Categoria ‘Zibaldone’

Israele: quello che la stampa non dice

Lunedì, 22 Settembre, 2014

vittorio_dan_segre.jpg

di Dan Segre

La commissione parlamentare – creata a Gerusalemme per analizzare le cause e la condotta dei vari responsabili della guerra di Gaza – ha incominciato, come doveroso in ogni libera democrazia, a fare il suo lavoro. In concomitanza, una tregua raggiunta con l’apporto dell’Egitto ha fatto scoppiare sui media locali e esteri la guerra delle chiacchiere, accompagnate dalle solite previsioni per il futuro: chi sarà il prossimo primo ministro? Netanyahu ha annunciato la sua volontà di ripresentarsi: anche se le prossime elezioni sono previste fra due anni, si è già candidato e, come ovvio, vincerà o perderà. La giostra delle inutili speculazione è incominciata, mentre la stampa sembra ignorare tre questioni fondamentali:

La prima chi sarà vivo o morto domani mattina. Mi ricordo che nel 1969 fui invitato ad assistere ad un dibattito fra i massimi esperti del Medio Oriente e dell’Egitto con Nasser dopo che era stato battuto, ma popolarmente rimesso al suo posto dala guerra del 1967. La riunione si teneva nel piccolo anfiteatro dell’Istituto Van Leer a Gerusalemme. Fu un tripudio di idee, ipotesi, indagini sociologiche, ecc. Sino al momento in cui un noto professore di Harvard intervenne con questa semplice domanda: e se Nasser morisse? Uno scoppio di ilarità accolse l’ipotesi, specie da parte dei generali e diplomatici. (Come nella risposta di Laplace a Napoleone che gli chiedeva dove mettesse Dio: “ Non è un’ipotesi che mi interessa”). Nasser morì poco tempo dopo e la sua scomparsa cambiò il corso degli avvenimenti nel Medio Oriente.

La seconda questione, qualunque cosa ne pensino gli esperti, riguarda Hamas. Non essendo uno stato ma un movimento di Resistenza, sopravvivere significa vincere.

La terza questione, storicamente e socialmente inspiegabile, sino a quando arabi, palestinesi, antisemiti, liberali di sinistra, continueranno “costituzionalmente” e praticamente a voler distruggere lo stato di Israele opereranno per il suo rafforzamento, sviluppo e successo (per lo meno militare e socioeconomico). Ci è stato solo uomo che comprese questo paradosso. In un discorso tenuto nel 1964 dal tunisino Habib Bourguiba, davanti ai profughi palestinesi a Gerico, disse “Se volete distruggere Israele, fate pace con lui”. L’indomani l’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche. Il resto è storia e commenti.

La guerra d’Indipendenza di Israele ne ha permesso la sopravvivenza fisica. Fu vinta da una popolazione ideologicamente impegnata, con solide strutture pre statali e una percentuale di vittime ( parte reduci dai campi di sterminio) in 18 mesi pari a 5 anni delle perdite della Francia nel primo conflitto mondiale. Poi ci fu la cacciata degli ebrei dai paesi arabi che rinforzò demograficamente Israele (l’aggiunta di un milione di cittadini di lingua araba) distruggendo le élite economiche, finanziarie e culturali e la classe media in Iraq, Egitto, Siria, Libia, in parte in Marocco di cui si vedono oggi le conseguenze. L’ottusità, l’antisemitismo sovietico unito alla stupidità dei partiti comunisti e delle élite europee, portarono in Israele oltre un milione di specialisti, scienziati, educatori “prefatti” alle spese dei paesi di provenienza che hanno trasformato Israele in un centro di high tech mondiale. Se all’inizio di questo secolo molti davano per morta l’avventura sionista con una crescente emigrazione israeliana all’estero (una delle comunità ebraiche più popolosa è quella degli Israeliani installatisi a Berlino), alla fine di questo anno l’immigratorio in Israele è stata più alta grazie alle migliaia di ebrei francesi che cercano sicurezza nello stato ebraico portandosi dietro un bagaglio di cultura, finanza, tecnologia inimmaginabile solo tre anni fa.

La guerra di Gaza non ha diminuito la popolazione israeliana, semmai l’ha aumentata coi riservisti venuti dall’estero. Nelle chiacchere giornalistiche Israele, “stato apartheid”, incomincia a scricchiolare di fronte alle minacce di un boicottaggio economico diplomatico, politico internazionale. Forse, dal momento che i governanti israeliani sono abituati a sprecare le opportunità che gli avvenimenti offrono loro.

Una cosa è certa: la guerra di Gaza oltre a rinforzare la compattezza interna sta facendo prendere coscienza delle vere debolezza israeliane: mercato interno troppo piccolo, ingiustizia sociale, basso livello di educazione scolastica, impedimenti linguistici e soprattutto una smoderata fiducia nella capacità tecnologica militare di sostituire la fantasia e l’inventiva umana.

Dove porterà tutto questo? Impossibile immaginarlo anche a causa degli sconvolgimenti internazionali e del crollo della leadership americana. In fondo, come diceva l’economista Keynes, alla fine saremo tutti morti. È vero, ma la scelta di come vivere dipende solo da noi perché come insegna la “scienza della Kabbalah” tutto dipende dal passaggio volontario, in ciascuno di noi, dell’egoismo all’altruismo. Dall’Ego all’Altro e chissà per quanto tempo ancora dal sostegno dei suoi nemici.

fonte: Il Giornale

data: 9 settembre 2014

Lettera sull’Abruzzo scritta da Ennio Flaiano a Pasquale Scarpitti il 18 novembre 1971

