Categoria ‘Persone’

La fine (?) dell’Italia. Messico e nuvole

Domenica, 29 Maggio, 2016

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di Alberto Forchielli*

È come dice la famosa canzone: “Messico e nuvole, / la faccia triste dell’America / e il vento suona la sua armonica / che voglia di piangere ho…”

Ma non bisogna cedere allo sconforto, anche se non ci sono alternative, come ho detto a “Piazza Pulita” dello scorso 23 maggio. Tanti amici sui social si sono lamentati che i cinque minuti di intervista con il bravo Corrado Formigli sono troppo pochi. Ma datemi retta, per la mia poca pazienza è meglio un faccia a faccia di cinque minuti tra me e lui che due ore seduto accanto a un manipolo di politici “cioccapiatti” che si urlano in faccia le loro opinioni farneticanti.

Ribadisco quello che ho detto a Formigli sugli effetti della globalizzazione per il nostro Paese. Inevitabilmente in Italia avremo un grosso settore economico del tutto informale dove ritroveremo le filande con duemila emigrati che lavoreranno con l’imprenditore straniero. Ossia, l’Italia come il modello Messico. Da qui la famosa canzone “Messico e nuvole”.

Mi spiego. Nell’Italia del futuro ci sarà un settore moderno, fatto di eccellenze, come l’oleodinamica a Modena, le macchine impacchettatrici a Bologna, i vini della Franciacorta, eccetera, eccetera. Poi avremo una grossa area di “nero”, con grandi aziende al suo interno e con le forze dell’ordine che chiuderanno gli occhi per far sì che la gente non vada a delinquere. Infine ci sarà il terzo settore che sarà a fortissima criminalità. E l’unica possibilità che abbiamo dinanzi a questo scenario futuro sarà quello di cercare di tenere bilanciate queste tre macro-realtà. Il Messico di oggi funziona così. E questa, purtroppo, è l’Italia di domani. E non chiedetemi di essere ottimista.

Anche se questo quadro è a tinte fosche ed è inevitabile non dobbiamo però piangerci addosso. Dobbiamo invece cavalcarlo e cercare di bilanciarlo.

L’inevitabilità è legata al fatto che ormai non ce la facciamo più a tornare nel mondo che corre. Quello, per intenderci, dell’innovazione e dell’alto valore aggiunto. In questo ambito elitario si salva un pezzo di Germania. Si salvano i Paesi Scandinavi. Si salva l’Inghilterra perché è finanza. Si salvano in parte gli Stati Uniti d’America perché hanno questi grandi ecosistemi innovativi. Viene fuori l’Asia, anche sotto l’aspetto innovativo grazie a Singapore, Shenzhen e Pechino in Cina e al distretto indiano di Bangalore. La Francia non so se riuscirà a salvarsi ma il Sud Europa e i Balcani sono segnati perché non hanno più da tempo la capacità di innovare.

In sintesi, l’Europa è spaccata in due: il nord si salva e il sud affonda verso la Turchia. Con l’Italia che conterà qualche distretto d’eccellenza, isole felici, che però vivranno all’interno di parchi industriali controllati.

Mentre il governo fa quello che può, ma non può bastare, il problema Italia è più antropologico che politico. È come perdere una partita 7 a 0 e fare 2 gol a dieci minuti dalla fine. La partita è persa. Dobbiamo avere la consapevolezza che sopravvivremo soltanto se sapremo gestire questo enorme Paese a tre teste, tenendolo bilanciato. E l’ordine pubblico e la lotta alla criminalità grande e piccola, in tutto questo, avranno un ruolo fondamentale affinché l’Italia non venga travolta dalle diseguaglianze che la globalizzazione porterà sempre di più o divorata dalle mafie, perché la dittatura che veramente temo è quella del Capo Cosca. Il controllo del territorio è decisivo.

Quindi, in conclusione, dovremo tollerare e cavalcare un sistema informale dell’economia che diventerà sistemico e organizzato. Il mondo è disumano, gli interessi in ballo sono enormi, e noi siamo formiche. Insomma, Messico e nuvole. Con moltissime nuvole all’orizzonte.

