Alcide De Gasperi, la politica come “vocazione”

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di Andrea Possieri
Tra i tantissimi manifesti della campagna elettorale del 1948 ne andrebbe ricordato almeno uno, probabilmente non fra i più conosciuti, che mostra un segaligno, quanto funereo, Alcide De Gasperi nel momento in cui viene colto di soprassalto da un fiero Giuseppe Garibaldi il quale, prendendo vita dal manifesto elettorale del Fronte popolare, redarguisce il presidente del Consiglio in carica dicendo:  “Bada De Gasperi che nessun austriaco me l’ha mai fatta!”. L’infanzia asburgica, la formazione all’Università di Vienna, l’incarico di deputato al Parlamento federale e alla Dieta di Innsbruck vennero sempre addebitati ad Alcide De Gasperi su un conto speciale che faceva dell’accusa di “austriacantismo” la voce più costosa. Infatti, se nel primo dopoguerra le polemiche sul passato asburgico furono opera di nazionalisti e fascisti, all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale fu il turno del Fronte popolare che rovesciò addosso a De Gasperi, strumentalmente e per bocca del nizzardo, simbolo delle virtù patriottico-popolaresche del Risorgimento, l’accusa di scarso patriottismo o di lealismo verso il nemico storico dell’Italia risorgimentale.
Nulla di più lontano dalla realtà, ovviamente. Una precisa ricostruzione di quegli anni, scrive, infatti, Paolo Pombeni “sfata molte leggende” e restituisce “l’importanza cruciale che ebbero nel costruire una personalità singolarmente capace di un approccio realista alla politica, ma non banalmente supino all’esistente”.

Oggi, questo complesso itinerario politico e umano dello statista trentino ci viene restituito nelle belle pagine dei tre volumi che compongono la biografia realizzata dalla Fondazione De Gasperi (Alcide De Gasperi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009, volume i pagine 739, volume ii pagine 423, volume iii pagine 722, euro 88) e scritta da Alfredo Canavero, Paolo Pombeni, Giorgio Vecchio, Francesco Malgeri, Pier Luigi Ballini e dal cardinale Giovanni Battista Re.
Negli ultimi anni, dopo decenni di oblio, sono stati pubblicati molti saggi che hanno ripercorso l’itinerario politico di De Gasperi e, forse, scrive la figlia Maria Romana, ciò che può ancora “essere tema di studi è proprio la ricerca della spinta interiore e di conseguenza del modo di essere di un uomo che è passato come una luce nella vita del nostro Paese”. Anche perché la spiritualità e la politica non furono due dimensioni disgiunte della sua esistenza ma due aspetti della vita, “due angoli visuali diversi e complementari”, che convissero nell’animo dello statista trentino e ne caratterizzarono profondamente la personalità. De Gasperi, scrive il cardinale Giovanni Battista Re, “fu un uomo saldo nella propria fede e uno statista coerente nella vita politica, che seppe affrontare gli impegni con senso di responsabilità, con onestà e umanità”.
Questo rapporto tra spiritualità e politica fu così intenso che, come scrisse nelle sue memorie Giuseppe Dalla Torre, direttore de “L’Osservatore Romano” dal 1920 al 1960, “egli andava persuadendosi di una sua doppia solitudine, quella di lui, cattolico, che si elevava verso quel Dio al quale chiedeva tranquillità e abbandono, fra le tempeste della vita, e quella di lui politico ispirato a codesto sommo bene nel perseguire, ricercare, conquistare, fin che era possibile la giustizia e la carità tra gli uomini, per il bene della terra che lo aveva veduto nascere”.
