Archivio di Settembre, 2009

Confindustria fa lobbying per la crescita del paese

Mercoledì, 30 Settembre, 2009

Intervista a Maurizio Beretta, ex-direttore generale Confindustria 

Manifesto Amministrare 2.0 (versione 0.1)

Mercoledì, 30 Settembre, 2009

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La versione attuale scaturisce dai lavori svolti nell’ambito dell’ultimo FORUM PA di Maggio 2009 i cui risultati sono stati riportati in un documento finale. L’insieme dei documenti prodotti dagli incontri andranno via via  a costituire il Documento di Supporto in cui saranno approfonditi i diversi item del Manifesto che invece manterrà una dimensione snella e sintetica organizzata per punti.

1. Il ruolo della politica. Alla regia di un’amministrazione 2.0 c’è in primo luogo una classe politica capace di assumersi con coraggio la responsabilità delle scelte. Scelte politiche operate per tutti e portate avanti in un ambito di legalità, coerenza e trasparenza. Una classe dirigente in cui l’autorità è gestita in un’ottica di servizio e non solo di prescrizione, in cui le priorità della politica pubblica sono definite sulla base delle pratiche reali di ascolto dei bisogni e sulla conoscenza delle necessità di tutti i cittadini.
2. La dimensione organizzativa. Nella logica 2.0, la Pubblica Amministrazione cambia la propria organizzazione, le procedure e i processi in funzione di una relazionalità nuova e meno autoreferenziale. Il risultato si esprime in: back office integrati tra le diverse amministrazioni, sia in termini di circolazione delle informazioni e di definizione degli standard che rispetto al trattamento dei dati dei cittadini; l’adozione di metodi di lavoro interni più flessibili e improntati al miglioramento continuo, con l’introduzione di criteri di premialità significativi sia rispetto ai singoli che alle progettualità d’eccellenza; una comunicazione diretta tra PA e cittadini, di fatto priva di intermediazione e facilitata dall’utilizzo di strumenti di confronto diretto ed, infine, un nuovo concetto di cittadinanza in cui la partecipazione non è solo un diritto ma un dovere. 
3. L’infrastruttura come diritto. L’accesso alla rete e, in particolare, alla banda larga deve essere facile ed economico senza distinzione di area geografica. La questione del Divide infrastrutturale va affrontato dalle pubbliche amministrazioni come un diritto ed è importante che queste rivestano un ruolo attivo per garantire l’accesso alla rete a cittadini, imprese e enti locali. Il che vuol dire sia creare un quadro normativo più adeguato al superamento del digitale divide, sia fare interventi, anche di natura economica, diretti in quei territori in cui le logiche di mercato non giustificano nuovi investimenti infrastrutturali da parte degli operatori di telecomunicazione.
4. Il superamento del divide culturale. Tra gli interventi necessari per l’evoluzione della PA verso le logiche 2.0 prioritario è sviluppare capillarmente, nei diversi strati di cittadinanza, la cultura digitale. In questo un ruolo di punta spetta ai comuni e alle amministrazioni più vicine ai cittadini. Per ciò che riguarda gli strumenti d’azione, diverse sono le proposte emerse: dalla formazione tradizionale agli eventi di sensibilizzazione, dalla FAD a azioni di accompagnamento all’innovazione.
5. Il coinvolgimento dei cittadini. Il concetto stesso di Amministrazione 2.0 porta con sé un massiccio intervento sulla partecipazione: il cittadino va educato a partecipare ai processi decisionali  ma allo stesso tempo la PA deve apprendere i metodi e gli strumenti della partecipazione, sia essa telematica o meno. Non ha senso investire sulle tecnologie legate alla partecipazione se poi non si è in grado di gestirne le conseguenze. Così come non si può chiedere ai cittadini di prendere parte ad un processo, di mettersi n gioco, di esplicitare i propri bisogni e mettere in comune le proprie risorse e competenze se non si stabiliscono chiaramente gli obiettivi raggiungibili attraverso i percorsi di partecipazione.  Non si tratta solo di trasmettere le competenze per utilizzare i servizi telematica, ma di concepire la cittadinanza digitale come un diritto e come un dovere.  Inoltre, i cittadini hanno diritto di manifestare gli indici di gradimento sui servizi della Pubblica Amministrazione. Per fare ciò possono usare tutti i sistemi di valutazione che il web mette a loro disposizione. La Pubblica Amministrazione deve favorire il dialogo attraverso tutti i sistemi di interazione disponibili sul web (forum, commenti, ecc.).
6. La multicanalità come nuova opportunità. Offrire un servizio ‘’su misura” vuol dire anche poter individuare il canale più adatto a soddisfare le esigenze dei differenti segmenti di utenza.  Gli strumenti web non possono essere considerati come unica via di comunicazione, al contrario è importante adottare un approccio multicanale che garantisca il raggiungimento dei diversi segmenti di cittadinanza, tutti i servizi e gli interventi vanno dunque progettati da parte delle PPAA tenendo al centro i cittadini 1.0 e tutti coloro che non sono utenti di internet. Senza perciò che ne risulti penalizzato l’approccio inclusivo e partecipativo.
7. Disintermediare per migliorare. Nello slittamento delle PPAA da una telematica “di vetrina” – informativa e unidirezionale – a un uso intensivo degli strumenti propri del web 2.0 – sociali e partecipati – è importante favorire una maggiore disintermediazione tra cittadini e PA e tra questa e i propri operatori. “Umanizzare” le funzioni diviene determinante, così come lo è anche l’accesso ai dati e alle informazioni. L’accesso al patrimonio informativo della PA è pubblico e , nel rispetto ovviamente delle norme sulla privacy, da questo semplice principio devono derivare le funzionalità evolute di interrogazione, trattamento, manipolazione dei dati messe a disposizione degli utenti. La grande novità del 2.0 sta proprio in questo: nella possibilità di combinazione, consultazione e rielaborazione di informazioni, servizi e contenuti della PA.
8. Ripartire dalla semantica dei contenuti della PA. La presentazione semantica delle informazioni, dei servizi e dei contenuti della Pubblica Amministrazione deve essere concertata con le comunità di utenti e disponibile alla “taggatura” (etichettatura individuale e di gruppo) per garantire una semplificazione e una sburocratizzazione dei termini e dei concetti. Il problema dell’autoreferenzialità della PA, è anche e soprattutto un problema di natura semantica, quindi bisogna agevolare i cittadini a costruire una PA più vicina ai loro bisogni, anche partendo dalla semantica.
9. Il software come fattore abilitante.  Il software utilizzato nel pubblico deve essere aperto, realizzato in modalità partecipativa e la sua evoluzione, diffusione e implementazione deve essere condivisibile e trasferibile in atre amministrazioni pubbliche. In questo modo la PA si fa allo stesso tempo promotrice di una conoscenza libera, migliora i propri servizi perché lavora su buone prassi in un’ottica di riuso e miglioramento. Da una prospettiva più ampia basata su considerazioni di principio, attraverso l’adozione di software a codice aperto le Pubbliche Amministrazioni potranno beneficiare di una maggiore trasparenza, di una più ampia indipendenza dai fornitori, della possibilità di rimettere in circolo il software creato su misura, della possibilità di stimolare un circolo virtuoso di collaborazione tra Amministrazioni.
10. Favorire lo sviluppo di comunità attive. Va favorito lo sviluppo di comunità di utenti (social network) che aggregandosi attorno a temi e contenuti possano stimolare la Pubblica Amministrazione a modulare i servizi web secondo le aspettative di quest’ultimi. In particolare, è possibile immaginare in prima battuta 3 possibili declinazioni dei social media e di social network. Da un lato questi potrebbero essere utilizzati come strumenti facilitanti; mezzi per stimolare l’aggregazione dei cittadini in comunità d’interesse che hanno l’obiettivo di orientare le PPAA nella definizione dei servizi. Non meno rilevante è il loro impiego nel presentare contenuti e dati miscelati (mash-up). Infine, i social network potrebbero dimostrare le proprie potenzialità se impiegati come strumenti di comunicazione interni alla PA, integrati con i sistemi di gestione dei processi.

