più avvertita della Chiesa per le sorti dell’Italia esigono uno sviluppo dell’iniziativa politica e culturale volta non solo a interloquire con il mondo cattolico, ma anche a cercare forme nuove di collaborazione con la Chiesa, nell’interesse del Paese.

A tal fine appare dirimente il confronto su due temi fondamentali del magistero di Benedetto XVI che nell’interpretazione prevalente hanno generato confusioni e distorsioni tuttora presenti nel discorso pubblico: il rifiuto del “relativismo etico” e il concetto di “valori non negoziabili”. Per chi dedichi la dovuta attenzione al pensiero di Benedetto XVI non dovrebbero sorgere equivoci in proposito.

La condanna del “relativismo etico” non travolge il pluralismo culturale, ma riguarda solo le visioni nichilistiche della modernità che, seppur praticate da minoranze intellettuali significative, non si ritrovano a fondamento dell’agire democratico in nessun tipo di comunità: locale, nazionale e sovranazionale. Il “relativismo etico” permea, invece, profondamente, i processi di secolarizzazione, nella misura in cui siano dominati dalla mercificazione. Ma non è chi non veda come la lotta contro questa deriva della modernità costituisca l’assillo fondamentale della politica democratica, comunque se ne declinino i principii, da credenti o da non credenti.

D’altro canto, non dovrebbero esserci equivoci neppure sul concetto di “valori non negoziabili” se lo si considera nella sua precisa formulazione. Un concetto che non discrimina credenti e non credenti, e richiama alla responsabilità della coerenza fra i comportamenti e i principii ideali che li ispirano. Un concetto che attiene, appunto, alla sfera dei valori, cioè dei criteri che debbono ispirare l’agire personale e collettivo, ma non nega l’autonomia della mediazione politica. Non si può quindi far risalire a quel concetto la responsabilità di decisioni in cui, per fallimenti della mediazione laica, o per non nobili ragioni di opportunismo, vengano offese la libertà e la dignità della persona umana fin dal suo concepimento.

Ad ogni modo, se nell’approccio alle sfide inedite della biopolitica ci sono stati e si verificano equivoci e cadute di tal genere non solo in scelte opportunistiche del centrodestra, ma anche nel determinismo scientistico del centrosinistra, la riaffermazione del valore della mediazione laica che sembra ispirare “la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica” rischiara il terreno del confronto fra credenti e non credenti. Quindi dipenderà dall’iniziativa culturale e politica delle forze in campo se quella “possibilità” acquisterà un segno progressivo o meno nella vicenda italiana.

A tal fine noi riteniamo che il Pd debba promuovere un confronto pubblico con la Chiesa cattolica e con le altre confessioni religiose operanti in Italia oltre che sui temi cosiddetti “eticamente sensibili”, su quelli che attengono in maniera più stringente ai rischi attuali della nazione italiana: la tenuta della sua unità, la “sostanza etica” del regime democratico.

Tanto sull’uno, quanto sull’altro, la storia dell’Italia unita dimostra che la funzione nazionale assolta o mancata dal cattolicesimo politico è stata determinante e lo sarà anche in futuro.
 

Mario Calabresi

Venerdì, 26 Agosto, 2011

cosa_tiene_accese_le_stelle.jpg“La cultura della lamentela in questi anni ha raggiunto livelli terribili, è la cosa più negativa che ci sia, perché cancella davvero ogni possibilità di riscatto e cambiamento. Innamorarsi delle proprie sfighe è rassicurante e ti fa vivere in un territorio protetto, in un mondo che riconosci e ti rassicura. Ogni epoca impone una forma di resistenza, la nostra è non essere lamentosi”.

Addio a padre Busa, pioniere dell’informatica

Martedì, 16 Agosto, 2011

roberto_busa.jpg 

di Stefano Lorenzetto

A un giornalista capita di rado, anzi mai, di sentirsi dare appuntamento in paradiso al termine di un’intervista. A chi scrive accadde il 28 settembre dello scorso anno. «Come s’immagina il paradiso?», era stata l’ultima domanda che avevo posto a padre Roberto Busa, il gesuita che ha inventato la linguistica informatica. «Come il cuore di Dio: immenso», rispose. Poi soggiunse: «Guardi che aspetto anche lei in paradiso, mi raccomando». Si girò verso il fotografo Maurizio Don: «Anche lei. E se tardate, come mi auguro, mi troverete seduto sulla porta così». Incrociò le mani e cominciò a girarsi i pollici: «Non arrivano mai, quei macachi…».

