Categoria ‘Libri’

Le regole della libertà. Studi sull’economia sociale di mercato

Giovedì, 22 Luglio, 2010

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È disponibile online l’Annale 2010 del Centro Studi Tocqueville-Acton: “Le regole della libertà. Studi sull’economia sociale di mercato”.

Viviamo tempi difficili, una crisi nella quale siamo talmente immersi che può capitarci di non coglierne i reali contorni. Con l’Annale 2010: “Le regole della libertà. Studi sull’economia sociale di mercato nelle democrazie contemporanee”, il Centro Studi Tocqueville-Acton intende iniziare una riflessione sulle scienze sociali, assumendo come prospettiva teorica l’ordoliberalismo, ovvero quel liberalismo delle regole che sin dalla metà degli Anni Trenta seppe raccogliere intorno ai circoli e all’Università di Friburgo personalità eminenti della resistenza al nazismo. Senza alcun improprio e ridicolo paragone, facciamo nostro uno dei tanti appelli di Luigi Sturzo: “la battaglia per la libertà non ha mai fine”. Per questa ragione, crediamo che anche nel migliore dei mondi possibili (supponiamo che il nostro lo sia) sia indispensabile tenere alta la guardia contro i tentativi di abbattere le istituzioni liberali. Certo, una demolizione che si realizza un po’ alla volta, magari anche con il concorso del sorriso accattivante di qualche bel volto a tutti noto e per questo motivo particolarmente rassicurante. Ebbene, il Centro Studi Tocqueville-Acton, con il presente Annale 2010, offre la propria riflessione sul tema delle “Regole della libertà”, aggredendo le problematiche tipiche dell’ordine sociale sotto il profilo epistemologico, filosofico, economico, storiografico, politologico e giuridico. Ancora, oltre ad una sezione antologica, quest’anno dedicata ad un saggio di Wilhelm Röpke: Presupposti e limiti del mercato, da molti considerato il suo testamento spirituale, al saggio recensione del 1943 di Luigi Einaudi all’opera di Röpke: La crisi sociale del nostro tempo (1943), e alla recensione di un classico del pensiero liberale: The Road to Serfdom di Friedrich A. von Hayek, scritta dal filosofo statunitense Jude P. Dougherty, il Centro Studi Tocqueville-Acton intende dedicare una sezione specifica allo studio del pensiero sociale cristiano, prestando particolare attenzione al Magistero sociale della Chiesa cattolica.

nella foto, Flavio Felice, Presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton

clicca qui per scaricare l’Annale 2010

La “dolce morte” demografica dell’Abruzzo

Venerdì, 16 Luglio, 2010

piero_angela_buona.jpgLa Regione Abruzzo, secondo l’Ufficio di Statistica Europeo (Eurostat), appare una regione in bilico: l’analisi demografica conferma che la struttura per età della Regione ha una tendenza generalizzata al progressivo invecchiamento della popolazione. La situazione è sicuramente preoccupante: dal 1980 al 2004 il tasso di natalità è passato dall’11,5 all’ 8,6 per mille. Questo significa che i bambini che nascono in Abruzzo sono poco più di 8 su mille, mentre le persone che muoiono sono 10,1 su mille. Nel 2004, quindi, la regione ha perso 1,5 abitanti su mille per saldo naturale (circa 2000 in meno complessivamente).

Il Piano Sociale Regionale per l’Abruzzo evidenzia il pericolo di una involuzione demografica dimostrata dal basso tasso di nascita, lieve incremento dovuto all’immigrazione, aumento dell’invecchiamento, diminuzione del tasso di attività e della forza lavoro.

Le più recenti ricerche mostrano che il tasso di natalità incide significativamente sullo sviluppo economico di un territorio: il beneficio sociale prodotto dai bambini è notevole, mentre il ristagno delle dinamiche demografiche è fonte di rallentamento economico e di improduttività. Un bambino in meno, secondo alcuni ricercatori, implica una diminuzione di circa 100.000 dollari sul Pil nell’arco di vita di una persona (Gosta Espin-Andersen, I bambini nel welfare state. Un approccio all’investimento sociale, in La Rivista delle Politiche Sociali, n. 4/2005).

La denatalità crea quindi un evidente ritardo nella sostenibilità a lungo termine dello sviluppo regionale abruzzese.

Consiglio di lettura 

Fra 12 anni l’Italia avrà 10 milioni di giovani e adulti (sotto i 65 anni) in meno e 5 milioni di ultrasessantacinquenni in più. 

Perché dobbiamo fare più figli? Ce lo spiega Piero Angela insieme a Lorenzo Pinna in questo lodevole ed esauriente saggio. Il crollo delle nascite sta mettendo in crisi il Nostro Paese ed anche tutto quanto l’Occidente. Volete saperne di più? Non resta che tuffarsi in una lettura ricca di contenuti, spiegazioni, risposte a insoliti quesiti. Una lettura interessantissima che cattura il lettore pagina dopo pagina, perché nasce il desiderio di saperne sempre di più.
Piero Angela è un grande giornalista, una firma eccellente. Fin dalla fine degli anni ‘70 si è dedicato interamente alla realizzazione di programmi di divulgazione scientifica. Ricordiamo: Quark, Superquark, Ulisse, programma a puntate monografiche riguardanti scoperte storiche e scientifiche. Numerosissimi i suoi programmi televisivi e altrettanto numerosi i libri pubblicati. Nel 2003 gli è stato assegnato il Premio Letterario Internazionale Il Molinello per la divulgazione scientifica.

