Categoria ‘Persone’

C’est l’argent qui fait la guerre.

Giovedì, 10 Luglio, 2014

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Disoccupazione al 10,7%, l’Abruzzo regge la crisi meglio di altre regioni

Domenica, 1 Settembre, 2013

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di Gianni Chiodi* 

Ieri è stato pubblicato il Rapporto Istat sul lavoro che riporta i dati trimestrali di tutte le regioni italiane e nel vedere che il tasso di disoccupazione dell’Abruzzo è sceso al 10,7% nel secondo trimestre 2013, con una flessione dello 0,8% rispetto al trimestre precedente, dello 0,2% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e dello 0,1% rispetto all’intero 2012 (10,8%) mi è sembrata una buona notizia, considerando che il dato abruzzese è al di sotto della media nazionale, pari al 12%.
E’ vero che si è ridotto nel secondo trimestre 2013 rispetto allo stesso periodo del 2012 il numero degli occupati
, passando da 507 mila a 485 mila, ovvero 22 mila posti di lavoro in meno. Questo fenomeno però non ha interessato solo l’Abruzzo, le Marche hanno perso 26 mila posti di lavoro, il Lazio 74 mila, l’Emilia 31 mila. La crisi economica c’è e per entrare nello specifico, secondo Unimpresa in cinque anni di crisi in Italia sono andati persi quasi un milione di posti di lavoro circa 200mila posti di lavoro l’anno e l’Abruzzo facendo parte dell’Italia e dell’ Europa, non può non risentire della crisi, ma sta dimostrando di saperla tollerare meglio di altre regioni.
Negli ultimi anni in Italia sono aumentati anche i giovani scoraggiati e delusi che si stanno lasciando andare
, i Neet (Not in Education, Employment or Training), ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano, non sono in formazione e – ormai, dopo molti tentativi – non cercano più neppure un lavoro. Nel nostro Paese nel 2012 sono oltre 3 milioni e 300 mila e rappresentano una quarto della popolazione della medesima fascia d’età, in Abruzzo sono 62 mila unità, la stessa identica quantità presente anche nelle Marche. I NEET dal 2008 al 2012 a livello nazionale sono aumentati di oltre mezzo milione (556 mila per la precisione), una crescita del 16,7% quasi tutta da imputare all’incremento dei disoccupati (463 mila in più, +36,7%). In Abruzzo, dal 2008 al 2012 sono aumentati di 10 mila unità, una crescita del 16,20% uguale alla media nazionale (16,70%) e inferiore di gran lunga alla crescita che si è registrata al Nord-Est (34,50%), al centro (+27,50%) e al Nord-Ovest (22,80%). In particolare, in Veneto la variazione è stata del 35% ed in Emilia Romagna si è sfiorato il +37%. Rispetto al 2011 siamo l’unica regione insieme a Campania, Puglia e Lazio che mostrano una riduzione dei Neet.
La situazione nel Mezzogiorno rimane quella piu’ critica: in questa area e’ Neet un giovane su tre (contro uno su sei nel Nord e uno su cinque nel Centro).
La questione dell’elevata presenza di NEET è stata aggravata dalla crisi ma è principalmente strutturale, pertanto destinata a non migliorare se le condizioni economiche rimarranno di stagnazione o peggio ancora ulteriormente recessive.
Questo è per dire che ci sono gli scoraggiati, quelli che non vanno più alla ricerca di un lavoro ma non sono solo in Abruzzo, sono in tutte le regioni italiane e l’aumento maggiore si sta avendo al nord.
E’ anche vero che con il tasso di disoccupazione di oggi l’Abruzzo torna indietro di 10 anni, per l’esattezza al 2000 ma è una realtà che stanno affrontando tutte le Regioni, addirittura ce ne sono alcune come Lombardia, Marche, Emilia e Toscana che non hanno mai toccato nella loro storia un tasso di disoccupazione così alto come quello che riportano oggi.
L’Abruzzo sta reagendo meglio di altri territori a questa profonda recessione e questo lo si deve a due fattori. Il primo, l’intraprendenza dei nostri imprenditori che, con coraggio, hanno sposato l’idea di non chiudersi, di isolarsi. Il secondo, la lungimirante azione della Regione che ha voluto con ostinazione investire nell’innovazione, nella ricerca; che è stata vicina alle aziende; che ha sostenuto l’assunzione di giovani e donne con progetti mirati; che ha affiancato agroalimentare e turismo nella conquista dei mercati esteri.

*Presidente Regione Abruzzo

Il principe degli spin doctor, Alastair Campbell, racconta a una platea di “comunicatori” le regole fondamentali per una buona strategia comunicativa. Le tre vittorie di Blair sono nate (anche) così

Domenica, 14 Luglio, 2013

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I comunicatori sono sempre esistiti. I PR sono sempre esistiti. Lo spin è sempre esistito. Basta leggere la Bibbia, diamine. La novità non è lo spin, ma la realtà di un’epoca di media globalizzati, l’economia dell’informazione, un mondo in cui la tecnologia accelera il ritmo del cambiamento in modo esponenziale. E non ci sono mai stati prima sistemi politici e mediatici che, in democrazia, quando qualcuno prova a mentire lo spingono a dire la verità, e mettono pressione su chi non lo fa. Ma mentre cresceva, a vantaggio dei cervelloni e dei guru aziendali, l’industria delle public relations ha prestato un pessimo servizio a se stessa: oggi pare davvero che “PR” e “spin” siano sinonimi di stronzate, bugie, depistaggi.

Viene da chiedersi: se i comunicatori sono bravi a comunicare, com’è possibile che la comunicazione abbia una reputazione così drammatica?

La risposta, dal mio punto di vista, è che i comunicatori non sono poi così bravi, ma anche che i veri spin doctor, nel mondo d’oggi, sono i giornalisti, quelli della tv, i blogger, e tutti loro vogliono far credere ai propri lettori di possedere il monopolio della verità, e in modo più o meno sottile suggeriscono di ignorare chiunque altro: i politici, i loro portavoce, le aziende e i loro consulenti, gli stati e i loro “brand manager”.