Lunedì, 16 Giugno, 2014

ennio_flaiano.jpg

Caro Scarpitti,

adesso che mi ci fai pensare, mi domando anch’io che cosa ho conservato di abruzzese e debbo dire, ahimè, tutto; cioè l’orgoglio di esserlo, che mi riviene in gola quando meno me l’aspetto, per esempio quest’estate in Canada, parlando con alcuni abruzzesi della comunità di Montreal, gente straordinaria e fedele al ricordo della loro terra. Un orgoglio che ha le sue relative lacerazioni e ambivalenze di sentimenti verso tutto ciò che è Abruzzo. Questo dovrebbe spiegarti il mio ritardo nel risponderti; e questo ti dice che non sono nato a Pescara per caso: c’era nato anche mio padre e mia madre veniva da Cappelle sul Tavo. I nonni paterni e materni anche essi del teramano, mia madre era fiera del paese di sua madre, Montepagano, che io ho visto una sola volta di sfuggita, in automobile, come facciamo noi, poveri viaggiatori d’oggi. Io ricordo una Pescara diversa, con cinquemila abitanti, al mare ci si andava con un tram a cavalli e le sere si passeggiava, incredibile!, per quella strada dove sono nato, il corso Manthonè, ora diventato un vicolo e allora persino elegante. Una Pescara piena di persone di famiglia, ci si conosceva tutti; una vera miniera di caratteri e di novelle che, se non ci fossero già quelle “della Pescara”, si potrebbe scavare. Ma l’ipoteca dannunziana è troppo forte, bisogna aspettare un altro poeta, e forse è già nato. Ciò che mi ha sempre colpito nella Pescara di allora era il buonumore delle persone, la loro gaiezza, il loro spirito. Tra i dati positivi della mia eredità abruzzese metto anche la tolleranza, la pietà cristiana (nelle campagne un uomo è ancora “nu cristiane”), - la benevolenza dell’umore, la semplicità, la franchezza nelle amicizie; e cioè quel sempre fermarmi alla prima impressione e non cambiare poi il giudizio sulle persone, accettandole come sono, riconoscendo i loro difetti come miei, anzi nei loro difetti i miei. Quel senso ospitale che è in noi, un po’ dovuto alla conformazione di una terra isolata, diciamo addirittura un’isola (nel Decamerone, Boccaccio cita una sola volta l’Abruzzo, come regione remota: “Gli è più lontano che Abruzzi”); un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne che non è possibile ignorare, monumentali e libere: se ci pensi bene, il Gran Sasso e la Majella sono le nostre basiliche, che si fronteggiano in un dialogo molto riuscito e complementare. Tra i dati negativi della stessa eredità: il sentimento che tutto è vanità, ed è quindi inutile portare a termine le cose, inutile far valere i propri diritti; e tutto ciò misto ad una disapprovazione muta, antica, a una sensualità disarmante, a un senso profondo della giustizia e della grazia, a un’accettazione della vita come preludio alla sola cosa certa, la morte: e da qui il disordine quotidiano, l’indecisione, la disattenzione a quello che ci succede attorno. Bisogna prenderci come siamo, gente rimasta di confine (a quale stato o nazione? O, forse, a quale tempo?) – con una sola morale: il Lavoro. E con le nostre Madonne vestite a lutto e le sette spade dei sette dolori ben confitte nel seno. Amico, dell’Abruzzo conosco poco, quel poco che ho nel sangue. Me ne andai all’età di cinque anni, vi tornai a sedici, a diciotto ero già trasferito a Roma, emigrante intellettuale, senza nemmeno la speranza di ritornarci. Ma le mie “estati” sono abruzzesi, e quindi conosco bene dell’Abruzzo il colore e il senso dell’estate, quando dai treni che riportavano a casa da lontani paesi, passavo il Tronto e rivedevo le prime case coloniche coi mazzi di granturco sui tetti, le spiagge libere ancora, i paesi affacciati su quei loro balconi naturali di colline, le più belle che io conosco. Poco so dell’Abruzzo interno e montano, appena le strade che portano a Roma. Dico sempre a me stesso che devo tornarci a “vederlo”. Non certo per scriverne, scrittori abruzzesi che possono dirci qualcosa dell’Abruzzo d’oggi non mancano, io indulgerei un po’ troppo nella memoria, non so più giudicare, capisci quello che voglio dire? O forse, chissà… questa lettera che mi hai cavato con la tua dolce pazienza non volevo scriverla, per un altro difetto abruzzese, il più grave, quello del pudore dei propri sentimenti. Non farmi aggiungere altro, statti bene e tanti saluti dal tuo,

Ennio Flaiano

Presidente Renzi ancora, ancora, l’Italia deve tornare sul Don.