*Mandarin Capital Partners 

fonte: pagina FB Alberto Forchielli

Giù le mani dai nostri figli

Giovedì, 14 Gennaio, 2016

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di Pippo Corigliano 

L’anno nuovo è cominciato con due grandi successi popolari. Don Matteo in tv ha raggiunto i dieci milioni di spettatori e Checco Zalone ha sbancato il botteghino col film “Quo Vado”. La figura del sacerdote buono e intelligente nell’interpretazione di Terence Hill (Mario Girotti) appassiona gli italiani mentre Checco Zalone li diverte prendendo in giro sia il politically correct dei cosiddetti “civili” che i difetti dell’italiano “bamboccione” che vive coi genitori e non molla il posto fisso. Il messaggio comune dei due spettacoli è un elogio del buon senso della nostra tradizione e un rifiuto degli pseudo-valori che la cultura dominante vorrebbe imporre. E’ un messaggio di attualità mentre si discute il disegno di legge Cirinnà. L’ondata culturale modernizzante ha portato nel nostro Paese la legalizzazione del divorzio e dell’aborto, sia pure a certe condizioni. Ora vorrebbe imporre una visione soggettiva della sessualità che coinvolge anche i bambini. Qui c’è la linea del Piave. Ho partecipato alla manifestazione del 20 giugno (per la prima volta in vita mia) e il messaggio dominante era “giù le mani dai nostri figli”. I piccoli non sono oggetti per soddisfare esigenze affettive degli adulti, né animali su cui fare esperimenti sessuali. Bisogna resistere: non è un dibattito intellettuale è un’aggressione. Le Termopili e Lepanto hanno salvato la civiltà occidentale in passato, ora bisogna combattere per salvare l’Occidente dalle forze disgregatrici interne. Senza se e senza ma.

fonte: Blog Preferisco il Paradiso 

C’est l’argent qui fait la guerre.

Giovedì, 10 Luglio, 2014

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Disoccupazione al 10,7%, l’Abruzzo regge la crisi meglio di altre regioni

Domenica, 1 Settembre, 2013

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di Gianni Chiodi* 

Ieri è stato pubblicato il Rapporto Istat sul lavoro che riporta i dati trimestrali di tutte le regioni italiane e nel vedere che il tasso di disoccupazione dell’Abruzzo è sceso al 10,7% nel secondo trimestre 2013, con una flessione dello 0,8% rispetto al trimestre precedente, dello 0,2% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e dello 0,1% rispetto all’intero 2012 (10,8%) mi è sembrata una buona notizia, considerando che il dato abruzzese è al di sotto della media nazionale, pari al 12%.
E’ vero che si è ridotto nel secondo trimestre 2013 rispetto allo stesso periodo del 2012 il numero degli occupati
, passando da 507 mila a 485 mila, ovvero 22 mila posti di lavoro in meno. Questo fenomeno però non ha interessato solo l’Abruzzo, le Marche hanno perso 26 mila posti di lavoro, il Lazio 74 mila, l’Emilia 31 mila. La crisi economica c’è e per entrare nello specifico, secondo Unimpresa in cinque anni di crisi in Italia sono andati persi quasi un milione di posti di lavoro circa 200mila posti di lavoro l’anno e l’Abruzzo facendo parte dell’Italia e dell’ Europa, non può non risentire della crisi, ma sta dimostrando di saperla tollerare meglio di altre regioni.
Negli ultimi anni in Italia sono aumentati anche i giovani scoraggiati e delusi che si stanno lasciando andare
, i Neet (Not in Education, Employment or Training), ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano, non sono in formazione e – ormai, dopo molti tentativi – non cercano più neppure un lavoro. Nel nostro Paese nel 2012 sono oltre 3 milioni e 300 mila e rappresentano una quarto della popolazione della medesima fascia d’età, in Abruzzo sono 62 mila unità, la stessa identica quantità presente anche nelle Marche. I NEET dal 2008 al 2012 a livello nazionale sono aumentati di oltre mezzo milione (556 mila per la precisione), una crescita del 16,7% quasi tutta da imputare all’incremento dei disoccupati (463 mila in più, +36,7%). In Abruzzo, dal 2008 al 2012 sono aumentati di 10 mila unità, una crescita del 16,20% uguale alla media nazionale (16,70%) e inferiore di gran lunga alla crescita che si è registrata al Nord-Est (34,50%), al centro (+27,50%) e al Nord-Ovest (22,80%). In particolare, in Veneto la variazione è stata del 35% ed in Emilia Romagna si è sfiorato il +37%. Rispetto al 2011 siamo l’unica regione insieme a Campania, Puglia e Lazio che mostrano una riduzione dei Neet.
La situazione nel Mezzogiorno rimane quella piu’ critica: in questa area e’ Neet un giovane su tre (contro uno su sei nel Nord e uno su cinque nel Centro).
La questione dell’elevata presenza di NEET è stata aggravata dalla crisi ma è principalmente strutturale, pertanto destinata a non migliorare se le condizioni economiche rimarranno di stagnazione o peggio ancora ulteriormente recessive.
Questo è per dire che ci sono gli scoraggiati, quelli che non vanno più alla ricerca di un lavoro ma non sono solo in Abruzzo, sono in tutte le regioni italiane e l’aumento maggiore si sta avendo al nord.
E’ anche vero che con il tasso di disoccupazione di oggi l’Abruzzo torna indietro di 10 anni, per l’esattezza al 2000 ma è una realtà che stanno affrontando tutte le Regioni, addirittura ce ne sono alcune come Lombardia, Marche, Emilia e Toscana che non hanno mai toccato nella loro storia un tasso di disoccupazione così alto come quello che riportano oggi.
L’Abruzzo sta reagendo meglio di altri territori a questa profonda recessione e questo lo si deve a due fattori. Il primo, l’intraprendenza dei nostri imprenditori che, con coraggio, hanno sposato l’idea di non chiudersi, di isolarsi. Il secondo, la lungimirante azione della Regione che ha voluto con ostinazione investire nell’innovazione, nella ricerca; che è stata vicina alle aziende; che ha sostenuto l’assunzione di giovani e donne con progetti mirati; che ha affiancato agroalimentare e turismo nella conquista dei mercati esteri.