Tutto è comunicazione

Sotto questa facciata si nasconde un cambiamento rispetto ai decenni passati, quando le notizie e i commenti, i fatti e le opinioni erano distinte più di oggi; la gente dava per scontato che i governi e i leader e le aziende volessero farsi propaganda da sé e che avessero tutto il diritto di farlo. Oggi le cose sono più complesse. Nonostante questa cattiva nomea, l’industria della comunicazione continua a crescere e resta fondamentale per le economie, i governi, le imprese, gli individui che si trovano esposti all’occhio del pubblico. La gente ci pensa di più, agisce di conseguenza, perché – ci piaccia o no – viviamo in un’epoca mediatica.

Per chi comunica – sia un governo o un ministro, un’azienda o un imprenditore, una ong o una celebrità – l’interazione con lo spazio pubblico è diventata più complicata: per questo la domanda di semplicità è più forte.

In un mondo più caotico, si cerca maggiore chiarezza. In un mondo di innovazione continua, si cerca conforto nelle cose note e familiari. In un mondo di negatività, si cerca maggiore speranza. Ma in un mondo con più scelta e più informazione, la gente è più brava a distinguere la realtà dallo spin, il buono dal mediocre, fa più in fretta a formarsi un giudizio sulle cose. E in genere ha ragione.

Voglio raccontarvi una storia su Bill Clinton.

Facevo sempre infuriare TB (Tony Blair, ndt) quando dicevo che Clinton era il più grande comunicatore strategico con cui avessi lavorato. Tony pensava di essere lui il migliore. Se oggi vi dico: «Quando Clinton ebbe i suoi problemi…», qual è la prima immagine che vi viene in mente? Le guerre con cui ha fatto i conti? Le crisi economiche? Le riforme della pubblica amministrazione? No, ciascuno di voi ha pensato a Monica. Quanta cattiva stampa si è beccato in quel periodo? A tonnellate, in tutto il mondo. Eppure…

Il giorno che il rapporto Starr fu pubblicato, Clinton era al telefono con Tony. Parlarono di Irlanda e Russia. Lo so perché c’ero. Qualche anno dopo, quando uscì il suo libro, feci un’intervista con lui in televisione. Gli chiesi se si ricordava quella conversazione. Se la ricordava. Gli chiesi come avesse fatto a concentrarsi su cose come l’Irlanda e la Russia mentre tutta la sua vita, personale, politica, professionale, era sull’orlo di cadere a pezzi intorno a lui. Mi rispose così. Avevo un obiettivo semplice, la sopravvivenza. La mia strategia era alzarmi ogni giorno e concentrarmi solo sulle cose che avrei potuto fare, perché ero il presidente. E la tattica era accertarmi che la gente sapesse quello che stavo facendo. Sono state le persone a sostenermi.

Decalogo dello spin doctor

Adoro questa storia. Anche perché la regola “obiettivo-strategia-tattica” – O.S.T. – è sempre stata in cima alla lista delle dieci linee guida per la leadership che avevo su una cartolina che portavo sempre con me.

1. OST. 2. Sii coraggioso. 3. Sii malleabile. 4. I migliori leader in una squadra sono quelli che fanno più gioco di squadra. 5. Resta calmo durante le crisi. 6. Ascolta, ma dà tu la linea. 7. Trasforma i problemi in opportunità. 8. Sei TU a dettare l’agenda. 9. La testa oltre l’ostacolo. 10. Occhi puntati alla vittoria.

Ma OST è la più importante. Quel giorno Clinton disse un’altra cosa che mi colpì: «Troppi decision maker definiscono la propria realtà in base ai media di giornata. È quasi sempre un errore». La tattica ha preso il sopravvento in troppe organizzazioni. Governi che oscillano da un giorno all’altro. Aziende che credono che un trend su Twitter corrisponda in qualche modo alla popolarità di un prodotto. Può essere. Ma vende? E la strategia è chiara?

Di recente ho lavorato con un leader politico che mi ha chiesto: «Come faccio a fare la cosa giusta rimanendo popolare?». Gli ho risposto: «Fai la cosa giusta». Ma falla all’interno di una chiara cornice strategica, ti confronti costantemente col pubblico, metti in piedi sistemi di coordinamento che funzionano, in modo che col tempo il tuo messaggio arrivi al bersaglio, col tempo i tuoi cambiamenti siano compresi, col tempo la gente diventi più ragionevole nei suoi giudizi. Quello che fai è più importante di quello che dici, ma come lo dici può aiutarti se stai facendo la cosa giusta.

Com’è nato il New Labour

Ogni volta che dici o fai qualcosa, metti a segno un punto.

Prendiamo la mia esperienza col New Labour.

Ok, nel 1997 avevamo di fronte un governo stanco, debole e diviso, ma non è mai abbastanza, e di certo non è abbastanza per vincere bene. Sì, Tony Blair era un leader giovane e accattivante e un bravo comunicatore. Ma neanche questo basta. C’è bisogno di una strategia, e che sia così chiara, così forte, così ben ragionata che nessuno possa avere dubbio su quale sia il punto. Nessuno nel partito, nessuno fuori. E le migliori strategie possono essere comunicate in una parola, in una frase, un paragrafo, una pagina, un discorso e un libro.

La parola: modernizzazione. La frase: New Labour New Britain. Il paragrafo: per molti non per pochi, il futuro non il passato, leadership non oscillazioni, l’educazione è la priorità numero uno. Vi risparmio il resto, ma alla fine dell’incontro potete comprare il libro.