Mercoledì, 4 Giugno, 2014

victor_ciuffa.jpg 

di Victor Ciuffa*

Proprio in questi giorni il fiume Don ci sta procurando una serie di preoccupazioni a causa della pretesa dell’Ucraina di staccarsi dall’alleanza con la Russia e di aderire all’Unione Europea, diventata ormai il «refugium peccatorum». Il rifugio di popolazioni che per oltre 70 anni di storia non hanno creato nulla, hanno vivacchiato protette da Stati e regimi autoritari mentre noi abbiamo lavorato sodo per tutta la vita e, grazie al lavoro e ai sacrifici, abbiamo, con gli altri Paesi dell’Europa Centrale, creato un’Eden, un Paradiso terrestre oggi invidiatoci ed agognato da tutto il Terzo Mondo. Tanto che dobbiamo continuare a caricarci sulle spalle tutto il peso non solo delle nostre nuove popolazioni via via abituatesi al benessere da noi creato ma al cui mantenimento non vogliono contribuire, pretendendo solo di avere diritti, tutti i diritti compreso quello di non lavorare, grazie alla protezione mafiosa più che all’assistenza di associazioni sindacali che li sfruttano ulteriormente, non gli fanno produrre nulla ma solo pretendere. Ricordiamo il Don, almeno quei pochi che lo ricordano, che significò per l’Italia e per gli italiani la più grande illusione e tragedia vissuta negli ultimi secoli a causa non tanto e non solo di politici inaccorti come Benito Mussolini, ma dei suoi sostenitori, del suo entourage di vigliacchi, buffoni e traditori, di gente che ad esempio, come Achille Starace, dopo aver obbligato gli italiani anche più sensati e di buon senso alle peggiori buffonate pubbliche, il giorno della caduta della Repubblica di Salò, mentre il suo Duce finiva fucilato e appeso a Piazzale Loreto, continuava a circolare per Milano ad allenarsi in quello che oggi è il cosiddetto footing. Non possiamo avere pietà per i gerarchi fascisti vittime di quella tragica stagione, non possiamo non approvare l’unico sistema messo in atto dagli italiani, cioè dai partigiani, di eliminare fisicamente una classe politica che aveva comandato e rubato per oltre vent’anni; non sarebbe stato possibile cambiare altrimenti la classe politica, come fecero i partigiani, talvolta a torto ma comunque quasi sempre a ragione. Altrimenti i gerarchi, i federali, i consoli della Milizia Volontaria Nazionale non sarebbero mai scomparsi, si sarebbero sempre riciclati, come è avvenuto alla caduta della prima Repubblica, a quella di Bettino Craxi e, attualmente, a quella di Silvio Berlusconi. Anche questo vittima, come Mussolini, della propria ingenuità, della propria convinzione di superiorità, e che si è circondato di mediocri, incapaci e traditori pronti ad abbandonarlo come è accaduto e tuttora accade; ma è anche vero che non ha fatto crescere persone intelligenti e preparate. Il Don fu la linea della sconfitta, del disonore totale per l’Esercito italiano e per tutta l’Italia, che aveva inviato ben 230 mila uomini a sostenere le forze tedesche contro la Russia perché Hitler aveva aiutato le forze italiane nella sfortunata campagna d’Africa. Tra pene, stenti immensi, neve, gelo, fango, acqua, offensive nemiche, lunghe marce a piedi, riuscirono a tornare solo 114.520 militari; Renato Moscatelli, un giovane di Monte Compatri più grande di me, trascorse 33 giorni su una tradotta militare per arrivare a Roma. E poi tutte le conseguenze della guerra perduta, di città bombardate, ferrovie, porti, aeroporti, industrie distrutte: povertà, fame, disoccupazione, cappotti fatti con coperte militari, abiti rivoltati, cioce ai piedi, palazzi sventrati, montagne di macerie. A Frascati bombardata l’8 settembre 1943, mi arrampicavo con una ragazzetta dietro lo scheletro della facciata di un palazzo rimasta in piedi dinanzi alla Cattedrale di San Pietro, e ascoltavo i discorsi della povera gente nella piazza illuminata da una sola, fioca lampadina elettrica. Nel bombardamento era rimasto sepolto in un rifugio, con tutta la famiglia, Mercanti, il mio compagno di banco, figlio d’un sarto. Eppure c’era una grande frenesia di lavorare, fare, sgombrare le macerie, ricostruire, produrre, inventare servizi necessari come i trasporti con le camionette, riparare ingegnosamente mezzi lasciati dagli americani, raccogliere cicche, estrarne il tabacco, ammucchiarlo su banchetti, venderlo per farne schifose sigarette con cartine. E che necessità c’è di enumerare ancora i grandi sacrifici fatti con entusiasmo, abnegazione e solidarierà umana negli anni successivi, subiti anche da noi studenti con impegno straordinario nello studio? In appena una dozzina di anni avevamo ricostruito l’Italia, realizzato grandi infrastrutture, portato l’industria pesante ai primi posti nel mondo. Che significa tutto questo discorso, questo ricordo? Che abbiamo dimenticato tutto. Che la tragedia del Don ripropostaci dalle pretese di due parti un tempo fra loro alleate ci riporta alla nostra italianità vera, esclusiva, ai caratteri e ai valori della nostra popolazione millenaria. C’è una grande crisi mondiale che dura da 5 o 6 anni? Dobbiamo fare sacrifici, dimenticare per un po’ il Paradiso terrestre, rimboccarci le maniche. Che ci ricorda il fiume Don? Gli immensi sacrifici dei nostri giovani, morti abbandonati nel gelo, la voglia di riprendere la vita, lavorare, rinunciare a privilegi, prebende, guadagni eccessivi. Non è più possibile che milioni di dipendenti pubblici protetti dai sindacati che li sfruttano assorbendo una parte cospicua dei loro guadagni senza arrecare loro, almeno ora, alcun miglioramento, continuino a beneficiare di questa situazione di arbitrio, corruzione, approfittamento, furto e rapina a danno dei veri, genuini, storici cittadini italiani. Bisogna interrompere la sequenza, fare un break, avviare una pausa. Basta aiuti a chi non ne ha bisogno, basta stipendi da nababbi e organizzazioni mafiose da Alì Babà e dai 4 milioni di ladroni. Bisogna tornare spiritualmente al Don, a quell’atmosfera, a quei valori. Pochi sopravvissuti ricordano quell’Italia, ma non è detto che i giovani, perché non hanno vissuto tanti sacrifici ma siano cresciuti nell’Eden, non capiscano e non vogliano sacrificarsi. Sono convinto che non aspettano altro che scagliarsi contro gli Alì Babà sparsi in tutte le pubbliche amministrazioni d’Italia, anche nella magistratura. Il presidente Renzi deve andare avanti, tagliare, ridurre, senza farsi impressionare da manovre, inganni, talk show che vanno di colpo aboliti perché diffondono malcostume, inganno, sotterfugi, truffe e tradimenti.

