Categoria ‘Zibaldone’
Lunedì, 28 Febbraio, 2011
di Augusto Del Noce
Nella bellissima lettera aperta indirizzata a Salvatore Valitutti, Presidente della Commissione della Pubblica istruzione al Senato, è apparsa su queste colonne il 14 marzo, Giovanni Gozzer ha insistito su quel «fatto politico di eccezionale importanza» così da esser detto veramente segno dei tempi, però generalmente trascurato dalla stampa quotidiana, e non sufficientemente valutato dai politici, che è stata la marcia pacifica su Versailles di 800.000 cittadini francesi, di tutte le estrazioni e orientamenti, in favore della scuola libera. A quel che egli dice e che io sottoscrivo riga per riga, aggiungo alcune considerazioni che mi sembrano perfettamente concordanti.
Di questa manifestazione non saprei trovare precedenti. Come chiamarla? Penserei «protesta delle famiglie contro la loro emarginazione nella educazione dei figli». Sbaglierebbe chi volesse vederci una dimostrazione cattolica o, peggio ancora, mossa dalla parte integralista del clero; il fatto che la maggioranza dei partecipanti fosse cattolica non vuol dire che essa sia sorta all’insegna della causa di una confessione religiosa. Benissimo ne ha compreso il senso l’arcivescovo di Parigi, Cardinale Lustiger, pronunziando, nel suo discorso ai partecipanti, le parole che Gozzer ha riferito: «Nessun partito, nessuna Chiesa, nessuna organizzazione specifica, a sfondo sindacale o politico potrebbero connettersi o rivendicare la vostra appartenenza a loro. I vessilli non sono né politici né religiosi; vogliono solo dire che c’è un inalienabile diritto di scelta dei propri vessilli» e aggiungendo in una successiva intervista «per me l’essenziale in questa materia è che venga riconosciuto il diritto delle famiglie a decidere liberamente dell’educazione dei figli».
La crisi della famiglia è sotto gli occhi di tutti. Ma che rapporto ha con la questione scolastica? Perché, a curarla, si rivendica il principio della scuola libera? Al fondo c’è una crisi più profonda, la crisi dell’idea di laicità.
Prendo la cosa un po’ alla lontana. Ricordo di aver letto, or è trascorso molto tempo, il libro di un grande giornalista americano, finissimo interprete dei fenomeni morali del nostro tempo, Walter Lippman, sul possibile declino delle democrazie. Vedeva egli la minaccia che gravava su di esse nell’eclissi dell’idea di una legge comune trascendente, della idea di legge naturale insomma, obbligante l’intera comunità dei mortali, Papi e imperatori inclusi; certamente veniva spesso trasgredita, ma non però, almeno generalmente, negata nel suo principio. Il fenomeno nuovo, successivo alla seconda guerra mondiale, era da lui ravvisato nella progressiva scomparsa di questo «mondo comune» di riferimento ai valori e nella sua sostituzione col principio che «quel che è giusto, quel che è vero, quel che è buono, è soltanto quel che l’individuo ha scelto di diventare». Spariva così la distinzione tra liberà e licenza, perché era la credenza in quest’ordine trascendente a fondare la loro diversità; che sia oggi scomparsa non v’è chi non lo veda. Il pericolo che il Lippman ravvisa intono alla metà degli anni ’50 si è pienamente realizzato negli anni ’70. Successivamente trovai le stesse idee, più motivate teoricamente, in uno dei maggiori, se non il maggiore, tra i filosofi della politica contemporanea, Leo Strauss, nella sua critica del «diritto naturale moderno» che, ponendo a diversità di quello classico, i diritti a fondamento della società genera quel che suol dirsi «permissivismo». «Permissivismo» e «consumismo» sono termini entrati così nell’uso da apparire logori, senza però che ci sia chiarezza di idee sulla loro genesi e su loro significato. Perché «consumismo» non significa affatto aumento dei consumi materiali come comunemente si crede, ma riduzione delle stesse idee a oggetto di consumo, quali strumenti provvisori di stimolo della vitalità. Il disprezzo consumistico degli ideali può permanere anche quando la società cessi di essere «opulenta».
Ma che cosa c’entra, si dirà, questo con la questione della scuola pubblica e della scuola libera o con la riforma della scuola secondaria? Moltissimo. La vecchia scuola laica si professava «neutrale». Lo era, almeno in linea di principio, rispetto alle convinzioni metafisiche e religiose (che poi di fatto spesso non lo fosse, ora non importa; non bisogna però esagerare nell’attribuirle un laicismo aggressivo; io, allievo di scuole laiche, non ricordo alcun mio insegnante che fosse, in questo campo, tendenzioso). Non lo era però rispetto a quell’ordine morale comune e alla sua obbligatorietà; su questo punto si stabiliva il rapporto di fiducia con la famiglia; libera, questa, di integrare, o no, l’insegnamento morale con quello religioso; né si poteva parlare, in linea generale, di una crisi della famiglia, se la sua funzione essenziale è di trasmettere quelli che erano pensati essere, e sono, i valori permanenti nell’evoluzione storica che erano valori «morali» su cui tutti concordavano. Ma è chiaro che la scuola laica «neutrale» non può non subire l’influenza della società; gli imperativi categorici della moralità rischiano ora di apparire appartenenti all’archeologia; il consumismo, in quel senso che si è detto, elimina il problema del significato della vita, i valori nel loro senso forte, la finalità; perduto, o messo comunque a repentaglio il momento morale, la scuola «neutrale» si trova a dover accentuare il momento informativo e l’appropriazione di strumenti operativi. Il che conviene con la tendenza della presente società occidentale all’assolutizzazione del momento economico, assolutizzazione coincidente con la fine dell’etica (che, infatti, viene sostituita dalla sociologia). Con i rischi ben noti e connaturati a questa società, della degradazione dell’uomo a puro strumento produttivo, da riciclare di volta in volta a seconda dei bisogni creati dalla società medesima, o della sua tentazione a ribellioni che vanno dalla droga al terrorismo.
Certamente la categoria degli insegnanti ha fatto molto, almeno in una notevole sua parte, per arginare questo processo; ed è davvero l’ora che le sue benemerenze vengano riconosciute. Resta tuttavia che il male da cui la scuola laico-neutrale è affetta è, oggi, costituzionale. Né vale parlare di sviluppo dello spirito «critico», perché nelle circostanze che si sono dette, il pensiero critico viene inteso non come «distinguente» secondo l’accezione esatta, ma come distruttivo e dissolutivo. Né si vede possibile rimedio alla crisi della scuola idealmente neutrale e in realtà diventata ideologizzata nel modo che si è detto, se non a condizione di riconoscere un effettivo pluralismo nell’istituzione scolastica (direi che il termine «pluralismo», usato oggi al di fuori di ogni possibile misura, ritrova qui un suo significato adeguato); riconoscendo il carattere di servizio pubblico alle scuole libere che diano particolari garanzie di responsabilità educativa e di qualifica culturale. Ciò non già in nome di privilegi clericali, ma di una democrazia liberale,che voglia sottrarsi a quel processo degenerativo che si è accennato.