Non c’è nessun rapporto di comunicazione pubblica più diretto di quello tra un partito politico e l’elettorato, specie se arrivi dall’opposizione. Avevamo trascorso tre anni con TB come leader, prima delle elezioni. Il mio obiettivo era che entro il voto, quando la sua faccia appariva sullo schermo, o quando la gente vedeva lo slogan, avesse un’idea chiara su quello che sarebbe accaduto, a prescindere dalle parole del giornalista o dell’intermediario di turno. E l’idea se la sono fatta grazie a tutti i puntini che, messi insieme, formavano la figura intera.

Se il messaggio non dice “modernizzazione”, meglio evitare. Se una proposta politica sa di passato, non di futuro, non farla. E ricorda che, come qualunque cosa buona nella vita, la comunicazione di una strategia nel tempo è un gioco di squadra: in questo gioco c’è lo “spogliatoio”, la squadra interna, ma bisogna anche costruire una squadra “esterna”, con le persone che vuoi raggiungere, che da sostenitori passivi diventano attivisti.

Perché nessuno si fida dei politici

Non c’è da stupirsi che il tweet più ritwittato di sempre sia di Obama. Le sue campagne elettorali hanno portato i social media a un nuovo livello. Molta dell’attenzione è andata alla raccolta fondi. Diciamocela tutta: i soldi sono arrivati dai grandi donatori, e la storia che fosse tutto “un dollaro qua, cinquanta dollari là” è stata – fatemelo dire – buona comunicazione. Il vero colpo di genio è stato usare i social media per scovare quei sostenitori di cui non si sapeva nulla, trasformarli in attivisti, e convincerli a trovare nuovi sostenitori da trasformare a loro volta in attivisti.

È questo il punto. La gente non si fida più dei politici come una volta. Non si fida più della sincerità dei media come una volta. Non si fida delle banche e delle aziende. Di chi ci fidiamo allora? Ci fidiamo l’uno dell’altro. La gente si fida dei suoi amici – ecco la genialità di Facebook, il concetto di “amico”. Di recente ho incontrato una signora, a Liverpool, che mi si è presentata dicendo: «Non mi conosci, ma siamo amici». Mi ci è voluto un attimo a capirlo, ma sì, c’era un legame. E l’amico dell’amico dell’amico è uno strumento strategico fondamentale per mettere insieme i puntini e dipingere l’immagine che vuoi dipingere. Il tuo messaggio dev’essere così chiaro che persino un ragazzino con una matita può afferrarlo e trasmetterlo.

Questa chiarezza è il contributo che quelli come me e voi possono dare a governi, aziende, “cause” che hanno moltissime interconnessioni ma spesso portano avanti attività confuse e contraddittorie

Ragionate sul perché la gente si rivolge a quelli come noi. Spesso perché le cose vanno per il verso sbagliato. Perché hanno un’idea ma non riescono a spiegarla. Perché hanno dei piani – ma i piani non stanno andando secondo i piani. Perché credono che quello che fanno è grandioso, ma i media non sono d’accordo. Allora vogliono una presenza digitale rinnovata, o una serie di incontri con qualche opinion leader, o un nuovo slogan. Tutte cose fattibili. Ma nessuno si accorge di quello che di solito è il vero problema. Non c’è chiarezza su chi sono loro, che cosa fanno, qual è il loro Dna.

Questione di strategia

Cogliere il cuore del Dna e il cuore di una buona comunicazione pubblica. Ha poco o nulla a che fare con la tua capacità di piazzare una recensione qua e là o di far comparire l’amministratore delegato in un articolo di una rivista da aereo o magari di organizzare una bella cena con una manciata di editorialisti autoreferenziali. Queste sono tutte tattiche. Ma l’obiettivo e la strategia vengono sempre prima. Chiedete alla maggior parte dei leader, degli amministratori delegati, delle ong, dei dottori, degli insegnanti, dei poliziotti, degli scienziati, dei vip – o dei semplici cittadini, oggi, per via dei social media – quale sia il loro bene di consumo più importante: in alto nella lista, se non in cima, c’è la reputazione. Che si costruisce a partire da diverse cose. Il curriculum. I valori. Le attitudini. I risultati raggiunti. I fallimenti in cui si è incappati. Gli alti e i bassi. L’aspetto, o il carisma. L’abilità mediatica. Ma soprattutto, secondo me, si costruisce sulla strategia.

Quando è morta Margaret Thatcher. E ancora quando Alex Ferguson ha annunciato che avrebbe lasciato il calcio. Entrambi hanno avuto frotte di nemici, alti e bassi, momenti in cui le cose andavano male. Abbiamo vinto tre elezioni anche dicendo che i giorni della Thatcher erano finiti. Alex Ferguson una volta si trovò a una partita di distanza dal licenziamento. Ma alla fine dei giochi anche i nemici della Thatcher, e quelli di Fergie, hanno riconosciuto che nella battaglia tra il lungo periodo e il breve, tra la strategia e le tattiche, hanno vinto loro. Le loro reputazioni si sono rafforzate nel tempo, perché loro sapevano che si tratta di una guerra. In mezzo ai rumori del campo, lo stratega deve dettare i tempi del gioco.

La prima discussione di politica che mi ricordo risale a quando avevo sette anni, il giorno di Natale, e non riuscivo a capire perché dovessi starmene seduto ad ascoltare la Regina che mi diceva cosa le passava per la testa. Io volevo giocare a pallone.

È stato strano anni dopo, quando morì la principessa Diana, essere introdotto a Palazzo per dare una mano a gestire la situazione di quei giorni straordinari: c’era la sensazione, a volte, che qualcosa di simile a una rivoluzione fosse nell’aria. Se dovessimo chiederci qual è la personalità pubblica che ha goduto della reputazione più positiva nel mondo, nell’arco delle nostre vite, probabilmente risponderemmo Nelson Mandela, ma di certo la Regina sarebbe molto vicina al primo posto.