*Direttore Specchio Economico

fonte: specchioeconomico.com
 

“La Repubblica italiana porta nel suo dna la paura che qualcuno abbia ed eserciti il potere”.

Giovedì, 22 Maggio, 2014

davide_giacalone.jpg 

di Davide Giacalone 

Gli italiani non sanno votare. A Silvio Berlusconi capita spesso di dare voce, in modo diretto e talora esagerato, a quel che molti pensano e non osano dire. Il leader di Forza Italia considera tale incapacità (addirittura retrodatandola al 1948, che è cosa singolare, dato che quel voto fu di segno opposto) come la propensione a disperdere il voto fra i piccoli partiti, senza consegnare la maggioranza a uno solo e, quindi, mettendolo in grado di governare. Ma eguale sfiducia, nelle capacità degli italiani, si trova in molte analisi e parole della sinistra, sempre pronta a sostenere che se non prende la maggioranza dei voti è perché gli elettori si sono fatti abbindolare da altri. Come se gli italiani fossero tutti minorenni, o minorati. Il lato interessante di questa teoria consiste nel fatto che è priva di fondamento. E’ falsa. E’ la classe dirigente, semmai, a essere incapace.

Non è vero che negli Stati Uniti esistono solo democratici e repubblicani. Più di una corsa alla Casa Bianca è stata determinata dalla presenza di altri candidati, fuori dai due partiti, che hanno “rubato” voti a chi altrimenti sarebbe stato eletto. In Gran Bretagna sia Margaret Thatcher che Tony Blair giunsero a prendere meno del 30% dei voti, quindi meno di quel che in Italia è insufficiente a potere governare da soli. E numerosi sono gli elettori inglesi che hanno votato per candidati indipendenti o partiti che non sono mai entrati in gara o si sono ritrovati con rappresentanze parlamentari striminzite (rispetto ai voti, non pochi). Nella stessa Germania i governi di coalizione, e talora (come oggi) di grande coalizione, quindi composti dagli avversari, sono la regola, perché è raro che gli elettori diano la maggioranza a uno solo. Per non dire della Francia, dove ripetutamente il presidente, eletto direttamente, s’è ritrovato senza maggioranza in Parlamento. E così via. Gli italiani, quindi, non sono più incapaci o meno avveduti di altri. E’ che da noi gli eletti, i partiti politici, le maggioranze parlamentari non sono riuscite a stabilizzare un sistema elettorale e istituzionale che, a parità di dispersione dei voti, restituisse la stabilità e la continuità che altrove è la regola. Ci sono diverse ragioni, per cui questo è accaduto, ma darne la colpa agli elettori è solo una scusa. Patetica.

La Repubblica italiana porta nel suo dna la paura che qualcuno abbia ed eserciti il potere. E’ un tremore che si riproduce non solo in ambito parlamentare. Tale paura ha generato un vizio: pur di vincere si assemblano coalizioni che contengono i futuri traditori. O, se si vuol dirla in maniera diversa, in ciascuna coalizione si arruolano i rappresentanti degli interessi che dopo saranno contrapposti. Le ragioni storiche sono molteplici, non sto qui a ripeterle. La ragione politica è una: la maggioranza assoluta degli elettori italiani porta il proprio voto, a destra o a sinistra, a soggetti riformisti, ma questi sono incapaci di coalizzarsi fra loro per consolidare un sistema (magari presidenziale e maggioritario) capace di tirare fuori il Paese dall’immobilismo. Il tentativo è stato fatto più volte, ma è sempre abortito per egoismi e miopie. Oppure fanno accordi che nascono sotto stelle furbesche, miranti non a governare l’Italia, ma a far fuori i concorrenti.

Ora, se si sostiene che questa Italia politica è figlia legittima dell’Italia elettorale, divenendo a sua volta genitrice dell’inconcludenza istituzionale, si sostiene una tesi triste, ma veridica. Se, invece, si sostiene che avremmo una classe dirigente fantastica, ove solo gli elettori non fossero svagati, si sostiene una tesi onirica e tarocca. Per chi volesse togliersi il dubbio è sufficiente seguire il dibattito (ammesso che possa definirsi tale) sull’Unione europea e sull’euro, dove il propagandismo e la rozzezza fanno a gara a chi dice la bischerata più grossa. Con l’aggravante che al medesimo partecipano opinionisti e professori, anch’essi esibendo più sé medesimi che non i loro studi (ammesso ci siano). Poi guardi i sondaggi d’opinione e scopri che gli italiani sono più ragionevoli di tanti titoli strillati. No, direi che il problema non sono gli elettori, ma il fatto che si presenti loro una competizione fra idee e persone di trascurabile spessore.

data: 13 maggio 2014

fonte: davidegiacalone.it

“Abruzzo 2020 Sanità Sicura”

