La nascita dello spirito d’impresa

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di Marco Vitale

Federico II (1194-1250), italiano per nascita, normanno e tedesco per stirpe, cresciuto a Palermo dove è sepolto, re del Regno di Sicilia (che rimase sempre, insieme alla Puglia, la sua terra più amata e la base preferita: “ogni volta che richiamati  altrove dai doveri del Regno, navighiamo lontano dalle corti e dai porti di Sicilia ci sentiamo fuori casa”), re di Germania e di Gerusalemme, imperatore del Sacro Romano Impero, morto in Puglia nel 1250, è uno dei grandi della storia umana, il fondatore, nel Sud Italia, del primo Stato italiano e anzi europeo, autenticamente centralista e anzi totalitario, ancorché fortemente plasmato nel e dal diritto (fu forse il primo Stato di diritto dell’epoca moderna). Questo grande destino si incrocia con quello di un modesto giureconsulto e letterato  bresciano, a lungo misconosciuto e dimenticato, ma che la più recente storiografia identifica, invece, come un significativo passaggio nell’evoluzione del pensiero che agevola l’emergere dell’economia imprenditoriale: Albertano da Brescia (nato a Brescia intorno agli anni in cui nacque Federico e morto probabilmente poco dopo il 1250).

Gli anni in cui Federico II nel Sud consolida il potere statale, centralista, totalitario, colto, legale, efficiente sono anche gli anni in cui i comuni del Nord e soprattutto quelli lombardi già passati, con la prima Lega Lombarda, attraverso una dura lotta con Federico I Barbarossa, nonno di Federico II, terminata con il saggio compromesso della pace di Costanza (1183), stavano creando quel miracolo di civiltà e di vita sociale ed economica che furono i liberi comuni italiani (quella che Prezzolini ha giustamente definito l’unica grande invenzione politica dell’Italia moderna). Federico si scontra con loro in uno scontro lungo e durissimo. Riporta vittorie strepitose, come quella di Cortenuova (Bergamo); cattura il Carroccio; prende prigioniero il podestà di Milano, il veneziano Tiepolo; annulla la pace di Costanza e stabilisce un nuovo ordinamento che cancella tutte le autonomie comunali, sottoponendo ad un luogotenente imperiale tutto il Nord, che viene suddiviso in cinque parti affidate a cinque vicari;  sorretto anche dall’aiuto degli altri re europei e dallo stesso sultano sembra che stia per dilagare anche al Nord.
Ma i comuni sconfitti rinascono dalle loro ceneri, come è proprio delle città e degli uomini liberi. Brescia non era stata espugnata e si erge come nuovo punto di resistenza per i comuni sconfitti, come Milano. E di fronte alla rocciosa ed inespugnata Brescia nel 1238, dopo due mesi di vano assedio, lo slancio di Federico si ferma e poi si affloscia.

In quel vano assedio a Brescia del 1238, da parte del grande esercito internazionale montato da Federico II, punto di svolta del grandioso scontro tra Federico II ed i comuni lombardi, c’è anche, da parte bresciana, un giovane giurista ed amministratore pubblico: Albertano da Brescia, più o meno coetaneo di Federico II. Nell’anno dell’assedio, il 1238, Albertano comanda la  difesa del castello di Gavardo. Viene fatto prigioniero e tradotto in carcere a Cremona, fedele alleata e caposaldo di Federico. Anche se essere prigionieri di Federico non era mai una cosa comoda, qui, da prigioniero, scrive il primo dei suoi trattati morali, il Liber de Amore il che, se non altro, dimostra la sua grande serenità e fortezza. Sappiamo poi che nel 1243 è a Genova, probabilmente come assessore del bresciano Emanuele Maggi, podestà della città ligure. Nella seconda parte della vita, da quell’anno fatidico del 1238 fino al 1250, si dedica soprattutto a scrivere sermoni e trattati morali, il più famoso dei quali è il Liber Consolationis et Consilii, del 1246, che avrà grande successo nel Medio Evo, come attestano le varie traduzioni in volgare ed in francese, olandese, spagnolo, tedesco, ceco.