tratto da: manifestopa.pbworks.com/Il-Manifesto

Un medico ogni 115 abitanti in Abruzzo, uno ogni 600 negli USA

Lunedì, 28 Settembre, 2009

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Riforma sanitaria: Washington chiama…l’Abruzzo risponde

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato pochi giorni orsono la ripresa dell’economia americana, come si evince dalla crescita dei mercati azionari e dall’attenuazione dell’ondata di recessione che aveva colpito l’economia dell’intero continente nord americano e, di conseguenza, quella europea.

C’è però un’altra gatta da pelare che sta dando filo da torcere all’intero staff dell’amministrazione americana: la riforma del sistema sanitario. Questa tematica era stata il cavallo di battaglia del progetto politico di Hillary Clinton durante la campagna elettorale per la nomination. Passata poi, dopo le elezioni presidenziali, all’incarico di Segretario di Stato, aveva ceduto al Presidente eletto tale difficile “mission”e Obama, da parte sua, non si è tirato indietro.

Poiché la gestione della sanità e il controllo del suo bilancio è un problema che da tempo affligge l’Abruzzo e l’intera penisola vorremmo individuare punti di contatto o di divergenza tra i due sistemi, quello nostrano, ipergarantista e statalista (potremmo sbilanciarci a dire comunista, nel vero senso della parola) e quello statunitense, privatistico, addirittura speculativo e “for profit”.

Lungi da noi l’idea di proporre soluzioni o di tentare improbabili quadrature del cerchio, vorremmo invece fornire qualche dato informativo e spunti di riflessione ai nostri lettori, lasciando ad essi proposte, idee, suggerimenti.

Negli USA una prestazione sanitaria (sia essa preventiva, diagnostica o terapeutica) si risolve essenzialmente nel rapporto privato tra chi eroga un servizio o prestazione e chi ne usufruisce. Ogni cittadino, purché inserito in un contesto lavorativo, usufruisce di un’assicurazione che copre, in parte, le spese mediche. La qualità delle cure e delle prestazioni è notoriamente molto elevata, caratterizzata da alta professionalità e competenza, tanto che alla Sanità Americana viene raramente attribuito il prefisso aggettivato di “mala”, come spesso accade in Italia. E’ anzi a tutti noto che il vertice dello scibile in ogni specialità medica ha sede negli USA.

Il problema è che ci sono 45 milioni di Americani - e tra questi 8 milioni di bambini - che, per ragioni che qui sarebbe troppo lungo spiegare (ritorneremo comunque sull’argomento), sono privi di copertura assicurativa e quindi di assistenza sanitaria, anche quella essenziale. Essendo il loro sistema non assistenziale, possono anche morire, in casa o in strada, in caso di malattia o infortunio.

Qualunque atto medico comincia con la richiesta del numero della polizza assicurativa o della carta di credito; chi ne è privo non viene preso in considerazione come paziente. Inoltre le grandi Compagnie di Assicurazione (ne esistono 3 - 4 che dominano l’intero mercato e che a tutto antepongono i propri interessi finanziari) hanno preteso un aumento del premio annuo di polizza a fronte di una riduzione della percentuale di copertura delle spese. Una situazione insostenibile gridano in molti e il buon Barack fa da eco a queste voci, impegnandosi a dare una soluzione a tale problema.

Come venirne fuori? Coinvolgendo l’Amministrazione Federale in senso garantista? E’ possibile, ed è la ipotesi che di primo acchitto viene più spontanea. Questa avrebbe però due conseguenze immediate: una politicizzazione della Sanità Americana che nessuno vuole e un notevole aumento della spesa pubblica. A quest’ultima bisognerebbe far fronte con un aumento della pressione fiscale, anche questa non gradita. Tant’è che appena Obama ha solo fatto cenno ad una tale eventualità è diventato - pur mantenendo un alto indice di gradimento personale - oggetto di feroci critiche sia da parte dell’opposizione che dei suoi stessi sostenitori politici.