Martedì, 28 Gennaio, 2014

 netanyahu_chiodi.jpg

di Gabriele Rossi*

In seguito al devastante terremoto del 6 aprile 2009 che ha colpito l’Abruzzo, anche lo Stato di Israele come molti governi nel mondo, hanno fatto pervenire la loro disponibilità all’aiuto per la ricostruzione de L’Aquila e dei paesi del cratere sismico. Gli israeliani apprezzarono in modo particolare la capacità del sistema sanitario regionale di rispondere alle innumerevoli emergenze della fase immediatamente successiva al terremoto e poi, nei mesi seguenti, all’assistenza alla popolazione nelle condizioni disagiate, soprattutto nei campi delle tendopoli, nonostante la Regione non fosse dotata di un documento ufficiale che regolamentasse la Rete di Emergenza-Urgenza, a distanza di circa vent’anni dall’emanazione del DPR 27 marzo 1992 “Atto di indirizzo e coordinamento alle Regioni per la determinazione dei livelli di assistenza sanitaria di emergenza” e a quasi dieci anni dalle “Linee Guida su formazione, aggiornamento e addestramento permanente del personale operante nel sistema di emergenza urgenza” pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 196 del 25 agosto 2003.
Il Commissario ad acta alla Sanità Gianni Chiodi, nel piano di risanamento dell’intero sistema, nello scorso febbraio ha emanato un Decreto per il riassetto della Rete di Emergenza-Urgenza del Sistema Sanitario Regionale. Il Decreto riscontra tra le criticità la “mancanza di un programma di formazione e aggiornamento omogeneo, diffuso a tutti gli operatori della rete di emergenza”. Pertanto, ha ritenuto opportuno pervenire ad un accordo tra Regione Abruzzo e Ministero della Sanità dello Stato di Israele per favorire la cooperazione in ambito sanitario a partire proprio dal campo delle emergenze sanitarie, cure intensive e traumi.
Il 1°giugno us, in seno all’Agenzia Sanitaria Regionale, si è insediato un Gruppo di lavoro formato da due docenti universitari delle facoltà di medicina degli atenei abruzzesi di L’Aquila e Chieti-Pescara, da quattro referenti dei direttori generali delle ASL della Regione e dal sottoscritto manager coordinatore di progetto, per l’elaborazione di un Programma di formazione triennale – a partire dal 2014 - che prevede corsi di formazione in Abruzzo e in Israele per gruppi selezionati di medici e infermieri del sistema abruzzese di emergenza-urgenza (DEA e 118) denominato “Abruzzo 2020 Sanità Sicura”, propedeutico ad un programma permanente, stabile e duraturo - in collaborazione con le facoltà di medicina delle università abruzzesi - come dalle linee di intervento del succitato Decreto sulla Rete di Emergenza-Urgenza.

L’Ambasciatore dello Stato di Israele in Italia SE Naor Gilom, è stato invitato dal Commissario e Presidente della Regione Gianni Chiodi a l’Aquila e, successivamente, il 15 luglio us a Pescara, per comunicare ufficialmente il comune intento di dare corso all’accordo di cooperazione in sanità.
La copertura finanziaria dell’intero Progetto “Abruzzo 2020 Sanità Sicura” è a carico – equamente ripartita - delle quattro Aziende Sanitarie Locali, rispettivamente ASL1 Avezzano-L’Aquila-Sulmona, ASL2 Lanciano-Vasto-Chieti, ASL3 Pescara-Penne e ASL4 Teramo.

*Project Manager ”Abruzzo 2020 Sanità Sicura” 

Niente cambia perché tutto cambi

Martedì, 15 Ottobre, 2013

debiase.jpg 

di Luca De Biase 

La politica politicante ha impedito a una giornata storica di esserlo fino in fondo. E il sistema di ricatti personalistici che ha bloccato il paese per molto tempo non è scomparso. Il voto di ieri non ha cambiato il quadro. Ma il contesto di significati nel quale si inserisce, invece, è effettivamente trasformato. Si è aperta la strada per una stagione nuova. Non è cambiata la forma, ma è cambiata la sostanza.

Stefano Rodotà scrive oggi un pezzo importante sulla Repubblica (non trovo il testo online). La sua proposta è quella di scrivere un’agenda di riforma che parta dalla legge elettorale e arrivi al ricentramento delle attività politiche nell’alveo delle istituzioni: «La politica non è morta ma rischia di essere coltivata fuori dai luoghi istituzionali» scrive. Ed è proprio vero. Salvo il “rischia” che appare piuttosto certo e verificato: la politica fatta in tv con istituzioni trasformate in luoghi usati per svolgere attività private non è un rischio ma una realtà, in molti casi, in Italia. E giustamente Rodotà sostiene che è ripartendo dalle istituzioni come luogo della politica che si possono affrontare i temi che contano: lavoro, diritti, beni comuni, rete di telecomunicazioni, rete idrica, diritto d’autore e pubblico dominio, eguaglianza sociale.

Le istituzioni sono il bene civico essenziale. La costituzione garantisce la repubblica, la cosa di tutti noi. E solo a partire dal rispetto di ciò che abbiamo in comune possiamo dividerci a discutere sulle scelte alternative che le diverse opinioni conducono a proporre.

I personalismi privatizzano la politica, snaturandola in profondità. Aprono la strada alla legittimazione della corruzione, dell’evasione fiscale, dell’illegalità. Abbattono la credibilità delle istituzioni riducendo al lumicino quello che i cittadini hanno in comune costringendoli a rintanarsi nelle opposte fazioni, che diventano mondi separati che vivono nello stesso territorio. Il risultato è il blocco delle decisioni, l’immutabilità.

L’innovazione parte da un contesto di regole accettate e rispettate da tutti perché è questo che consente di progettare un’agenda per tutti i cittadini e che tutte le fazioni si impegnano a portare avanti. Il ciclo elettorale è troppo corto per consentire la realizzazione di progetti di ampio respiro, che hanno bisogno di tempo. Solo un progetto di lungo termine può avviare il paese a superare la sua crisi. E il solo progetto di lungo termine che si può realizzare è un progetto che viene rispettato da tutte le fazioni, in modo che sia portato avanti indipendentemente dal ciclo elettorale.

L’agenda digitale è parte integrante di questo progetto. Alcune sue componenti sono essenziali per l’uscita dalla crisi:
1. la filiera delle startup innovative con la sua capacità di generare crescita, occupazione e innovazione;
2. l’istruzione, la ricerca, l’alfabetizzazione digitale viste come investimento fondamentale nell’economia della conoscenza;
3. la modernizzazione della pubblica amministrazione come alimento della cittadinanza e facilitatore dell’efficienza;
4. la rete digitale come bene comune sul quale sviluppare le visioni, capacità, iniziative sociali e culturali;
5. il pubblico dominio come default della conoscenza che viene generata dalla popolazione e il diritto d’autore che supera la sua configurazione di feticcio della vecchia industria culturale e diventa elemento dell’ecosistema della conoscenza
.