Tanti alti e bassi, sicuro. Eppure lei è la personificazione della regola numero uno: non ti devi fermare mai. Ed ecco una cosa interessante: la Regina non ha mai concesso interviste. Ma – è sicuro come l’inferno – lei ha un obiettivo: restare al suo posto. E sa alla perfezione – sicuro con l’inferno – qual è la strategia per raggiungere quell’obiettivo, chiedetelo a Murdoch o a molti altri. Ogni volta che mette a segno un punto – con uno dei suoi abiti, un viaggio, un gesto – è come ribadire lo stesso concetto, ancora una volta, e ancora, e ancora.

fonte: Europa Quotidiano

Memorandum dei Presidenti di Regione per l’incontro con il Presidente del Consiglio incaricato, Pierluigi Bersani

Mercoledì, 27 Marzo, 2013

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E’ indispensabile ricostituire un rapporto di leale collaborazione istituzionale, fondato sulla partecipazione reale delle Regioni e degli Enti locali al governo del Paese che consenta una vera inversione di marcia rispetto al passato. Un’esigenza ancora più urgente vista la gravità della crisi economica.
Occorre realizzare un cambiamento di approccio nelle relazioni interistituzionali, ridando voce alle Regioni, riformando le sedi di concertazione con il Governo e rivedendo il patto di stabilità interno.
Si ritengono fondamentali le seguenti cinque tematiche da cui partire per il confronto:

1. Sanità

Va ribadita la posizione unanime già rappresentata all’attuale Governo:
1.1. Fondo Sanitario Nazionale 2013: è indispensabile ricostituire almeno il finanziamento del FSN 2012 ossia eliminare il taglio di un miliardo in valore assoluto ( FSN 2013: 106.824 mln; FSN 2012: 107.880 mln)
1.2.Patto per la salute: occorre procedere ad un lavoro di confronto per una vera “spending Review” che non porti a tagli lineari, ma che si basi su un percorso di verifica dei costi reali, di contrasto agli sprechi, con la definizione dei costi standard. Diversamente non ci sarebbero le condizioni per un nuovo Patto per la Salute e ci si troverebbe in una situazione di default in tutte le Regioni, con una ricaduta diretta e grave sul prelievo fiscale.

2. Crescita

E’ fondamentale un allentamento dei vincoli europei e nazionali in modo da consentire l’attivazione di investimenti sui territori:
2.1 rifinanziamento ammortizzatori sociali in deroga;
2.2 fondi europei (rilancio del Mezzogiorno e cofinanziamento fuori patto di stabilità);
2.3 pagamenti alle imprese e accesso al credito;
2.4 aspetti relativi alla finanza regionale e locale;
2.5 trasporto pubblico locale: fondo unico e capacità di indebitamento;

2.6 politiche attive del lavoro e apertura del mercato.

3. IMU, TARES, IRAP, IVA

E’ indispensabile rivedere il sistema di tassazione indiretta e sulle imprese per non arrivare ad una emergenza sociale

4. Riforme istituzionali

E’ opportuno pervenire ad una “Convenzione” con la partecipazione di Regioni ed Enti locali che consenta di realizzare le riforme istituzionali indispensabili per il Paese:
4.1. Senato federale;
4.2 riduzione del numero dei parlamentari;
4.3 nuova governance locale.
5. Riforma della concertazione Governo Regioni
In relazione a questo riassetto istituzionale va rivisto il sistema delle conferenze: Conferenza Stato-Regioni, Conferenza Unificata.

Roma, 26 marzo 2013

Grazie

Martedì, 12 Febbraio, 2013

joseph_ratzinger_bambino.jpgGrazie, Maestro, che insegni a rovesciare la realtà. Non attaccandola. Grazie, Maestro, che con un atto rivoluzionario - che provoca immenso dolore in spirito e corpo - rifondi la “Città” su una nuova pietra. Grazie, Maestro, che lasci il potere insegnando a smettere di perseguire il potere. Grazie, Maestro, contenuto dalla Potenza, che insegni a coltivare la potenza.

Sant’Agostino

Venerdì, 2 Novembre, 2012

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“Se mi ami non piangere!
Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo,
se tu potessi vedere e sentire quello che io vedo e sento
in questi orizzonti senza fine,
e in questa luce che tutto investe e penetra,
tu non piangeresti se mi ami.
Qui si è ormai assorbiti dall’incanto di Dio,
dalle sue espressioni di infinità bontà e dai riflessi della sua sconfinata bellezza.
Le cose di un tempo sono così piccole e fuggevoli
al confronto. Mi è rimasto l’affetto per te:
una tenerezza che non ho mai conosciuto.
Sono felice di averti incontrato nel tempo,
anche se tutto era allora così fugace e limitato.
Ora l’amore che mi stringe profondamente a te,
è gioia pura e senza tramonto.
Mentre io vivo nella serena ed esaltante attesa del tuo arrivo tra noi,
tu pensami così!
Nelle tue battaglie,
nei tuoi momenti di sconforto e di solitudine,
pensa a questa meravigliosa casa,
dove non esiste la morte, dove ci disseteremo insieme,
nel trasporto più intenso alla fonte inesauribile dell’amore e della felicità.
Non piangere più, se veramente mi ami!”

