Categoria ‘Finanziamenti’

L’intervento di Gordon Brown nel 2009 sulla crisi economica

Lunedì, 11 Febbraio, 2013

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di Gordon Brown*

Da Rio a Roma e da Lagos a Londra ci troviamo di fronte a una delle più grandi sfide economiche della nostra generazione. In quella che sarà probabilmente definita dagli storici come la prima crisi economica di livello davvero mondiale, le previsioni di crescita per il 2009 sono state ritoccate in quanto vicine allo zero, c’è un crollo del commercio e dei flussi di capitale e si sta estendendo la disoccupazione.

La crisi finanziaria ed economica minaccia l’occupazione e le prospettive delle famiglie di ogni paese e di ogni continente. In tutta Europa, migliaia di persone si trovano improvvisamente senza lavoro e sono sempre più preoccupate per il proprio futuro. Ma si tratta di tendenze internazionali, che hanno impatto anche sui più poveri in Africa, Asia e altrove. Qui la crisi economica significherà fame per altri milioni di persone, meno istruzione e meno servizi sanitari. So che la Chiesa cattolica e il Santo Padre condividono queste preoccupazioni. I paesi più poveri vedono che ogni fonte di finanziamento del proprio sviluppo – esportazioni e domanda di derrate alimentari, commercio e project finance, aiuti, rimesse, flussi di capitale – è stata colpita dalla dimensione e dall’estensione senza precedenti di questa crisi.

Nel Regno Unito stiamo usando ogni mezzo a nostra disposizione perché la recessione sia per quanto possibile breve e poco profonda. Ma la recessione globale richiede una risposta globale, se vogliamo che le nostre misure abbiano successo. Il 2 aprile prossimo il G20 – cioè la riunione dei leader dei paesi più grandi e più ricchi del mondo, che rappresentano oltre i due terzi della popolazione mondiale e il 90 per cento dell’economia globale – si riunirà a Londra per discutere questa risposta.

Riuscirci è di vitale importanza. Altrimenti, la recessione sarà più profonda, più lunga e colpirà un numero maggiore di persone. Se non risolveremo gli effetti della crisi, la Banca Mondiale stima che da oggi al 2015 nel mondo in via di sviluppo altri 2,8 milioni di bambini potrebbero morire prima di aver compiuto cinque anni. È come se l’intera popolazione di Roma morisse nei prossimi cinque anni.

Non ci potrebbero quindi essere ragioni morali più valide di queste. Ma non si tratta più solo di ragioni morali. Questa crisi ci ha dimostrato che non possiamo permettere che i problemi si aggravino in un paese, poiché di riflesso il loro impatto sarà avvertito da tutti. È dunque nostro dovere comune far sì che le esigenze dei paesi più poveri non siano un pensiero secondario, a cui si aderisce per obbligo morale o per senso di colpa. È ora di vedere i paesi in via di sviluppo inseriti nelle soluzioni internazionali di cui abbiamo bisogno. Ed è fondamentale che queste soluzioni internazionali tengano conto dei paesi in via di sviluppo.

La nostra risposta globale deve perciò in primo luogo prevedere finanziamenti maggiori, migliori e più rapidi da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, che possano contribuire a salvaguardare gli investimenti nella sanità e nell’istruzione e a stimolare le economie. Uno stimolo internazionale funzionerà soltanto se avrà davvero carattere globale. Per troppo tempo solo i paesi ricchi sono stati in grado di introdurre capitali nelle proprie economie nei periodi difficili. Questa volta deve essere diverso.

Ho già avviato colloqui con il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e altri organismi per elaborare proposte che, se accolte dal G20, potrebbero immettere miliardi di dollari nelle economie dei paesi in via di sviluppo. Come secondo punto, sono necessarie riforme delle istituzioni finanziarie internazionali per dare più voce al mondo in via di sviluppo, rendendo le istituzioni più efficaci, legittime e sensibili. E come terzo punto, occorre trovare le vie per mobilitare le risorse a salvaguardia dei più poveri, come il Global Vulnerability Fund, che può essere mirato in modo specifico ai più poveri e più vulnerabili.