Eppure il nome classicheggiante e pagano, Alcide, che rimanda inequivocabilmente alla forza e alla robustezza, potrebbe perfino impedire di scorgere che, dietro questo appellativo così altisonante, si cela uno dei più importanti statisti italiani, espressione diretta di quel mondo cattolico, che della forza e dello sproloquio, invece, non ha mai fatto una virtù. Alcide De Gasperi, infatti, è stato un uomo politico che ha fatto del consenso popolare e della sobrietà le due parti di una stessa medaglia senza che l’una configgesse con l’altra, riuscendo a incarnare, molto più di quello che si è creduto per decenni, la volontà di rinascita di un popolo, dopo l’ecatombe della guerra, e la speranza diffusa verso un orizzonte di libertà.
“Noi non abbiamo paura della rivoluzione” affermò De Gasperi durante un’accesa riunione del Comitato di liberazione nazionale il 18 marzo del 1944. “Ma ve lo dico francamente”, continuò il politico di Pieve Tesino, “è una parola che ci infastidisce dopo aver sentito per tanti anni parlare di “rivoluzione” fascista e dopo aver sentito giustificare tutti i misfatti del fascismo in nome della “rivoluzione”. Non temiamo la rivoluzione ma quel che vogliamo non è la rivoluzione, è la libertà”. E qualche mese più tardi, nell’ottobre del 1944, in una delle prime lettere inviate a don Luigi Sturzo dopo la liberazione di Roma, appuntò laconico:  “Mi preoccupo del piano totalitario comunista, trepido per la libertà:  le mie forze dovrebbero essere tutte per il partito, disgraziatamente sono ingaggiato nel governo”.
Quella di De Gasperi è, dunque, una libertà senza scorciatoie autoritarie e pastoie ideologiche che possano comprometterne il senso o deviarne il significato. Una libertà che, nel secondo dopoguerra, è minacciata dal miraggio palingenetico della rivoluzione socialista e dallo “spettro” di una “dittatura social-comunista”. De Gasperi usa proprio la dizione “social-comunista” nella lettera rivolta a don Sturzo il 12 novembre 1944. “Uso questa fusione di parole – scrive lo statista trentino – perché, nonostante le speranze di alcuni nostri amici e il reale sentimento socialdemocratico di molti intellettuali socialisti, a mio parere è per lungo tempo escluso che i socialisti possano svincolarsi dalla soggezione comunista. I comunisti hanno il mito e la forza della Russia, dispongono di un funzionarismo propagandistico addestrato e ben pagato, di mezzi imponenti, di capi abili; ma soprattutto dominano i partigiani del nord, che sono da 100 a 120.000”.
La lettera inviata al prete di Caltagirone ci restituisce, oggi, sia la grande capacità di analisi del politico – che si era subito reso conto della subalternità politico-culturale dei socialisti ai comunisti, della forza simbolico-evocativa del mito dell’Urss e della presenza di migliaia di partigiani-militanti armati – che l’arroventato clima post-bellico caratterizzato da speranze diffuse ma anche da timori, rivalse, odi e molte, troppe, armi e munizioni. Quelle stesse munizioni che gli furono indirizzate addosso la mattina del 2 ottobre del 1945, quando, recandosi verso Montecitorio, all’altezza di Ponte Sant’Angelo, la sua vettura venne raggiunta da un colpo di pistola che infranse un cristallo dell’auto. Nessuno venne ferito e fu lo stesso De Gasperi a minimizzare l’accaduto. Stupisce, però, che ancora oggi, a distanza di tanti anni, quest’attentato sia sostanzialmente rimasto in penombra, di scarso interesse per gli storici, spesso non citato nelle biografie e poco ricordato anche nella memorialistica.