L’ultimo dossettiano

Lunedì, 12 Luglio, 2010

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di Roberto de Mattei

Il rapporto tra cattolici e comunisti resta la principale chiave interpretativa della storia italiana del Secondo dopoguerra. Questo rapporto fu teorizzato e vissuto da due forti personalità intellettuali, pur tra loro divergenti: Giuseppe Dossetti (1913-1996) e Franco Rodano (1920-1983). Per entrambi il comunismo non fu il nemico, ma l’occasione storica per realizzare il programma sociale cristiano, che essi contrapponevano al sistema capitalistico dell’occidente.

Il compito dei cattolici, secondo Rodano, doveva essere quello di dare dimensione religiosa e metafisica, all’azione politica di Palmiro Togliatti. Dossetti pensava invece che si dovesse agire all’interno della Dc di De Gasperi, “rifondandola” per conquistare lo stato. Il gruppo “catto-comunista”, che faceva capo a Rodano riteneva che marxismo e cattolicesimo dovessero realizzare, nella comune prassi, una nuova idea di Rivoluzione.

Per la sinistra dossettiana, invece, l’idea di “Rivoluzione” era incorporata nella costituzione antifascista, che andava attuata in tutte le sue potenzialità.

All’inizio degli anni Settanta del Novecento, Rodano fu il mentore di Enrico Berlinguer, in cui vide il realizzatore della politica di Togliatti. L’epoca del compromesso storico, tra il 1974 e il 1978, fu quella del maggior successo comunista in Italia e, simultaneamente, della peggior crisi del mondo cattolico, che vide il passaggio del divorzio e dell’aborto, sotto governi a guida democristiana.

La morte, nel 1978, di Aldo Moro e di Paolo VI, segnò però il definitivo naufragio del progetto rodanian-berlingueriano. In quegli anni, don Giuseppe Dossetti, dopo aver abbandonato la politica attiva ed essere stato ordinato sacerdote, viveva in ritiro monastico. Il suo programma, dopo aver trovato un primo interprete in Fanfani e nei teorici della “terza via”, avrebbe conosciuto l’ora di apparente trionfo solo vent’anni dopo, con l’entrata in scena di Romano Prodi, sua creatura politica.

Franco Rodano trovò il suo più rigoroso critico in Augusto Del Noce (Il cattolico comunista Rusconi, Milano 1981); Giuseppe Dossetti lo ha trovato in Gianni Baget Bozzo, di cui è appena uscito postumo, in collaborazione con Pier Paolo Saleri, “Giuseppe Dossetti. La Costituzione come ideologia politica” (Ares, Milano 2009). Il Foglio ha già dedicato a Dossetti ampi articoli di Maurizio Crippa e dello stesso Baget Bozzo. Chi è interessato a meglio comprendere l’influenza esercitata da Dossetti nella società italiana, troverà ora in questo volume nuovi elementi su cui riflettere.

Il pensiero di Dossetti si era in parte alimentato alle posizioni filo-fasciste dell’Università Cattolica di padre Agostino Gemelli. Si trattava, osserva Baget Bozzo, di una interruzione significativa del pensiero cattolico sul diritto naturale (p. 51). Per il giusnaturalismo cattolico, infatti, la legge naturale non può essere assorbita dal diritto positivo dello stato. Il fascismo però produsse nel mondo cattolico l’idea che fosse lo stato il garante naturale della chiesa nella società e l’unica fonte del diritto. Saleri osserva che Dossetti, proprio attraverso la sua esperienza nella Resistenza, capì che nel fascismo c’era un elemento che andava salvato, seppure in forma democratica e antifascista: lo stato che dà forma alla società in chiave anticapitalista (p. 84). Questo stato poteva essere realizzato solo attraverso una stretta alleanza tra i cattolici e le sinistre, in particolare il Pci, in quanto partito capace di dare un senso forte alle istituzioni. “Così il dossettismo appare soprattutto come una connessione nel mondo cattolico, tra la concezione fascista e quella comunista dello stato, nella forma che essa prese in Italia, un paese che doveva rimanere occidentale e in cui il comunismo non poteva prendere il potere in forma rivoluzionaria” (p. 52).

Il ruolo politico di Dossetti è legato a due momenti precisi: il 1948, che vide il giovane “professorino” trasformarsi nel sagace “costituente” che trattò con Togliatti l’articolo 7 della costituzione, e gli anni Novanta, quando l’antico costituente si trasformò in un nuovo “partigiano” della costituzione repubblicana.

In quel momento, dopo il crollo del muro di Berlino, vi era una sola possibilità per i comunisti di cambiare la situazione politica: servirsi della magistratura, che poteva non essere soltanto un potere delle istituzioni, ma anche “un potere sulle istituzioni”.

Per Dossetti l’azione della magistratura corrispondeva alla sua tesi fondamentale, quella per cui la Resistenza era incorporata nella costituzione e le forniva un valore metafisico: l’antifascismo (p. 41). La politica della costituzione antifascista divenne la chiave della legittimità politica dopo la fine dell’egemonia democristiana. I partiti antifascisti, cattolici e comunisti, erano l’essenza della Repubblica costituzionale e la democrazia italiana, secondo Dossetti, si era allontanata, con l’anticomunismo, dall’antifascismo costituzionale. I magistrati erano l’unico potere che non traeva legittimità dal voto popolare, ma dalla costituzione, senza passare attraverso i partiti. Dossetti divenne dunque il garante dell’integrità della costituzione.