Per i cambiamenti climatici, inoltre, dobbiamo fare in modo che la crisi dell’economia non ci distolga dal far fronte a quella del clima. Dobbiamo cogliere il momento per garantire investimenti nelle industrie verdi che ci preparino per il futuro, invece di mettere a repentaglio le generazioni che verranno.

Dobbiamo inoltre cercare di mettere in moto il commercio internazionale. Sappiamo che rifugiarci nel protezionismo ci renderà tutti più poveri, ma questo è anche un momento di opportunità. Se sapremo sfruttare lo slancio politico per concludere l’accordo di Doha sul commercio, si valuta che l’economia mondiale potrebbe beneficiarne per 150 miliardi di dollari. La Santa Sede ha sostenuto con forza un accordo commerciale favorevole ai poveri, e io spero che questa voce sia finalmente ascoltata.

Come politico so che quando le religioni mobilitano le proprie risorse, ne viene vivamente avvertito l’impatto. Abbiamo appena assistito al ruolo preminente delle religioni nell’ambito della più larga alleanza formatasi per sostenere gli obiettivi di sviluppo del millennio nell’evento di alto livello dello scorso settembre a New York.

Valori religiosi, come la giustizia e la solidarietà – valori che affermano che i bambini poveri, come quelli ricchi, devono avere accesso a vaccini e medicinali – hanno portato Regno Unito e Santa Sede a sostenere insieme l’International Finance Facility for Immunisation e gli Advanced Market Commitment. L’acquisto da parte del papa nel 2006 del primo bond per l’immunizzazione è stato espressione tangibile dell’impegno comune di Santa Sede e Regno Unito a favore dello sviluppo internazionale. Grazie a questo bond, sono stati raccolti oltre un miliardo e seicento milioni di dollari, e 500 milioni di bambini saranno immunizzati fra il 2006 e il 2015 – portando a cinque milioni i bambini salvati.

Lo scorso 18 giugno papa Benedetto ha sollecitato attraverso il suo segretario di Stato una “risposta efficace alle crisi economiche che affliggono diverse regioni del pianeta” e l’attuazione di “un piano d’azione internazionale concertato volto a liberare il mondo dalla povertà estrema”. Io sostengo questo appello. Il vertice di Londra ad aprile deve vederci rispondere alla sfida.
fonte: Osservatore Romano 19 febbraio 2009  

Abruzzo: Chiodi, Regione che resiste alla crisi. Presto una Fondazione di Comunità.

Mercoledì, 18 Luglio, 2012

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(AGENPARL) - Roma, 18 lug - Risultati lusinghieri nel biennio 2010-2011, una buona tenuta nell’anno nero del 2012 e una ripresa sostenuta nel 2013, a dispetto di un Sud che ancora arranca. E’ questo, in sintesi, il quadro della ripresa economica della Regione Abruzzo che viene fuorti dai dati del Rapporto Svimez che oggi il Presidente Gianni Chiodi ha commentato nel corso di una conferenza stampa alla Camera.
I dati Svimez (Adriano Giannola, Presidente Svimez, primo da destra nella foto) raccontano un Abruzzo che, uscito dal default del 2007 grazie ad una politica di risanamento e di riduzione della spesa pubblica, oggi resiste alla crisi e riacquista il dinamismo che aveva perduto negli anni passati. “Nel 2007 eravamo la Regione più indebitata d’Italia - dice Chiodi snocciolando dati-  e siamo stati in grado di ridurre l’indebitamento del 14%  e di abbassare la pressione fiscale pro capite. Dal 2007 la spesa pubblica è stata ridotta di oltre un terzo, abbiamo diminuito i dirigenti della Regione ed eliminato le comunità montane sul mare”.
E proprio pensando allo sviluppo economico della Regione, Il governatore ha annunciato il lancio di una Fondazione di comunità, un progetto a cui sta lavorando la Commissione sussidiarietà della Regione con “l’obiettivo di superare campanilismo e frammentarietà” che non giovano allo sviluppo dell’Abruzzo.