Per capire l’importanza di Albertano da Brescia è necessario calarsi nel clima del suo tempo. Quando Albertano opera e scrive siamo nel culmine del regime ierocratico. Gli uomini che apriranno la via verso un pensiero religioso più moderno, capace di convivere con la nuova vita civile economica e culturale che si sprigiona dai comuni, o sono bambini, come Tommaso d’Aquino (n. 1225) o Brunetto Latini (n. 1220), o sono lontani come Dante (n. 1265), Petrarca (n. 1304), Boccaccio (n. 1313), Coluccio Salutati (n. 1331), Leonardo Bruni (n. 1370), Poggio Bracciolini (n. 1380). Quando vive Albertano la cultura dominante è quella del più rigoroso “contemptu mundi”, teorizzato da Pier Damiano, monaco camaldolese, tra il 1063 ed il 1071 e ripreso dal Papa in carica Innocenzo III. Questa visione condanna rigorosamente sia il sapere mondano che ogni forma di produzione economica eccedente lo stretto fabbisogno personale (“est cupididas plus habendi quam oportet”). Sul piano economico l’unica attività ammessa è l’agricoltura, ma anche questa negli stretti limiti del necessario. Ognuno deve stare fermo ed immobile nel suo stato (“che ciascuno rimanga nel suo proposito di vita e nella sua professione”). Le città dove incominciano ad agitarsi i nuovi ceti artigiani e mercantili sono luoghi da rifuggire. “Dio non ama le città ed i cittadini” afferma un famoso predicatore dell’epoca. Milano è, per Giacomo di Vitry, nel 1215, una “fossa di eretici”. E così Bergamo, Brescia, Verona, Treviso dove le rivendicazioni del diritto – dovere di un lavoro libero finiscono spesso per diventare bandiera di veri e propri movimenti ereticali (come i poveri lombardi, i catari, i valdesi). E’ l’epoca in cui la Chiesa condanna Aristotele e ne proibisce l’insegnamento (sinodo del 1210; decisioni di legati pontifici del 1215), quell’Aristotele che, pochi decenni dopo, S.Tommaso incorporerà nella cosmologia cristiana. Sono tempi in cui Federico II viene accusato di peccare contro le costumanze cristiane e i “comandamenti di Dio” solo perché, grande igienista qual era, aveva l’abitudine di fare il bagno spesso, compresa la domenica. Erano i tempi nei quali il giovane Papa Innocenzo III (era diventato Papa a 37 anni, quando era già un famoso teologo e giurista), autore di numerosi scritti sul “disprezzo del mondo”, impose, con tutta una serie di misure, un forte isolamento del clero dall’umanità corrotta ed abominevole. E per simboleggiare ciò il sacerdote, che sino ad allora aveva officiato la messa rivolto ai fedeli, fu tenuto ad officiarla con la schiena rivolta ai fedeli, come segno di disprezzo verso l’umanità e come segno del fatto che per la celebrazione del mistero eucaristico il sacerdote, protetto dalla grazia, non aveva bisogno della compartecipazione dei laici. Erano i tempi in cui il Decreto, l’ordinamento canonico in vigore, stabiliva la esclusione dei mercanti dalla “congregatio fidelium”.

Fu in questo clima che l’”homo faber” italiano, i mercanti e gli artigiani italiani, gli imprenditori italiani, quasi sempre persone profondamente religiose, tirano diritti per la loro strada, facendo impresa e ritenendo ed affermando, spesso con grande consapevolezza ed orgoglio, che la “vita activa et negociosa” lungi dall’essere fonte di peccato, come sostenevano i portatori della visione ierocratica (non dissimile in fondo, per certi aspetti, da quella nella quale ancora oggi si sta avvolgendo il fondamentalismo islamico), era realizzazione della missione di vita che il creatore assegna all’uomo. E’ a questi uomini d’impresa, oltre che alla tradizione greco – romana alla quale non a caso si riagganciano prima i giuristi (compreso Albertano) e poi gli umanisti,  ed a certi movimenti innovatori dall’interno della Chiesa stessa, che l’Italia e la Chiesa devono gratitudine per averli liberati dal fondamentalismo della soffocante visione ierocratica.