Il “gran vecchio” scese dalla Montagna e ritornò sulla scena, promuovendo in tutta Italia i comitati per la difesa della costituzione, per combattere la “democrazia populista” di Silvio Berlusconi, simbolo a un tempo della società borghese e della sovranità popolare che minacciava la costituzione.

La coalizione di sinistra guidata da Romano Prodi, designato a questo ruolo dallo stesso Dossetti, riuscì a vincere le elezioni politiche contro Berlusconi, prima nel 1996 e poi nel 2006. Il ruolo di Dossetti, nelle elezioni del 1996, fu quello di un “contropotere spirituale” rispetto al Vaticano: un monaco che si sostituiva alla chiesa di Roma, assumendo su di sé il ruolo di guida spirituale dei cattolici.

Il cardinale di Milano Carlo Maria Martini fu il suo maggiore alleato. La chiesa fu costretta ad accettare l’uomo di Dossetti, legittimato da Martini, come mediatore tra la chiesa e lo stato (p. 59). Il monaco Dossetti compì in nome del suo potere spirituale ciò che il politico Dossetti aveva tessuto in forma materiale. “Dossetti e Prodi – sottolinea Baget Bozzo – appartengono alla storia religiosa d’Italia, non soltanto a quella politica” (p. 64). “Senza il tocco monastico, il dossettismo pieno e vero, cioè il prodismo, non sarebbe nato” (p. 65). Il gruppo di Dossetti aveva visto nella costituente e nella costituzione un evento rivoluzionario che dava un nuovo fondamento e un nuovo inizio alla società italiana.

Il secondo evento fu il Concilio Vaticano II. Dossetti era convinto che la collusione con il potere della chiesa post tridentina aveva portato alla separazione tra Dio e il popolo. Per riconciliarli, non era sufficiente l’azione politica, ma occorreva una riforma teologica della chiesa. Il libro di Baget Bozzo e Saleri accenna, ma lascia a margine quest’aspetto, che andrebbe integrato con la lettura dell’ampio saggio di Giuseppe Alberigo, Giuseppe Dossetti al Concilio Vaticano II, contenuto nella raccolta di saggi dello storico dossettiano, Transizione epocale.

Studi sul Concilio Vaticano II (Il Mulino, Bologna 2009, pp. 393-504). Dossetti partecipò al Concilio come “esperto” del cardinale Giacomo Lercaro, attorno a cui costituì l’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna di cui lo stesso Alberigo, e oggi Alberto Melloni, sono eredi. Durante il Concilio, Dossetti e il gruppo di Bologna cercarono di spingere la chiesa sulla via del “conciliarismo”, spogliandola del suo Primato Romano. Il tentativo di trasformare in senso “collegiale” il governo della chiesa fallì, ma la scuola di Bologna divenne il centro di diffusione dello ‘spirito del concilio’ cioè di una chiesa, come ricordò Baget Bozzo sul Foglio, del 23 febbraio 2007, liberata dalla monarchia papale e fondata dal governo dei vescovi.

Quando, il 15 dicembre 1996, il monacopartigiano muore, a 83 anni, nella Comunità da lui fondata di Oliveto, accorrono a pregare sulla sua bara il capo dello stato Oscar Luigi Scalfaro e il presidente del Consiglio Romano Prodi. Quest’ultimo, come annota il “Corriere della Sera” del 16 dicembre, afferma di aver perduto in Dossetti “la sua guida spirituale”. Anche il cardinale Martini lo piange definendolo una “figura profetica per il nostro tempo”, e dichiarando di aver avuto in lui “un grande amico e ispiratore”.

Tredici anni della nostra storia sono da allora passati. L’ascesa al Pontificato di Benedetto XVI nel 2005 e la disfatta politica di Romano Prodi nel 2008 sono state svolte epocali che hanno visto l’inesorabile tramonto di un Dossetti profeta politico-religioso, capace di “leggere la storia” e discernere “i segni dei tempi”. Il pensiero di don Giuseppe Dossetti, come quello di Franco Rodano, è oggi archiviato nella storia delle utopie.

fonte:  “Il Foglio” del 22 luglio 2009
 

Le Bon: “Psicologia delle folle”

Martedì, 6 Luglio, 2010

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Gustave Le Bon (1841-1931) scrisse la “Psicologia delle folle” nel 1895. Questo giornalista francese era stato molto colpito dalle folle rivoluzionarie dal 1789 a quelle di Parigi del 1871 e degli anni successivi. Nel 1900 il successo delle idee di Le Bon è stato immenso nelle scienze sociali ed in politica, poiché si fonda su due distorsioni: una di tipo politico (pregiudizio contro le folle) ed una di prospettiva interpretativa (gli atti della folla visti dall’esterno, senza preoccuparsi di coglierne le ragioni).

