Laicità non vuol dire relativismo morale

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di Mario Ciampi – Direttore Fondazione Farefuturo

Le grandi svolte politiche, lo si sa, spesso vanno accompagnate da alcune giustificazioni dal tono divulgativo, necessarie per semplificare le ragioni più profonde e animare il consenso. La svolta popolare della destra politica confluita di recente nel Pdl è stata opportunamente motivata guardando alla natura plurale del Partito popolare europeo, che è ormai ben lontano dall’essere l’internazionale democristiana. Chi proviene dalla destra politica solitamente vuole distinguersi dalla storia democristiana, anche se ha rivisto negli anni, parzialmente o integralmente, il proprio giudizio sul principale partito della prima Repubblica. Le ragioni di questa dichiarata estraneità politico-culturale sono molteplici e a più livelli: di queste vorremmo qui dedicarci a quella che è probabilmente la più radicale e più intima, l’estraneità al confessionalismo e allo stesso cattolicesimo politico. Ma perché questa condizione? An era forse un partito laicista, tardo-risorgimentale o liberal-massonico? Non ci pare affatto, almeno nelle sue tesi ufficiali e programmatiche. Qual è dunque il motivo vero di questa differenziazione? Intanto, per sgombrare il campo da un equivoco di fondo, va detto che il popolarismo, almeno nelle intenzioni del suo fondatore, Luigi Sturzo, è decisamente altro rispetto al cattolicesimo politico, che può facilmente scivolare nel vizio del clericalismo assumendo la religione come vessillo e talvolta perfino come ideologia. Ma il partito di Sturzo rimaneva “un partito di cattolici”, nonostante la laicità espressa formalmente. A ben vedere, quindi, il popolarismo sturziano non riusciva a liberarsi da uno dei canoni propri del confessionalismo e legava l’appartenenza partitica comunque all’identità cattolica dei singoli. Era ancora troppo vivo il ricordo del non expedit per osare formule di aggregazione politica che andassero oltre il laicato cattolico. Se ebbe il merito di permettere ai fedeli di partecipare alla vita della nazione, il partito unico dei cattolici ha finito però per ingessare alcune contrapposizioni politiche, con il serio rischio di snaturare la naturale universalità del cattolicesimo.  La fine del partito dei cattolici, o anche semplicemente di un partito di cattolici, non è soltanto un risultato più o meno auspicato alla luce delle convenienze politiche, ma – è quanto vorremmo sottolineare – una necessità di natura teologica. Sono tanti gli interpreti del Concilio che vanno in questa direzione. Tra i tanti, ci sembra particolarmente significativa al riguardo la posizione del Fondatore dell’Opus Dei: «Non ci sono dogmi nelle cose temporali»; non si possono definire delle «verità assolute in questioni in cui per forza ognuno guarda le cose dal suo punto di vista, secondo i suoi interessi particolari, le sue preferenze culturali e la sua peculiare esperienza». Pretendere di farlo, cercare di «imporre dogmi sul piano temporale», significa far violenza alla realtà e conduce, di conseguenza e in modo inevitabile, a misconoscere la libertà dell’uomo, «a forzare le coscienze degli altri, a non rispettare il prossimo». E definiva clericalismo l’atteggiamento di chi, nella sfera pubblica, pretende di scendere «dal tempio al mondo per rappresentare la Chiesa», e che le sue scelte sono le soluzioni cattoliche di quei problemi che si trova ad affrontare. Nelle realtà temporali, e quindi in politica, i cristiani hanno il dovere di parlare in nome proprio, con libertà e responsabilità, agendo secondo gli ideali evangelici, ma senza cercare il patrocinio della Chiesa, finendo inevitabilmente per strumentalizzarla. Il loro linguaggio deve essere comune a quello degli altri cittadini e mai mutuato dalla scienza della fede: come insegnava la Lettera a Diogneto già nel II secolo, essi non sono apolidi e condividono le sorti del mondo insieme a tutti gli altri. È il tema attualissimo della laicità individuale, dello stile che i cittadini cattolici devono tenere quando intervengono sui delicati temi della vita comune. Se il dibattito su questo tema si va alimentando, lo si deve essenzialmente a due fattori: il primo è la piena realizzazione della diaspora dei cattolici nella scena politica italiana, che sicuramente libera la discussione, un tempo riservata all’interno di strutture dedicate; il secondo è invece di natura globale e riguarda quello che alcuni pensatori chiamano “post-secolarismo”, il ruolo sempre crescente che le religioni ritornano ad avere anche in Occidente, dopo lunghi decenni di secolarizzazione spinta e a volte eccessiva. La novità di questa tendenza post-secolare può dar luogo ad interpretazioni culturali del cristianesimo, che, come tali, rivelano spesso limiti ed errori. È il Patriarca di Venezia ad averli recentemente sottolineati: la prima interpretazione «è quella che tratta il cristianesimo come una religione civile, come mero cemento etico, capace di fungere da collante sociale per la nostra democrazia e per le democrazie europee in grave affanno. Se una simile posizione è plausibile in chi non crede, a chi crede deve essere evidente la sua strutturale insufficienza. L’altra, più sottile, è quella che tende a ridurre il cristianesimo all’annuncio della pura e nuda Croce per la salvezza di “ogni altro”». Si tratta dell’eterno dilemma tra materialismo e spiritualismo, detto con la sensibilità politica, tra un cristianesimo identitario che cita il Papa come se fosse un intellettuale organico e comunque solo quando si esprime su temi identitari, e un cristianesimo misticheggiante ed intimista, disincarnato e astratto dalle cose del mondo.  Trovare un equilibrio tra queste due tendenze ed esprimerlo in uno stile autenticamente laico, non è per nulla scontato, specie se si parla di politica. Qual è allora la laicità positiva? Qual è il giusto atteggiamento di un credente laico impegnato in politica? La laicità è anzitutto un canone metodologico. Come dice Umberto Cerroni, «laico è chi guarda le cose con spirito di osservatore e quindi agisce avendo osservato assumendosi la responsabilità dell’agire». Il criterio di laicità non fissa un contenuto; su questo punto, rimane insuperabile la lezione di Bobbio: «Lo spirito laico non è esso stesso una nuova cultura, ma è la condizione per la convivenza di tutte le possibili culture. La laicità esprime piuttosto un metodo che un contenuto». Non c’entrano quindi con la laicità – e neppure con la natura della democrazia – il relativismo morale, l’indifferentismo o il nichilismo. La concezione totalizzante o integralista della laicità non è soltanto una variante più radicale della separazione tra Stato e Chiesa, ma è un’interpretazione integrale del mondo, una religione a sua volta. Altro è il pluralismo, la consapevolezza che esistono molteplici punti di vista che non necessariamente si elidono a vicenda e che anzi possono entrare in relazione sotto la spinta della complessità delle società contemporanee. Il problema semmai è quello di capirsi sul significato di dignità della persona umana, in un’epoca di caduta di evidenze etiche come la nostra. È per la caduta di queste evidenze che al cristiano è richiesta oggi qualche rinuncia in più rispetto al passato riguardo alla sua concezione della vita buona, senza che questo significhi una rinuncia ad argomentare e a difendere quella verità che vede con maggiore nitidezza di altri. E qui veniamo all’argomento più delicato, quello della laicità politica e della sua piena accettazione da parte del cristiano. Come argomenta il filosofo Martin Rhonheimer, una vera laicità delle istituzioni «ha bisogno di una morale politica della cittadinanza, di quel vincolo mutuo che definisce ciò che il politologo tedesco Dolf Sternberger ha chiamato Verfassungpatriotismus (patriottismo costituzionale), un atteggiamento civico di lealtà alle istituzioni politiche dello Stato costituzionale democratico e alle sue regole del gioco, anche se molte volte ciò significa rinunciare a vedere realizzati dei valori che si ritengono essere di maggiore dignità o un progetto integrale concernente la propria concezione della società buona». È per favorire questa “morale politica della cittadinanza” che conviene evitare gli opposti vizi del clericalismo e del laicismo, le loro fratture più apparenti che reali. E, in continuità con la tradizione della destra politica italiana, riteniamo che un partito plurale di cristiani e di non-cristiani, sia lo strumento migliore per affermarla.