*Presidente Regione Abruzzo

Condannato, e poi?

Sabato, 3 Agosto, 2013

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di Davide Giacalone 

L’ultimo dei problemi è quello che riguarda la persona di Silvio Berlusconi. Anzi, hanno trovato il modo di farlo passare da protagonista assoluto della seconda Repubblica a soggetto dotato di senso dello Stato. A statista che esclude di sfuggire alla legge e alle sentenze. Prodigi della faziosità e della persecuzione, che nelle pagine di storia faranno scomparire nel nulla quanti lo contrastarono e gli consegneranno capitoli che saranno a lungo oggetto di ricerca e riflessione. No, il problema non è lui e non è suo. Il problema è nostro ed è collettivo.
Mi sono sbagliato, circa la sentenza della Cassazione, prevedendola di segno opposto. La prevedevo diversa per ragioni di diritto, giacché mi sembrava stridesse sia il reato che il processo. Non credo i giudici della cassazione siano stati teleguidati, la cosa è più grave: non avevano guida. Sono stati ragionieri del procedimento, senza neanche provare a essere almeno contabili della giustizia. Prevedevo l’opposto anche per ragioni più generali. Lo sbigottimento delle persone assennate e l’euforia degli sfasciacarrozze certificano l’opportunità che fosse diversa. L’annaspare nel vuoto di un Quirinale le cui parole suonano tardive, vane, vuote, riconsegna lo spessore del problema. Giorgio Napolitano ha detto che i magistrati vanno rispettati, ma la giustizia finalmente riformata. Alla storia passerà come l’epitaffio di una sconfitta. Oltre che come una sollecitazione che sollecita più o meno il contrario.
I supremi giudici non dovevano tenere conto di tutto questo e di nulla che non fosse il rispetto della procedura. Pregherei i sostenitori di questa tesi di documentarsi sulla giurisprudenza e poi guardarsi allo specchio. Il resto lo lascio al loro senso estetico.
Ora, a danno irrimediabile, il problema non è Berlusconi, ma la nostra democrazia. Affetta da mali profondi. Una parte dell’elettorato è convinta che l’altra parte sia moralmente malata o intellettualmente minorata. Una parte della politica e della cultura pensa di potere vincere solo impedendo all’altra d’esistere. Pur di non sbloccare il gioco al massacro sono venti anni che non si fa nulla di quel che tutte le persone ragionevoli considerano necessario e urgente. Il conflitto d’interesse s’è fatto valere non in modo da impedire a chi ha potere economico di farlo troppo valere in politica, ma per far fuori il politico usando la sua funzione economica. Si è scaricata sulla giustizia la vita politica e sulla vita politica la giustizia, così minando sia la democrazia che lo Stato di diritto. S’è confusa la stabilità con l’immobilità, tanto che ora ci si chiede come potrà andare avanti il governo, avendo smesso di chiedersi cosa è in grado di fare. Tanto è inutile. (A proposito di cose inutili: forse Enrico Letta avrebbe dimostrato di avere un qualche spessore personale e un pizzico di coraggio politico correndo a rendere visita al leader politico che per primo propose il governo che ora lui presiede, e avrebbe evitato di dover dire qualche cosa sul processo anticipando il problema e parlandogli di governo. Ma, come fu noto a Don Abbondio, se il coraggio non ce l’hai no te lo dai).
E ora, come ne usciamo? Per farlo in modo dignitoso esistono due strade: la prima consiste nel tornare subito al voto, chiedendo agli elettori di riregolare i rapporti di forza, fosse anche per confermarli; la seconda consiste in un’iniziativa politica della sinistra, che nel prolungare la vita grama del governo, offra l’immediata e profonda riforma della giustizia, ivi compresa la necessaria e civile separazione delle carriere. Lo so, non lo faranno. Non ne sono capaci. Non hanno testa né coraggio bastevoli. Le terze vie sono infinite, ma portano tutte verso l’autodistruzione di chi si crede troppo furbo per essere anche intelligente.