Ma in Italia le cose come stanno? Non diversamente che in Francia, dato che il fenomeno, nei suoi aspetti morali, investe l’intero mondo occidentale. Che nella classe politica, e anche tra i politici cattolici, ve ne sia una chiara consapevolezza, non direi. E di proposte che mi sembrano alquanto discutibili, sul tempo prolungato e sull’insegnamento etico-religioso scriverò prossimi articoli.
fonte: Il Tempo - 3 aprile 1984
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Mercoledì, 29 Dicembre, 2010
di Adriano Segatori - psichiatra
Ha scritto Paolo Borsellino: “È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.
Credo che in queste parole si possa riassumere il problema generale, e quello politico in particolare, che affligge la cosiddetta <<società civile>>. Siamo assistendo al periodo più anestetizzato e più demoralizzante che la mia memoria possa rievocare. In ogni settore della vita personale e collettiva aleggia quella sensazione depressogena e disfattista che ha una connotazione emozionale ben precisa: la rassegnazione.
È un’atmosfera mortifera che avvolge la giustizia, la scuola, i legami interpersonali, la cultura, la capacità di progetto, e che trova il suo terreno di coltura nella degradazione di quell’elemento generico nel vocabolo ma preciso e rigoroso nel contenuto che si chiama <<politica>>.
È la politica, nel senso più alto e aristocratico del termine che dovrebbe costituire la linfa vitale del singolo e della comunità di appartenenza. Quella politica che dovrebbe essere capace di disegnare scenografie dell’arte, panorami di destino, mappe di idee e geografie intellettuali è stata ridotta a gestione mercantile e merceologica del quotidiano, azzerando stimoli e sedando esaltazioni, per un semplice e banale conteggio dell’utile e dell’interesse.
Tutto è nato dalla voluta e suicida scomunica del <<nemico>> dal linguaggio delle contese, e l’espulsione del conflitto nel rapporto contrastato tra le parti. Visto che per poter dare un po’ di colore al grigiume della modernità non resta che rifarsi agli antichi, riporto alcune osservazioni molto importanti di Eraclito, che servono a comprendere la causa della nostra condizione attuale all’inizio denunciata. Innanzitutto che “Polemos, la guerra, è padre di tutte le cose, di tutte re”: è dall’antagonismo radicale che nascono le differenze, le identità, le opportunità. Dove c’è piattume meschino, convergenza complice e indifferenza morale non può esistere che una diffusa e pervasiva apatia ed un condiviso cinismo. La nuova politica politicante, quella che rivendica la diversità dal passato ed un irenistico futuro di collaborazione tra le parti, altro non è che l’esautorazione del rango di nemico al gradino inferiore di avversario, per giungere poi – come nel tempo corrente – al livello ancora più infimo di concorrente.
Ora, tutte le parole hanno un senso e un peso, e servono a costruire il valore di un discorso, checché ne dicano i più beceri manovali del relativismo e del prospettivismo.
Nemico è colui con il quale ingaggio una lotta che ha come fattore scatenante e come motore trainante una idea, una concezione del mondo, una visione della vita; avversario è colui che si trova in una posizione diversa dalla mia per quanto concerne una modalità pragmatica di applicare una certa programmazione di intenti nei confronti di un problema altrettanto pratico e contingente; concorrente è, infine, colui che etimologicamente corre insieme a me per raggiungere una stessa meta condivisa.
Nel primo caso, alla fine del contendere, c’è un vincitore e un vinto, e con il vinto si conclude necessariamente una pace; nel secondo, c’è la riuscita o meno di una procedura, con l’acquiescenza di chi non vede prevalere la propria, ma con la possibilità di trarne comunque dei benefici attraverso un accordo sugli esiti; nel terzo, c’è un patto di complicità, senza nessuna vittoria e nessuna sconfitta, con una correità più o meno vistosa al fine di suddividere equamente i profitti di una operazione. In entrambe gli ultimi due casi la tregua è sempre precaria e legata alle contingenze di utilità.
È questa o no la situazione politica attuale? È questa o no la condizione di mercato delle vacche che concretamente si delinea ai nostri occhi in tutte le faccende di malcostume quotidiano?
Per dare un po’ di tono allo squallore dilagante come reagiscono i giovani. Due casi emblematici: un coordinatore provinciale della Giovane Italia – vecchia e onorata sigla scippata dagli azzurri e dagli aennini del Pdl – afferma che il nucleo giovanile è composto da “un gruppo di amici” che si riunisce “ogni venerdì sera” (roba da bocciofila paesana e da animazione di ospizio); uno dei Giovani comunisti, invece, è più lanciato verso il futuro: “siamo circa una ventina e ci riuniamo una volta alla settimana”, ma la cosa più rivoluzionaria è che “molti dei nostri militanti, con un’età che va dai 17 ai 27 anni, militano nelle file dell’Anpi” (avete capito bene: l’organizzazione dei partigiani di una guerra civile conclusa sessantacinque anni fa!).
Una gioventù finita ai the danzanti o alle sfilate allegoriche della partigianeria, senza nulla di futuribile da proporre, da costruire e per il quale combattere. Un’accozzaglia di reduci senza aver combattuto.
I rampanti griffati, invece, partecipano al festival partitico in cerca di una occupazione fruttuosa e gratificante per l’immagine narcisistica. Dice sempre il nostro Eraclito: “Unico e comune è il modo di sentire per coloro che son desti, mentre nel sonno ciascuno si rinchiude in un mondo suo proprio particolare”. Questi ultimi citati sono quelli del “sonno” e del “particolare”. Rifiutato, o forse non sentito perché anestetizzato, un mondo vivo di lotta e di fede, quindi intenso per passione e per slancio, rincorrono il sogno di una realizzazione in quel dispositivo degradato della politica fatto di privilegi, di apparizioni, di esibizione di potere. A chi non ha l’intelligenza per emergere nella cultura, o una bellezza spregiudicata per sfondare nella velineria, o un fisico strutturato per riuscire nello sport – e con ciò avere notorietà, soldi e agi – non gli resta che aggregarsi alla greppia politica. E qui il particolare la fa da padrone. Non ci sono nemici da combattere e con i quali confrontarsi, ma solo “amici” dai quali guardarsi alle spalle. Gli alleati di oggi possono diventare i concorrenti di domani, e perciò antagonisti nella spartizione del bottino; ogni rapporto, perciò, deve essere calibrato e necessariamente circospetto e ponderato. Quando capita di far notare a questi controllati e compunti aspiranti politici la mancanza di tensione ideale e di sprezzo della sicurezza, rispetto agli anni turbolenti del novecento, assumono un fastidioso atteggiamento da professorini del buon senso e della ponderatezza, elencando tragedie e calamità come se fossero capi d’accusa, e rivendicando la pacificazione attuale e la loro propensione a ragionamento e alla negoziazione. Piccolo particolare: alla prova dei fatti – anche di quelli ultimi che hanno caratterizzato il quadro politico parlamentare in senso trasversale – si vede a cosa servono la riflessione e l’avvedutezza. In questo senso è centrata la considerazione di Nicolás Gómez Dávila su questo tanto apprezzato comportamento: “Nessun partito, setta o religione deve fidarsi di chi sa i motivi per cui vi aderisce. Ogni opzione autentica, in religione, in politica, in amore, precede il raziocinio. Il traditore è sempre uno che ha scelto razionalmente il partito che tradisce”[i].