Dalle ore 22 di martedì 9 agosto padre Busa è sull’uscio ad aspettarci. «Senza fretta», ribadirebbe adesso con la sua bonomia di veneto nato a Vicenza da genitori originari di Lusiana, sull’altopiano di Asiago, e più precisamente della contrada Busa, donde il cognome. Il grande studioso, il compilatore dell’Index Thomisticus, è morto di vecchiaia all’Aloisianum, l’istituto di Gallarate (Varese), dove s’era ritirato a vivere dagli anni Sessanta insieme con i grandi decani della Compagnia di Gesù, fra cui il cardinale Carlo Maria Martini, del quale è stato amico e interlocutore. In precedenza fu per lungo tempo docente alla Pontificia Università Gregoriana e alla Cattolica, nonché, dal 1995 al 2000, al Politecnico di Milano, dove teneva corsi di intelligenza artificiale e robotica. La sua ricerca gli è valsa l’istituzione del Roberto Busa Award, massima onorificenza del settore.

Avrebbe compiuto 98 anni il prossimo 28 novembre. Quando nel 1955 morì Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina, un quotidiano milanese del pomeriggio titolò: «Lettore fermati! È morto Fleming, forse anche tu gli devi la vita». Un invito analogo potrebbe essere rivolto oggi a tutti coloro che in questo preciso istante sono davanti a un computer.

Se esiste una santità tecnologica, credo d’aver avuto il privilegio d’incontrarla: essa aveva il volto di padre Busa. Perciò inginocchiati anche tu, lettore, davanti alle spoglie mortali di questo vecchio prete, linguista, filosofo e informatico. Se navighi in Internet, lo devi a lui. Se saltabecchi da un sito all’altro cliccando sui link sottolineati di colore blu, lo devi a lui. Se usi il pc per scrivere mail e documenti di testo, lo devi lui. Se puoi leggere questo articolo, lo devi, lo dobbiamo, a lui. Era nato solo per far di conto, il computer, dall’inglese to compute, calcolare, computare. Ma padre Busa gli insufflò nelle narici il dono della parola.

Accadde nel 1949. Il gesuita s’era messo in testa di analizzare l’opera omnia di san Tommaso: un milione e mezzo di righe, nove milioni di parole (contro le appena centomila della Divina Commedia). Aveva già compilato a mano diecimila schede solo per inventariare la preposizione «in», che egli giudicava portante dal punto di vista filosofico. Cercava, senza trovarlo, un modo per mettere in connessione i singoli frammenti del pensiero dell’Aquinate e per confrontarli con altre fonti. In viaggio negli Stati Uniti, padre Busa chiese udienza a Thomas Watson, fondatore dell’Ibm. Il magnate lo ricevette nel suo ufficio di New York.

Nell’ascoltare la richiesta del sacerdote italiano, scosse la testa: «Non è possibile far eseguire alle macchine quello che mi sta chiedendo. Lei pretende d’essere più americano di noi». Padre Busa allora estrasse dalla tasca un cartellino trovato su una scrivania, recante il motto della multinazionale coniato dal boss — Think, pensa — e la frase «Il difficile lo facciamo subito, l’impossibile richiede un po’ più di tempo». Lo restituì a Watson con un moto di delusione. Il presidente dell’Ibm, punto sul vivo, ribatté: «E va bene, padre. Ci proveremo. Ma a una condizione: mi prometta che lei non cambierà Ibm, acronimo di International business machines, in International Busa machines».

È da questa sfida fra due geni che nacque l’ipertesto, quell’insieme strutturato di informazioni unite fra loro da collegamenti dinamici consultabili sul computer con un colpo di mouse. Il termine hypertext fu coniato da Ted Nelson nel 1965 per ipotizzare un sistema software in grado di memorizzare i percorsi compiuti da un lettore. Ma, come ammise lo stesso autore di Literary Machines, l’idea risaliva a prima dell’invenzione del computer. E, come ha ben documentato Antonio Zoppetti, esperto di linguistica e informatica, chi davvero operò sull’ipertesto, con almeno quindici anni d’anticipo su Nelson, fu proprio padre Busa. Fra Pisa, Boulder (Colorado) e Venezia, il gesuita diede vita a un’impresa titanica durata quasi mezzo secolo, investendovi un milione e ottocentomila ore, grosso modo il lavoro di un uomo per mille anni a orario sindacale; oggi è disponibile su cd-rom e su carta: occupa cinquantasei volumi, per un totale di settantamila pagine. A partire dal primo tomo, uscito nel 1951, il religioso ha catalogato tutte le parole contenute nei centodiciotto libri di san Tommaso e di altri sessantuno autori.