Lo spettacolo dell’Italia moderna che nasce in quegli anni ed in quei comuni è, invero, entusiasmante: 

“un formicolio di vita nuova si desta in tutte le terre d’Italia, per assorbire il putrido strame del feudalismo straniero. Lungo i lidi e le marine, ovunque eran porti e difese, i Liguri, Veneti, Toscani, Siciliani, Pugliesi cingean di torri le loro mura ed armavan le loro darsene per lanciare sui mari lontani le loro navi, che ne tornavano cariche delle preziose mercanzie. Per le stesse marine e su per l’ampio corso degli innumerevoli  fiumi quelle merci erano poi internate nell’industrie valli del Po, lungo il Tevere e l’Arno e diffuse per le terre e i castelli, ove spacciavansi in cambio dei prodotti del suolo e di nuovo oro, massime per le fiere e i mercati, onde brulicava a quel tempo ogni regione d’Italia” (G. De Montemayor, cit. in Oscar Nuccio, Il pensiero economico italiano, ed. Gallizzi, Sassari 1984).

Questo straordinario sviluppo ebbe i suoi protagonisti ed i sui cantori, i suoi attori ed i suoi pensatori. Albertano fu uno di questi, uno dei primi, uno di quelli che aprirono la strada ad un pensiero che poi sfocerà nella grande opera degli umanisti del tre e quattrocento, mentre i mercanti e gli imprenditori italiani diventeranno i più importanti del mondo. L’aspetto di Albertano che più ci interessa è proprio il suo approccio al tema della ricchezza, del capitale, dell’accumulazione, del lavoro. Albertano è un moralista religioso del tutto ortodosso, giurista, teologo, attivamente impegnato contro la diffusione dei catari che a Brescia erano ben presenti; ed il clima dominante è quello del “contemptu mundi” che abbiamo descritto. Ma Albertano dice :

“le pecunie glorificano coloro che son privati di gentilezza; et la povertà invilanisce la casa ch’è alta di gentilezze…, le ricchezze temporali per ragione sono da amare … in verità l’amore d’avere è molto buono, purché non trapassi il modo … grandemente si de’ studiare in acquistare e conservare le ricchezze…. anche nel Vangelo si legge di Giuseppe de Arimazia che era gentile uomo e ricco e giusto e discepolo di Dio… Addunque puoi acquistare e possiedere le ricchezze, ma non vi ponere il cuore… e naturalmente sono onesti li guadagni se son fatti con giustizia, per li quali niuna persona è danneggiata… ricchezze addunque buone e piacevoli dei acquistare, affaticandoti co’ le mani, schifando ‘l riposo in tutte le cose, seguitando ragione … Et però debbi affaticare con gran rancola e con diligente opera, schifando pigrezza, cacciando sonno, non volendo riposo… Et (dunque) secondo natura fatti ricco, dando salvamento alla povertà… Temperatamente, addunque  senza fretta, quasi per non sapere sono da acquistare le ricchezze temporali, però che dice Salomone : chi s’afreta d’arrichire non sarà innocente. Ed anche : le ricchezze affrettate si distruggeranno. Et, per certo,  le ricchezze degli uomini non giusti si seccheranno come il fiume; però che colui che male raguna tosto spargie et giusto giudizio è, chel vien di male si ritorna in male et non vada in bene  quel che non viene di bene.. E’ contro natura quando diventi ricco de la povertà del  mendico”.

Ma, precisa Albertano, ciò non si verifica quando la tua attività crea e porta nuove utilità :

“Et puoi per buono procacciamento acquistare buone ricchezze… Et puoi acquistare bone ricchezze per buoni e lieti procacciamenti portanto le cose dai luoghi nei quali n’è grande abbondanza ai  luoghi ne’ quali elle sono rare, e massimamente a le grandi città”….In tal guisa adunque accetta le ricchezze che Iddio in niuna guisa non offendi”.

Qui non siamo solo alla piena legittimazione dell’attività mercantile, ma ad un passaggio cruciale dell’evoluzione del pensiero economico. Dalla visione dell’economia a somma zero per cui ad una persona che si arricchisce deve necessariamente corrispondere una persona che si impoverisce, alla visione dell’economia di sviluppo dove attraverso l’iniziativa, la conoscenza, l’innovazione, il lavoro, attraverso l’impresa insomma, si creano nuove utilità per tutti. La prima, la visione dell’economia a somma zero, rimarrà nei secoli futuri, per l’intero millennio, il paradigma culturale dominante nella Chiesa cattolica (intesa come struttura gerarchica e non come popolo di Dio). Si tratta di una visione che è stata lentamente e faticosamente superata, in parte, solo nella moderna dottrina sociale della Chiesa, ma essa è ancora oggi ben radicata se non dominante nelle gerarchie ecclesiastiche. La seconda è la visione dell’economia imprenditoriale e dello sviluppo che, iniziata nei comuni italiani ed interpretata per la prima volta da Albertano da Brescia e da pochi altri contemporanei, caratterizza l’azione ed il pensiero economico dell’intero millennio.