Ugo La Malfa

Sabato, 27 Luglio, 2013

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di Davide Giacalone

Ugo La Malfa è nato nel 1903, ricorrendo il centenario sono imminenti le celebrazioni, organizzate dalla fondazione che porta il suo nome. Già diversi quotidiani hanno anticipato il ricordo. Celebrazioni più che giuste, ed occasione per ricordare un uomo cui l’Italia deve molto. Moltissimo. Per chi lo ha conosciuto ed amato, però, vi è qualche cosa di scomodo nel pensare che possa essere celebrato.

Fu, totalmente e sempre, un uomo politico. Ogni suo pensiero, ogni sua azione vivevano nella battaglia politica. Ciascuna sua pagina merita di essere riletta (letta, nella maggioranza dei casi) e meditata, ma nessuna sua pagina si presta ad un uso esclusivo e detemporalizzato. Un esercizio del genere può essere tentato solo da chi non lo comprese e non lo comprende.

La semplificazione giornalistica lo dipinse come un pessimista, egli fu l’esatto contrario. Ugo La Malfa credeva nel dovere, delle forze e degli uomini politici, di compiere ogni sforzo per sanare le piaghe e superare le tare che la storia d’Italia ci lasciava (ed ancora ci lascia) in eredità. Fu sempre convinto che quel risultato poteva essere conseguito, che dipendeva dalla forza morale e dalle convinzioni politiche dei protagonisti, fu, quindi, un ottimista: mai rassegnato, mai pago, mai domo. Non per questo smarrì il senso della realtà, ed il severo giudizio che le forze politiche più forti meritavano.

Ci sono due cose che la sua memoria non merita. Non merita il tentativo di strattonarlo da una parte o dall’altra, di un mondo politico che non si potrebbe immaginare a lui più estraneo. Non merita di essere ridotto a tabernacolo, da venerare con acritica devozione. Irrise i repubblicani (lui, che veniva dall’esperienza amendoliana, dal Partito d’Azione, dalla Concentrazione con Ferruccio Parri) che accendevano lumini sotto l’effige di Mazzini o di Cattaneo.

Uomo di solidissima cultura, pensatore appassionato e sofferente per le sorti della Repubblica, escluse in maniera decisa che la ricerca culturale, in politica, potesse vivere compiacendosi di se stessa, della sua presunta altezza e purezza. La politica era l’opposto: la capacità di far vivere i principi e la cultura nella concretezza, e nella contraddittorietà, del quotidiano, del conflitto fra idee ed interessi diversi. Laico, fino in fondo, sapeva che il giusto ed il bene sono asintoti cui tendere, non verità da far adottare agli altri.

Strana, la sorte dei laici in un paese cattolico: mentre gli altri affermano l’esistenza di dogmi, salvo poi discostarsene nella vita e nelle scelte politiche (e personali), indulgentemente perdonandosi perché, si sa, il mondo è imperfetto, il laico sostiene le proprie convinzioni con forza e determinazione, talora in modo caparbio, proprio perché sa che dalla coerenza discende la ricerca di un mondo migliore. L’adattabilità, la malleabilità morale dei dogmatici fa sembrare arcigni e granitici i laici coerenti. Ugo La Malfa fu, in tal senso, un esempio sommo: una morale ferrea, scevra da ogni moralismo.

Ecco, a me pare che ricordarne questa o quella battaglia, questo o quell’aspetto della vita di statista, sia assai riduttivo. In quest’Italia devastata dal moralismo senza morale, in questa politica che non ha tradito, ma più direttamente dimenticato la cultura, la passione, la coerenza, la figura di Ugo La Malfa è ancora, e per me sempre, una guida imprescindibile. Ad un patto, però, che si abbia il suo coraggio del nuovo, della sfida, delle idee che vivono fuori e sopra gli schieramenti, tendendo ad imporsi, e non ad accodarsi.

Il principe degli spin doctor, Alastair Campbell, racconta a una platea di “comunicatori” le regole fondamentali per una buona strategia comunicativa. Le tre vittorie di Blair sono nate (anche) così

Domenica, 14 Luglio, 2013

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I comunicatori sono sempre esistiti. I PR sono sempre esistiti. Lo spin è sempre esistito. Basta leggere la Bibbia, diamine. La novità non è lo spin, ma la realtà di un’epoca di media globalizzati, l’economia dell’informazione, un mondo in cui la tecnologia accelera il ritmo del cambiamento in modo esponenziale. E non ci sono mai stati prima sistemi politici e mediatici che, in democrazia, quando qualcuno prova a mentire lo spingono a dire la verità, e mettono pressione su chi non lo fa. Ma mentre cresceva, a vantaggio dei cervelloni e dei guru aziendali, l’industria delle public relations ha prestato un pessimo servizio a se stessa: oggi pare davvero che “PR” e “spin” siano sinonimi di stronzate, bugie, depistaggi.