Tolto il nemico contro cui lottare, e scomunicata l’idea che è la motivazione della lotta, rimangono in campo soltanto gli individui affetti da istinto parassitario e da incoscienza straviziata. Ed è sempre Eraclito ad inquadrare con acume e precisione lo stile di questi sopravvissuti: “Rispetto a tutte le altre una sola cosa preferiscono i migliori: la gloria eterna rispetto alle cose caduche; i più invece pensano a saziarsi come bestie”[ii].
È questa o no la condizione dei moderni politici arrivati: sempre insoddisfatti nell’avere, sempre insufficienti nell’apparire, sempre svuotati nell’essere? È questa o no la finalità dell’attuale politica come professione, in antitesi all’antica politica per passione – per dirla alla Max Weber?
Ad esclusione di un certo numero di giovani che ancora hanno in sé, per destino o per contagio, il germe dell’ideale, e di quelli spregiudicati inquadrabili nella descrizione fatta, o un certo numero di manovrati qualunquisti in eterna agitazione, gli altri si diluiscono nella quotidianità dell’individualismo e della volontaria omologazione. Assuefatti ad ogni tipo di propaganda e ad ogni novità consumista, come prescritto dal controllo democratico delle coscienze, si assopiscono nello spirito e nella coscienza. È il risultato di una operazione studiata, voluta e condotta dal sistema, perché: “(…) è stato proprio l’avvento delle forme di governo ‘democratico’ e delle libertà individuali, assieme all’industrializzazione a produrre la necessità oggettiva, sia politica che economica, di governare (manipolare) dall’alto il pensiero e il comportamento della gente, sia come elettori che come consumatori”[iii].
Il problema che si pone è come scuotere le coscienze, come riattivare i sogni e risvegliare le speranze, come riacutizzare lo sguardo verso il destino, come dare di nuovo un senso al sacrificio, come far capire ai sonnolenti e sedati contemporanei – per rifarsi alle parole di Paolo Borsellino – che una intera generazione sta morendo ogni giorno, più volte al giorno, di noia, di paura, di disinteresse e di cinismo, mentre l’unica vita a disposizione sta sfuggendo di mano verso l’unica meta naturale, ma senza alcuna consapevolezza, alla fine, di avere vissuto con passione e dignità.
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[i] N.G. DÀVILA, Pensieri antimoderni, trad. it., Edizioni di Ar, Padova 2008, p. 29.
[ii] Le citazioni sono tratte da AA.VV., Filosofia antica, Raffaello Cortina, Milano 2005, pp. 31-2
[iii] M. DELLA LUNA / P. CIONI, Neuro Schiavi, Macro Edizioni, Cesena (FC) 2009, p. 30.
fonte: Arianna editrice
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Lunedì, 13 Dicembre, 2010
di Susanna Tamaro
Viviamo in tempi di assolute certezze e di pochi dubbi. Tempi in cui non sembra esserci spazio per le inquietudini, le malinconie, i sentimenti più sottilmente umani che sono alla base di tanta letteratura che ci ha formato e fatto crescere. Alla cultura si è sostituita l’informazione, la denuncia, il consumo, la polemica. Niente sedimenta, tutto scorre. E così mi sono trovata a riflettere sul significato e l’origine della parola ‘cultura’. Etimologicamente, alla base della parola, c’è la radice indoeuropea kwel, il cui significato è quello di produrre un movimento circolare. Nel passaggio al latino è diventato ‘colere’, coltivare. Coltivare, appunto.
Quest’anno, per la prima volta, non ho coltivato i campi davanti a casa perché, ormai, anche per chi è coltivatore diretto, lavorare la terra è diventata un’impresa totalmente fallimentare. Il periodo natalizio è stato contrassegnato prima da neve e ghiaccio, poi da piogge torrenziali che hanno dilavato la terra, tracciando solchi grandi quasi come trincee sui terreni in pendenza. Se avessi seminato, ho pensato con sollievo, i fragili steli sarebbero stati trascinati a valle, lasciando, al tempo della crescita, il desolato spettacolo di grandi zone spoglie senza vegetazione. Ma questo sollievo è stato di breve durata, perché, in realtà, vedere i campi incolti suscita in me un dolore e una tristezza difficilmente cancellabili. E’ un fenomeno in sempre maggior espansione, purtroppo, basta avere lo sguardo un po’ attento per rendersi conto della modificazione del paesaggio: soprattutto nelle zone collinari e montane, dove una volta si stendevano vasti campi di orzo e di grano, ora non ci sono che le sagome scure di rovi o brulli pascoli disseminati di pecore. Una sofferenza ancora più grande provoca in me la frutta lasciata a marcire sugli alberi. La natura ci offre i suoi doni e noi voltiamo la testa dall’altra parte. No grazie, siete troppi, non sappiamo che farcene. Succede sempre più spesso. Dalle mie parti con gli ulivi, i ciliegi, al sud con gli aranci, i mandarini, perché ormai per un coltivatore - in balia di folli leggi di mercato europee e senza più l’aiuto di una grande famiglia in grado di collaborare alla raccolta - il prezzo del prodotto finale è troppo basso per riuscire a rientrare nelle spese. Ne sono testimonianza indiretta anche i tristi fatti di Rosarno, dove nonostante la grande offerta di manodopera in nero, come ha testimoniato il vicepresidente di Confagricoltura della provincia di Reggio Calabria, quest’anno verranno lasciati marcire sugli alberi ottocentomila quintali di agrumi.
C’è qualcosa di terribilmente inquietante in questo rifiutare i frutti, nel non poter più coltivare i campi. In un mondo in cui il cibo è un problema per milioni di persone, fa male al cuore vedere un tale inconcepibile spreco, ma il turbamento più profondo viene dalla consapevolezza che si sia incrinato il rapporto primario dell’uomo con la sua natura e con la natura che lo circonda. La civiltà, così come noi la conosciamo, è nata con l’agricoltura. Le tribù dei cacciatori nomadi non avevano un’idea precisa del tempo. Cacciavano, consumavano - dato che non si poteva conservare – e tornavano a cacciare. L’irrompere dell’agricoltura ha portato la concezione della circolarità del tempo, kwel, e la consapevolezza che il lavoro è la via per renderlo produttivo. Per coltivare la terra, bisogna conoscere il passato, vedere il presente e immaginare il futuro, sapendo che ogni nostro gesto potrà produrre nuova vita, nuova fertilità. Per rendere fecondo il terreno, è necessario sapere osservare con molta attenzione, saper ascoltare, sapere leggere i legami chiari tra le cose e intuire quelli meno chiari, bisogna essere curiosi, provare, sperimentare, sforzarsi, consapevoli che l’impegno non sempre sarà ripagato dal successo. Si deve soprattutto amare e credere nella vita, perché non si coltiva solo nutrimento, ma qualcosa di molto più grande, che è l’idea di un futuro in cui le generazioni si susseguono.