fonte: rivista Charta minuta

Mario Ciampi è nato a San Giovanni Rotondo (FG) il 29/05/1976, è sposato con Maria Rita e ha due figli, Maria Grazia e Vittorio. Laureato con lode in Scienze politiche all’Università di Roma “La Sapienza”, ha conseguito nello stesso ateneo il titolo di Dottore di Ricerca in Storia delle dottrine politiche e filosofia della politica. Studioso di dottrina sociale cattolica, è autore di numerosi articoli e saggi di etica politica e di teoria democratica. È stato Vicedirettore della Rivista internazionale di filosofia “Sensus communis”.  Si è specializzato in Relazioni internazionali e ha partecipato a progetti di internazionalizzazione del sistema universitario italiano. Ha diretto una rete nazionale di collegi universitari riconosciuti dal Miur e ha fatto parte di network europei nel settore della mobilità studentesca. Coordina il gruppo di ricerca e il portale informativo sulle politiche dell’Unione europea dell’Associazione Èuropa. Ha ricoperto l’incarico di Coordinatore della Scuola di formazione politica di Alleanza nazionale. Attualmente è Direttore della Fondazione Farefuturo e Presidente di Farefuturo Editore. Nel think tank fondato da Gianfranco Fini, ha promosso progetti di ricerca, tavoli tecnici, corsi di formazione, convegni di cultura politica, partenariati con altre fondazioni politiche italiane ed estere.

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