Nella folla la personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee si orientano lungo una sola direzione, formando così una sorta di anima collettiva. L’anima della folla è formata da un substrato inconscio che accomuna tutti gli individui di una stessa razza o cultura, ma le loro individualità si annullano. La folla è sempre intellettualmente inferiore all’uomo isolato, ha la spontaneità, la violenza, la ferocia, ed anche gli entusiasmi e gli eroismi degli esseri primitivi. “Le folle si possono accendere d’entusiasmo per la gloria e l’onore, si possono trascinare in guerra senza pane e senz’armi”. L’Individuo in folla acquista un sentimento di potenza per il solo fatto del numero di presenti, quindi può facilmente cedere a istinti e compiere azioni che da solo non avrebbe mai compiuto. Inoltre essendo la folla anonima scompare anche il senso di responsabilità, e ogni atto diventa facilmente contagioso, tanto che l’individuo sacrifica il proprio interesse per quello comune. Le azioni delle folle sono un qualcosa di istintivo, perché esse sono completamente dominate dall’aspetto inconscio degli individui. L’assenza dell’aspetto cosciente priva le folle di capacità critica, spingendole ad accettare giudizi imposti e mai contestati, e a farsi suggestionare dalle cose più inverosimili. All’interno di un gruppo, poi, la volontà personale si annulla, e così le persone tendono a ricercare d’istinto l’autorità di un capo, di un trascinatore. La maggior parte degli individui è incapace di auto-governarsi, quindi è da qui che nasce il culto del capo che fa loro da guida. La folla antepone l’istintività al giudizio, all’educazione e alla timidezza, pertanto il “capopopolo” deve presentarsi ad essa con un linguaggio adeguato alla recettività del destinatario.

Pertanto è fondamentale che segua alcuni principi comunicativi.

La semplicità del lessico e della sintassi poiché la folla si presenta per istinto, restia a parole difficili, ai meandri del ragionamento, rifiutando l’esercizio attivo del pensiero;

l’affermazione, che senza alcun dubbio è un mezzo sicuro per far penetrare un’idea nelle folle, deve essere laconica, concisa, categorica, pregnante di significato, sprovvista di prove e di dimostrazioni, tanto maggiore è la sua autorevolezza;

la ripetizione, per penetrare nelle zone più profonde dell’inconscio diventando così una verità inviolabile;

le immagini, il potere di una parola non dipende dal suo significato, ma dall’immagine che essa suscita;

il contagio, “quando un’affermazione è stata ripetuta a sufficienza, e sempre allo stesso modo, si forma ciò che viene chiamata una corrente di opinione e interviene il potente meccanismo del contagio. Le idee, i sentimenti, le emozioni, le credenze, possiedono tra le folle un potere contagioso intenso e ciò fa sì che tali opinioni si radichino maggiormente (teoria della dissonanza cognitiva)” .

Infine non bisogna tralasciare l’azione esercitata dal prestigio di un capo. “Il prestigio è una sorta di fascino che un individuo o una dottrina esercitano sull’uomo, paralizzandone ogni sua capacità critica. Il prestigio può suscitare sentimenti dì ammirazione o di timore, e tende ad essere imitato inconsciamente, determinando una completa sottomissione e accettazione del capo”.

ECDL Health. Sistemi informativi per la sanità

Mercoledì, 16 Giugno, 2010

antonio_teti_ecdl_health.gifECDL Health è una certificazione indirizzata agli utenti dei sistemi informativi sanitari, comprendendo ruolo sanitario, tecnico, professionale e amministrativo, e a studenti universitari di Facoltà di Scienze Mediche, Infermieristiche, Veterinarie, Farmaceutiche, Biologiche, Fisiche e Chimiche. Il test di certificazione ha lo scopo di garantire che i candidati possiedano le conoscenze, specifiche dell’ambito sanitario, necessarie per utilizzare in modo sicuro le applicazioni ICT che trattano le informazioni dei pazienti.

Un apposito Syllabus elenca le competenze da acquisire per sostenere un test teorico-pratico e ottenere la certificazione.

Gli autori hanno realizzato un testo esaustivo che permette a tutti gli operatori del settore di acquisire una padronanza operativa e teorica del sistema informativo sanitario.

La trattazione segue l’ordine degli argomenti presentati nel Syllabus e si focalizza in particolare sulla normativa per la riservatezza e la sicurezza dei dati sanitari, sulla cartella clinica elettronica e sull’integrazione dei flussi informativi e dei processi organizzativi.

Per ogni argomento è prevista una serie di domande con risposta a scelta multipla, corredate dalle soluzioni, per consentire al lettore di acquisire dimestichezza con il sistema di esame e di poter valutare il livello di preparazione raggiunto.

Completano il volume riepiloghi dei punti di maggiore rilevanza per il Syllabus, un glossario dei termini informatici utilizzati e una bibliografia per successivi approfondimenti.

Contenuti

Il Sistema Informativo Sanitario
Il trattamento informatico dei dati nell’azienda sanitaria
Abilità informatiche in sanità: operazioni, criteri, processi
Qualità, standard e controllo nei sistemi informativi sanitari
Concetti e strumenti per il management dei sistemi informativi sanitari

Gli Autori

Antonio Teti è responsabile del supporto tecnico informatico dell’Università di Chieti-Pescara. È, inoltre, docente di Informatica presso le Università di Chieti-Pescara e di Teramo e la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. È presidente onorario della SISIT, Società Italiana delle Scienze Informatiche e Tecnologiche e collabora con AICA per lo sviluppo delle certificazioni informatiche europee.

Giuseppe Festa è docente di Marketing presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Salerno. È, inoltre, vice presidente della SISIT, autore di numerosi lavori scientifici in materia di management sanitario e informatico e consulente per AICA per la certificazione ECDL Health.