Col tempo, poi, questa capacità si è espansa in altri campi del vivere umano. Dall’idea di coltivare la terra si è passati all’idea di coltivare la propria interiorità, i propri talenti, i rapporti. La ‘cultura’ della mente - la cultura che nasce dai libri, dall’arte, dalla spiritualità e che ha creato la straordinaria ricchezza della nostra civiltà -
non richiede attitudini molto diverse dalla ‘coltura’ del campi: senso del passato, del presente e del futuro, saper creare legami, essere spinti a crearne sempre di nuovi sulla base di un’insaziabile curiosità e coltivare il dubbio come costante fattore di crescita.
Guardandomi intorno, mi domando: siamo ancora una società che conserva al suo interno il senso profondo del coltivare o stiamo in qualche modo progredendo/regredendo verso una nuova forma di nomadismo tribale, dove l’idea del tempo e della costruzione del tempo è totalmente assente? Si catturano immagini, opinioni, polemiche, indignazioni, le si consumano, e subito, con un’ansia bulimica, si riparte alla ricerca di altre immagini, altre opinioni, altre polemiche, altre indignazioni da consumare. In una tale frenetica frantumazione del pensiero, il sapere non potrà che essere superficiale e privo di radici; e se è privo di radici, è incapace di assorbire il nutrimento, che, nell’ambito della cultura, significa riuscire a cogliere connessioni profonde, conoscere il passato ed essere aperti e vigili nel presente senza avere pregiudizi, vuol dire vivere la curiosità e il desiderio della scoperta come forze fondanti dell’essere umano. Una persona che coltiva - e che si coltiva - non è mai manipolabile ed è sempre lontana dalle ottuse tempeste dei fanatismi.
La nuova tribalità verso cui ci spinge il mondo contemporaneo rischia, alla fine, di essere vittima delle stesse rigidità delle tribalità primitive. Al posto del dubbio, si professano unicamente certezze, destinate a scontrarsi di continuo con altre certezze di segno opposto, senza possibilità di vero dialogo. E l’assenza di dialogo è spesso presagio di tempi oscuri. Anche se può sembrare arcaico e lontano, il mondo naturale che ci circonda è lo specchio della società degli uomini e una società come la nostra che, per le sue leggi economiche, costringe ad abbandonare i campi in balia dei rovi e la frutta a marcire sugli alberi, è una società che ha smesso da tempo di coltivare il senso della vita e culla dentro di sé il germe dell’autodistruzione.
fonte: Corriere della sera, 27 gennaio 2010
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Lunedì, 27 Settembre, 2010
di Dario Antiseri*
Come mai il popolo cattolico, diffuso capillarmente nelle 25.000 parrocchie sparse sul territorio nazionale ed estremamente significativo sul piano qualitativo, «socio-atropologico», non riesce a esprimersi nella dialettica socio-politica? E’ questo l’interrogativo che si poneva Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera del 31 agosto. Ebbene, di primo acchito non pare esservi altra ovvia e ragionevole risposta – non contemplata però da De Rita - a questa domanda che quella per cui i cattolici oggi in Italia contano quasi zero perché, accampati da ospiti e in piccolo gruppi, in tende di «altre» formazioni politiche, hanno perso qualsiasi capacità di incidere. In breve: la diaspora ha significato la sostanziale eliminazione dei cattolici dalla scena politica. E ormai sotto gli occhi di tutti è l’inconsistenza di quel martellante refrain stando al quale il «compito politico» dei cattolici si risolverebbe nel dar loro la testimonianza in qualsiasi partito si trovino. Certo, non vi è nulla di più alto e di più nobile per un uomo che testimoniare a viso aperto i propri convincimenti morali. Tuttavia essere lì, pronti a testimoniare i propri ideali, ma sapendo di venire comunque sconfitti, non trasforma i consapevoli perdenti in ascari delle altrui soluzioni? Nulla di preoccupante, verrebbe da dire, dato che dalle parti più diverse e anche opposte si affacciano di continuo politici che solennemente dichiarano di essere proprio loro e magari solo loro, a rappresentare le istanze del popolo cattolico. Così, in una lettera al Corriere del 23 agosto il ministro Gelmini, con un divieto alla storia futura e un insulto alla verità passata («E’ il Pdl il partito più sensibile ai valori cattolici»), ha affermato che è proprio l’attuale governo a mettere al centro «l’elemento che sta più a cuore al mondo cattolico, vale a dire la difesa e la promozione della persona e della famiglia». Non dubito minimamente delle buone intenzioni del ministro Gelmini, ma: la mancanza di asili infantili, l’assenza di una legge sul quoziente familiare, la carenza di migliaia e migliaia di posti letto per studenti universitari (ne servono 200.000) sono aiuti alle famiglie? In questi ultimi anni è morta una scuola libera quasi ogni giorno – e, dunque, che fine ha fatto, a parte le buone misure adottate da Roberto Formigoni in Lombardia, l’idea di buona scuola? E’ così che «un governo sensibile ai valori cattolici» difende la libertà delle famiglie di «scegliere», come diceva Rosmini, per educatori della loro prole quelle persone nelle quali ripongono maggior fiducia? E se la persona umana viene tante volte umiliata e proprio nel momento di maggior bisogno, in non pochi pronto soccorsi dei nostri ospedali, sempre la persona umana non esiste, scompare, in numerosi istituti carcerari. Ed è proprio quel popolo cattolico, silenziosamente operante nel volontariato e nelle sedi della Caritas, ad avvertire, più di altri, il fetore razzista che emana da quei soffioni boraciferi costituiti da molte prese di posizione contro gli immigrati e contro i rom. No, ministro Gelmini, non è «l’imam della Lombardia» quella grande figura del mondo cattolico che è il cardinale Dionigi Tettamanzi; non sono «comunisti» e «sovversivi» né l’Avvenire né Famiglia Cristiana. E’ semplicemente un comportamento da zerbini e non da uomini liberi sostenere, sempre e comunque, che è vero e giusto soltanto ciò che serve al partito. D’accordo con quel «laico in tutti i sensi» che fu Alessandro Manzoni, il cattolico liberale è contrario a quanti concepiscono lo Stato come un istrumentum religionis ed è ugualmente avverso a coloro che vorrebbero fare della religione un istrumentum regni. Non è, inoltre, un servizio alla famiglia e alla persona una tv pubblica asservita ai partiti e davvero «cattiva maestra». Non è liberale una legge elettorale dove quattro Caligola nominano un Parlamento e illiberali sono quelle proposte contrarie al grande principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e pensate al fine di salvare i «potenti» dai tribunali; così come risultano estranei all’autentica tradizioni del liberalismo tutte le contorsioni tese a limitare la libertà di informazione. «La libertà di cui parlo è la libertà di dire corna del prossimo e del governo e massimamente di questo, nei giornali e sulle piazze; salvo poi pagare il fio, con adeguate pene in denaro o in anni di carcere, delle proprie calunnie ed ingiurie». Questo scriveva sul Corriere della Sera del 13 agosto 1948, quel liberale cattolico che fu Luigi Einaudi. Ha ragione De Rita a sostenere che il popolo cattolico non riesce a esprimersi nella dialettica socio-politica. Lui aggiunge che ciò è dovuto al fatto che «mancano al popolo cattolico i livelli intermedi prima di condensazione della propria forza poi di finalizzazione dello sviluppo collettivo del Paese». Su questa idea sono in pieno disaccordo, le cose non stanno affatto così. Il popolo cattolico non riesce a esprimersi nella dialettica socio-politica perché i cattolici del livello e del prestigio di De Rita – e ce ne sono – stanno da tempo lì, alla finestra, a guardare. Dove si sono rintanati – dalla prospettiva della politica nazionale – gli iscritti all’Ucid, i dirigenti dei Medici cattolici, i leader dei Giuristi Cattolici, quei banchieri ed economisti cattolici che saltano da un convegno all’altro per parlare di merito, sussidiarietà, solidarietà e di economia sociale di mercato? In quale caverna si sono rifugiati intellettuali come Francesco D’Agostino, Andrea Riccardi, Renato Moro, Lorenzo Ornaghi, Giovanni Reale, Flavio Felice, Francesco Paolo Casavola, Enrico Berti, Francesco Viola, Cesare Mirabelli, Stefano Zamagni e altri ancora? La truppa c’è: numerosa e motivata. Mancano generali e stato maggiore. Ed ecco, allora, che nel vuoto prodotto dalla «diserzione» dell’intellighenzia cattolica si agita quel manipolo di atei devoti – fenomeno politico e non religioso – tanto accarezzati da non pochi ecclesiastici. In fondo, il ragionamento dell’ateo devoto – è il seguente: «Io sono ateo, perché provvisto da mentalità scientifica, perché sono razionale; tu cattolico, invece, dai il tuo assenso a delle favole; dunque, prendo le distanze dalla tua fede , rifiuto quello che conta per te e ti uso per quello che mi servi». Atei devoti: devoti a chi, a che cosa? Un pensiero di Kierkegaard: «Iddio non sa che farsene di questa caterva di politicanti in seta e velluto che benevolmente hanno preteso di trattare il cristianesimo e di servire Iddio servendo a se stessi. No, dei politicanti Iddio se ne strafischia».