Fondi sovrani e finanza islamica

Venerdì, 10 Febbraio, 2012

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di Domenico Di Pietro*

La scena finanziaria internazionale con le sue attuali “turbolenze”, vede al centro dell’attenzione da qualche tempo, due fenomeni importanti: i Fondi Sovrani e la finanza islamica. Tecnicamente siamo di fronte a due temi diversi che però a ben guardare possono avere punti contatto dal punto di vista filosofico-religioso e quindi per quanto concerne l’ispirazione delle linee strategiche e operative.
Tra i punti di contatto gli studiosi evidenziano la relazione fra mondo arabo e mondo islamico che molto spesso possono coincidere ma frequentemente sono realtà che non hanno nulla da condividere.

Gli studi e le analisi devono avere il compito di fare chiarezza descrivendo con puntualità le caratteristiche funzionali e strutturali dei fondi sovrani in modo particolare di quelli facenti riferimento a Stati arabi e quelli del variegato complesso di attività finanziarie ispirate alla legge islamica anch’esse localizzate in paesi arabi ma, specie recentemente, anche in altre aree dove risiedono comunità islamiche di origine varia.

Per quanto concerne i Fondi Sovrani, che rappresentano veicoli di investimento di proprietà di governi, creati per gestire e amministrare le disponibilità finanziarie generate da surplus della bilancia dei pagamenti e dalla vendita di materie prime, i dubbi anche di natura politica non sono svaniti del tutto specie perché molti dei Fondi fanno capo a paesi con regimi non sempre democratici e spesso ispirati a obiettivi non completamente in linea con quelli dei paesi dove si svolge la maggior parte dell’attività finanziaria mondiale.
In risposta ai dubbi da parte dei Governi e delle autorità di vigilanza, i manager dei fondi sovrani tengono sempre ovviamente a precisare che i loro i investimenti non sono speculativi e rispondono a logiche di lungo periodo tendendo a massimizzare il valore di portafoglio tramite una corretta ed efficiente diversificazione.
 
Alcuni dei più importanti Fondi Sovrani sono di proprietà di governi arabi le cui strutture legali e commerciali si richiamano in modo esplicito all’Islam. Questa coincidenza tra vita economica e struttura dello Stato richiama alla possibilità che i Fondi Sovrani arabi di cultura islamica vogliano gestire le società acquisite secondo i principi della Sharia’ah, la legge Islamica.

Su questo tema e sulla “capacità di adattamento” - come ha scritto Giorgio Vercellin docente di Storia ed Istituzioni del Vicino Oriente alla Cà Foscari di Venezia - :“nonostante la pretesa di essere legge rivelata da Dio, la Sharia’ah si è storicamente sviluppata ed evoluta adattandosi alle diverse realtà, anche perché essa era al tempo stesso qualcosa di più e qualcosa di meno di ciò che oggi chiamiamo sistema giuridico”. In base, comunque, al Protocollo di Santiago, la risposta alle varie preoccupazioni dei Governi dovrebbe essere negativa. Come scrive e rileva Federica Miglietta - ricercatrice universitaria ed esperta di Finanza islamica -“l’islam è un modus vivendi, compenetrazione tra religione e vita sociale ed economica: l’homo oeconomicus (islamicus), per essere sintetici, agisce sempre secondo la Shari’ah. Per questa ragione, nei paesi islamici esiste una economia religiosa che non ha precedenti nella storia europea e suona esotica alle orecchie degli economisti occidentali”. Di tutte questo, invece, sarà necessario tenerne conto per ragioni strategiche e geo-politiche.

Per quanto concerne nello specifico la finanza islamica, possiamo affermare che si tratta di un fenomeno che ha avuto uno sviluppo vertiginoso e che gli esperti pensano sia destinato a proseguire con forza anche in futuro.
Questo fenomeno è fatto di aspetti di natura economica e finanziaria ma soprattutto di tipo morale.