Lo scambio tra Cielo e Terra nel libro di Gaetano (Quagliariello)

Giovedì, 27 Maggio, 2010

libro_quagliariello.jpgOgni tanto, una lettura, un articolo, una discussione ma anche un film o un programma televisivo, agiscono su di noi come un catalizzatore e fanno precipitare idee e riflessioni rimaste sospese e magari confuse in un composto più solido e coerente.

Capita, specie ai giornalisti, di passare fasi concitate in cui l’incalzare della cronaca non fa a tempo a sedimentare, non si trova il bandolo della matassa dei giorni che passano ognuno con il suo “titolo” o con la sua polemica; la riflessione non trova spazio e i fatti restano appesi in attesa di essere classificati e compresi. Ma c’è sempre un momento – se si resta vigili – in cui scatta qualcosa e un’ipotesi di senso si fa strada.

A me è capitato leggendo l’ultimo libro di Gaetano Quagliariello, “La Persona, il Popolo, la Libertà – Cantagalli). Debbo ammettere dunque che ciò che si annunciava come un dovere d’amicizia si è rivelato un fenomeno un po’ più complesso. Ovviamente in questi casi non tutto il merito va all’ “agente catalizzatore”, occorre che i componenti siano quelli giusti, la temperatura, la densità, i pesi specifici devono corrispondere alla bisogna. Ma ciò non di meno, senza quella scossa o quella piccola aggiunta la miscela è destinata a rimanere inerte.

Provo in primo luogo ad elencare un po’ degli elementi che nelle settimane e mesi passati avevano attratto la mia attenzione ma che erano rimasti sospesi e scollegati sebbene intuissi che una lettura coerente fosse a portata di mano.

La politica è davvero solo casta, cricca o greppia? E’ possibile che tutto si riduca a rassegnarsi solo al meno peggio, specie quando il peggio è veramente molto molto brutto? Davvero l’unico rimedio a quello che il piatto della politica ci offre in questa temperie è solo l’inquisizione, la punizione, l’intercettazione, la carcerazione. Davvero una volta deciso che il legno storto dell’umanità non si raddrizza l’unica alternativa è un colpo d’ascia? E in mano a chi?

Inutile in questo contesto fare ricorso alla retorica della “buona politica” perché essa si riduce alle evanescenti prediche buoniste di un Walter Veltroni o alle filippiche sanguinarie e vendicatrici di Travaglio, Di Pietro e compagnia. E non ci si salva dalla casta con i buoni sentimenti, le belle canzoni e i pellegrinaggi in Africa, così come non si rimedia alle cricche con le i decreti anti-corruzione e con il maresciallo che tutto ascolta e tutto sbobina.

In questo perverso continuum che va dalla bbona politica veltroniana alla politica poliziesca di Travaglio c’è un punto per la politica e basta?

Pochi giorni prima di prendere in mano il libro di Quagliariello mi era caduto l’occhio su un passaggio del messaggio di Benedetto XVI al Pontifico Consiglio per i Laici lo scorso 21 maggio. Diceva così: “Bisogna recuperare e rinvigorire un’autentica sapienza politica; essere esigenti in ciò che riguarda la propria competenza; servirsi criticamente delle indagini delle scienze umane; affrontare la realtà in tutti i suoi aspetti, andando oltre ogni riduzionismo ideologico o pretesa utopica; mostrarsi aperti ad ogni vero dialogo e collaborazione, tenendo presente che la politica è anche una complessa arte di equilibrio tra ideali e interessi, ma senza mai dimenticare che il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà, chiave di giudizio e di trasformazione”. Riduzionismo ideologico, pretese utopiche, equilibrio, ideali, interessi: c’era dentro più o meno tutto quello che dicevamo appena più sopra. Ma lo dice il Papa, troppo facile.

Poi ho cominciato il libro di Quagliariello che rimescola e indossa questi temi fin dall’introduzione: “Chi immagina il proprio impegno come contributo al bene comune e non come esercizio narcisistico fine a se stesso, deve essere disponibile a sporcarsi le mani; non può tirarsi in dietro di fronte alla sgradevolezza di certe situazioni o alla rude essenzialità di taluni impegni. Ogni tanto però è bene fermarsi; guardarsi indietro e chiedersi se ciò che si è seminato ha dato frutti, se con la propria azione si è tracciata una linea che porta verso qualche destinazione (…)”.

Certo parlare di bene comune suona molto démodé però il termine si riscatta quando si riconosce che la politica non può essere sempre “buona” ma è anche sgradevole e ruvida e la conquista dell’equilibrio è dinamica, è la ricerca di una destinazione.

Quagliariello - ma d’ora in poi lo chiamerò Gaetano – in questo suo libro immagina possibile uno scambio. Come ci si salva dalla perdita di senso, dal farsi travolgere dalla quotidianità ruvida e sgradevole della politique politicienne e magari dal vortice del suo lato oscuro? Dove può trovarsi un deposito di senso, saldo nella tradizione ma reso vivo dalla testimonianza, se non nella bimillenaria saggezza della Chiesa e nella sua esperienza di tutto ciò che è umano. Sarebbe folle e suicida per la politica, per i politici, rinunciare ad affondare le mani in quella disponibile ricchezza per uno scrupolo laicista, per una prurigine illuminista. E non c’è nemmeno bisogno di credere per attingere a quel deposito. Si può – come suggeriva Pascal e come spesso chiede Papa Ratzinger – accettare di comportarsi come se Dio esistesse. Si può come Benedetto VXI immagina, accettare di entrare nel “cortile dei gentili”, quell’ambulacro del Tempio dove si fermano coloro che non hanno il dono della fede ma non temono la nostalgia di Dio e dove si celebra in libertà quel dialogo interiore tra credente e non credente che è inscritto nelle nostre coscienze, persino nelle più nere.