In Albertano sono già impostati tutti i grandi temi che verranno sviluppati nei secoli seguenti. Vi è il tema della liceità ed utilità dell’accumulazione e quindi della piena legittimazione del profitto; la distinzione fondamentale tra la ricchezza che è frutto di rapina e che, quindi, danneggia gli altri e quella che è frutto del proprio valore aggiunto; vi è il tema del dovere, anche teologico, della vita “activa e negociosa”; vi è il tema che l’agire economico deve svilupparsi nel rispetto del grande principio romano del “neminem laedere”; vi è il tema del valore del tempo (“time is money”, ripeterà cinque secoli dopo Franklin) ; vi sono i fondamentali della razionalità economica con una continua ricerca del rapporto fra mezzi e fini; vi è il valore del risparmio e l’incitazione al suo uso, al suo buon uso; c’è il valore anche religioso della buona gestione (“ma pochi sono quegli, che le sue cose sappiano con consiglio direttamente ordinare”; duecento anni dopo i mercanti italiani apriranno le loro lettere d’affari con l’espressione “Al nome di Dio e del guadagno che Dio ci dà”); c’è il principio che il rispetto di Dio non si realizza solo nella vita contemplativa dei monasteri ma bene operando (“e non credere che altri solamente si possa salvarlo in monastero od in altra religione e servire Dio, perciocché la religione è più nel cuor dell’huomo, che in luogo terreno. Onde conciosiacosa che Domeneddio sia in ogni luogo, puote altri in ogni luogo servire a Domeneddio”); il grande valore della conoscenza e dell’apprendimento permanente (“la tua dottrina abbia cominciamento, ma alla tua vita (acciocché la mente tua si nutrischi) non deve aver fine; perciocché la mente dell’huomo apprendendo si nutrisca e conducesi per ragion di vedere e d’udire: fine non deve avere… Non verrai meno d’apprendere, perciocché uno medesimo debba essere lo fine di imprendere e di vivere”); il principio, assolutamente rivoluzionario per il tempo, che la conoscenza e la cultura devono essere diffusi (“la scienza è nobile possesso che distribuita tra molti riceve incremento e disprezza l’avaro proprietario, e se non divulgata ben presto svanisce e si dilegua… (perciò essa va) resa di pubblico dominio ed essere oggetto di disputa affinché sia promossa ed accresciuta”); il valore dell’addestrarsi all’esercizio della ragione, della prudenza, della capacità di ragionare, di calcolare, di prevedere.

Mi sono a lungo soffermato su Albertano, sui suoi tempi, sulla contrapposizione tra l’impero (rappresentato dal più moderno degli uomini antichi, Federico II) ed i comuni, frutto straordinario degli uomini nuovi, della incipiente borghesia produttiva, di cui Albertano è degno rappresentante, perché è qui che troviamo le radici vere della doppia legittimazione del lavoro e del profitto, cioè dello spirito d’impresa, che un secolo e mezzo dopo porterà Coluccio Salutati, il grande cantore della Firenze mercantile, a definire con orgoglio la sua Firenze con queste parole: “Nos popularis civitatis, soli dedita mercatura” e fare dire all’anonimo mercante del Novellino: “Messer io son d’Italia e mercante molto ricco e quella ricchezza che io ho, non l’ho di mio patrimonio, ma tutta guadagnata di mia sollecitudine”.

Con Albertano da Brescia emerge per la prima volta, con chiarezza, una nuova visione dell’economia che si contrappone a quella dominante, e ciò ci aiuta a collocare le radici dello spirito d’impresa nello spazio storico che gli è proprio, uno spazio molto profondo, in un tempo molto lontano. Quel luogo e quel tempo nel quale popolazioni, spesso semplici ma determinate e coraggiose, conquistano, nei fatti, negli ordinamenti e nel pensiero, quella componente essenziale della libertà che è la libertà di fare, di intraprendere, di essere artefici del proprio destino, di vivere quella “vita activa e negociosa” che nel giro di un secolo porterà le città del Nord Italia a  rappresentare, nel loro insieme, l’economia più avanzata, più potente, più imprenditoriale del mondo. 

fonte: marcovitale.it

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