E così via. L’agenda digitale è uno schema adatto a sostenere un progetto di paese più sensato. Dalla crisi non si esce tornando come prima, ma trasformandosi. L’agenda digitale aiuta a definire alcuni passaggi. Che si inseriscono in un disegno ancora più grande: le parole usate nella strategia “Destinazione Italia” aiutano a vederne i contorni.

C’è un tempo per ricostrure. È arrivato. Forse.

 fonte: blog.debiase

data: 13 ottobre 2013

Città, libertà, pluralità e scambio

Mercoledì, 2 Ottobre, 2013

 stefano_moroni_la_citta_responsabile.jpg

di Stefano Moroni

Si considerano spesso le città soprattutto come insiemi di edifici e spazi. Ma le città sono, prima di ogni altra cosa, concentrazioni di persone, relazioni e attività; nodi di reti più ampie di scambio.
Uno sguardo solo architettonico, ma anche solo urbanistico, sulle città rischia dunque di perderne il senso vero, profondo. Rischia di portare tutta l’attenzione sull’involucro, sulla carrozzeria, lasciando in secondo piano il motore e il combustibile.
Storicamente le città sono state il luogo della libertà, dell’incontro con la diversità, del mercato. La gente si trasferì nelle città, decretandone il successo, proprio per trovare tutto ciò.
Oggi molti vorrebbero invece diminuire la libertà dei cittadini, contenere e ingabbiare il mercato urbano e l’imprenditorialità, contrastare la pluralità e la diversità delle esperienze e delle culture. In tal modo si finirà per condannare a morte le nostre città e la nostra società più in generale.
Purtroppo gli approcci urbanistici razionalistici e dirigistici che tanta parte hanno avuto nel novecento mantengono ancora in gran parte inalterata la loro influenza sui nostri modi di pensare alla città, impedendoci di esplorare soluzioni più aperte e radicali. Personalmente, penso a soluzioni innovative che non dovrebbero certo fare a meno dello stato e del diritto; anzi, immagino alternative istituzionali che riportino il diritto in primo piano dopo che la dilagante discrezionalità amministrativa ha fatto di tutto perché quest’ultimo perdesse il rispetto dei cittadini (come ho cercato di mostrare nel libro La città del liberalismo attivo, 2007). Come osservava nell’ottocento Frederic Bastiat, ogni società ha ovviamente bisogno, per poter esistere, del rispetto di alcune regole di base, ma, proseguiva Bastiat, l’unico modo perché le regole siano rispettate è di renderle rispettabili.
Erroneamente, oggi attribuiamo spesso a mancanza di regole quello che è invece dovuto soprattutto a sovrabbondanza di regole sbagliate e incontrollabili. E ciò sembra vero sia quando parliamo dell’attuale crisi economica sia quando parliamo di situazioni di degrado e vulnerabilità urbana. Non si tratta dunque di aggiungere nuove regole alla marea scomposta di quelle esistenti (in campo economico-finanziario come in campo urbanistico), ma di sostituire (troppe) regole inadatte con altre (poche) più opportune. Allo stesso modo attribuiamo spesso al mercato ciò che è invece dovuto a comportamenti di aperta truffa, inaccettabili proprio se prendiamo sul serio l’idea di concorrenza.
Se torniamo a pensare alle città come il luogo per eccellenza della libertà, del pluralismo e dello scambio, potremo peraltro ridare alle nostre città un ruolo significativo entro uno spazio di relazioni più ampio, internazionale. Quanto già osservava Bastiat (Sophismes Economiques, 1846) sembra ancora incompreso da molti: “Entrando in una grande città… dico a me stesso: ecco un gran numero di persone che sarebbero tutte morte in breve tempo se beni e provviste di ogni tipo smettessero di arrivare e circolare in essa … Come può accadere che ogni giorno si trovi quel che serve…? Qual è l’ingegnoso e segreto potere che governa la strabiliante regolarità di relazioni così complicate, una regolarità in cui ciascuno pone implicitamente la sua fiducia…? Quel potere è il principio di libertà nelle transazioni”.
Una più accesa competizione tra città e territori potrebbe essere un bene per tutti. Non un misconoscimento di certe identità locali, ma una loro valorizzazione dinamica in un contesto più allargato.
Un ingrediente aggiuntivo di una strategia di questo tipo potrebbe essere rappresentato dalla concessione di un maggior spazio a forme locali di auto-organizzazione, ad esempio a comunità contrattuali private, di quartiere, che si dotino autonomamente di regole e servizi entrando tra loro in concorrenza per fornire ‘pacchetti’ più appetibili (come sostengo nel libro, scritto con Grazia Brunetta, Libertà e istituzioni nella città volontaria, 2008). Favorire l’auto-organizzazione di quartiere (ad esempio prevedendo sconti sui prelievi fiscali a chi autonomamente si occupa di certi servizi e infrastrutture) potrebbe contribuire a rigenerare e vivificare intere parti di città.
Tutto quanto sin qui sostenuto mi sembra plausibile sia che riflettiamo sulle città in situazioni ordinarie, sia che ci chiediamo come intervenire in situazioni straordinarie, ad esempio quando gravi calamità hanno distrutto luoghi e relazioni. Situazioni gravi e difficili dovrebbero più che mai costringere a rimettere in discussione i nostri modi tradizionali (e spesso obsoleti) di ragionare, per aprirci a opportunità nuove. Anche in questo caso non si tratta tanto di introdurre novità progettuali, ma, prima di tutto, di esplorare innovazioni istituzionali, regolative e organizzative. Ovviamente, in situazioni di grave emergenza avere di nuovo case disponibili diventa prioritario, ma la prospettiva più generale entro cui si collocano anche le azioni più urgenti può fare la differenza.