E il Tempio, la Chiesa, che vantaggio trae da questo ansioso rumoreggiare alla sua soglia, col rischio poi che si tratti dei soli e soliti mercanti?

Qualche giorno fa sono stato sorpreso da una notizia, o meglio dalla reazione a una notizia. Tutti i giornali riportavano con gran rilievo la scoperta di Craig Venter il quale era riuscito a creare una cellula vivente in laboratorio. Il tono dei commenti sulla stampa era molto cauto, quasi impaurito. Persino le testate più laiche e “scientiste” maneggiavano la notizia con evidente confusione: non sapevano cosa pensare. Tutti si aspettavano un grido di scandalo dalla Chiesa: avrebbe quello si aiutato a dire il contrario e a celebrare coraggiosamente la scoperta di Venter, come quando di cerca di lanciare un film sul mercato sostenendo che godrebbe della censura del Vaticano.

Invece il cardinale Angelo Bagnasco si è limitato a dire una sola cosa sommessa e questa sì coraggiosa: “Siamo di fronte a un ulteriore segno dell’intelligenza dell’uomo, dono di Dio per meglio comprendere e ordinare il creato”.

Ecco un segno dello scambio di cui parla Gaetano nel suo libro: la Chiesa ascolta. La Chiesta ascolta quel rumoreggiare alla sua soglia, lo interpreta, lo assimila e se ne nutre per tenere viva e attuale la sua parola. La Chiesa si fida dell’uomo e ha bisogno della vicinanza della cose umane e delle cose politiche per non diventare essa stessa troppo umana e troppo politica.

E infatti di scambio si parlava già nella Gaudium et Spes, richiamata da Benedetto all’inizio sua lettera al consiglio per i Laici: ”Allo scopo di accrescere tale scambio, oggi soprattutto, che i cambiamenti sono così rapidi e tanto vari i modi di pensare, la Chiesa ha bisogno particolare dell’apporto di coloro che, vivendo nel mondo, ne conoscono le diverse istituzioni e discipline e ne capiscono la mentalità, si tratti di credenti o di non credenti” (Gaudium et Spes 44).

Lo scambio tra cielo e terra è una chiave di lettura potente che Gaetano applica con efficacia a molti aspetti apparentemente insolubili della vita politica e di quella personale. E’ l’idea che possa esistere una Verità esterna al circuito umano che consente alla politica e ai politici di avere un fondamento elusivo ma suscettibile di continua ricerca. Senza di questo, ricorda l’autore, si rischia di accontentarsi del vacuo moraleggiare dei censori che spesso nasconde peccati peggiori di quelli che vuole estirpare. E magari di tralignare verso il furore giacobino o verso l’assoluto relativismo dei desideri e dei capricci. E senza il riferimento di una vita civile ricca e disposta alla verità e alla sua ricerca, la Chiesa stessa rischia farsi trascinare nel vuoto che ne deriva e di ridursi ad una agenzia morale tra le tante. Esito che non sono pochi a volere. Basterebbe ricordare con quanta foga si pretendeva una censura morale da parte della Chiesa contro Berlusconi e il cosidetto “velinismo” mentre con la stessa foga si pretende di impedire al magistero ecclesiastico di pronunciarsi sui temi della vita, della morte e in definitiva dell’anima.

Il libro di Gaetano porta però l’idea di scambio ad estendersi fino a quella di corrispondenza tra le sfere umane e celesti e semina una proposta che anche si inserisce molto bene nello spirito del tempo e ne aiuta la comprensione.  Come la Chiesa anima e coltiva l’idea di un “cortile dei gentili” altrettanto dovrebbe fare la Politica che è il “tempio” della Cosa Pubblica. Alle soglie di quel luogo ove si celebra la supremazia del “bene pubblico”, i politici di diversa ispirazione, ma animati dalla stessa “nostalgia”, dovrebbero acconciarsi a costruire, tra le tentazioni dei mercanti e la luce di quella lontana ma viva ed esigente santità, le fondamenta di una nuova religione civile.

Gaetano Quagliariello, La Persona Il Popolo La Libertà - Per una nuova generazione di politici cristiani, Cantagalli  (198 ppgg. 12 euro)

autore: Giancarlo Loquenzi

fonte: loccidentale.it

Il volto oscuro dell’ecologia. Che cosa nasconde la più grande ideologia del XXI secolo?

Giovedì, 20 Maggio, 2010

ilvoltooscuro.jpgProprio nel momento in cui si trova a riflettere pubblicamente sulla fine delle grandi ideologie, complice il ventennale della caduta del Muro di Berlino, l’Occidente scopre con inquietudine che se è vero che alcune ideologie politiche sono effettivamente scomparse, uscendo sconfitte in modo definitivo dal palcoscenico della Storia contemporanea, altre sono nate a breve distanza e si diffondono con impressionante rapidità colmando gli improvvisi ‘vuoti’ emotivi politico-culturali e attraendo bacini d’utenza vecchi e nuovi. Si tratta soprattutto di ideologie costruite o rilanciate all’indomani dell’ultima rivoluzione di costume: la rivoluzione culturale del 1968. Il saggio di Laurent Larcher, giornalista del quotidiano francese d’ispirazione cattolica La Croix, si propone di fare luce proprio su una delle più accattivanti tra queste: l’ideologia ecologista, forse la più paradigmatica in assoluto poiché abbraccia un numero impressionante di movimenti, circoli culturali e fondazioni scientifiche segnando in modo originale ciascuno di essi.