La politica, i capricci e le favole

Lunedì, 24 Settembre, 2012

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Rivolgendosi al Comitato Esecutivo dell’Internazionale Democratico-Cristiana, sabato mattina Benedetto XVI ha citato San Paolo, quando mette in guardia il discepolo Timoteo dal «giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole». (2 Tm 4,3) Quel giorno, di cui scriveva l’Apostolo duemila anni fa, è presente.  Non ci mancano cattivi maestri, sempre pronti a secondare i capricci di chi non vuole vedere, non vuole ascoltare, non vuole toccare con mano la realtà della vita della persona e del popolo - quella segnata dalla crisi finanziaria globale, con cui facciamo i conti tutti i giorni - esimendosi dall’assumere «con realismo, fiducia e speranza le nuove emergenti responsabilità», aggiunge il Papa. Una realtà, «la cui complessità e gravità giustamente preoccupa», che deve essere anzitutto assunta come il luogo della ragione politica – la sua ragion d’essere, fatta di «realismo, fiducia e speranza» – prima di diventare l’oggetto di una strategia politica, un progetto o un programma. Un infantilismo politico continua a serpeggiare tra le fila dei partiti, capriccioso e miope, istintivo quanto irresponsabile (la politica autoreferenziale e tesa all’autoconservazione di cui, nello stesso momento, parlava il Cardinale Scola a Milano), che vuole quello che vuole e non cerca quello che desidera, che è all’altezza del cuore dell’uomo e, dunque, al centro della politica. A cavalcare l’onda capricciosa che agita le acque della politica italiana ed internazionale ci stanno provando diversi “maestri”, costruendo favole che avvolgono e stravolgono la realtà in una nuvola densa e scura e sollecitano le corde dell’emozione, del (ri)sentimento e della rabbia individuale e collettiva, della delusione, dell’illusione o dello scoraggiamento.

Sono così «purtroppo molte e rumorose le offerte di risposte sbrigative, superficiali e di breve respiro ai bisogni più fondamentali e profondi della persona», ben lontane – prosegue Papa Ratzinger – dall’«assumere come centrale ed imprescindibile la ricerca del bene comune, rettamente inteso, come pure la promozione e la tutela della inalienabile dignità della persona umana». Se la crisi nasce dall’avere trascurato «gli interessi più vitali e delicati della persona», la ripresa deve partire dalle «scelte fondamentali inerenti in senso della vita e la ricerca della felicità». Non si affronta efficacemente una crisi se non si scoprono le sue radici profonde, se non si toglie la terra arida e avvelenata che le circonda e la si sostituisce con del buon terreno, fertile e irrigato, capace di ridare vitalità all’albero della vita dell’uomo e della società.

Prima ancora di un difetto di merito, le proposte politiche che stanno affiorando nel nostro Paese e circolano in Europa sono povere di metodo, e, per questo, senza genialità e prive di nerbo, incapaci di incidere nella realtà. Più precisamente, il metodo che assumono non è dettato dall’oggetto in questione – l’uomo, la sua vita e la trama di relazioni personali di cui essa è intrecciata – ma dalla conquista di un consenso finanziario, economico ed elettorale. Ci si limita «a rispondere alle urgenze di una logica di mercato», osserva il Papa. Una politica che va dietro al mercato dei soldi, della produzione e dei consumi, ed è al rimorchio dei sondaggi sul voto dei cittadini non potrà assumersi pienamente il compito di governare cui ambisce, perché governata da interessi alieni al bene della persona e del popolo che è chiamata a servire.
E’ il tempo della persona, della famiglia e della società. La persona esige «il rispetto della vita in tutte le sue fasi, dal concepimento fino al suo esito naturale, con conseguente rifiuto dell’aborto procurato, dell’eutanasia e di ogni pratica eugenetica». Un impegno che si intreccia «con quello del rispetto del matrimonio, come unione indissolubile tra un uomo e una donna e come fondamento a sua volta della comunità di vita familiare […], il principale e più incisivo luogo educativo della persona, attraverso i genitori che si mettono al servizio dei figli per aiutarli a trarre fuori (“e-ducere”) il meglio di sé. La famiglia, cellula originaria della società, è pertanto radice che alimenta non solo la singola persona, ma anche le stesse basi della convivenza sociale». Ad una politica che si esaurisce nella ragione di Stato e dei rapporti tra gli Stati, Benedetto XVI prospetta un ritorno alla radici della soggettività antropologica e giuridica, della comunità e del diritto nazionale ed internazionale: la persona, la famiglia e la società.

Richiamando i politici alla responsabilità della «della difesa e della promozione della dignità della persona umana», che spetta a tutti ma «concerne in modo particolare quanti sono chiamati a ricoprire un ruolo di rappresentanza», il Papa, citando il Concilio Vaticano II, affida ai cristiani che si assumono questo ruolo il compito «di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza».

Ragioni di vita e di speranza non si trasmettono attraverso favole demagogiche che distolgono gli occhi e la mente dalla realtà (anche se dura come un sasso, con essa ci dobbiamo misurare ogni istante) per proiettare l’immaginario individuale e collettivo su uno scenario futuro costruito a tavolino. Così si illude e si delude soltanto, si fa del male. Solo dove c’è vita c’è speranza, perché la speranza è una certezza per il futuro che ha il suo fondamento in una vita che c’è adesso, come diceva San Tommaso. Non potremmo sperare nulla per il domani nostro, dei nostri figli e dei nostri amici, per quello di tutti gli uomini e le donne, se non avessimo una buona ragione per vivere oggi, pur dentro alla fatica dei tempo presente.

Ai politici il Papa ha augurato «entusiasmo e decisione nell’impegno personale e pubblico» e li ha esortati «a realizzare tutte le possibilità di bene di cui sono capaci». Ma chi o che cosa può ridestare entusiasmo e decisione personale tra le fila di partiti, associazioni, unioni e sindacati che mostrano sempre più segni di stanchezza, un’astenia politica che li paralizza nella congiuntura storica, fino a far dipendere da essa l’angolo di apertura del desiderio di cambiamento? Solo il riconoscimento di quello che è in atto può generare in potenza ciò che sarà il nostro futuro: quello che più manca è un’esperienza vissuta, amata e testimoniata di un cambiamento possibile perché già iniziato. Il cristianesimo è questo: un germe di vita nuova e, dunque, di speranza che è presente in noi e opera attraverso di noi per realizzare un bene per tutti. Bonum diffusivum sui est, dicevano gli scolastici: il bene che esiste è contagioso.

Alla politica e a coloro che la coltivano con passione non chiediamo di prometterci un futuro a partire da un presente che non c’è, ma di lavorare insieme per trasformare le solide ragioni di vita e di speranza che già abbiamo in una possibilità per tutti, per costruire una polis, una città a misura piena del desiderio della persona, del bene della famiglia e della vita comune della società.
 

autore: Roberto Colombo

fonte: ilsussidiario.net

L’Abruzzo guarda a Israele per migliorare il servizio sanitario regionale e modernizzare l’offerta sul territorio.