Il nostro Sistema Sanitario è ipergarantista, “no profit” per definizione, statalista nel suo assetto amministrativo e gestionale (la sanità è comunque regionalizzata). Pretende di dare tutto a tutti gratis e 24 ore su 24. I costi di gestione della Sanità Pubblica assorbono circa l’80% del bilancio regionale. Il sistema è ormai al collasso. Le proposte di correzione avanzate dagli amministratori e dai tecnici sono velleitarie e insufficienti e soprattutto condizionate politicamente. All’Abruzzo, così come ad altre Regioni (Lazio, Molise, Campania, Sicilia) è stato imposto un Amministratore Straordinario per ripianare lo spaventoso deficit di bilancio accumulato in anni di mala gestione.

Negli USA non c’è neanche l’equivalente del nostro Assessore alla Sanità, poiché questa è autogestita, sia pure con il criterio del business, e la politica resta fuori.

La parola d’ordine dunque, in Abruzzo, come in Italia, è risparmio; riduzione dei costi, della spesa, degli sprechi. Ma come mettere in pratica tale proposito senza ripercussioni negative sull’efficienza dei servizi offerti che da sempre sono percepiti come negativi e inadeguati? Percepiti, appunto, anche se in sostanza non lo sono, o non lo sono sempre; e la nostra Sanità Pubblica continua ad essere una tra le migliori del mondo. L’uomo è portato però, per sua natura, a valutare e apprezzare poco ciò che costa poco o non costa nulla, o comunque è spalmato sul bilancio della collettività.

Negli anni ‘90 furono introdotti nel nostro paese i cosiddetti “Livelli essenziali di assistenza” sulla base del fatto che l’assistenza sanitaria, o meglio la salvaguardia della salute di una popolazione è, così come l’istruzione, un bene primario ed essenziale che lo Stato deve garantire ai propri cittadini. Certamente, garantire, ma appunto nei suoi presupposti minimi di essenzialità. Individuiamo per meglio capire un equivalente simbolico che renda idea di tutto ciò: necessiti di una coperta per ripararti dal freddo? Lo Stato te la garantisce; ma se vuoi un capo di pura lana vergine pregiato o firmato te lo devi comprare con i tuoi soldi, non con quelli della collettività. Lo Stato (o la Regione) è l’appaltatore dei servizi sanitari. Non eroga l’essenziale, ma molto molto di più: cappotti di cashmere per tutti, con i bottoni dorati, per restare nell’ambito del paragone su menzionato. E’ evidente che le risorse finanziarie prima o poi si esauriscono e i bilanci sprofondano nel baratro.

Che dire poi della pletora medica (1 medico ogni 115 abitanti in Abruzzo, 1 ogni 600 negli USA) e dell’affollamento delle strutture sanitarie nella nostra Regione? Se sommiamo quelle dell’area metropolitana Chieti-Pescara (includendo quelle pubbliche, private, universitarie) che corrisponde più o meno ad un quartiere di Roma, si ha un insieme di Cliniche e Ospedali che negli USA sarebbe distribuito su un territorio grande come l’Abruzzo e le Marche.

Ci sarebbero molte altre considerazioni e valutazioni da fare. Ci riserviamo di farlo in un prossimo articolo. Una cosa è certa: se una data prestazione sanitaria costa all’utente 20.000 dollari negli Stati Uniti e zero in Italia c’è qualcosa che non va in ambedue i sistemi.

autore: Antonio Ravazzolo

fonte: giornaledabruzzo.net

I grandi uomini creano, poi predoni e profittatori distruggono

Venerdì, 25 Settembre, 2009

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di Francesco Alberoni

Chi consentì all’arte, alla filosofia, alla cultura greca di dominare il mondo antico, chi fece di Socrate, Platone, Aristotele i maestri del sapere per i millenni successivi, fu Alessandro Magno. Perché, quando salì al trono, la Grecia stava declinando ed era sul punto di venir schiacciata da poteri più grandi. Lui fece dei greci il popolo egemone, e del greco la lingua universale che si parlava dai confini della Cina all’ India, all’ Egitto, al sud della Francia. Eppure, quando arrivò la notizia della sua morte, tutta la Grecia fece festa, esultò, gridò di gioia, perché era morto il tiranno! Quei miserabili non avevano capito nulla del suo sogno, del suo disegno, del destino che aveva forgiato per loro. Perché erano in decadenza, perché ormai avevano perso la loro anima, ed erano assorbiti solo dai loro interessi immediati, dalle meschine beghe provinciali, dalla loro rivalità e dalla invidia. Ma questo tipo di episodi, sia pure su scala più modesta, si sono ripetuti costantemente nella storia. Cesare che, nello sfacelo della Repubblica romana, cercava di costruire uno Stato adatto al governo dell’immenso impero, viene massacrato da un branco di congiurati senza idee. Pietro il Grande, che cercava di modernizzare la Russia andando ad imparare, come semplice maestro d’ascia, a costruire le navi per avere una flotta, per liberarsi degli svedesi e dei turchi invasori, per tutta la vita viene combattuto dai boiardi, dalla moglie e dal figlio. Galileo, l’inventore della scienza moderna, è stato arrestato e processato da preti ed accademici ignoranti e retrivi. Il rapporto fra i grandi creatori, gli uomini che hanno una visione, e gli altri, è solo un episodio dell’eterno conflitto fra i creatori ed i predatori. I contadini, gli artigiani, i mercanti, i principi costruiscono la città, la rendono ricca e bella. Poi arrivano i predoni che la saccheggiano, l’ incendiano e ne massacrano gli abitanti. La splendente Roma viene incendiata e insanguinata da una banda di vandali ignoranti, guidati da Genserico. Baghdad, la splendida capitale del califfato islamico, ridotta ad un cumulo di rovine e di morti dai mongoli analfabeti di Hulagu. E questa tendenza è continuata nel mondo moderno. Winston Churchill ha portato la Gran Bretagna alla vittoria. Ma che sospiro di sollievo hanno emesso i mediocri quando se ne è andato!