Viene da chiedersi: se i comunicatori sono bravi a comunicare, com’è possibile che la comunicazione abbia una reputazione così drammatica?

La risposta, dal mio punto di vista, è che i comunicatori non sono poi così bravi, ma anche che i veri spin doctor, nel mondo d’oggi, sono i giornalisti, quelli della tv, i blogger, e tutti loro vogliono far credere ai propri lettori di possedere il monopolio della verità, e in modo più o meno sottile suggeriscono di ignorare chiunque altro: i politici, i loro portavoce, le aziende e i loro consulenti, gli stati e i loro “brand manager”.

Tutto è comunicazione

Sotto questa facciata si nasconde un cambiamento rispetto ai decenni passati, quando le notizie e i commenti, i fatti e le opinioni erano distinte più di oggi; la gente dava per scontato che i governi e i leader e le aziende volessero farsi propaganda da sé e che avessero tutto il diritto di farlo. Oggi le cose sono più complesse. Nonostante questa cattiva nomea, l’industria della comunicazione continua a crescere e resta fondamentale per le economie, i governi, le imprese, gli individui che si trovano esposti all’occhio del pubblico. La gente ci pensa di più, agisce di conseguenza, perché – ci piaccia o no – viviamo in un’epoca mediatica.

Per chi comunica – sia un governo o un ministro, un’azienda o un imprenditore, una ong o una celebrità – l’interazione con lo spazio pubblico è diventata più complicata: per questo la domanda di semplicità è più forte.

In un mondo più caotico, si cerca maggiore chiarezza. In un mondo di innovazione continua, si cerca conforto nelle cose note e familiari. In un mondo di negatività, si cerca maggiore speranza. Ma in un mondo con più scelta e più informazione, la gente è più brava a distinguere la realtà dallo spin, il buono dal mediocre, fa più in fretta a formarsi un giudizio sulle cose. E in genere ha ragione.

Voglio raccontarvi una storia su Bill Clinton.

Facevo sempre infuriare TB (Tony Blair, ndt) quando dicevo che Clinton era il più grande comunicatore strategico con cui avessi lavorato. Tony pensava di essere lui il migliore. Se oggi vi dico: «Quando Clinton ebbe i suoi problemi…», qual è la prima immagine che vi viene in mente? Le guerre con cui ha fatto i conti? Le crisi economiche? Le riforme della pubblica amministrazione? No, ciascuno di voi ha pensato a Monica. Quanta cattiva stampa si è beccato in quel periodo? A tonnellate, in tutto il mondo. Eppure…

Il giorno che il rapporto Starr fu pubblicato, Clinton era al telefono con Tony. Parlarono di Irlanda e Russia. Lo so perché c’ero. Qualche anno dopo, quando uscì il suo libro, feci un’intervista con lui in televisione. Gli chiesi se si ricordava quella conversazione. Se la ricordava. Gli chiesi come avesse fatto a concentrarsi su cose come l’Irlanda e la Russia mentre tutta la sua vita, personale, politica, professionale, era sull’orlo di cadere a pezzi intorno a lui. Mi rispose così. Avevo un obiettivo semplice, la sopravvivenza. La mia strategia era alzarmi ogni giorno e concentrarmi solo sulle cose che avrei potuto fare, perché ero il presidente. E la tattica era accertarmi che la gente sapesse quello che stavo facendo. Sono state le persone a sostenermi.

Decalogo dello spin doctor

Adoro questa storia. Anche perché la regola “obiettivo-strategia-tattica” – O.S.T. – è sempre stata in cima alla lista delle dieci linee guida per la leadership che avevo su una cartolina che portavo sempre con me.

1. OST. 2. Sii coraggioso. 3. Sii malleabile. 4. I migliori leader in una squadra sono quelli che fanno più gioco di squadra. 5. Resta calmo durante le crisi. 6. Ascolta, ma dà tu la linea. 7. Trasforma i problemi in opportunità. 8. Sei TU a dettare l’agenda. 9. La testa oltre l’ostacolo. 10. Occhi puntati alla vittoria.

Ma OST è la più importante. Quel giorno Clinton disse un’altra cosa che mi colpì: «Troppi decision maker definiscono la propria realtà in base ai media di giornata. È quasi sempre un errore». La tattica ha preso il sopravvento in troppe organizzazioni. Governi che oscillano da un giorno all’altro. Aziende che credono che un trend su Twitter corrisponda in qualche modo alla popolarità di un prodotto. Può essere. Ma vende? E la strategia è chiara?