Venerdì, 31 Agosto, 2012

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L’Abruzzo guarda a Israele per migliorare il servizio sanitario regionale e modernizzare l’offerta sul territorio. È di questo che l’8 agosto scorso, a L’Aquila, l’ambasciatore di Israele in Italia, Naor Gilon, ha discusso con Gianni Chiodi, governatore della Regione Abruzzo. Nell’agenda dell’incontro la presentazione del modello sanitario israeliano agli amministratori abruzzesi, e l’avvio di una collaborazione che punta a migliorare, attraverso la condivisione di conoscenze ed esperienze, le prestazioni offerte ai cittadini.

L’evoluzione del servizio sanitario in Israele

di Germano Salvatorelli*
All’inizio del XIX secolo malattie come la dissenteria, la malaria, il tifo e il tracoma erano endemiche nella Terra d’Israele, una regione periferica e di scarsa considerazione da parte del governo dell’Impero Ottomano.
Al fine di fornire servizi sanitari per la popolazione ebraica di Gerusalemme un certo numero di cliniche create dalle comunità ebraiche europee avevano fornito servizi medici gratuiti per chi era incapace di pagare tali servizi. Queste cliniche si erano successivamente espanse per diventare ospedali capaci di offrire servizi utilizzando tecnologie mediche avanzate per l’epoca (Bikur Holim 1843, Misgav Ladach 1888, Shaare Zedek 1902).
L’Hadassah Medical Center di Gerusalemme, con scuole di medicina, infermieristica e due moderni ospedali, fu istituito nel 1913 dall’Hadassah Women’s Zionist Organization statunitense. Il sistema sanitario, che includeva una rete di servizi medici per la prevenzione, la diagnosi e il trattamento delle malattie, continua anche durante il periodo del mandato inglese (1918-1948). Alla nascita dello Stato di Israele funzionava quindi una infrastruttura medica ben sviluppata capace di ulteriori evoluzioni.
Attualmente Israele possiede un servizio sanitario di alta qualità per quanto riguarda le risorse e la ricerca, moderne strutture ospedaliere e un buon rapporto di medici e specialisti rispetto alla popolazione.
Questa situazione ottimale si riflette nella bassa mortalità infantile (4,6 ogni 1000 nascite) e una lunga aspettativa di vita (82,3 anni per le donne e 78,3 per gli uomini).
Le cure mediche sono estese per legge a tutti dall’infanzia alla vecchiaia e, le spese per la salute (8,2% del bilancio dello stato), sono comparabili a quelle degli altri stati più sviluppati.
La popolazione può quindi contare su ospedali, ambulatori e centri per la medicina preventiva e la riabilitazione.
I servizi ospedalieri includono procedure e tecniche avanzate quali la fecondazione in vitro, chirurgia cerebrale, trapianto di midollo osseo e di organi.
Sono inoltre presenti centri per le donne durante la gravidanza e per i bambini dalla nascita alla prima infanzia, che offrono anche servizi di esami prenatali, diagnosi precoce di malattie mentali e fisiche, vaccinazioni, visite di controllo pediatrico ed educazione sanitaria.
La responsabilità per tutti i servizi è del Ministero della Salute che prepara la legislazione e sovraintende al suo adempimento. Esso controlla anche lo standard medico nazionale, mantiene standard per la qualità del cibo e delle medicine, promuove la ricerca medica, valuta i servizi sanitari e sovraintende alla pianificazione e alla costruzione di ospedali.

Il Ministero agisce anche come un’agenzia di sanità pubblica anche per quanto riguarda l’ambiente e la medicina preventiva.
In Israele circa 27000 medici esercitano la loro professione come membri di staff ospedaliero e degli ambulatori, o come liberi professionisti.
Esistono 4 Facoltà di Medicina, 2 di Odontoiatria, 1 di Farmacologia e circa 20 scuole per infermiere 4 delle quali rilasciano un titolo accademico. Sono inoltre disponibili Corsi per Fisioterapisti, Terapisti delle Malattie Professionali, Nutrizionisti, Tecnici di Radiologia e Tecnici di Laboratorio.
Precedentemente al 1995 l’assicurazione malattia era volontaria, circa il 95% della popolazione era assicurata con una delle Health Maintenance Organizations (Clalit 54,3%, Maccabi 23,1%, Meuhedet 12,5% e Leumit 9,8%) e il “paniere” dei servizi non era chiaramente definito. Dal 1995, data di emissione della Legge di Assicurazione Nazionale per la Salute (NHI), il Sistema Sanitario Israeliano, che è stato esteso al 100% della popolazione si basa su 3 livelli di assicurazione sanitaria, la così detta piramide.

La base della piramide è gestita dallo Stato e copre praticamente il 100% della popolazione. Il Governo finanzia i servizi sanitari attraverso una quota capitaria basata sull’età e i fornitori dei servizi sono le quattro HMO (Health Maintenance Organizations) più il Ministero della Salute che inoltre supervisiona e fornisce assistenza geriatrica, psichiatrica e servizi di prevenzione. Viene assicurato a tutti gli israeliani un Basic Basket of Service che include: visite mediche, servizi diagnostici e di laboratorio, servizi paramedici quali terapia fisica e logopedia, servizi di riabilitazione, l’ospedalizzazione incluso il parto e la prescrizione di farmaci.
La maggior parte dei servizi richiede un co-pagamento che varia da 7NIS per il medico di famiglia a 23NIS per visite ambulatoriali in ospedale.

Il secondo livello è assicurato dalle quattro HMO non profit che forniscono i servizi direttamente o attraverso privati che hanno contratti con queste organizzazioni.
Le HMO forniscono differenti contratti assicurativi di servizi supplementari quali visite specialistiche, consulti con liberi professionisti, servizi odontoiatrici, interventi chirurgici all’estero e medicina alternativa (chiroteapia, omeopatia, ecc).