*Membro del Comitato Scientifico del Centro Studi Tocqueville-Acton
fonte: Corriere della Sera del 12 settembre 2010
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Lunedì, 2 Agosto, 2010
“E sempre la penuria d’idee appare nella loro moltiplicazione utopistica, nell’affastellata ricerca di sogni e progetti inesistenti, nell’investimento unico che è fatto nel regalare alla gente speranze lontane da ogni verificabile attuabilità. (…) questa tendenza nefasta è stata da sempre il tallone d’Achille dei miraggi europei, (…) mancante di quel pragmatismo positivo che servirebbe (…) per far fronte ai problemi (…) che soffocano l’apertura di speranza (…)”.
fonte: Joaquìn Navarro-Valls la Repubblica
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Mercoledì, 28 Luglio, 2010
di Alberto Mingardi
Fatta salva l’esigenza (per la verità, poco avvertita da chi i giornali li scrive e evidentemente anche da chi li legge) di accertare i fatti prima di emettere un giudizio, il quadro che emerge dalle inchieste di Firenze e di Milano è sconfortante. Sconfortanti le accuse, sconfortanti le dinamiche d’interazione fra magistratura e media, sconfortante la risposta della politica. Guido Bertolaso è l’unico ad uscirne paradossalmente ferito ma bene, senza svicolare dal confronto, senza scrollarsi di dosso le sue responsabilità.
Il problema, a monte, è che vicende come quelle venute alla luce in questi giorni riattivano riflessi condizionati, nell’opinione pubblica e nella “classe dirigente” del Paese. Se non da che mondo è mondo almeno da che l’Italia è l’Italia, le persone “che contano” costruiscono la propria identità sulla presunzione di essere meglio del resto di noi. Gli scandali, i latrocini, la corruzione che segnano tutta la storia d’Italia dall’unificazione ad oggi raccontano questo eterno rimpallo fra moralisti e “praticoni”. La prassi dell’uso dello Stato ai propri fini, la teoria di un “senso dello Stato” artificiale e posticcio. Ci sono culture politiche in Italia che fanno della propria impotenza un senso di distinzione. Perennemente tese verso il rinnovamento del Paese, si rallegrano segretamente della sua incapacità di rinnovarsi. Corruzione e moralismo sono elementi costitutivi dell’Italia così com’è, e del dibattito pubblico. La convinzione di essere “un’altra Italia” è utilissima ad evitarsi la fatica di impegnarsi davvero in quella che c’è. Certi che il meno peggio sia nemico del bene, i “migliori” non sono mai scesi dall’Aventino.
C’è un altro pezzo di classe dirigente, che costruisce identità non sull’avere un’idea del Paese ma proprio sul non avercela – condizione apparentemente indispensabile, per “gestirlo”, il Paese. Siamo sempre al “governare gli italiani non è impossibile, è inutile”. Sottinteso: e allora tanto vale godersi la festa. Il risultato della perversa amalgama di queste due culture è l’Italia che abbiamo sotto gli occhi. Un Paese in cui le leggi sono scritte dai francescani ma vengono applicate dai casalesi, dove tutto è peccato però si fa ampio ricorso alla confessione. E proprio per la tensione fra queste due culture, anziché “semplificare” regole e norme, abbiamo imparato ad aggirarle. Con la corruzione – o allargando a dismisura il concetto di “emergenza”, è dopotutto un dettaglio. Qual è il grande non detto, in questa situazione? È l’economia di relazione, che s’innerva in questa attività di lobby spiccia e laterale, fatta di escort e proiezioni di ricatti, di appalti in famiglia e società eterodirette dal Palazzo.
Ciò che è anomalo non è il fatto che le classi dirigenti si parlino, che alti giudici diano del tu a degli imprenditori, che esistano robusti circuiti relazionali. È così in tutto il mondo: ovunque la parte “che conta” della società fa le stesse scuole, legge gli stessi giornali e gli stessi libri, condivide una storia. La “porta girevole” esiste e ruota a velocità ancora più veloce nei Paesi anglosassoni, dove è piuttosto comune che fra accademia, finanza, impresa, grandi fondazioni e politica si trovino a ricoprire posizioni intercambiabili. Quello che è intrinsecamente diverso è il modo in cui i conflitti d’interesse trovano soluzione.
E questo modo così diverso non passa attraverso l’iper-regolazione dei comportamenti, o attraverso la moltiplicazione dei codici etici. Passa per un’idea diversa del rapporto fra Stato e mercato. Per una linea divisoria limpida, chiara, che non impedisce che le stesse persone possano trovarsi talvolta di qua e talvolta di là, ma cambia il paesaggio morale in cui si muovono.
L’“a Fra’, che te serve” c’è dappertutto – quello che cambia è ciò che può restituire, in cambio, il politico, dall’altra parte della scrivania. Ci sono più lobbisti a Washington che a Roma. Ma il lobbying a Washington è un’attività trasparente, un gioco con regole chiare, che avviene sotto gli occhi di tutti e che richiede qualche sforzo in più rispetto al “presentarti quella persona”. Per Kennedy, il buon lobbista era quello capace di spiegare in dieci minuti un problema che il suo staff ci avrebbe messo ore e ore per comprendere. Spiegare un problema: non semplicemente stornare numeri di telefono, veder gente e fare cose.