Di recente ho lavorato con un leader politico che mi ha chiesto: «Come faccio a fare la cosa giusta rimanendo popolare?». Gli ho risposto: «Fai la cosa giusta». Ma falla all’interno di una chiara cornice strategica, ti confronti costantemente col pubblico, metti in piedi sistemi di coordinamento che funzionano, in modo che col tempo il tuo messaggio arrivi al bersaglio, col tempo i tuoi cambiamenti siano compresi, col tempo la gente diventi più ragionevole nei suoi giudizi. Quello che fai è più importante di quello che dici, ma come lo dici può aiutarti se stai facendo la cosa giusta.

Com’è nato il New Labour

Ogni volta che dici o fai qualcosa, metti a segno un punto.

Prendiamo la mia esperienza col New Labour.

Ok, nel 1997 avevamo di fronte un governo stanco, debole e diviso, ma non è mai abbastanza, e di certo non è abbastanza per vincere bene. Sì, Tony Blair era un leader giovane e accattivante e un bravo comunicatore. Ma neanche questo basta. C’è bisogno di una strategia, e che sia così chiara, così forte, così ben ragionata che nessuno possa avere dubbio su quale sia il punto. Nessuno nel partito, nessuno fuori. E le migliori strategie possono essere comunicate in una parola, in una frase, un paragrafo, una pagina, un discorso e un libro.

La parola: modernizzazione. La frase: New Labour New Britain. Il paragrafo: per molti non per pochi, il futuro non il passato, leadership non oscillazioni, l’educazione è la priorità numero uno. Vi risparmio il resto, ma alla fine dell’incontro potete comprare il libro.

Non c’è nessun rapporto di comunicazione pubblica più diretto di quello tra un partito politico e l’elettorato, specie se arrivi dall’opposizione. Avevamo trascorso tre anni con TB come leader, prima delle elezioni. Il mio obiettivo era che entro il voto, quando la sua faccia appariva sullo schermo, o quando la gente vedeva lo slogan, avesse un’idea chiara su quello che sarebbe accaduto, a prescindere dalle parole del giornalista o dell’intermediario di turno. E l’idea se la sono fatta grazie a tutti i puntini che, messi insieme, formavano la figura intera.

Se il messaggio non dice “modernizzazione”, meglio evitare. Se una proposta politica sa di passato, non di futuro, non farla. E ricorda che, come qualunque cosa buona nella vita, la comunicazione di una strategia nel tempo è un gioco di squadra: in questo gioco c’è lo “spogliatoio”, la squadra interna, ma bisogna anche costruire una squadra “esterna”, con le persone che vuoi raggiungere, che da sostenitori passivi diventano attivisti.

Perché nessuno si fida dei politici

Non c’è da stupirsi che il tweet più ritwittato di sempre sia di Obama. Le sue campagne elettorali hanno portato i social media a un nuovo livello. Molta dell’attenzione è andata alla raccolta fondi. Diciamocela tutta: i soldi sono arrivati dai grandi donatori, e la storia che fosse tutto “un dollaro qua, cinquanta dollari là” è stata – fatemelo dire – buona comunicazione. Il vero colpo di genio è stato usare i social media per scovare quei sostenitori di cui non si sapeva nulla, trasformarli in attivisti, e convincerli a trovare nuovi sostenitori da trasformare a loro volta in attivisti.

È questo il punto. La gente non si fida più dei politici come una volta. Non si fida più della sincerità dei media come una volta. Non si fida delle banche e delle aziende. Di chi ci fidiamo allora? Ci fidiamo l’uno dell’altro. La gente si fida dei suoi amici – ecco la genialità di Facebook, il concetto di “amico”. Di recente ho incontrato una signora, a Liverpool, che mi si è presentata dicendo: «Non mi conosci, ma siamo amici». Mi ci è voluto un attimo a capirlo, ma sì, c’era un legame. E l’amico dell’amico dell’amico è uno strumento strategico fondamentale per mettere insieme i puntini e dipingere l’immagine che vuoi dipingere. Il tuo messaggio dev’essere così chiaro che persino un ragazzino con una matita può afferrarlo e trasmetterlo.

Questa chiarezza è il contributo che quelli come me e voi possono dare a governi, aziende, “cause” che hanno moltissime interconnessioni ma spesso portano avanti attività confuse e contraddittorie

Ragionate sul perché la gente si rivolge a quelli come noi. Spesso perché le cose vanno per il verso sbagliato. Perché hanno un’idea ma non riescono a spiegarla. Perché hanno dei piani – ma i piani non stanno andando secondo i piani. Perché credono che quello che fanno è grandioso, ma i media non sono d’accordo. Allora vogliono una presenza digitale rinnovata, o una serie di incontri con qualche opinion leader, o un nuovo slogan. Tutte cose fattibili. Ma nessuno si accorge di quello che di solito è il vero problema. Non c’è chiarezza su chi sono loro, che cosa fanno, qual è il loro Dna.