La buona sanità la fanno i medici. E gli infermieri. In formazione permanente.

Mercoledì, 18 Settembre, 2013

crocco_rossi_budassi_chiodi_gilon_pescara_150713.jpg 

di Gabriele Rossi* 

Nella rivista Limes del Gruppo editoriale l’Espresso (n.2/2006) di proprietà dell’ingegner Carlo De Benedetti, un articolo, molto ben documentato, di Angelantonio Rosato così dipingeva lo scenario della sanità abruzzese di qualche anno fa: “In realtà i termini del problema sono noti da tempo, ed anche le soluzioni: attuare riforme strutturali, ridurre le spese, soprattutto quelle correnti per diminuire il deficit; tagliare i rami secchi, le Asl, i distretti sanitari, i posti letto, il personale in esubero; riorganizzare ed aumentare il controllo sulle cliniche private convenzionate; eliminare gli ospedali duplicati e specializzare (soprattutto gli ospedali minori). Occorrerebbe puntare non su grosse e costose strutture generaliste inserite in piccoli bacini di utenza, ma su centri di eccellenza; passare dall’ospedalizzazione di massa alla prevenzione, all’assistenza domiciliare, creare presidi sanitari per i disabili e gli anziani, sviluppare l’Rsa (Residenza sanitaria assistita) che costa la metà di un ricovero ospedaliero equivalente a 4-500 euro per per singolo paziente al giorno”. Questa era la terra desolata da cui uscire e camminare verso la terra promessa di una sanità moderna anche in Abruzzo. Ma che vuol dire modernizzare un sistema sanitario regionale? Per rispondere a questa domanda, è necessario partire da quelli che sono i sei cardini di un sistema sanitario: l’ospedale, il territorio, la rete di emergenza-urgenza, l’emergenza programmata e l’assistenza continuativa al paziente cronico, il cosiddetto long term care, l’università e l’alta formazione e, ultimo ma non meno importante, tecnologie, ricerca e sviluppo. Partiamo dal primo: l’ospedale. Ancora Limes: “Il problema in Abruzzo è aggravato dal rapporto triangolare negativo tra significativa spesa sanitaria, grande estensione territoriale e popolazione relativamente scarsa. Questo triangolo delle Bermuda fa sì che in una regione di meno di 1 milione e 300 mila abitanti vi siano 39 ospedali, decisamente troppi e troppo costosi, spesso a poca distanza e cloni gli uni degli altri; ve ne sono molti e di piccole dimensioni che servono le spopolate aree interne. Inoltre un eccesso di cliniche private convenzionate che non di rado fanno le stesse cose degli ospedali pubblici, ma a prezzo assai più caro”. E aggiunge significativamente: “E’ stato calcolato che in Abruzzo il <<tasso di inappropriatezza>> del ricovero ospedaliero è del 30% ossia quasi una persona su tre si ricovera senza che ce ne sia bisogno”. L’alternativa a questo degrado è l’ospedale moderno e il suo configurarsi con nuovi ruoli e funzioni: l’area Trauma e maxi-Emergenze, l’area per acuti, quella per i post-acuti, l’area delle grandi tecnologie diagnostiche e terapeutiche e quella della ricerca clinica avanzata e interfaccia con lo sviluppo industriale. L’innovazione passerà dalla cura delle relazioni tra grandi, medi e piccoli ospedali di aree omogenee e la creazione di ospedali di comunità per l’integrazione tra cure primarie e secondarie. Secondo cardine del sistema sanitario è il territorio. La vecchia azienda sanitaria locale assumerà sempre più il ruolo di management dell’assistenza, il cosiddetto Health Care Management. Dovrà sovrintendere alla struttura informativa della rete territoriale: l’Health Management Information System (HMIS). Saranno sempre più implementate misurazioni integrate delle performance per i processi di sviluppo qualità. Alla ASL spetterà anche il ruolo di formatore dei medici di base come medici di fiducia, veri e propri team leader dell’organizzazione territoriale. Terzo cardine è la gestione del trauma e dell’emergenza. Si andrà verso l’evoluzione dal sistema 118 al numero unico europeo dell’emergenza. Determinanti saranno la formazione permanente del personale della rete di emergenza-urgenza e la preparazione dei cosiddetti First Responder, la scuola per la gestione del trauma e delle maxi-emergenze e, come in Israele - benchmark riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità – il Centro di simulazione. Quarto cardine del sistema è il Long term care: l’emergenza programmata e l’assistenza continuativa al paziente cronico. Si dovranno effettuare analisi di adeguatezza dei modelli attuali di cure primarie e secondarie nell’approccio alla cronicità ed una programmazione e organizzazione dell’emergenza nel paziente cronico per grandi aree cliniche della cronicità. Al riguardo, l’Abruzzo non ha una centrale operativa dell’emergenza programmata. Quinto cardine è l’università e l’alta formazione. Le aree cliniche dei grandi ospedali – emergenza, area acuti e post-acuti – saranno sempre più sedi naturali dell’insegnamento clinico. Un ruolo sempre più significativo sarà quello delle scuole di Health Care Management. Ultimo cardine del sistema sanitario è quello delle tecnologie e della ricerca&sviluppo. E’ l’ambito dei rapporti tra ricerca medica e scienze di base e tra ricerca clinica e sviluppo economico e sociale a livello locale e internazionale. Le frontiere della nuova conoscenza si raggiungeranno con lo studio e l’analisi della complessità del sistema socio-sanitario. Da questa visione di rigenerazione della sanità italiana e, quindi, anche abruzzese, è nato il progetto “Abruzzo 2020 Sanità Sicura” il cui obiettivo (cfr. Decreto del Commissario ad acta n.11 del 20/02/13) è la realizzazione di un programma triennale - propedeutico ad uno permanente, stabile e duraturo - di formazione e aggiornamento omogeneo, diffuso agli operatori abruzzesi - medici e infermieri - della rete dell’emergenza in cooperazione e collaborazione con la sanità israeliana (nella foto da destra a sinistra: l’ambasciatore di Israele in Italia Naor Gilon, il presidente Gianni Chiodi, il direttore dell’Agenzia Sanitaria Amedeo Budassi, chi scrive e la direttrice della Direzione regionale sanità Maria Crocco il 15 luglio scorso a Pescara) in base agli agreements - rispettivamente - tra il governo italiano e israeliano (siglato nel 2002) e tra il ministero della salute israeliano e la Regione Abruzzo che verrà siglato il 2 dicembre prossimo a Torino nell’ambito della conferenza intergovernativa Italia-Israele in spirito di amicizia e collaborazione istituzionale tra sanità, sociale, industria (start-up), economia, finanza, politica e formazione.