Le relazioni esistono dappertutto, e ovunque sono importanti. Ma non sono, non possono essere, l’unico appiglio su cui costruire una carriera. Quanti perfetti cretini conosciamo, che in Italia occupano una posizione apicale soltanto perché testimoniano il potere relazionale di un altro essere umano? Potere relazionale la cui più sfacciata e muscolare manifestazione è sempre imporre un generale idiota. Fregandosene di come andrà poi la guerra. Questa opacità diffusa, questo lobbismo d’accatto, non sono solo l’habitat naturale dei praticoni. Sono anche il risultato delle prediche dei moralisti. I moralisti vogliono che lo Stato sia tutto, e la società nulla. Che l’interesse personale sia dichiarato illegale a norma di legge, per fare degli italiani un popolo di santi. Sono i moralisti che hanno costruito le alcove dei peccatori. Se lo Stato può fare tutto, perché dovrebbe limitare gli “aiutini”?
Ripensare la nostra cultura pubblica non significa lamentarsi che le mezze stagioni non ci sono può, invocare sanzioni per i partiti che si tengono in pancia i corruttori, o nuove regole. L’unica cosa che servirebbe davvero è la separazione fra Stato ed economia. Ma lo spirito dei tempi soffia in tutt’altra direzione.
fonte: Il Riformista
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Martedì, 27 Luglio, 2010
Ha avuto giusta risonanza il documento diffuso dalle accademie della Crusca e dei Lincei sull’insegnamento della lingua italiana, che i giovani conoscono malissimo. Ma uno dei fatti che denunciano la crisi mi pare la mancanza di selettività riguardo ai cosiddetti registri. Questa parola, che i linguisti moderni hanno tratto dalla terminologia musicale, indica tutte le varietà di una lingua, impiegate a seconda del livello culturale e sociale dell’interlocutore e del tipo di situazione.
Si parla di registro aulico, colto, medio, colloquiale, familiare, popolare, ecc. Sappiamo che ci si esprime diversamente parlando a un re o a uno straccivendolo, in un’assemblea o all’osteria, a un superiore o a un compagno di bisbocce; o anche a un vecchio o a un bambino. Cambia la scelta delle parole: sventurato, sfortunato, scalognato, iellato, sfigato hanno, più o meno, lo stesso significato, ma appartengono a registri diversi. Cambia la sintassi: nel Nord il passato remoto si usa solo nei registri più alti, e l’indicativo tende a sostituire il congiuntivo; gli per «a lei» è condannato, ma usato a livello colloquiale; i dialettalismi, che insaporiscono la lingua, sono inopportuni ai livelli alti. Chi non sa usare i registri crea situazioni d’imbarazzo, e può persino offendere, quasi ricusasse le differenze tra le categorie e le funzioni sociali. Certo, si può far violenza ai registri per polemica o per esibizionismo, ma anche in quel caso occorre conoscerli; non ci si può certo appellare allo stile postmoderno, che ha già portato più equivoci che chiarimenti. I giovani sono quelli che sembrano ignorare di più i registri, e con ciò stesso si mettono in condizione d’inferiorità, perché mostrano di non aver rilevato, nel parlare, che la scelta linguistica denota la loro attitudine a posizionarsi rispetto ai propri simili, e a riconoscere il ruolo o i meriti degli interlocutori.
Il rispetto dei registri è uno di quegli atti di cortesia che rendono più scorrevoli i rapporti umani. L’individuazione dei registri è particolarmente difficile per gli stranieri, che possono anche parlare bene la nostra lingua ma non si accorgono delle stonature prodotte da interferenze tra questi: per esempio usando termini del gergo giovanile in un discorso scientifico. Si dovrebbe dunque essere pazienti quando un «vu cumprà» ci interpella col tu, ma chi gl’insegna la lingua dovrebbe fargli rilevare l’imprecisione, e soprattutto evitare di interpellarlo allo stesso modo, denunciando il proprio senso di superiorità. La nostra classe politica, che in tempi lontani annoverava ottimi parlatori e oratori, tende sempre più ad abbassare il registro, perché pensa di conquistare più facilmente il consenso ponendosi a un livello meno elevato. È la tentazione, strisciante, del populismo. Naturalmente questo implica il degrado anche delle argomentazioni, perché, ai livelli alti, il linguaggio è molto più ricco e duttile. Le conseguenze sono disastrose: da una parte si finisce per ridurre qualunque dibattito a uno scontro fra slogan contrapposti, dall’altra si favorisce la trasformazione di contrasti d’opinione in alterchi, nei quali le passioni, o i preconcetti, annullano il confronto delle idee.
Non si tiene conto del fatto che la capacità di usare il registro alto (pensiamo ai discorsi, perfetti per strategia argomentativa, dei Kennedy, dei Clinton e degli Obama) è uno degli elementi che contribuiscono alla «maestà», poca o tanta, di un personaggio politico. Il quale, mettendosi invece al livello dell’ascoltatore medio, sarà magari guardato con simpatia, ma perderà qualunque aura: cosa che alla lunga può provocare perdita di autorità. Uno degli elementi costitutivi dei registri più bassi è il turpiloquio. Purtroppo il pessimo costume di abbandonarsi al turpiloquio (a partire dal «me ne frego» fascista) si sta diffondendo ovunque, molto meno disapprovato della diffusione degli anglismi, che se non altro non feriscono il buon gusto. Forse si teme che questa disapprovazione sia considerata bacchettoneria; si dovrebbe invece formulare una condanna esclusivamente estetica. Anche qui, molti giovani si mettono alla testa del peggioramento. Pensiamo all’uso di punteggiare qualunque discorso con invocazioni al fallo maschile, naturalmente nel registro più basso, che inizia con la c. Un marziano giunto tra noi penserebbe che il fallo sia la nostra divinità, tanto ripetutamente viene nominato dai parlanti. Insomma, una vera fallolatria.
Ma la celebrazione del fallo viene poi alternata con quella dell’organo femminile, o con allusioni ad atti sessuali più o meno riprovati, con auguri agli avversari di subire trattamenti sessuali sgradevoli, e così via. È vero che la fantasia ormai scarseggia; ma se qualche utente del registro fallico, riscuotendosi da un uso meccanico delle espressioni, badasse al significato letterale delle parole, si accorgerebbe che il suo orizzonte è ormai dominato da organi sessuali maschili e femminili, da scene di stupro e di sodomia e simili. Un po’ di varietà, per favore! Anche questo malcostume è condiviso da molti nostri politici, vogliosi di celebrare la propria virilità; dovrebbero leggersi o rileggersi Eros e Priapo di Gadda. Non si può reagire col sorriso, quando si rifletta che richiamarsi ai fondamentali della nostra animalità, alla vitalità prepotente e incontrollabile del sesso, ci porta agli antipodi non solo della ragione e degli ideali, ma anche della razionalità e della capacità dialettica che dovrebbero contraddistinguere l’homo sapiens sapiens. E non dimentichiamo che i cosiddetti attributi, se da un lato vengono usati a designare vigore e potenza, dall’altro sono sinonimo di stupidità: una molteplicità di significati che ci porta nell’indifferenziato, là dove la parola non è ancora stata affilata per interpretare il mondo.
autore: Cesare Segre
fonte: Corriere della sera
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Lunedì, 26 Luglio, 2010
I padri italiani sono i più negligenti d’Europa, con meno di mezz’ora al giorno dedicati ai propri figli. Così stabilisce una recente ricerca condotta su un campione europeo: sono dati che certamente devono far riflettere sulle motivazioni di questo poco interesse.