Certamente rimane centrale il problema del livello e delle modalità di integrazione della finanza islamica nel mondo finanziario tradizionale. Questo per almeno tre ordini di motivi: le conseguenze dei principi religiosi e della interpretazione della legge islamica in rapporto al condizionamento del mondo finanziario; la necessità di standardizzare i prodotti rendendoli concorrenziali nei riguardi di quelli tradizionali; il rischio di perdere l’identità originale. Le attività finanziarie esigono certezze e chiare regole del gioco.
La finanza islamica assume caratteristiche variabili da un caso all’altro, e questo non facilita lo sviluppo delle transazioni, e rappresenta un freno alla mobilità e soprattutto alla liquidabilità degli investimenti della clientela.

Sappiamo ad ogni modo che l’Islam rappresenta uno stile di vita e che non esiste nell’Islam una differenza tra lo Stato, le sue regole, l’economia e la religione: tutto è din-wa-dunya, niente può essere scisso dal Corano. Anche la finanza islamica è basata sul Corano, sui suoi principi e sulle sue prescrizioni. Quindi per ragionare di finanza islamica è necessario liberarsi dall’assioma, tipico della finanza occidentale, secondo cui religione, etica ed economia viaggiano su binari separati. Il pensiero occidentale è in massima parte laico.  L’economia ed i sistemici economici islamici, come detto, sono modellati secondo la Shari’ah, la legge islamica che regola, oltre la religione, ogni aspetto della vita, comprese le questioni economiche. E’ impossibile comprendere l’economia islamica senza delineare l’”ambiente intangibile” islamico, cioè un ambiente dominato dall’ideologia, frutto diretto della religione. Intangibile non vi è dubbio, ma con una importanza che è necessario tenere presente per non essere costretti ad incorrere in errori di prospettiva.
Il Corano detta tutte le regole e le leggi che caratterizzano la vita dell’uomo virtuoso, che per conformarsi al libro sacro, deve osservarne tutti i comportamenti, ivi compresi quelli economici. I fedeli mussulmani, dunque, devono ottemperare nel loro agire, in qualsiasi situazione della vita alle regole coraniche.

Le basi dell’economia islamica si possono sintetizzare in un richiamo costante alla giustizia, alle pari opportunità ed alla ripartizione della ricchezza facendone partecipi i poveri i malati e gli orfani. I principi chiave sono la giustizia e l’equità. Vi è un certo imbarazzo, invece, tra gli stessi economisti islamici nel dover spiegare per quali ragioni alcuni paesi arabi, nei quali vige l’economia islamica, siano caratterizzati da una forte disuguaglianza in termini di reddito tra gli abitanti. Di solito si attribuisce queste disuguaglianze ad un imperfetta aderenza al Corano e si propone una interpretazione dei movimenti “puristi” che predicano il ritorno alle origini della religione.
In campo islamico la ricchezza e lo sviluppo puntano a raggiungere il “giusto rendimento” derivante dallo sviluppo economico, per il miglioramento della società. Il concetto di società e di welfare, in questo contesto è riferito alla Ummah, la nazione mussulmana, ovvero la comunità dei credenti.

Sappiamo che l’Islam incoraggia l’uomo ad utilizzare tutte le risorse che Dio ha messo a sua disposizione; uno scarso utilizzo corrisponderebbe ad un comportamento ingrato nei confronti del Creatore. La ricchezza, ed il profitto che ne consegue, non rappresentano, però un fine, ma solo un mezzo per raggiungere gli scopi alti e puri che la Shari’ah propone all’uomo.
Studiando la finanza islamica è opinione diffusa, ma inesatta, che la religione coranica proibisca il tasso di interesse e che dia origine, da un punto di vista religioso, ad una prohibition driven finance. In pratica ad una finanza basata sulle proibizioni, di tipo interest free. Vi è una critica posta alla finanza islamica che trae origine dalla forma di alcune strutture contrattuali che sembrano dei sotterfugi contabili per contravvenire alle proibizioni e attenersi alle prescrizioni. Qualcuno afferma che si tratta solo di una finanza “di apparenza” o non contenga invece una “sostanza” e, in questa seconda ipotesi, come si spieghino termini come “mark up” oppure “cost plus” che sembrano un sostituto del tasso di interesse mascherato sotto altro nome.