Ogni volta che vedo un grand’uomo all’opera ho l’impressione che si trascini, attaccati al suo vestito, gruppi di profittatori, di predoni, di ipocriti, di invidiosi che aspettano solo il momento di iniziare il saccheggio di quanto ha costruito. Avviene anche nelle imprese famigliari. Molti figli hanno brindato alla morte del padre che aveva costruito una splendida impresa. Poi hanno cercato di distruggere tutti i segni della sua presenza finché, alla fine, sono falliti o hanno venduto. I meschini non capiscono gli uomini che hanno una visione. Non li capiscono perché il loro animo è vuoto, senza ideali, senza una meta universale. Non li capiscono perché si sono circondati di complici con la loro stessa mentalità. Gente che pensa solo a sé, al proprio guadagno, al proprio interesse. Essi sono esattamente come i predoni che assaltavano, incendiavano e depredavano le città perché non sapevano costruirle, perché non ne capivano né la funzione né la bellezza. Oggi non usano le armi. Si servono delle manovre politiche, economiche, delle scalate, ma il risultato è sempre lo stesso: distruzione, corruzione e rovina.

fonte: Corriere della Sera

Gotti Tedeschi nuovo presidente dello Ior

Mercoledì, 23 Settembre, 2009

gottitedeschi_ettore.jpgCITTA’ DEL VATICANO, 23 SET. 2009 (VIS). “La Commissione Cardinalizia di Vigilanza dell’Istituto per le Opere di Religione (I.O.R.), presieduta dal Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, ha rinnovato il Consiglio di Sovrintendenza del medesimo Istituto”.

Il Comunicato reso pubblico nella tarda mattinata di oggi, inoltre rende noto che: “A tal proposito, dopo aver accolto la rinuncia presentata dal Professor Angelo Caloia, Presidente del menzionato Consiglio di Sovrintendenza, e dagli altri Membri del medesimo Consiglio, manifestando loro viva gratitudine per il generoso servizio svolto, la menzionata Commissione Cardinalizia, a norma dello Statuto, ha nominato Membri del Consiglio di Sovrintendenza dell’I.O.R. gli Illustrissimi Signori: Dottor Carl A. Anderson, Cavaliere Supremo dei Cavalieri di Colombo (U.S.A.); Dottor Giovanni De Censi, Presidente del “Credito Valtellinese” (Italia); Professor Ettore Gotti Tedeschi, Presidente della “Santander Consumer Bank” (Italia); Dottor Ronaldo Hermann Schmitz (Germania); Dottor Manuel Soto Serrano (Spagna).

“Inoltre, secondo i dettami statutari, la menzionata Commissione Cardinalizia, su proposta del nuovo Consiglio di Sovrintendenza dell’I.O.R., ha nominato il Professor Ettore Gotti Tedeschi come nuovo Presidente di detto Consiglio di Sovrintendenza ed il Dottor Ronaldo Hermann Schmitz come Vice-Presidente“.

“La Commissione Cardinalizia di Vigilanza ha infine espresso al nuovo Consiglio di Sovrintendenza, come pure al Prelato dell’Istituto, Monsignor Piero Pioppo; al Signor Paolo Cipriani, Direttore Generale, ed al Dottor Massimo Tulli, Vice-Direttore, i migliori auguri di buon lavoro al servizio dell’I.O.R”.

fonte: vatican.va

INTERVISTA RILASCIATA A SUSSIDIARIO.NET il 3 AGOSTO SCORSO

La crisi economica continua, anche se il presidente Usa ha detto che vediamo la fine della recessione. Dopo che se n’è fatto un gran parlare quando è stata resa nota - forse in taluni casi senz’averla nemmeno letta - per Gotti Tedeschi, economista, è ora di riprendere in mano la Caritas in veritate, l’ultima enciclica di Benedetto XVI. Un testo che tutti gli economisti dovrebbero leggere, se volessero davvero capire “cosa non ha funzionato”. Per cominciare: «non è l’etica che salverà l’uomo dalla crisi».

Gotti Tedeschi, qual è il senso dello stretto rapporto che viene fissato dall’enciclica tra veritas e caritas? In altre parole: esiste un’economia “vera” o soltanto uno strumento, per quanto complesso, per produrre ricchezza?

Ma è l’economia stessa, se prescinde dal rapporto con la verità, che si nega e come tale non esiste più. Per capirlo non è necessario essere economisti. È la crisi a dimostrarlo, a far capire, a chiunque abbia un minimo di perspicacia, che un’economia che fa a meno della verità è impossibile - a patto di ambire a risultati diversi da quelli che sono sotto gli occhi di tutti. in questo senso la crisi è una grande, macroscopica lezione che non deve andare sprecata.

No ad un’economia senza la verità, dunque. Mandiamo anche gli economisti a scuola di religione?

Niente di tutto questo. Economia vera vuol dire che non può esistere un’economia concepita come estranea a certe leggi che sono scritte nelle cose e che quindi stanno anche alla base dell’attività economica. Il rapporto tra mezzi e fini, per esempio. Se l’economia da mezzo diventa fine, avremo soltanto uno strumento per moltiplicare la ricchezza a qualunque costo. È l’uomo che deve saper usare i mezzi di cui dispone. E per saperli usare deve conoscere i fini.

Non è frequente parlare di economia con un banchiere e sentir dire di «leggi scritte nelle cose».

Se le leggi della natura non vengono rispettate, danno luogo a risultati che vanno puntualmente contro l’uomo che pretende di manipolarle. E per leggi della natura intendo innanzitutto, come ho spiegato, il rapporto tra mezzi e fini. Là dove la moltiplicazione di ricchezza, per esempio attraverso un uso smodato di strumenti finanziari innovativi, diviene fine a se stessa, i risultati sonno quelli che abbiamo visto. Non è necessario parlare di Dio. Stiamo parlando di economia e proprio questo fa l’enciclica, esattamente come hanno fatto la Populorum progressio e la Centesimus annus.

Va allora ricostruito un rapporto, che la crisi ha perduto, tra l’economia e l’etica. È così?

No. Non è l’etica che salverà l’uomo dalla crisi. Se vogliamo avere un’economia più rispettosa della morale occorre semplicemente - si fa per dire - essere buoni economisti. Il rapporto tra l’etica e l’economia non sta nel fatto che chi fa economia decide di essere più morale, o che si ferma per pregare, ma precisamente in questo: che fa il buon economista. Ciò che crea prosperità è il buon utilizzo di quei particolari strumenti - lo strumento economico in questo caso - che la natura, cioè quello di cui siamo dotati, ha messo a nostra disposizione.