Per avere una visione oggettiva del fenomeno ci siamo rivolti a Claudio Risé, psicoanalista, scrittore, docente universitario che con gli uomini italiani dialoga tutte le settimane dalle colonne di Psiche lui, la popolare pagina di Io Donna, il supplemento settimanale del “Corriere della Sera”.
Risé è stato il primo in Italia a introdurre il tema della crisi del maschile, visto in chiave psicanalitica. Il suo ultimo libro sui maschi: Essere uomini (Red edizioni), è oggi alla terza edizione. E sta per uscire presso l’editore Frassinelli un nuovo saggio (scritto con la moglie, il medico Moidi Paregger): Donne selvatiche. Forza e mistero del femminile.
Professor Risé, è vero che i padri italiani sono così negligenti? E perché?
«Ci sono molte ragioni, in parte psicologiche, in parte economiche. Dal punto di vista psicologico l’Italia, paese mediterraneo, è in gran parte sotto l’influsso dell’Archetipo della Grande Madre, una forza dell’inconscio collettivo (e quindi condizionante la cultura dominante), che tende ad estendere nell’educazione dei figli il potere della madre rispetto a quello del padre. In questa configurazione psicologica gli stessi maschi adulti tendono a viversi più come figli delle loro compagne, cui quindi rivolgono continue richieste di conferma affettiva, piuttosto che come mariti, e padri dei propri bimbi, con cui spesso si sentono in concorrenza. Ci sono però altri aspetti. Da una parte l’Italia è probabilmente il più “americanizzato” dei paesi europei, e dunque quello dove i padri sentono più fortemente, come negli USA, l’imperativo di fornire la maggior quantità possibile di reddito monetario alla famiglia.
Quindi lavorano molto, ed hanno poco tempo di stare coi figli. D’altro lato, nel caso di famiglie di separati, l’Italia applica una legislazione particolarmente punitiva nei confronti dei padri, che possono passare pochissimo tempo coi figli, anche quando desidererebbero farlo. Anche in questa bizzarria, che vede la madre come destinatario privilegiato dell’affidamento dei figli, anche già adolescenti, vediamo, dal punto di vista dell’inconscio collettivo, un effetto del potere esercitato, anche sulla prassi giudiziaria, dall’Archetipo della Grande Madre cui ho accennato prima».
Ma i padri non hanno responsabilità nell’assenza nei confronti dei figli?
«I padri italiani, come quelli di tutto l’Occidente, hanno da un certo periodo storico (l’industrializzazione) in poi messo in secondo piano la famiglia, per impegnarsi totalmente nel lavoro e nella carriera. Nel paese che è un po’ il pesce pilota dell’Occidente, gli Stati Uniti, il tempo libero dei dipendenti maschi é diminuito del 20% dagli anni Trenta agli anni Ottanta. Oggi il tempo per crescere i figli i padri non ce l’hanno più. D’altra parte solo oggi si riscopre che la funzione educativa del padre è importante. Per molti decenni, tutto ciò che si riferiva al padre è stato definito con aggettivi dispregiativi che tendono a svalutare il mondo dei comportamenti paterni: paternalista, patriarcale. Per almeno cinquant’anni è come se il padre nel mondo occidentale contemporaneo fosse diventato d’impiccio: l’uomo adulto è stato apprezzato come funzionario aziendale, o come consumatore, ma non doveva pretendere di “fare il padre”».
Quali sono stati gli effetti di questa situazione?
«Simbolicamente il padre è colui che, con la sua presenza e la sua azione, costruisce un ponte tra i figli che crescono, e la società in cui devono entrare. Mentre nella famiglia la madre esprime innanzitutto il mondo degli affetti e dei bisogni. Il padre è l’”iniziatore” alle norme, alla disciplina che dobbiamo esercitare su noi stessi, e all’autorità che dobbiamo riconoscere alla società. Tutti valori fortemente contestati per molto tempo, a favore di quelli dell’appagamento immediato e del piacere.
Il risultato è che oggi, in una situazione di assenza paterna, si fatica a rispettare norme valide per tutti, ogni piccolo sforzo viene considerato enorme e l’autorità viene vissuta, come un sopruso».
C’è anche un aspetto religioso, nel “mestiere del padre”?
«Certo. Il padre che svolge correttamente la propria funzione attiva nell’individuo giovane, nel figlio (o nell’allievo che lo vive come padre), la capacità di relazione con la dimensione sovrapersonale, trascendente. E’ coltivando questo aspetto psichico che l’individuo viene messo in grado di sviluppare la relazione con Dio».
La tendenza è al peggioramento, o qualcosa sta cambiando?
«Come sempre nelle situazioni estreme, nelle quali la stessa vitalità del gruppo umano è a rischio (la difficoltà a riprodursi del maschio occidentale è ormai attorno al 45%), l’istinto di conservazione sviluppa forti controreazioni. Tutta la società si è accorta che non può fare a meno del padre, e questi stessi sondaggi, preoccupati per la sua assenza, lo rivelano. Ma soprattutto, il comportamento e la sensibilità degli uomini-padri va riscoprendo il significato della loro funzione educativa.
Nelle separazioni, sfortunatamente in aumento, i mariti che chiedono l’affidamento dei figli sono sempre più numerosi. Anche a livello sociale la pratica dell’affidamento congiunto si diffonde, ed è pronta una legge che propone di farne la prassi generalmente seguita. Dalla mia pratica di psicoanalista, e dal mio impegno per una nuova coscienza maschile, credo di poter dire che è in netto aumento, nei giovani uomini, la consapevolezza dei valori della famiglia, degli affetti, e dell’educazione dei figli, rispetto a quelli dell’edonismo e dei cosiddetti “simboli di status”, in pratica indotti dalla società dei consumi. Insomma: il padre torna a casa. E la società si è accorta che non può fare a meno di lui».
fonte: L’Eco di Bergamo
autore: Massimo Centini
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Domenica, 18 Luglio, 2010
di Bruno Mastroianni*
Non è Ratzinger l’obiettivo. Non è insofferenza per il Pontefice tedesco, non è una questione di interpretazioni del Concilio Vaticano II e nemmeno una faccenda di pedofili e palazzinari. La vera causa delle continue discussioni sulla Chiesa è la Chiesa stessa.
A certi orecchi suona insopportabile questa voce che continua a mettere il mondo di fronte alla realtà delle cose reali, a interpellare l’uomo su ciò che veramente conta, su ciò che c’è dietro (o meglio sopra) la sua vita sulla terra.