Questione di strategia

Cogliere il cuore del Dna e il cuore di una buona comunicazione pubblica. Ha poco o nulla a che fare con la tua capacità di piazzare una recensione qua e là o di far comparire l’amministratore delegato in un articolo di una rivista da aereo o magari di organizzare una bella cena con una manciata di editorialisti autoreferenziali. Queste sono tutte tattiche. Ma l’obiettivo e la strategia vengono sempre prima. Chiedete alla maggior parte dei leader, degli amministratori delegati, delle ong, dei dottori, degli insegnanti, dei poliziotti, degli scienziati, dei vip – o dei semplici cittadini, oggi, per via dei social media – quale sia il loro bene di consumo più importante: in alto nella lista, se non in cima, c’è la reputazione. Che si costruisce a partire da diverse cose. Il curriculum. I valori. Le attitudini. I risultati raggiunti. I fallimenti in cui si è incappati. Gli alti e i bassi. L’aspetto, o il carisma. L’abilità mediatica. Ma soprattutto, secondo me, si costruisce sulla strategia.

Quando è morta Margaret Thatcher. E ancora quando Alex Ferguson ha annunciato che avrebbe lasciato il calcio. Entrambi hanno avuto frotte di nemici, alti e bassi, momenti in cui le cose andavano male. Abbiamo vinto tre elezioni anche dicendo che i giorni della Thatcher erano finiti. Alex Ferguson una volta si trovò a una partita di distanza dal licenziamento. Ma alla fine dei giochi anche i nemici della Thatcher, e quelli di Fergie, hanno riconosciuto che nella battaglia tra il lungo periodo e il breve, tra la strategia e le tattiche, hanno vinto loro. Le loro reputazioni si sono rafforzate nel tempo, perché loro sapevano che si tratta di una guerra. In mezzo ai rumori del campo, lo stratega deve dettare i tempi del gioco.

La prima discussione di politica che mi ricordo risale a quando avevo sette anni, il giorno di Natale, e non riuscivo a capire perché dovessi starmene seduto ad ascoltare la Regina che mi diceva cosa le passava per la testa. Io volevo giocare a pallone.

È stato strano anni dopo, quando morì la principessa Diana, essere introdotto a Palazzo per dare una mano a gestire la situazione di quei giorni straordinari: c’era la sensazione, a volte, che qualcosa di simile a una rivoluzione fosse nell’aria. Se dovessimo chiederci qual è la personalità pubblica che ha goduto della reputazione più positiva nel mondo, nell’arco delle nostre vite, probabilmente risponderemmo Nelson Mandela, ma di certo la Regina sarebbe molto vicina al primo posto.

Tanti alti e bassi, sicuro. Eppure lei è la personificazione della regola numero uno: non ti devi fermare mai. Ed ecco una cosa interessante: la Regina non ha mai concesso interviste. Ma – è sicuro come l’inferno – lei ha un obiettivo: restare al suo posto. E sa alla perfezione – sicuro con l’inferno – qual è la strategia per raggiungere quell’obiettivo, chiedetelo a Murdoch o a molti altri. Ogni volta che mette a segno un punto – con uno dei suoi abiti, un viaggio, un gesto – è come ribadire lo stesso concetto, ancora una volta, e ancora, e ancora.

fonte: Europa Quotidiano

L’uomo che da settembre in poi tutti dovremo ringraziare.

Martedì, 30 Aprile, 2013

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Un salto quantico: dal monetarista Grilli al keynesiano Saccomanni. Il ministero dell’Economia del governo Letta segna una drastica discontinuità con la linea filo-germanica del gabinetto Monti perchè il direttore generale della Banca d’Italia che si trasferisce da via Nazionale e via XX Settembre, pur rappresentando agli occhi dell’Ecofin una garanzia sul fronte del rigore contabile, ha tuttavia un orientamento molto più morbido, molto più aperto al sociale, molto più attento alle esigenze della crescita di quanto abbia dimostrato di avere il suo predecessore.

Un’impostazione assorbita negli anni di master all’università di Princeton, nel New Jersey. Non si sa se Grilli tornerà indietro al suo precedente incarico di direttore generale del Tesoro: la cosa appare francamente alquanto improbabile. E se accadesse creerebbe forse qualche tensione da gestire con molta cura e fermezza da parte del neo-ministro…

Daltronde, Saccomanni – bocconiano doc e giovane repubblicano, area politica nella quale ha sempre gravitato durante la “Prima Repubblica” per poi spostarsi su posizioni vicine al Pd – è stato uno degli uomini più fidati di Mario Draghi, che l’avrebbe anche apprezzato al vertice della Banca d’Italia dopo la sua uscita se non fosse intervenuto l’ostracismo di Tremonti (che aveva promesso quella poltrona a Grilli) e farlo propendere per segnalare a Napolitano e Berlusconi la candidatura alternativa ma legittimista e qualificatissima dell’attuale governatore, Ignazio Visco.