Il presidente Usa ha detto che siamo vicini alla fine della recessione. È d’accordo?

Guardi, per poterlo dire dovrei avere le informazioni che ha il presidente degli Stati Uniti, ma dati del genere non sono in mio possesso. Per capire le recenti affermazioni di Obama parto da un fatto, e forse è lo stesso dal quale è partito lui: la fiducia oggi è una risorsa scarsa. Di conseguenza espandere fiducia è essenziale. Ma, aggiungo io, occorrono concretezza e pragmatismo. E la saggezza per invertire la rotta.

Cosa andrebbe cambiato nel paese leader del capitalismo mondiale?

La crisi ci ha messo sotto gli occhi una situazione perversa in cui le famiglie americane hanno sussidiato lo stato. Anziché essere lo stato a servizio delle persone, le persone hanno servito lo stato. La vita a debito delle famiglie americane è stata il segno più evidente di come si può alimentare e indurre uno stile di vita finalizzato a produrre uno sviluppo economico truccato e illusorio per far crescere il Pil americano. Non è un caso che all’inizio del G20 Obama abbia dichiarato che «noi americani dobbiamo smettere di vivere al di sopra delle nostre capacità».

Ammetterlo vuol dire riconoscere che il consumismo a debito ha causato il disastro.

Sì. E non lo dico io, lo ha detto il presidente degli Stati Uniti. Le famiglie hanno perso i pochi risparmi che avevano, hanno perduto il fondo pensione privato investito in azioni, si ritrovano con anni di debiti da pagare, devono far fronte alla disoccupazione. Serve fiducia, d’accordo. Obama allora fa bene a dire che la crisi è dietro le spalle, ma deve dire anche perché, secondo lui, è finita. Se lo dicesse, dovrebbe anche spiegare perché non dovrebbe più ripetersi.

Allarghiamo lo sguardo al tema del momento. Il “G2” tra Usa e Cina sarà l’asse portante dell’economia e della politica globale in questo secolo? Che ruolo potrà avere l’Europa?

Gli Usa vorrebbero l’alleanza strategica con la Cina, perché la Cina ha quello che gli Stati Uniti non hanno: enormi capacità di investimento e di consumo. È esattamente quello che serve agli Stati Uniti. Dal canto suo la Cina è destinata ad aumentare la sua influenza e a diventare la prima potenza economica mondiale. Non credo però che ci sarà un vero e proprio asse bipolare Usa-Cina. Il perché? La Cina non guarda agli Usa come gli Usa guardano alla Cina. Vedo la Cina opportunisticamente rivolta verso gli Usa, ma strategicamente rivolta all’Europa. Più che una “Chimerica” forse ci sarà qualcosa di diverso, perché la Cina sta investendo massicciamente in Ue e le interessa molto il Mediterraneo, verso il quale sta esportando popolazione, capitali e capacità produttiva. Ci attendono scenari ed equilibri del tutto nuovi.

Bene Comune e buona politica

Mercoledì, 23 Settembre, 2009

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Per intraprendere un’analisi di questo genere, e produrre alcune considerazioni in proposito, si può adottare come punto di partenza l’idea di fondo secondo cui la politica in Italia è malata, tanto nell’esecutivo quanto nell’opposizione. Questa malattia si sostanzia nell’assenza di quelle caratteristiche che De Gasperi considerava peculiari per una buona politica, ovvero la dirittura morale, i valori e i voti.

Questi tre elementi devono necessariamente ricomporsi per originare e dare vita ad una buona politica, perseguibile attraverso la creazione di figure dotate di leadership, capaci di generare consenso avendo una dirittura morale; questo aspetto è però legato a processi di lungo periodo. Attualmente noi viviamo gli effetti di una società dei consumi: oggi, infatti, si consuma politica. Mentre la classe politica del dopoguerra si è forgiata nella sofferenza e nel sacrificio, quella odierna sembra essere cresciuta nella bambagia e questo lascia intravedere la metamorfosi prodotta nella classe politica italiana, dove oramai, da un ventennio a questa parte, sono presenti più commercialisti che filosofi. E’ dunque possibile ipotizzare uno stretto legame tra la politica e l’economia: un sistema politico bloccato (come quello italiano degli ultimi 15 anni), infatti, è lo specchio di una economia bloccata.

Date queste premesse, può essere utile avvicinarsi alla lettura di tre discorsi di Benedetto XVI: quello alle ACLI del 27 gennaio 2006; quello alla CISL del 31 gennaio 2009; ed infine quello tenuto a Cagliari lo scorso 7 settembre 2008.

Gioverà alla causa ricordare che nel libro della Genesi già si delinea il prototipo del politico: basti pensare a Giuseppe. Un personaggio noto che, pur non parlando con Dio, fa cose importanti, si accultura, diviene un bravo politico, occupandosi del bene comune del proprio popolo e di quello degli altri; insomma, una perfetta figura di politico cristiano, che coniuga laicità e bene comune.
Ma torniamo ai discorsi. In quello alle ACLI, Benedetto XVI trasforma la questione sociale in questione antropologica, affermando che “…la tutela della vita è il primo dovere in cui si esprime un’autentica etica della responsabilità che si estende a tutte le altre forme di ingiustizia, povertà e di esclusione”. Un dovere, quindi, che prescinde dalle categorie di “destra” e “sinistra”. Proseguendo, nel discorso alla CISL, il Papa afferma che “…per superare la crisi economica che stiamo vivendo occorre uno sforzo libero e responsabile lontano da interessi particolaristici, uniti…”. Un messaggio chiaro che mette in guardia dall’affrontare la causa del bene in maniera individuale e individualista, come taluno erroneamente crede di poter fare. Infine, una bella considerazione sugli strumenti che i laici cristiani impegnati in politica devono possedere per poter davvero perseguire efficacemente il bene comune. Nel discorso tenuto a Cagliari, infatti, Benedetto XVI dice apertamente che “…la politica necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di ricercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile…”.