La punta della piramide è coperta da assicurazioni private e anche i servizi sono forniti da privati.
L’assicurazione sanitaria privata copre operazioni costose, trapianti, trattamenti salva-vita in Israele e all’estero, gravi malattie e terapie a lungo termine. Estende anche la propria attività per persone incapaci delle normali attività quotidiane (compreso l’Alzheimer) e che necessitano di assistenza in servizi residenziali o a domicilio.

In Israele sono presenti:
• 29 ospedali per complessivi 14200 posti letto
• 21 ospedali psichiatrici per complessivi 3150 posti letto
• 272 ospedali per malati cronici per complessivi 18200 posti letto

La politica generale è quella di diminuire i ricoveri ospedalieri e di aumentare l’efficienza degli ambulatori.
Ne consegue un basso rapporto tra numero dei letti e popolazione (2,2 letti per 1000 persone), una bassissima media annua di degenze (4,1 giorni a persona) e un’alta percentuale di letti occupati (99%). Per quanto riguarda la salute mentale è stato sancito il diritto legale alla terapia e una migliore integrazione fra cure fisiche e mentali. Viene inoltre favorito lo “shift” dall’ospedale ai servizi di comunità psichiatriche.

Nel caso dei servizi geriatrici, sono stati sviluppati appositi centri con personale specializzato. Si intende migliorare le cure geriatriche incrementando la qualità dei servizi medici e realizzando un servizio di outsercing nel settore privato, aggiungendo l’assicurazione per il ricovero da parte delle HMO.

Il Servizio Sanitario Israeliano prevede anche tre approcci col paziente del tutto innovativi.
1. Servizio infermiere/medico On Call.
Questo servizio offre l’accesso telefonico immediato 24 ore dei pazienti verso infermieri / medici comprendenti:

- Consigli di emergenza medica.
- Invio di mezzi di emergenza medica.
- Informazione medica non di emergenza.
- Counseling medico non di emergenza.
- Consigli medici generali non di emergenza.

2. Servizio Web
Il servizio web è un servizio integrato per i pazienti che permette l’accesso alla cartella clinica personale ed informazioni mediche riguardanti:
- Recupero di risultati di laboratorio
- Situazione sanitaria personale
- Fattori di rischio cardiaco
- Dieta & nutrizione
- Lista personale di farmaci
Offre inoltre un knowledge base con servizi di applicazione amministrativa come:
- Programmazione, Contabilizzazione & Assicurazione

Il Servio Web offre inoltre gestione di appuntamenti e offerta di informazioni quali:
- Web e SMS per la gestione di appuntamenti
- Management di programmi di lavoro di medici e ambulatori
- Software per la programmazione rapida CSR
- SMS di promemoria per ridurre i “No Show”
- Creazione di “Knowledge Base”

3. Servizio di Tele-medicina
Permette l’implementazione e l’integrazione di informazione della di Cartella Clinica per pazienti con altri sistemi sanitari ed è atto a migliorare:
- Qualità dell’assistenza
- Riduzione degli errori
- Riduzione dei costi amministrativi
- Migliore uso del tempo dei professionisti
- Riduzione della ripetizione dei test
- Riduzione dei ricoveri ospedalieri
- Riduzione della durata del ricovero
- Migliore efficacia e qualità delle cure
- Migliore qualità di vita

Nel campo delle cardiopatie coronariche, ad esempio, sulla totalità dei pazienti che si presentano in pronto soccorso per dolore toracico, il 60% viene ricoverato ma solo il 20% di questi pazienti ha realmente subito un infarto del miocardio.
È tuttavia possibile, utilizzando appositi dispositivi di costo relativamente basso e di facile utilizzo, eseguire a domicilio, da parte dei pazienti in caso di sospetto infarto, un ECG e un esame ematico di markers di danno miocardico (troponina-I e mioglobina).
Questi esami possono essere trasmessi via telefono o web ad un centro capace di fare rapidamente diagnosi di infarto e provvedere tempestivamente all’invio di un’ambulanza. In caso di infarto è da ricordare che dopo 4 ore i danni al miocardio divengono irreversibili e quindi la velocità di intervento gioca un ruolo fondamentale sulla prognosi. Se gli esami risultano negativi il centro ha il compito di rassicurare il paziente.
Questa rete di servizi di tele-medicina è attualmente in uso negli USA, in Germania ed in Israele e ciò a si che anche in questo campo la medicina israeliana si ponga all’avanguardia per quanto riguarda una medicina di tipo innovativo e quindi di maggior efficacia.
 

fonte: Associazione Medica Ebraica

Don Mazzolari, ai suoi parrocchiani, quando entravano in Chiesa, chiedeva di togliersi il cappello, non di levarsi il cervello.

Giovedì, 21 Giugno, 2012

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di Aldo Maria Valli - Vaticanista TGUNO