E suona ancora più insopportabile che a portare avanti questa Chiesa siano uomini come gli altri. Non dei supermoralisti impeccabili, non dei geni che non sbagliano un colpo, ma una compagine di persone in cui c’è di tutto: dal peccatore al santo d’altare, dal tiepido all’ingenuo, fino ad arrivare a qualche farabutto. Eppure la Chiesa dura da duemila anni conservando intatta la sua missione, più di quanto sia mai riuscita a fare qualsiasi altra istituzione. Questo non fa che aggravare l’insofferenza: è la prova provata, presente davanti agli occhi di tutti, che il suo destino è nelle mani di qualcun Altro.
Papa Ratzinger in questo scenario ha un’unica grande colpa: sta riportando l’attenzione sulla dimensione soprannaturale, mettendo da parte gli inutili fronzoli istituzionali e di palazzo, per ricollocare al primo posto la questione della fede.
I dissidi sono un segnale inequivocabile: tante attenzioni attorno alla Chiesa non ci sarebbero se non fosse per l’aratro di Benedetto XVI che, smuovendo la terra, sta lasciando il segno.
*Docente di Media Relations presso la Facoltà di Comunicazione della PUSC
fonte: brunomastroianni.blogspot.com
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Giovedì, 8 Luglio, 2010
di Carlo Lottieri
Può anche darsi, come sostiene Gianfranco Fini, che la Padania non esista e che pure essa rientri in quel gruppo di entità che il principe di Metternich definiva semplici «espressioni geografiche». Ma se il dibattito sul federalismo si fermasse a tale livello e pretendesse di basare le proprie linee-guida unicamente sulla storia, sarebbe molto alto il rischio di perdere tempo. La questione cruciale è infatti un’altra e ci chiede di comprendere quale possa essere il migliore assetto istituzionale per aiutare il Paese nel suo insieme a reggere di fronte alla crisi e ad offrire un futuro alle giovani generazioni.
Mentre il federalismo “in costruzione”- vero o falso che sia - è basato solo per ragioni di Realpolitik sulle attuali venti regioni (e perfino sulla difesa delle province), può essere interessante confrontare questo schema con quello di un’Italia macroregionale. Tanto più che proprio dalla Germania giungono ipotesi di accorpamenti dei Länder.
In Italia l’ipotesi di dar vita a tre macroregioni (Nord, Centro e Sud) non è nuova, dato che era al centro della proposta di Gianfranco Miglio, quando fu senatore della Lega e anche in seguito. Tale progetto può trovare varie giustificazioni: a partire dallo squilibrato rapporto che esiste tra mícro-regioni come il Molise o la Valle d’Aosta ed realtà di bel altre dimensioni come la Lombardia e la Campania.
In Miglio, però, l’idea centrale era strategica. Egli era infatti persuaso che soltanto creando contro-poteri basati su vaste realtà economiche e territoriali sarebbe stato possibile contrastare lo Stato centrale e avviare un autentico processo di federalizzazione. Lo studioso di Como, che dalla sua abitazione amava gettare il suo sguardo sul territorio svizzero, era perfettamente consapevole che una vera federazione ha solo da guadagnare da giurisdizioni di piccole dimensioni e, di conseguenza, dall’alta concorrenza istituzionale che ne deriva. Se le entità federate sono numerose e di modesta entità, per le imprese e per le famiglie è molto facile sottrarsi a governanti esosi e impiccioni, e questo favorisce in linea di massima il prevalere di una buona amministrazione. Ma Miglio puntò sull’idea di tre realtà corpose che corrispondessero alle tre aree in cui effettivamente si divide il Paese con l’obiettivo di creare blocchi sociali ed elettorali assai corposi. Tanto più che si può benissimo compensare questo federalismo a pochissimi attori (le tre macro-regioni, più eventualmente le due isole) con un sistema istituzionale e fiscale che conferisca il massimo di libertà, responsabilità e autonomia a tutti i comuni.
Un progetto autenticamente federale dovrebbe rovesciare la piramide attuale e, in particolare, affidare ai municipi la massima libertà di tassare: decidendo l’entità del prelievo e, se fosse possibile, anche le stesse modalità. Ovviamente bisognerebbe stabilire che ai comuni resti solo una quota percentuale delle risorse raccolte, poiché il resto dovrebbe essere destinato alle macro-regioni e allo Stato centrale. Una riforma di questo tipo creerebbe il massimo di responsabilizzazione a livello locale, poiché sarebbero appunto i sindaci a mettere le mani nelle tasche della gente (e quindi essi potrebbero sentire il fiato sul collo dei cittadini). Ne deriverebbe, in modo molto naturale, un vero processo di riduzione del prelievo tributario e una corsa tra comuni a chi riesce a tassare meno e a dare, al contempo, i servizi migliori. Per giunta, con la costituzione di ampie macro-regioni lo Stato italiano - per la prima volta nella sua storia - dovrebbe confrontarsi con realtà forti, articolate, rappresentative di decine di milioni di persone. La Repubblica attuale, fossilizzata sulla burocrazia romana e su ministeri tanto onerosi quanto inefficienti, verrebbe costantemente incalzata da organismi legittimati a rappresentare aree tanto vaste quanto sostanzialmente coerenti. È chiaro che in questo quadro la dialettica Nord - Sud, che comunque è già nelle cose stesse, verrebbe ancor più alla luce, ma anche il Centro finirebbe per avere un ruolo peculiare, proprio in funzione mediatrice ed equilibratrice. Chi avesse il coraggio di esaltare il ruolo dei mille campanili e - al tempo stesso - di riconoscere come dato essenziale con cui fare i conti quella “disunità d’Italia” che le tre macro-regioni in qualche modo certificherebbero farebbe un bel servizio al Paese. Soprattutto, come si è detto, se si avesse il coraggio di obbligare la periferia a finanziarsi da sé, facendo sì che siano i primi cittadini a chiedere direttamente alla loro popolazione le risorse di cui hanno bisogno. Purtroppo ci si sta muovendo in tutt’altra direzione. Quanti invocano il federalismo puntano in genere a vedere affluire più risorse alle regioni, senza però che le stesse abbiano un vero ruolo nella determinazione e nella raccolta delle imposte. Soprattutto nessuno sembra aver capito l’esigenza di indirizzarsi verso quella competizione fiscale che invece è indispensabile se si vogliono avere amministrazioni meno costose e meglio gestite. Non è comunque un caso che in Germania si pensi a ridurre il numero degli Stati federati e che in Italia da vent’anni si provi, con fatica, a costruire una struttura federale. Questi due Paesi sono accomunati dal fatto di aver costruito la loro unità molto tardi, solo intorno a metà Ottocento, e proprio per questo continuano a essere caratterizzati da forti differenze interne. Ma proprio per gestire al meglio questa complessità bisognerebbe avere il coraggio di optare per un federalismo vero. In definitiva, anche quanto sta succedendo a Pomigliano d’Arco è emblematico, poiché ci parla di un mondo industriale che è pronto a investire nel Mezzogiorno solo se si prenderà atto che Salerno non è Treviso, che Caltanissetta non è Varese. L’Italia è profondamente divisa e quindi esige soluzioni all’altezza della situazione. Non ammetterlo è da irresponsabili.
fonte: IBL
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