Tratteggiare sinteticamente le caratteristiche di questa ideologia contemporanea non è peraltro impresa facile: essa appare infatti come un mondo tutt’altro che chiuso, estremamente fluido e dai contorni piuttosto vaghi. L’Autore sottolinea che si tratta di una vera e propria “galassia” ramificata  in più discipline (scientifica, politica, filosofica, artistica, religiosa) e suddivisa in correnti (ambientalista, utilitarista, Deep ecology) a loro volta composte da gruppi di sensibilità diverse, a volte in contraddizione tra loro. Volendo darne tuttavia una definizione generale di principio Larcher la presenta così: “l’ecologismo riunisce un insieme di convinzioni, di costruzioni intellettuali e di fantasmi che hanno come oggetto gli animali, la natura e la Terra, ma che, in realtà, esprimono in modo implicito o esplicito il rifiuto dell’umanesimo. [Esso] approfitta del fallimento dei grandi sistemi per costituirsi a sua volta in sistema” (pag.9).

Ponendo (invece dell’uomo) l’ambiente, gli animali, la natura e il pianeta al centro della riflessione, l’ecologismo cade nell’antica tentazione olistica, caratteristica delle filosofie panteiste, per rinnovarla in termini contemporanei. Storicamente viene preparato da eventi e fenomeni culturali di aperta rottura della ‘modernità’ come lo spirito libertario del Maggio del ’68, quindi l’animalismo e le utopie di mondi incontaminati e perduti degli anni Settanta, infine la spiritualità orientaleggiante con tinte new-age degli anni Ottanta e Novanta che mira apertamente alla creazione di una nuova civiltà post-cristiana in cui l’uomo non è al vertice del creato ma diventa una parte della cosiddetta ‘biosfera’ (di conseguenza l’ecologia tradizionale viene abbandonata proprio con l’accusa di ‘antropocentrismo’). Si tratta di movimenti che, pur non sistematicamente, “stanno investendo poco per volta tutti i campi del sapere e della pratica. Non trascurano niente, nulla sfugge loro: dalla filosofia al cinema, dalla letteratura alla pubblicità, dalla religione alla politica” (pag. 11). Sono accomunati dal fatto di condividere lo stesso retroterra culturale e tutti, “ognuno a modo suo, destrutturano le fondamenta della nostra civiltà. Per dirla in breve, l’ecologismo è un antiumanesimo verde” (pag. 11). Contro la visione del mondo cristiana l’ideologia ecologista, nelle sue numerose varianti, propone dunque il ritorno a un’ipotetica Età dell’oro in cui tra esseri umani e animali non si rilevano, propriamente parlando, differenze significative. Secondo il fondatore e teorico dell’ecologia profonda Arne Naess infatti, “nessuna specie vivente (incluso l’uomo) può beneficiare più di altre del particolare diritto di vivere e riprodursi”. In Francia, Paese natale dell’Autore, queste idee hanno iniziato a guadagnare terreno dopo la rivoluzione intellettuale degli anni ’60 grazie all’impegno fattivo di uomini come Bordieu, Derrida, Foucault e Lacan e da allora hanno sedotto un numero impressionante di uomini di cultura, opinion-maker, politici. Esemplare è il caso di Renè Dumont: negli anni ’50 combatte la tortura in Algeria, negli anni ’60 milita contro la guerra del Vietnam, abbraccia il maoismo, visita la Cambogia e difende la linea filocinese. A partire dagli anni ’70 fa suo il tema della natura minacciata dal sistema capitalistico occidentale. Nel 1974 è il primo candidato verde a presentarsi a un’elezione presidenziale. Ma tanti altri saranno i casi analoghi che seguiranno quello di Dumont.

Non solo in Francia peraltro, ma un po’ ovunque in Europa, la Contestazione inaugura la nascita dei vari partiti verdi e di un movimento internazionale che con il passare degli anni farà sentire sempre di più la sua voce allevando intere generazioni al ‘culto’ ecologista. Il volto che forse raffigura al meglio questo aspetto del 1968 è Daniel Cohn-Bendit: fondatore dei Verdi in patria, quindi europarlamentare di successo, infine uno degli uomini di punta dell’anticristianesimo che ha caratterizzato in questi ultimi anni talune prese di posizione dell’assise di Strasburgo. Esponente del pride omosessualista, in Francia è noto anche per la ‘sua’ originale idea di legge: “Le leggi sono fatte per permettere di realizzare i propri desideri” (pag. 35).

L’altro aspetto inquietante dell’ecologismo è la deriva utilitaristica che vede nel professore australiano Peter Singer, docente di bioetica a Princeton, l’uomo più rappresentativo: avverso ad ogni antropocentrismo, Singer è il teorico dell’egualitarismo a oltranza tra uomini e animali. Anzi, “scimpanzé, cani, maiali così come i membri adulti di altre specie superano di gran lunga il neonato cerebroleso in quanto a capacità di avere relazioni con gli altri […]. Alcuni neonati gravemente ritardati non potranno mai raggiungere il livello di intelligenza di un cane… quando la vita di un bambino sarà tanto penosa…è meglio ucciderlo” (cit. a pag. 58).    