Quelli riportati sono solamente alcune testimonianze che devono indurre a ripensare quanto l’esperienza dei cattolici possa aiutare a rigenerare la politica: bisogna rilanciare l’esperienza religiosa con modalità nuove che la società liberale, di fatto indifferente alle diverse religioni, non è riuscita a produrre. Non si può cadere nella contraddizione di essere cristiani solo nella sfera privata, ma occorre necessariamente orientarsi verso una società post-secolare che non neutralizza la sfera religiosa. Questo il nuovo scenario che sembra profilarsi negli ultimi tempi e che obbliga a pensare in maniera diversa, colmando un vuoto morale e antropologico nella politica.

Di fronte a questa vacatio esiste un’esigenza di senso, di protezione delle persone che si può ricercare in una tradizione politica solida che metta al centro la persona e la vita comune in una logica “ecologica”, capace cioè di “riciclare” i valori e i fondamenti del passato, alla luce di una ritrovata speranza.

autore: Claudio Gentili

fonte: benecomune.net

Quella casa è troppo cara?

Lunedì, 21 Settembre, 2009

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di Francesco Carlà

Come si fa a sapere se una casa o un altro immobile che volete comprare ha un prezzo giusto oppure no? E’ una domanda molto di moda adesso che il mito del mattone si sta sgretolando anche in Italia.

Negli ultimi anni a nessuno importava più di tanto riflettere su questa decisiva questione: tanto il prezzo delle case andava solo in una direzione: verso l’alto. Ora che i cartelli ‘vendesi’ tappezzano le nostre citta’, e per monetizzare un’abitazione sono necessari molti mesi, la fiducia verso il mattone vacilla. I prezzi in discesa fanno venire voglia di comprare, ma la paura della sopravvalutazione è in agguato e chi non ha fretta attende.

“Ma c’è un modo per orientarsi in modo preciso? Si può sapere se un immobile costa poco, ha un prezzo giusto, oppure è ancora caro anche dopo gli sconti di questi ultimi mesi?” Il modo piu’ efficace è uno solo: calcolate quanto vi renderebbe se dopo averlo comprato lo metteste a rendita, in affitto. Ecco un esempio che potrebbe esservi utile. Immaginiamo che una casa costi trecentomila euro e che sia possibile affittarla a cinquecento euro al mese. Questo vuol dire che la casa vi renderebbe seimila euro all’anno, cioe’ il 5% di interesse sul capitale investito. “Niente male di questi tempi! Ma dov’è l’inghippo?”

Il più grande è questo: i soldi non sono netti, le tasse vi portano via più o meno il 50%. Quindi il rendimento netto sul capitale scende al 2,5%. E’ già pochino considerando che un affitto ha tempi piuttosto lunghi. Ma ci sono altre questioni da tenere molto ben presenti. Potreste non riuscire ad affittare sempre, potreste avere costi di manutenzione importanti da affrontare, l’inquilino potrebbe non pagarvi e ci sarebbero anche spese legali.

Questi rischi, concretissimi, valgono almeno un altro uno per cento, a medio e lungo termine. Risultato: a trecentomila euro quella casa è decisamente sopravvalutata. Forse lo è perfino a duecentomila. Se un immobile non è in grado di rendere al netto almeno il 3/4%, è sempre sopravvalutato. Fate il mio calcolo prima di andare dal notaio.

tratto da: finanzaworld.it

Un futuro con l’uomo al centro

Domenica, 20 Settembre, 2009

Domani è oggi. Abruzzo mio, riparti!

Martedì, 15 Settembre, 2009

Domenica - ospiti di amici - siamo stati tutta la giornata a l’Aquila per una festa tra famiglie. Siamo pronti per ripartire.

 

Sono parole forti quelle che il capo della Protezione civile usa per rispondere con una toccante nota a S.B., padre di uno studente deceduto nel crollo di un edificio, il quale gli aveva inviato una e-mail per invitarlo a dimettersi dopo la tragedia e soprattutto dopo le rassicurazioni, poi risultate inopportune, della Commissione grandi rischi.

«Ho letto la sua scarna e-mail» risponde Guido Bertolaso «con l’animo stretto di chi è costretto dal dolore altrui a vedere le cose con occhi diversi. Lei scrive parole che per me sarebbero inaccettabili se non sapessi che il loro significato vero lo si capisce solo guardando attraverso le lacrime. Mi sento colpito», prosegue Bertolaso, «dalla infinita stanchezza della sua anima che rifiuta ogni distinzione di competenza, ogni distinguo sulla responsabilità, ogni analisi razionale dei tempi, dei luoghi e dei fatti perché la ragione e i suoi strumenti sono del tutto inutili quando siamo chiamati a confrontarci con l’irrimediabile della morte di chi è per noi ragione di speranza e vita. Non pretendo di capire perché l’esperienza della morte è un fatto troppo personale per essere condiviso e capito. Mi assumo la piena responsabilità di ciò che ho fatto e che faccio insieme a quelle di chi non ha fatto e non ha assunto responsabilità quando doveva farlo per evitare la morte di persone innocenti per rispetto del suo inconsolabile dolore. I morti dell’Aquila potevano non esserci e soprattutto essere molti meno tra i giovani. Confido in coloro che devono, per loro compito, individuare le resposabilità personali dirette, omissioni dolose, irresponsabilità colpevoli, perchè è giusto che non si chiami disgrazia o fatalità ciò che poteva essere evitato». 