La risposta è da ricercare nel contesto identificato come “situazione di intensità culturale”. In pratica un legame tra comportamenti economici, intenzione e predisposizione mentale, che spiegano quelli che, ad una prima analisi, sembrano solo comportamenti di facciata. Nel diritto mussulmano vige il concetto di “intenzione”, da formularsi mentalmente o espressamente e che vincola il fedele nei propri comportamenti.
I concetti base di cui occuparsi volendo approfondire l’analisi si riferiscono: alle regole relative alla validità dei contratti e al rapporto tra finanza coranica e il tasso di interesse; al concetto di gharar e quindi alla mancanza di conoscenza relativa ad un elemento essenziale della transazione che invalida il contratto; allo schema fondamentale della finanza islamica che è la condivisione dei profitti e delle perdite.
La condivisione dei profitti e delle perdite rappresenta uno dei cardini dell’impianto economico islamico. Si narra che Il Profeta abbia in modo espresso spiegato che si ha diritto al guadagno solo se si è pronti alla condivisione del rischio. In pratica profitto e rischio sono legati. La partecipazione che lega il profitto alle perdite rappresenta il punto focale che distingue un affare lecito (halal) da uno illecito (haram).
Possiamo concludere dicendo che la finanza islamica è di tipo reale e quindi basata sulle combinazioni produttive. Essa si rivolge alla creazione di asset reali. Essa tende a “raccomandare ” più che a proibire.  L’intenzione è quella di tendere a creare un mondo più equo e più solidale.

I concetti fondamentali dell’economia e della finanza islamica ci pongono, comunque, di fronte a riflessioni  importanti. Tariq Ramadan - intellettuale e professore di Studi Islamici a Oxford - scrive che:” si presuppone che il mercato sia in grado di autoregolarsi attraverso l’equilibrio delle forze in libera competizione tra loro, nel tentativo di guadagnare di più, più in fretta e prima degli altri. Si tratta di una illusione stravagante, pari a quella di esigere il rispetto dei diritti democratici in una società che si veda imposto il coprifuoco militare. Bisogna dunque impegnarsi in una ridefinizione dei termini e degli obiettivi alla luce delle finalità superiori: ridefinire l’essenza del benessere, della libertà e della solidarietà intermini diversi da quelli quantificabili e legati alla produttività. Il concetto di sviluppo deve essere integrato in una riflessione più ampia sulla dignità dell’uomo, sul suo equilibrio e sulla sua autonomia di essere e di soggetto”.

* Centro Studi Internazionali Roma

35 miliardi alla ricerca, in Francia

Mercoledì, 16 Dicembre, 2009

nicolas-sarkozy4.jpgIl presidente Sarkozy (nella foto) dice che l’anno prossimo la Francia investirà 35 miliardi di euro nella ricerca, nel sostegno all’università, nella banda larga. Un articolo sul Wsj cartaceo riporta i numeri. Si legge tra l’altro: 11 miliardi all’educazione superiore, 8 miliardi ai laboratori di ricerca, 2,5 miliardi a progetti nelle biotecnologie e nella cura della salute, 6,5 miliardi per tecnologie di risparmio energetico (auto, navi, aerei più puliti), 2 miliardi nella banda larga in fibra, 2,5 miliardi per la digitalizzazione di libri, film e altri beni culturali.