Un evento che, invece, ha avuto una posizione di rilievo nel dibattito storiografico è stato il viaggio negli Stati Uniti compiuto, nel gennaio del 1947, da Alcide De Gasperi. “Uno dei giudizi più incisivi sul significato del viaggio”, scrive Francesco Malgeri, venne da Luigi Sturzo il quale elaborò un ritratto di grande intensità del leader democristiano sottolineandone sia “i consensi delle autorità statunitensi” che il calore degli italo-americani. “C’è stata una nota personale – scrive il prete di Caltagirone – che stampa e radio hanno marcato:  la figura di De Gasperi. Persona diritta, integra, senza posa, condotta rettilinea, bontà, austera complessità umana; egli, in momenti di smarrimento e di ansia, ha rappresentato la nuova Italia con le sue speranze. Quale l’avvenire dell’Italia? Hanno domandato politici ed economisti. De Gasperi non è profeta; le sue risposte sono state caute e misurate, ma la sua persona diceva più che le sue parole, perché assicurava quegli  uomini  di  affari  che  l’Italia ha un leader e uno statista di senno e di equilibrio tali da poter superare crisi difficili ed evitare avventure pericolose”.
D’altronde, con la successiva adesione al Patto atlantico nel 1949, De Gasperi avrebbe fornito una soluzione al problema della sicurezza della penisola e avrebbe posto le premesse per il superamento di alcune clausole del trattato di pace del 1947. L’Italia, in questo modo, passava dalla condizione di Stato sconfitto a quella di membro alla pari della comunità occidentale, e veniva liberata da una delle pesanti eredità che il fascismo le aveva lasciato, ovvero “la rottura traumatica dei rapporti con i Paesi della sua naturale area civile e culturale”. Pertanto, la scelta atlantica, come ha scritto Ballini, divenne “un fattore di identità nazionale”, che influenzò profondamente la dialettica dell’intero sistema politico italiano.
Un sistema politico caratterizzato sia dalla “fisionomia laica del partito” dei cattolici, fortemente voluta da De Gasperi, che da quell'”elogio della pazienza” che rappresentò, per lo statista trentino, l’unica “virtù necessaria della democrazia” e che ne ispirò il riformismo. Un’azione riformatrice dalla quale è possibile enucleare almeno tre indicatori di rilievo. In primo luogo, il cosiddetto Piano Ina-Casa che, realizzando qualcosa come 355.000 alloggi, non solo ridusse il deficit endemico di abitazioni di cui soffriva il Paese, ma si rivelò anche un importante “motore di sviluppo” in molti settori economici e offrì una stabile occupazione a decine di migliaia di lavoratori. Quindi, la tanto vituperata riforma agraria che, sebbene con un esito limitato rispetto ai propositi iniziali, ebbe almeno il merito di ridurre notevolmente il potere dei grandi proprietari redditieri e di incentivare, soprattutto in certe zone del mezzogiorno, una serie di cospicui investimenti che permisero all’Italia di essere “l’unico caso tra i maggiori Paesi industrializzati” in cui l’indice degli investimenti in agricoltura “crebbe, per tutti gli anni Cinquanta, più di quello nell’industria”. Infine la riforma tributaria, il cui gettito dalle imposte passò dai circa 65 miliardi mensili del 1948 agli oltre 135 del 1953, arrivando a coprire, alla fine della legislatura, oltre l’80 per cento della spesa pubblica.
Senza sconfinare in una pedissequa agiografia celebrativa, da questo affresco appena tratteggiato, si può affermare che Alcide De Gasperi, per le scelte compiute, i risultati ottenuti e la carica politico-morale che riuscì a incarnare, sia stato uno dei più importanti statisti dell’Italia moderna. Eppure, nonostante ciò, non si può non rilevare lo scarto che esiste tra la statura politica e la memoria pubblica, tra il grande lascito simbolico-morale dell’uomo e l’assenza di una cultura politica diffusa in qualche modo riconducibile direttamente al politico di Pieve Tesino. Forse, dopo essere stato confinato, per decenni, negli scaffali più reconditi della memoria è venuto il momento, non solo di un riconoscimento storiografico, che si è già verificato, ma anche di una riscoperta istituzionale che annoveri Alcide De Gasperi tra i padri nobili della Patria e dell’Europa moderna.

fonte: ©L’Osservatore Romano 30 ottobre 2009

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