«Ma accetto», conclude, «di essere parte della classe dirigente che, nel suo insieme, non ha saputo fare ciò che era possibile per evitare lutti e dolori a tante, troppe, persone. Non so come starle vicino se non esprimendole il più profondo rispetto per ciò che patisce e facendo un passo indietro dal mondo dei miei razionali comportamenti, per accettare in silenzio la sua pena».
tratto da: ilcentro.it

TERREMOTO ABRUZZO/ Cora: ho perso moglie e due figlie, ma sono convinto che tutto ha un senso

Il terremoto gli ha portato via la moglie, Patrizia, e le due figlie, Alessandra, di 22 anni, e Antonella, 27. Maurizio Cora, avvocato dell’Aquila, è l’unico ad essersi salvato. Alessandra era una giovane promessa della musica, hanno anche istituito un premio in suo onore. Se n’è andata subito, con la mamma, travolte dal primo crollo. Antonella no, ha lottato per un po’ tra la vita e la morte, in ospedale, ma poi neanche lei ce l’ha fatta. Maurizio è rimasto solo. Non ha più nulla, con la casa ha perso anche lo studio, ma lo troviamo intento al lavoro, fuori dell’Aquila. Risponde in modo pacato, sereno, apparentemente senza emozionarsi. Non è però distacco, ma un abbandono, fiducioso, a quello che non possiamo mutare.

 Avvocato Cora, oggi a L’Aquila ci sarà la visita di Benedetto XVI. Dopo eventi così drammatici che l’hanno coinvolta personalmente, e che hanno travolto una città, famiglie, legami, rapporti, cosa si attende?

La visita del Papa è un grande conforto per quanti, come me, soffrono profondamente. Le sembrerà poca cosa ma altro, mi creda, non saprei dire. Sentire vicina la Chiesa in un momento come questo ci conforta nella fede e nella speranza che tutto questo comunque possa avere un senso.

Neanche sua figlia Antonella ce l’ha fatta. Lei è sopravvissuto ai suoi cari…

Sì purtroppo è così. Dico purtroppo perché sopravvivere ai propri figli e alla propria moglie è qualcosa di tremendo, di assolutamente tremendo. Ho perduto in un attimo gli affetti più cari. Ora rimane la dolcezza che non c’è più. È l’evidenza di una dolcezza che hai sempre percepito, ma quasi come sottofondo della tua esistenza. Ora ne senti la mancanza, ma senti anche la forza di questa dolcezza che non hai più.

 È questo sentimento a darle la forza di andare avanti?

Se non ti agganci con la fede a Dio ma rimani sul piano del contingente, finisci per crollare. L’alternativa alla fede, per me, sarebbe la disperazione. Ora ringrazio il Signore per avermi regalato, per un pezzo della mia vita, Patrizia, Alessandra e Antonella. Persone meravigliose che mi hanno gratificato della loro presenza, del loro affetto, del loro sorriso. Ora non sono più con me, ma questa mancanza mi permette di constatare quanto grande era il dono che avevo ricevuto.

Lei ha perso la casa, lo studio, tutto. Ora ha ripreso a lavorare. Dove ha trovato la forza di ricominciare?

Sì, ho perso tutto. Questo naturalmente non è nulla rispetto alla scomparsa di mia moglie e delle ragazze. Ho trovato forza, come le dicevo, solo nella fede. Qui c’è ben poco da fare, umanamente parlando. Devi accettare, mi sono detto, come volontà di Dio quello che è accaduto.

 Lei prega, dunque?

 Sì, costantemente.

 Tornerà dove ha sempre vissuto?

No. Penso che resterò in Abruzzo ma non all’Aquila, perché non ho una casa dove tornare e non vorrei ricostruirla là dove ho vissuto questi anni con mia moglie e le mie figlie. Sarebbe uno stillicidio di dolore. Non ce la farei e già adesso sono provato. Sarebbe una grandissima difficoltà andare avanti.

Come lei tanti altri suoi concittadini stanno lottando per tornare, lentamente ma con enorme fatica, alla normalità della vita e del lavoro. Cosa ha significato per lei questa prova?

In me non è cambiato nulla, sono così com’ero prima. Ma hai una visione molto più relativa delle cose, vedi in maniera chiara ciò che conta veramente nella vita, che sono gli affetti e non le cose. I drammi li comprendi soltanto nel momento in cui li attraversi, quando ti trapassano lo stomaco e vivi la tragedia. E la tendenza è quella di allontanarsi rapidamente dalla dimensione del dolore e della sofferenza mentre, invece di fuggirla, bisognerebbe parteciparla.

Una prova drammatica come quella che ha vissuto come interroga la sua ragione, la sua fede e la sua speranza? Che risposta si è dato alla domanda sul perché? Perché tutto questo?

Indagare il perché di quello che è accaduto sarebbe un atto di presunzione. Perché è successo non lo sappiamo, non è nelle nostre possibilità. A meno che non si confonda tutto questo con la spiegazione di un terremoto. Quanto dolore accade ed è puntualmente dimenticato? Io anzi mi considero un privilegiato, perché ho la possibilità di raccontare la mia storia e il mio dramma. Altre persone hanno vissuto, e stanno vivendo, drammi tremendi nel silenzio.

Lei ha detto prima che il Papa conforterà la speranza della gente. Cosa voleva dire?

Il papa non toglierà nulla alle sofferenze della gente, ma porterà un annuncio di speranza. Le sofferenze si stemperano dinanzi certezza della paternità divina e alla speranza che viene annunciata dal Vangelo. La lezione di tutto questo è che nella vita bisogna sempre operare per il bene, e fare il bene, perché Dio ci chiama da un momento all’altro e l’importante è essere in grado di poter stare davanti a Lui.

Nonostante il dramma che sta vivendo, lei dà comunque un’impressione di grande forza.

Mi viene solo dall’accettare la volontà di Dio. Quello che accade lo dobbiamo accettare. Io sono convinto nella fede che tutto ha un senso, e nel momento in cui l’esistenza si pone in questi termini va accettata comunque. Nel lavoro, nella nostra famiglia, siamo sempre stati aiutati dalla Provvidenza, alla quale ci siamo sempre affidati. Se non possiamo comprendere questo evento - e come potremmo? - possiamo soltanto accettarlo. E starci dentro mi fa condividere la situazione di tutti.

tratto da: sussidiario.net

Obama parla di sanità ma metà dell’America non lo ascolta

Giovedì, 10 Settembre, 2009

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Intervista a Mario Del Pero di Roberto Santoro 

Ci sono 46 milioni di americani senza copertura sanitaria, ma sono molti di più quelli che ce l’hanno e vogliono che il sistema resti così com’è. Ecco perché uno dei pilastri del mandato di Obama potrebbe trasformarsi nella sua tomba. Nel frattempo i repubblicani, se pure penalizzati dalla mancanza di un vero leader, tornano a farsi sotto grintosi. Ne parliamo con Mario del Pero che insegna Storia americana all’università di Bologna. 