E’ di tutta evidenza che alla base di questo atteggiamento manca, per dirla con l’Autore, la “scommessa metafisica” (pag. 63). Quando l’uomo si allontana da Dio si allontana inevitabilmente anche dal rispetto autentico della creazione e, quindi dall’ecologia ambientale. Ma ogni vera ecologia ambientale, come ricordava Giovanni Paolo II e ribadito da Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, si costruisce in primo luogo sull’ecologia umana a partire dal rispetto della legge naturale e della difesa della vita. Non può esserci dunque ordine nel creato se non c’è ordine anzitutto nella comunità umana. Oggi come ieri la lezione sembra essere che è meglio dubitare di chi manifesta amore per il creato dopo aver diffuso disordine e sregolatezza nelle relazioni umane. Anche nell’ecosistema dopotutto c’è un piano: negarlo vorrebbe dire alterare gli equilibri di quello stesso ambiente naturale che si dice di voler tutelare.

 autore: Omar Ebrahime

fonte: www.vanthuanobservatory.org

L. LARCHER, Il volto oscuro dell’ecologia. Che cosa nasconde la più grande ideologia del XXI secolo?, Lindau, Torino 2009, pp. 267.  

Giustino Parisse: “Il terremoto di Barbara Summa”

Martedì, 23 Marzo, 2010

giustinoe-benigni.jpgQualche giorno fa un’amica di Onna mi ha dato un libro in cui si parla di terremoto. Eccone un altro (di libro) ho pensato e l’ho cominciato a sfogliare distrattamente. Per farla breve l’ho letto tutto di un fiato fino alle due di notte. Il libro è stato scritto da una giornalista nata a Sulmona, residente per anni a Ofena e  che oggi vive in Olanda dove si è sposata. Si chiama Barbara Summa e il volume si intitola: Statale 17 storie minime transumanti. La scrittrice racconta L’Aquila, Onna, Ofena, Paganica e gli altri paesi colpiti dal terremoto fra la cronaca e la memoria. Sua zia Vittoria Silvestrone, morta il sei aprile, abitava a Onna, in una casa a fianco alla chiesa.  Onna viene descritta in maniera che forse nemmeno noi onnesi sapremo fare.

copertina_statale_17.pngUn bel libro che vale la pena di leggere e che mi rincuora un po’: di Onna e dei suoi luoghi non ci eravamo accorti solo noi che ci abitavamo. E’ una spinta in più per ricostruire presto e bene.

(Nella foto, Giustino Parisse, caporedattore l’Aquila del quotidiano IL CENTRO con Roberto Benigni)

fonte: http://parisse-ilcentro.blogautore.repubblica.it 

L’anima del leader

Domenica, 14 Marzo, 2010

pugni_l__anima_del_leader1.jpg«L’unica persona al mondo che possiamo cambiare siamo noi stessi: per cambiare gli altri dobbiamo cominciare da noi»: questa affermazione di John Miller permette di comprendere il senso e lo scopo di questo libro. Perché non investire su sé stessi per migliorare costantemente, guadagnare in serenità e accrescere la propria professionalità? Il modo migliore per farlo è quello di individuare i propri punti di forza e lavorare sulle aree che richiedono un perfezionamento. Per venire incontro al lettore, l’autore suddivide il mondo dell’attività professionale in capitoli coerenti con l’attuale impostazione del lavoro, partendo proprio dal senso stesso del lavoro, e offre per ognuna di queste aree non solo dei consigli per il miglioramento, ma anche strumenti efficaci e profondi per riflettere su sé stessi. Questa autovalutazione – oggi diremmo self assessment – viene proposta a partire da una serie di citazioni, utili per fornire luci sulla propria attività, tratte non solo dalla odierna letteratura di management, ma soprattutto dalle profondità della saggezza dei santi e degli uomini di spirito. Il saggio è corredato di strumenti che aiutano a rendere molto pratico il percorso di scoperta della propria «anima del leader».

fonte: http://www.ares.mi.it/index.php?pagina=libro&id=418&q=L-anima-del-leader
 

Rob Brown, Public Relations and the Social Web - How to use social media and web 2.0 in communications

Venerdì, 12 Marzo, 2010

public_relations_social_web.jpgIl mondo delle comunicazioni sta cambiando. Iniziato nei circoli accademici negli anni ‘60, il cambiamento ha trovato una sua direzione precisa negli anni ‘90 con il World Wide Web, ed è esploso negli anni 2000 con il web 2.0. I nuovi social network stanno rivoluzionando il modo di comunicare, trasformando i nostri tradizionali modelli di dialogo.

Questo libro analizza come questi modelli di comunicazione stiano cambiando e cosa questo significhi per i professionisti della comunicazione operanti nei diversi settori di business.

Recensione
di Mario Bucchich

Il Web 2.0 sta aprendo agli utenti della Rete la possibilità di condividere contenuti, siano essi video, audio, testi o immagini.

Si sta attuando il trasferimento del controllo di internet, e quindi della piattaforma di comunicazione, da pochi a tanti.

Il libro esamina le nuove modalità di gestione emergenti delle Public Relations in un contesto digitale, e mostra come le campagne di pubbliche relazioni “digitali” possano essere indirizzate.

Uno strumento fondamentale per chi opera nel mondo della comunicazione e delle PR per comprendere ed indirizzare le dinamiche del cambiamento.

fonte: casaleggio.it

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