Il Papa è triste. Il Papa è affranto. Il Papa piange. Solerti comunicatori vaticani fanno a gara nel farci sapere quanto sta male il Papa a causa delle fughe di notizie dal suo appartamento. Possiamo capirlo. Ma non una parola sul contenuto dei documenti trafugati. Leggere la posta degli altri non sta bene, d’accordo. E spifferarla ai giornali sta ancora meno bene, d’accordissimo. Ma vogliamo dire qualcosa anche a proposito del contenuto dei documenti usciti dai sacri palazzi? Possibile che, di fronte all’evidenza delle carte, nessuno provi un po’ di vergogna? I fatti dicono che sul tavolo del papa arriva di tutto, e che in Vaticano uno degli sport più praticati è l’affarismo. Tutto questo deve passare sotto silenzio? E poi vogliamo parlare del linguaggio usato da questi curiali? Diciamolo francamente: è insopportabile e fa venire la nausea. Tutto il contrario della schiettezza evangelica. Nessuno ha smentito quanto rivelato dal libro di Nuzzi. Questo è il punto. E se nessuno ha smentito vuol dire che quei testi sono veri. Vuol dire che l’appartamento papale è davvero il terminale di intrighi, ripicche, complotti, furbate più o meno riuscite. Vuol dire che il cuore della Chiesa è gravato da queste miserie, da queste meschinità. Anche a noi spiace per il Papa. Ma il dispiacere per lui non deve indurci a nascondere la verità, anzi. Qui c’è una macchina curiale che non funziona, che produce per lo più sporcizia, che ingombra il tavolo del papa, del successore di Pietro, di cartacce che andrebbero gettate direttamente nel cestino e nemmeno degnate di uno sguardo. Lo schema di potere che ne emerge è fatto di raccomandazioni, di untuose richieste, di giochi e giochini tutti fondati sull’opportunità, se non sull’opportunismo, e non sulla verità. Leggendo il libro Sua santità sono rimasto particolarmente colpito dalla lettera inviata dalla guida di Comunione e Liberazione, don Julian Carron, per raccomandare al Papa l’elezione di Angelo Scola ad arcivescovo di Milano. Carron poteva benissimo sostenere la candidatura Scola, ma il fatto è che per appoggiare il suo amico distrugge a randellate gli episcopati di Martini e Tettamanzi con un livore e una mancanza di oggettività storica che lasciano sbigottiti. Per trovare un documento pieno di verità bisogna rifarsi alla missiva indirizzata al Papa dal superiore dei gesuiti, padre Adollfo Nicolas, uomo davvero specchiato, che per esprimere il suo disagio trova una formula intelligente. Non volendo offendere il Papa, evita di esprimere in prima persona le sue valutazioni, ma lascia che parlino due laici, due benefattori della Compagnia di Gesù, i quali mettono coraggiosamente il dito nelle tante piaghe della Chiesa. I due, con dolore, fanno presente al Papa il numero crescente di fedeli che si allontanano dalla Chiesa gerarchica non riconoscendosi più in essa, dicono apertamente che in Europa vengono spesso nominati vescovi incapaci e ben poco santi, denunciano la “paura paralizzante” che regna tra i funzionari vaticani e il ruolo “centrale” giocato dal denaro per molti esponenti della stessa curia. Infine chiedono: “Dov’è la forza per combattere nella curia la tentazione del potere? Dove sono l’umiltà e la libertà donate dallo spirito?”. “Devo dire – commenta il padre Nicolas – che condivido le loro preoccupazioni e che sono molto edificato dal fatto che questi fedeli laici prendano così sul serio la responsabilità di fare qualcosa per la Chiesa”. Ecco, queste sono le questioni sulle quali bisognerebbe interrogarsi. Ma nel dibattito di questi giorni, seguito allo scandalo della fuga di notizie, non c’è la minima traccia di una riflessione in proposito. Si preferisce tuonare contro il povero maggiordomo infedele e lanciare la caccia alle streghe. Si preferisce compatire il Papa piangente. Mai che si entri nel merito delle questioni sollevate. Dove si pensa di arrivare per questa via? Dove si pensa di approdare chiedendo sempre e comunque obbedienza senza mai interrogarsi sui mali di una Chiesa che proprio nei suoi vertici mostra tanta corruzione interiore? La magistratura vaticana farà le sue indagini e approderà alle sue conclusioni, ma a questo punto ciò che conta è ben altro. Mentre i presunti difensori del Papa invitano a non comperare il libro di Nuzzi, chi ha sete di verità deve chiedere che un dibattito sia avviato circa i contenuti del libro. Questo si potrebbe fare se nella Chiesa ci fosse un’opinione pubblica. Ma da troppo tempo i cattolici hanno perso l’abitudine al confronto e all’elaborazione di un pensiero originale. Diceva don Mazzolari che lui, ai suoi parrocchiani, quando entravano in Chiesa, chiedeva di togliersi il cappello, non di levarsi il cervello. Oggi i cappelli non si portano più, ma anche i cervelli se la passano male.

fonte: “Mosaico di Pace” - giugno 2012

“Gli affaristi che stanno dietro al Corriere della Sera sono immacolati? Il padrone di Repubblica ha la coscienza a posto?”.

Mercoledì, 13 Giugno, 2012

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E’ uscito un mio libro intervista a Ettore Bernabei e Tempi l’ha ben recensito. Perché l’ho scritto? Semplice: perché Bernabei è il tipo di cristiano di cui il nostro mondo ha bisogno. Si dice che le cattedrali medievali siano state costruite dalla fede, osserva Gilson, ma anche dalla geometria: fede e geometria, professionalità e preghiera. Il laico cristiano, oggi più che mai, deve camminare su due gambe: da una parte la gamba della preghiera, dei sacramenti, della preparazione teologica e della lettura del Vangelo, dall’altra la gamba del lavoro ben fatto, per amore di Dio, e dell’attività professionale come servizio. A un cristiano così si può dire: vai! Non avere paura dei giacobini e dei puritani che vogliono bloccarti col pretesto che anche tu porti i segni del peccato originale. Guardali negli occhi e dì loro: che diritto avete di indagare sulla mia vita e scagliare pietre? Chi siete? “Scagli la prima pietra chi è senza peccato” è stato detto. E voi sareste senza peccato? Basta con i lanzichenecchi che girano per il nostro Paese usando come spingarda la diffamazione a mezzo stampa nei confronti dei cattolici e della Santa Sede! Gli affaristi che stanno dietro al Corriere della Sera sono immacolati? Il padrone di Repubblica ha la coscienza a posto? Non mi risulta, e così per gli altri. Perché questo gioco al massacro? Cosa volete? un Paese affamato e senza guida affidabile? Se verranno a mancare i cristiani, lo avrete. L’unica speranza sta in chi sa pregare e lavorare.

autore: Pippo Corigliano

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