Sulla sanità Obama ha detto che “è tempo di agire”
Il discorso al Congresso in realtà è stato un discorso al Paese. Obama sta cercando di evitare gli errori commessi dai Clinton nei primi anni Novanta. Fino adesso non aveva gestito direttamente la questione, delegando al Congresso e alle quattro commissioni competenti – soprattutto a quella finanza del Senato – il compito di trovare un compromesso.

Che non è arrivato

Forse ci riuscirà il senatore Bacus in commissione finanza, ma è vero, il Congresso non è riuscito a trovare una via mediana perché è diviso, la maggioranza democratica è molto indisciplinata e poco coesa. Per questo Obama ha deciso di prendere direttamente la questione nelle sue mani rivolgendosi agli americani.

Lo ascolteranno?
Almeno per il momento l’opinione pubblica non sembra disponibile a sostenere i progetti più ambiziosi e radicali che erano stati presentati all’inizio del mandato.

Perché Obama sta incontrando tutti questi problemi?
La sanità americana è un guazzabuglio costosissimo – noi questo aspetto non lo capiamo appieno – un sistema straordinariamente efficace per una parte della popolazione, come il Medicare per gli anziani, che funziona benissimo. In America un docente universitario ha quasi sempre le cure dentistiche gratuite e può essere curato negli ospedali universitari che sono tra i migliori del mondo…

Come dire che a loro la riforma non interessa
C’è un pezzo d’America che è pienamente  soddisfatto dell’attuale sistema sanitario – ed è un pezzo di America che vota (i pensionati, gli anziani, la upper e la middle class) e che pesa politicamente di più. C’è anche un altro pezzo di America che è insoddisfatta e ha mille ragioni per esserlo, e poi c’è un pezzo d’America minoritario ma corposo che non ha nessuna forma di tutela sanitaria – ma sono i poveri disgraziati, quelli che non votano, che non hanno una reale capacità di mobilitazione e di lobbying. Quando noi europei pensiamo al sistema sanitario americano ci sembra una tragedia, in realtà per una buona metà dell’America non lo è, anzi è tutto il contrario.

Sembra un paradosso
E’ un sistema che offre forme di copertura estrema a una parte della popolazione e lascia altri 46 milioni di americani senza nessuna garanzia di essere curati.

Cos’è che non funziona?
La General Motors ha avuto tanti problemi perché, pur di garantire gli standard ottenuti dal sindacato sulla copertura sanitaria, doveva pagare 6.500 dollari l’anno per ogni lavoratore. Così GM ha trasferito parte della sua produzione nello stato dell’Ontario in Canada dove i contributi da versare erano di 800 dollari. L’insostenibilità del sistema sanitario americano è in queste cifre: assorbe il 16 per cento del PIL, quando in Svezia è il 6 per cento. Il sistema non poteva reggere e GM è colata a picco.

La Palin dice che vuole meno “stato”, più mercato, una riforma centrata sul paziente e sui risultati. I repubblicani la spunteranno?
Detta molto rozzamente, i repubblicani hanno sentito l’odore del sangue. Negli ultimi mesi erano stati costretti ad una posizione difensiva e adesso, improvvisamente, si trovano in mano una issue politicamente vincente, anche in vista delle elezioni di mid-term dell’anno prossimo. 

Eppure sembravano disposti al compromesso
All’inizio erano favorevoli a trovare qualche forma di accordo ma poi si sono tirati indietro. Le dico cosa mi ha sorpreso davvero di tutto questo dibattito, che naturalmente è anche una discussione ideologica: nei mesi passati abbiamo visto una amministrazione che interveniva come non accadeva da decenni nella Storia americana, abbiamo visto un presidente degli Usa licenziare l’amministratore delegato di GM, dirgli qual era il tipo di macchine che avrebbe dovuto costruire…

Un’ingerenza del pubblico impensabile negli Stati Uniti degli ultimi decenni

E’ per questo che io ed altri osservatori abbiamo percepito un “cambio di paradigma” culturale: dopo trent’anni di smantellamento e delegittimazione del pubblico – per cui il governo era il problema, non la soluzione – ecco che il pubblico tornava ad essere la risposta giusta. Non mi sarei mai aspettato che il dibattito sulla sanità mettesse in discussione questo nuovo paradigma in corso di costituzione.

L’ex ministro del lavoro di Clinton, Robert Reich, sostiene che Medicare dovrebbe essere ampliato per favorire la concorrenza tra le assicurazioni private
In effetti negli Stati Uniti le assicurazioni private esercitano una condizione di oligopolio, un po’ come avviene in Italia con le RC auto. Il nodo è tutto qui: aprire alla competizione, dare un’alternativa sussidiata – magari non onnicomprensiva nelle forme di tutela che può garantire – ma comunque alternativa. Medicare è una gran bella cosa ma costa tantissimo, non è possibile universalizzarlo perché garantisce cure eccellenti agli anziani e la popolazione americana sta invecchiando.

Se la riforma sanitaria fallisce che succede al sogno di Obama?
E’ un momento molto difficile per il presidente. I democratici si sono dimostrati fragili, privi di una vera leadership congressuale. Reid e la Pelosi non riescono a tenerli a bada. E’ chiaro che il radicalismo di Bush gli ha dato un’unità di facciata che non avevano da molti anni. Ma la vecchia partizione tra democratici conservatori, Blue Dogs, il Sud, i liberal, rimane più attuale che mai.

Insomma una sconfitta sarebbe pagata cara dal presidente
Molto cara, ma ancora di più dai democratici. La prospettiva a questo punto sarebbe una pesante sconfitta nel 2010 e un Obama costretto a governare con una maggioranza fragile. L’unica ragione di ottimismo è che, dall’altra parte, non sembrano emergere grandi figure in grado di opporsi al presidente. Se l’unica voce del Gop è ancora la Palin i repubblicani non andranno molto lontano.

tratto da: loccidentale.it

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