In Francia non pensano che queste cose si possano fare solo dopo la fine della crisi. Pensano che servano per superare la crisi.

fonte: blog.debiase.com

Le Finanziarie regionali. Strumenti di finanza pubblica per l’intervento sul territorio

Lunedì, 23 Novembre, 2009

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Il complesso scenario di sviluppo socio-economico, finanziario, nazionale e internazionale, impone un adeguamento delle strategie e degli strumenti a disposizione delle Finanziarie regionali che siano, però, sempre strettamente funzionali e compatibili con le scelte e le politiche delle autorità regionali, vista la natura delle società, elementi di raccordo tra le esigenze del sistema produttivo e gli interessi economici e territoriali tutelabili dalle Regioni.
Da qui la necessità di comprendere cosa si nasconde dietro il fenomeno delle finanziarie regionali italiane. Lo scopo dell’Osservatorio è quello di analizzarne gli attuali modelli, valutarne gli impatti sul territorio e verificarne l’adeguatezza dei modelli operativi in risposta alle esigenze dello stesso, ricercando dei modelli di sviluppo, puramente teorici o già implementati con successo in altre realtà, che siano consoni alla mission caratteristica di questi istituti.
Nell’ottica di interpretare e anticipare le possibili linee di tendenza dei modelli di business delle finanziarie regionali, lo studio, sulla base di una impostazione metodologica operativa, contiene una identificazione e selezione di tutte le informazioni rilevanti ai fini della mappatura delle realtà indagate.
L’Osservatorio ha inteso verificare le luci e le ombre che si attribuiscono a queste realtà, cercando di fornire risposte a molti dei quesiti che in questi anni hanno animato il dibattito e soprattutto sfatando pregiudizi che non siano argomentati da rilevazioni oggettive.
Il volume rientra nella collana “Capire il Presente”.
Tale collana contiene analisi e rapporti su aspetti rilevanti della realtà socioeconomica italiana ed internazionale.
Essi sono caratterizzati dalla completezza dei dati empirici riportati e dall’originalità delle interpretazioni e soluzioni proposte.

A cura di: Marco Giorgino
Coordinamento Operativo: Elena Bazzanini
Gruppo di Ricerca: Fabrizio Colarossi, Francesca Leone, Elisa Ughetto
Con il contributo di: Filas, FILSE, Finlombarda, FinPiemonte, Friulia, SFIRS
Editori: ETAS

Nove milioni di euro alla provincia di Teramo

Mercoledì, 3 Settembre, 2008

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Nove milioni di euro. A tanto ammonta la quota destinata alla Provincia di Teramo per i Progetti Integrati Territoriali, strumenti scelti dalla Regione Abruzzo e dalle Province per la gestione dei Fondi comunitari 2007/2013 (Por-Fers) . Si tratta di quella parte di finanziamento che l’Europa destina a progetti “economici per realizzare programmi complessi per la valorizzazione delle potenzialità turistiche, culturali ed ambientali e per la competitività dei territori”.

A questa somma si aggiunge quella dei fondi Fas, sempre per il periodo 2007/2013, per gli interventi infrastrutturali; in pratica si tratta delle risorse provenienti dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), circa 854 milioni di euro per l’intera regione Abruzzo. Per l’utilizzo di queste risorse finanziarie, la Provincia, di concerto con la Regione, ha individuato dieci aree di intervento, dieci priorità, all’interno delle quali, definire proposte progettuali da candidare a finanziamento.

Dieci le “priorità” per la destinazione dei Fas:

1. valorizzazione delle risorse umane (istruzione, formazione e lavoro);

2. diffusione della ricerca e dell’innovazione per migliorare la competitività;

3. uso sostenibile delle risorse;

4. inclusione sociale e servizi per la qualità della vita;

5. valorizzazione delle risorse naturali e culturali;

6. reti e collegamenti per la mobilità;

7. competitività dei sistemi produttivi e occupazione;

8. sistemi urbani;

9. rafforzamento della cosiddetta <governance> delle istituzioni locali.

Le linee di indirizzo dei Progetti integrati territoriali sostengono, in via prioritaria, lo sviluppo delle aree interne, con aree di intervento volte a “ valorizzare le specificità e le vocazioni territoriali delle aree montane e gli aspetti sinergici con le aree urbane; azioni integrate per lo sviluppo socio economico delle aree a vocazione turistica e culturale; interventi per favorire la creazione, in coerenza con gli interventi di tutela e valorizzazione delle risorse ambientali e umane locali, di un’offerta turistica relativa ai segmenti culturali e ambientali”.

tratto da: provincia.teramo.it

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