Facile prevedere una “linea diretta” tra il neo-ministro e la Bce, dunque, dove con Draghi si è cominciata a respirare da mesi un’aria nuova, di incoraggiamento alle misure idonee a far ripartire la macchina imballata dell’economia europea, contrastata sotto la vernice di un buon rapporto formale dalla Bundesbank e dall’ala oltranzista del governo tedesco.

Membro del Consiglio di Amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) e supplente del Governatore nel Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea, il 71enne Saccomanni ha iniziato la sua carriera in Banca d’Italia nel giugno 1967 e dal 1970 al 1975 è stato distaccato presso il Fondo Monetario Internazionale. Un periodo chiave per impostare una serie di solide relazioni con gli Stati Uniti, che in questo governo affiorano a vantaggio di parecchi ministri, a cominciare dal premier.

C’è chi dice che Berlusconi fosse perplesso sul fatto che al ministero-chiave fosse insediato un altro tecnico, per di più simpatizzante del Pd, ma la sponsorship di Draghi sarebbe stata risolutiva anche stavolta.
La sua uscita dalla Banca d’Italia scopre una poltrona chiave, che toccherà ora a Ignazio Visco coprire con un’altra nomina di pari peso e, in più, la presidenza dell’Ivass, il neonato istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, che ha sostituito l’Isvap.

 autore: Sergio Luciano

fonte: panorama.it

Memorandum dei Presidenti di Regione per l’incontro con il Presidente del Consiglio incaricato, Pierluigi Bersani

Mercoledì, 27 Marzo, 2013

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E’ indispensabile ricostituire un rapporto di leale collaborazione istituzionale, fondato sulla partecipazione reale delle Regioni e degli Enti locali al governo del Paese che consenta una vera inversione di marcia rispetto al passato. Un’esigenza ancora più urgente vista la gravità della crisi economica.
Occorre realizzare un cambiamento di approccio nelle relazioni interistituzionali, ridando voce alle Regioni, riformando le sedi di concertazione con il Governo e rivedendo il patto di stabilità interno.
Si ritengono fondamentali le seguenti cinque tematiche da cui partire per il confronto:

1. Sanità

Va ribadita la posizione unanime già rappresentata all’attuale Governo:
1.1. Fondo Sanitario Nazionale 2013: è indispensabile ricostituire almeno il finanziamento del FSN 2012 ossia eliminare il taglio di un miliardo in valore assoluto ( FSN 2013: 106.824 mln; FSN 2012: 107.880 mln)
1.2.Patto per la salute: occorre procedere ad un lavoro di confronto per una vera “spending Review” che non porti a tagli lineari, ma che si basi su un percorso di verifica dei costi reali, di contrasto agli sprechi, con la definizione dei costi standard. Diversamente non ci sarebbero le condizioni per un nuovo Patto per la Salute e ci si troverebbe in una situazione di default in tutte le Regioni, con una ricaduta diretta e grave sul prelievo fiscale.

2. Crescita

E’ fondamentale un allentamento dei vincoli europei e nazionali in modo da consentire l’attivazione di investimenti sui territori:
2.1 rifinanziamento ammortizzatori sociali in deroga;
2.2 fondi europei (rilancio del Mezzogiorno e cofinanziamento fuori patto di stabilità);
2.3 pagamenti alle imprese e accesso al credito;
2.4 aspetti relativi alla finanza regionale e locale;
2.5 trasporto pubblico locale: fondo unico e capacità di indebitamento;

2.6 politiche attive del lavoro e apertura del mercato.

3. IMU, TARES, IRAP, IVA

E’ indispensabile rivedere il sistema di tassazione indiretta e sulle imprese per non arrivare ad una emergenza sociale

4. Riforme istituzionali

E’ opportuno pervenire ad una “Convenzione” con la partecipazione di Regioni ed Enti locali che consenta di realizzare le riforme istituzionali indispensabili per il Paese:
4.1. Senato federale;
4.2 riduzione del numero dei parlamentari;
4.3 nuova governance locale.
5. Riforma della concertazione Governo Regioni
In relazione a questo riassetto istituzionale va rivisto il sistema delle conferenze: Conferenza Stato-Regioni, Conferenza Unificata.

Roma, 26 marzo 2013

Grazie

Martedì, 12 Febbraio, 2013

joseph_ratzinger_bambino.jpgGrazie, Maestro, che insegni a rovesciare la realtà. Non attaccandola. Grazie, Maestro, che con un atto rivoluzionario - che provoca immenso dolore in spirito e corpo - rifondi la “Città” su una nuova pietra. Grazie, Maestro, che lasci il potere insegnando a smettere di perseguire il potere. Grazie, Maestro, contenuto dalla Potenza, che insegni a coltivare la potenza.

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