* Project Manager Progetto triennale ”Abruzzo 2020 Sanità Sicura”

Butta la casta

Sabato, 31 Agosto, 2013

la-casta.jpg 

di Luca De Biase 

Un frame, nel linguaggio degli studiosi dei media, è un quadro interpretativo forte della realtà. Tanto forte che una grande parte della popolazione lo condivide. Un frame diventa un modo di vedere il mondo che accomuna molte persone. La sua conseguenza è che tutte le notizie che avvalorano il frame diventano più importanti perché appaiono più significative, in quanto si riferiscono al contesto che tanti condividono. Mentre tutte le notizie che non avvalorano il frame diventano meno rilevanti se non sono addirittura oscurate.

Un frame di successo è basato sui fatti. Ma ne dà spesso una prospettiva parziale. E diminuisce l’importanza di altri fatti che consentirebbero di vedere altri fenomeni o di modificare la lettura della realtà in modo da comprenderne i risvolti più complessi.

La “casta” è diventato un frame di enorme successo in Italia. È basato su una quantità di fatti davvero disarmante. I politici che si comportano come se appartenessero a una casta e che approfittano della loro posizione per fare i loro comodi senza temere davvero di essere perseguiti sono in un numero imbarazzante. I piccoli e grandi poteri descritti dal libro seminale di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, del 2007 sono spesso ancora dove erano quando il libro è stato scritto. E anzi molto spesso le malversazioni di politici emerse dopo quella data si sono dimostrate sfavorevolmente sorprendenti anche per i lettori più entusiasti di quel libro.

Il fatto che una delle regioni più colpite dalla casta, la Lombardia, non abbia cambiato il suo voto alle ultime elezioni può essere un segnale sul quale riflettere.

Nonostante il successo del libro sulla casta sia stato enorme e abbia davvero generato un frame fortissimo, la popolazione lombarda non ha cambiato il suo voto altrettanto sostanzialmente. In genere, in Italia c’è stato in effetti un terremoto, con il M5S e tutto il resto. Ma non è stato sufficiente. Si può dire che, per ora, la casta è ancora dove era nel 2007. Probabilmente anche perché la popolazione non si è ribellata abbastanza alla casta.

Il frame della casta, insomma, riesce a unire tutti nella critica ai politici: ma da questa critica non è ancora emerso un superamento della casta.

Un frame non è la premessa di un cambiamento. È, di per se, soltanto un modo di conformare il pensiero collettivo a un’interpretazione. Nel caso della casta rischia di contaminare ogni politico con l’idea che appartenga alla casta. Rischia di ridurre le probabilità dell’accesso di brave e democratiche persone alla politica per il timore di dover poi fronteggiare il frame della casta: “sei diventato potente dunque sei entrato nella casta”. Rischia di ridurre al banale giudizio del tipo “sono tutti uguali” una lettura della complessa realtà politica. Finisce, probabilmente, per abbattere gli incentivi a un comportamento lineare e corretto, democratico e generoso, da parte dei politici, perché finché dura il frame non riescono a scrollarsi di dosso il sospetto che comunque facciano parte della casta. Come si può incentivare una buona politica se il frame continua a funzionare come collante interpretativo principale di ogni cosa abbia a che fare con i politici?

Forse è tempo di cambiare frame. La casta è un modo di dire. Che sintetizza una serie di fatti impressionante e inaccettabile. Ma che è troppo statico nella sua interpretazione. Non dà conto del cambiamento. Non aiuta nessun politico serio e non riesce comunque a eliminare i politici poco seri, per non dire francamente fuori legge. La casta è stato un frame di enorme successo. Ma non ha più molto da dire di costruttivo, mentre rischia di avere ancora molto da dire di distruttivo.

Spero che da chi è arrivata la parola che ha costruito il frame o da altri arrivi una nuova parola che serva da incentivo a fare seriamente politica. La casta è da buttare. Come realtà politica. E forse ormai anche come parola.

Forse, addirittura, dovremo cominciare a ragionare fuori dai frame. E ripartire con una prospettiva un po’ più articolata. Ma tale da dare risposte, aprire porte e creare incentivi a un comportamento più civile.
 

fonte: Blog De Biase

Giovanni Passali

Sabato, 6 Luglio, 2013

2012.jpg

“La conoscenza viene da un’esperienza personale. Sempre. Al massimo, può venire dalla mediazione di persone fidate, cioè di persone delle quali, sempre per esperienza, ci si può fidare. E solo questa conoscenza è in grado di sfidare il tempo, di resistere alle intemperie di vicissitudini umane”.

powered by wordpress - progettazione pop minds