Roberto Busa era il secondo dei cinque figli di un capostazione. «Ci trasferivamo da una città all’altra: Genova, Bolzano, Verona», mi raccontò. «Nel 1928 approdammo a Belluno e lì entrai in seminario. Ero in classe con Albino Luciani. In camerata il mio era l’ultimo letto della fila, dopo quelli di Albino e di Dante Cassoli. Niente riscaldamento. Sveglia alle 5.30. Ai piedi del letto c’era il catino con la brocca. Dovevamo rompere l’acqua ghiacciata. In quei cinque minuti perdevo la vocazione. Dicevo fra me: no, Signore, l’acqua gelata no, voglio tornare dalla mamma che me la scalda sulla stufa. Mezz’ora per lavarci, vestirci e rifare il giaciglio. Albino se la sbrigava in 10 minuti e impiegava gli altri 20 a leggere le opere devozionali di Jean Croiset, gesuita francese del Seicento, e le commedie di Carlo Goldoni». Nel 1933 il giovane Busa entrò nella Compagnia di Gesù. Dopo gli studi in filosofia e teologia, il 30 maggio 1940 fu ordinato sacerdote.

Nella sua lunga vita ha conosciuto sette pontefici. Frequenti e molto cordiali furono soprattutto i contatti con Paolo VI e, ovviamente, con l’amico Giovanni Paolo I, «che m’invidiava», mi confidò, «perché io ero diventato gesuita e lui no. Albino avrebbe voluto fare il missionario come i primi compagni di sant’Ignazio di Loyola. Ma il vescovo Giosuè Cattarossi non glielo permise. A dire il vero anch’io, dopo essere diventato gesuita, sognavo di partire per l’India. Invece il superiore provinciale mi chiese a bruciapelo: “Le piacerebbe fare il professore?”. No, risposi. E lui: “Ottimo. Lo farà lo stesso”. Fui spedito alla Gregoriana per una libera docenza in filosofia su san Tommaso d’Aquino».

Sui temi di sua competenza, padre Busa era in grado di dibattere, oltre che in italiano, anche in latino, greco, ebraico, francese, inglese, spagnolo, tedesco. «Mi sono dovuto arrangiare con i rotoli di Qumrân, che sono scritti in ebraico, aramaico e nabateo, con tutto il Corano in arabo, col cirillico, col finnico, col boemo, col giorgiano, con l’albanese», mi spiegò. «A volte mi lamento col mio Principale, dicendogli: Signore, sembra che tu abbia concepito il mondo come un’aula d’esame. E Lui mi risponde: “Ho lasciato che gli uomini facessero ciò che vogliono. Se fanno il bene, avranno il bene; se fanno il male, avranno il male”». A ogni domanda, lo studioso gesuita si portava le mani giunte davanti alla bocca, guardava verso l’infinito, meditava a lungo.

La sua mente sembrava obbedire al linguaggio binario, perché articolava ogni risposta per punti, dicendo «primo», poi «secondo», mai «terzo», e intanto contava sulle dita partendo dal mignolo per arrivare al pollice, come fanno gli americani. Non c’era una parola, fra quelle che gli uscivano dalle labbra, che fosse superflua o pronunciata a casaccio.

Padre Busa aveva le idee ben chiare sulle origini della scienza informatica: «Una mente che sappia scrivere programmi è certamente intelligente. Ma una mente che sappia scrivere programmi i quali ne scrivano altri si situa a un livello superiore di intelligenza. Il cosmo non è che un gigantesco computer. Il Programmatore ne è anche l’autore e il produttore. Noi Dio lo chiamiamo Mistero perché nei circuiti dell’affaccendarsi quotidiano non riusciamo a incontrarlo. Ma i Vangeli ci assicurano che duemila anni fa scese dal cielo». È andato a incontrarlo.

fonte: Osservatore Romano 10-8-2011

Miseria e nobiltà

Sabato, 25 Giugno, 2011

gabriele_gianni_costantini.jpg”Chiodi ed i suoi non daranno tregua agli abruzzesi fino a quando non li avranno ridotti alla fame - denuncia quindi l’esponente dipietrista (nella foto, a destra Carlo Costantini, ex sindaco di San Giovanni Teatino, ndr), che esorta - Dobbiamo reagire e non dare più tregua a Chiodi ed al suo sistema di potere che somiglia ogni giorno di più ad una succursale della P4, con i banchieri, le televisioni, i grembiulini, il compasso ed i cappucci, le collusioni tra pezzi delle istituzioni e poteri neppure tanto occulti e finanche le periodiche disattenzioni di chi dovrebbe controllare e non si accorge di nulla”.

fonte: ASCA, 23 giugno 2011

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